28 ottobre 2009

Da domani, ogni due settimane, il giovedì, ospiteremo un inserto speciale, intitolato "Le lotte raccontate da chi le fa".

LOTTE DI CHI LOTTA
Il quotidiano Liberazione prova ad offrire visibilità al racconto, interamente oscurato dalla quasi totalità dei media, delle mobilitazioni, delle pratiche sociali - più diffuse nel Paese di quanto non si voglia far credere - che si oppongono allo stato di cose esistente, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori. Prenderanno parola, direttamente, i protagonisti e le protagoniste di queste battaglie che rivelano una reattività e una creatività sociale straordinarie, forse inaspettate, in un contesto dove lo spazio pubblico pare annichilito e la politica sequestrata, svilita nel circuito autoreferenziale, sordo e separato, dei palazzi del potere. Con questa iniziativa intendiamo mostrare come la partecipazione diretta, l'agire collettivo sia il più efficace antidoto alla spoliazione della democrazia, alla passivizzazione di cui si nutrono tutte le avventure reazionarie.

http://www.liberazione.it/

26 ottobre 2009

Un meccanismo di delega subordinata a prescindere dalle scelte politiche del PD, così assunte col metodo del "grande fratello"

Le Primarie del PD sono un’esperienza di democrazia diretta?

Davvero le primarie del Pd sono un’esperienza di democrazia diretta? Con una fraseologia ultrademocratica (la trita retorica del «decidi tu», il flebile mito della generazione internet come rivoluzionaria novità contro gli ammuffiti militanti) si sta in realtà celebrando il rito triste che annuncia il trionfo di partiti elettorali a spiccata dominanza mediatica. Solo grazie alla completa corruzione semantica delle parole che da tempo deforma il dibattito pubblico, è possibile spacciare per democrazia diretta quella che a tutti gli effetti è solo una manifestazione di politica opaca che archivia il vetusto partito degli iscritti e impone una carnevalata a uso e consumo dei media. Le primarie del Pd sono lo spirito di questo (brutto) tempo per cui non ha più senso essere «parte» e occorre diluire ogni appartenenza nel mare indistinto di una opinione pubblica che fa la coda nei gazebo e poi irretita sparisce per sempre dallo spazio pubblico. Le primarie non sono affatto un rilancio della partecipazione politica che sollecita il ritorno di soggetti che discutono con passione e mutano opinioni dopo il confronto aspro. Piuttosto esse sono un ulteriore momento del declino politico italiano che assegna a un elettore irrelato il compito di tifare nel gioco competitivo che restringe la grande funzione storica dei partiti a quella minimale di esprimere un capo. La logica che le ispira è più quella della delega assoluta che non quella della partecipazione consapevole di molti a definire un progetto di società. Le primarie nascono infatti dall’idea che, per quanto riguardi i soggetti politici strutturati, la partecipazione non avvenga dentro i canali di partito, intesi quali durevoli luoghi di identità e di appartenenza (secondo lo spirito dell’articolo 49 della Costituzione), ma si insinui a intermittenza dal di fuori e dietro forti sollecitazioni mediatiche. Quando il partito non ha più confini organizzativi solidi diventa così aleatorio da disperdersi nella leggerezza dell’opinione pubblica che cancella differenze, conflitti. Se in luogo degli iscritti decidono gli elettori, non cresce la democrazia diretta ma il populismo oggi trionfante. Che dopo il militante e l’iscritto sia giunto ormai il tempo dell’elettore sembra essere nel senso delle (brutte) cose di oggi, ma i partiti non sono stati creati solo per seguire la corrente dominante. Il maggior partito d’opposizione ha già svolto un congresso al quale ha partecipato circa mezzo milione di iscritti. Un evento politico di tutto rispetto nelle sue dimensioni (al traumatico congresso che portò allo scioglimento del Pci presero parte circa 300 mila iscritti). Sul versante qualitativo uno scenario inquietante: ovunque le sale quasi deserte nel momento del dibattito e della presentazione delle mozioni si sono magicamente riempite all’atto del voto. Sono gli inconvenienti dei partiti cartello, ossia di formazioni flaccide in cui declina l’iscritto che si mobilita per incentivi simbolico-identitari e si afferma il cacciatore di status e di benefici materiali elargiti dalle cariche elettive che controllano le risorse pubbliche. Non saranno certo le primarie il correttivo di questo essiccamento valoriale e funzionale dei partiti, divenuti spettrali oligarchie attorniate da media e clientele. Occorrerebbero un’ideologia attorno a fini non negoziabili, una cultura politica a ridosso di una idea di democrazia e un radicamento negli interessi sociali della postmodernità, non certo una estemporanea fioritura di gazebo. Le primarie sono invece il ritrovato di un partito molto liquido che talvolta appare come un docile braccio collaterale di agenzie mediatiche in grado di dettare la linea, di indicare la leadership più gradita. Dopo che gli iscritti hanno mostrato di non apprezzare affatto il loro segretario in carica, la parola passa agli elettori che potrebbero imporre agli iscritti di conservare comunque un leader che non è di loro gradimento. Non solo sono possibili infiltrazioni esterne (persino negli Usa la destra si è mobilitata nelle primarie aperte per sostenere la Clinton contro l’ascesa di Obama), ma il peso preponderante nella selezione della leadership è assunto dai media che sono più influenti degli stessi dirigenti nelle opzioni degli elettori estranei alle vicende organizzative. Scagliare gli elettori contro gli iscritti rientra in un populismo pervasivo che odia la funzione parziale e identitaria dei partiti. In una democrazia rappresentativa il partito politico è appunto solo una parte, e non l’intero. Proprio per questo il metodo democratico nella vita dei partiti riguarda gli iscritti, i militanti, quanti cioè si riconoscono in una appartenenza comune (fino ad accollarsene la responsabilità in termini di contributi finanziari e di azione quotidiana) e non certo gli elettori indifferenziati. Affidare agli elettori in quanto tali (e in più senza leggi, procedure certe) il compito di nominare il segretario di un partito (che non svolge peraltro una funzione istituzionale ma un compito organizzativo di raccordo tra parti di società e potere) non è affatto una epifania della democrazia diretta. Le primarie del 25 ottobre, al di là delle ansiogene aspettative di rivincita che le animano, non sono un buon segnale per la democrazia. Chi ha perso in maniera così trasparente la fiducia degli iscritti (dei suoi iscritti) potrebbe in teoria riacquistare i gradi di comando grazie al voto di elettori indistinti. Ma davvero il popolo delle primarie può imporre agli iscritti di tenersi per forza un leader sconfitto in un regolare confronto congressuale? Anche se le primarie confermeranno le risultanze congressuali, il problema spinoso della loro funzione deviante resta. Partiti ridotti a mere macchine elettorali sono l’esatto contrario dell’affresco dell’articolo 49 della Costituzione, che disegna il ruolo dei soggetti della mediazione collocandoli con un piede nella società e con un altro nelle istituzioni della rappresentanza. Ma anche per la carta, come per i partiti, non corrono tempi buoni.

Michele Prospero

24 ottobre 2009

Le esigenze personali, familiari e sociali di milioni di lavoratori scontano da decenni Il costo umano della flessibilità, ora ascoltiamo impietriti

Il “Posto fisso” di Tremonti

All’epoca dei primi governi guidati da Berlusconi, chiunque avesse seguito con attenzione le “performance” dei diversi componenti l’Esecutivo, non avrebbe potuto non rilevarne la grande dose di approssimazione e puro dilettantismo (politico) che ne caratterizzava l’azione quotidiana.
Grazie alle (ormai) mitiche gaffe di Berlusconi e agli “incidenti di percorso” che contrassegnavano le ricorrenti esternazioni dei suoi ministri - da Fini, che riteneva Mussolini la personalità politica più importante del XX secolo, a Scajola, che definiva (letteralmente) Marco Biagi un “rompiscatole” - era facile ironizzare, e perfino sorridere, rispetto ai nuovi protagonisti delle vicende politiche italiane.
Oggi non è più tempo di spensieratezze! Il panorama politico, offerto dal Berlusconi IV, rende indispensabile “monitorare” con particolare considerazione - e maggiore preoccupazione - le mosse degli attuali interpreti.
In questo senso - tralasciando quella che appare (strumentalmente, a mio parere) come la “conversione” di Fini ad antichi “valori” della sinistra; laicità, testamento biologico, riforme condivise, diritto di voto agli extracomunitari, ecc - sono eclatanti alcune recenti prese di posizione di Giulio Tremonti.
L’ultima, in ordine di tempo, è relativa all’esaltazione del “posto fisso”! Intendendo, per esso, il sostanziale disconoscimento di tutto quanto prodotto, da Berlusconi e &, in tema di occupazione e di riforma dei meccanismi di accesso al lavoro.
A prima vista - secondo alcuni osservatori - considerato il carattere “ultra-liberista” che il titolare del Ministero del Tesoro e delle Finanze ha sempre cercato di accreditare alle sue opzioni politiche, si tratta di una vera e propria rivoluzione “copernicana”.
A mio avviso, la questione è, invece, molto più semplice di quanto appaia e in perfetta sintonia con una serie di “mosse studiate a tavolino”. Personalmente, ho la sensazione che, all’improvviso, il Paese che fu dei poeti e dei navigatori - assunto che di santi continua a sfornarne - sia diventato (anche) la patria dei “giocolieri” e dei “funamboli”.
Infatti, considero l’ultima esternazione di Tremonti, una semplice variante del famigerato gioco “delle tre carte”, che ha reso celebri nel mondo intere generazioni di miei abili concittadini.
In effetti, sono convinto che anche le più recenti dichiarazioni del ministro - lo stesso che si esaltava attraverso la teorizzazione della c.d. “finanza creativa” e (oggi) si erge a paladino d’iniqui provvedimenti, quali l’ultimo condono omnibus, mascherato da ennesimo “scudo fiscale” - rientrino in un abile “gioco di squadra”, teso a confondere l’opinione pubblica, carpirne la buona fede e, in sostanza, alterare la realtà.
Non è un caso, infatti, che anche questa volta - come già successo in altre occasioni, a ruoli invertiti - le impreviste “esternazioni” di Tremonti siano state seguite da numerosi “distinguo”; da Sacconi a Brunetta.
Altrettanto scontate - dal mio punto di vista - le dichiarazioni, a sostegno di Tremonti, rilasciate dal Presidente del Consiglio.
In effetti, a qualsiasi persona dotata di buon senso, oltre che di sufficiente memoria, dovrebbe risultare per lo meno strana un’inversione di rotta così radicale da parte di soggetti - nell’occasione, Berlusconi e Tremonti - che, nel corso della loro (purtroppo) già lunga storia politica, hanno sempre manifestato una fede assoluta e incondizionata nei confronti del liberismo “più spinto”, del famoso “libero mercato” e della “flessibilità” del lavoro come occasione di crescita professionale (sic!) e “motore” della piena occupazione.
Con queste premesse, con il ricordo ancora netto delle contrapposizioni sorte nel corso dell’ultima campagna elettorale - tra tutti i berluscones e i rappresentanti della sinistra c.d. “antagonista” - rispetto ai guasti prodotti dalla flessibilità quale sinonimo di precarietà, è oggettivamente difficile credere all’improvvisa “conversione” - alle esigenze personali, familiari e sociali di milioni di lavoratori che scontano “Il costo umano della flessibilità” - di coloro che, fino a ieri, erigevano a “Totem” l’opera di Sacconi, Biagi e & (Legge 30/03 e Decreto legislativo 276/03)!
Personalmente, sono convinto che si tratti di un’altra “bufala”; il classico “effetto annuncio” da affidare ai ripetitori mediatici cui, purtroppo, troppi italiani ancora soggiacciono.

di Renato Fioretti
collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

Nei luoghi di lavoro e di studio cresce la ribellione contro la destra e complici vari nei media e nel PD


Venerdi’ 23 ottobre, è sceso in piazza a Roma, il popolo dei sindacati di base, in maniera unitaria e partecipe

Il Patto di Base, che è stato creato per confrontare i vari percorsi sindacali, è composto da cub-rdb, confed. cobas, sdl, e con la giornata di oggi si rende protagonista nella lotta al governo Berlusconi e alle sue politiche padronali, di sfruttamento e di restringimento di diritti. Da notare anche la partecipazione dello slai cobas , e di altre esperienze sindacali di base.
Uno sciopero generale che ha l’indubitabile merito di porre dal basso e con prassi vertenziale, le ragioni di chi vede peggiorare ogni giorno che passa, il proprio quotidiano di vita, fino a rendere impossibile programmare il proprio futuro, personale e collettivo. Una manifestazione che ha portato in piazza, chi la crisi padronale non è disponibile a pagarla, per nessun motivo.
Son di altri le responsabilità di questa crisi, che mette in evidenza la debolezza del sistema economico di tipo capitalistico, osannato dai vari centrodestra e centrosinistra, come unico sistema possibile e concreto, e senza alternativa alcuna. A queste tesi manipolatorie, e portatrici di precariato,disoccupazione e sfruttamento, hanno risposto ben oltre centomila compagni e compagne , che hanno colorato di rosso, le vie di Roma.
Ricercatori, insegnanti, operai, studenti dell’onda, precari, disoccupati, immigrati con e senza permesso, hanno animato un corteo, partito da piazza della Repubblica e terminato a piazza San Giovanni, dove sul palco attrezzato su un tir, si sono alternati i vari sindacati di base.
Dalla sicilia, dalla sardegna,dal nord-est al nord-ovest, dalle regioni centrali alle regioni meridionali, il coro era univoco, e di comprensione della grave fase economico-politica, che attraversa l’intero Paese.
Dal palco, è risuonata forte, la denuncia di una grave situazione economica, che i poteri forti economici tentano di scaricare sui lavoratori e l’urgenza di programmare lotte e vertenze generalizzate per rispondere con forza a chi , leggi governo Berlusconi, cerca di rubare il nostro futuro.
Una esperienza che promette bene, che unifica i percorsi del sindacato di base e che rilancia il costruire un sindacato che esprima i bisogni e le politiche di una classe, che prende in mano il proprio agire ed il proprio futuro. Un sindacato, che rifiuta nettamente svendite e raggiri delle necessità dei lavoratori, e che è in grado, di dare voce a chi di voce in capitolo, ne ha sempre di meno.
Il conflitto e le vertenze, le lotte quotidiane, ripartono in avanti, e ci son tanti motivi per pensare, che di strada ne faranno tanta. La Confindustria ed il governo Berlusconi, han trovato chi mette in discussione tutto il loro operato.
Le trovate pubblicitarie di manipolazione," del posto fisso", alla Tremonti, da queste parti di credito non ne hanno nessuno. L’opposizione sociale , che esprimono i cobas, non fa sconti di nessun tipo.
Ci si poteva augurare di più?

Enrico Biso

21 ottobre 2009

SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE 23 OTTOBRE 2009 MANIFESTAZIONE NAZIONALE - ROMA - ore 10 P.zza della Repubblica

A CHI LO SCUDO FISCALE E
A CHI IL TAGLIO SALARIALE !

Pochi giorni fa il Parlamento ha approvato lo scudo fiscale. L’operazione consentirà, a tutti coloro che hanno occultato al Fisco capitali mobiliari ed immobiliari, di rimetterli in circolazione nel Paese, avendo assicurato l’anonimato e pagando un’aliquota dell’1% per 5 anni. Siamo davanti al peggior condono fiscale mai visto, che crea un buco di bilancio di oltre 100 miliardi di euro rispetto al gettito che sarebbe arrivato ad aliquota ordinaria. Un buco di risorse indirettamente sottratte a tutti quei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, che pagano regolarmente le tasse!
Lo scudo è, anche, un’amnistia per reati gravi, per i quali i nostri codici prevedono la reclusione fino a sei anni: falso in bilancio, distruzione di scritture contabili, uso di false comunicazioni sociali, sono solo alcuni dei comportamenti illeciti connessi all’evasione fiscale sui quali calerà definitivamente il silenzio, grazie all’anonimato che la legge ha imposto per gli intermediari che invieranno le dichiarazioni di adesione allo scudo. Garanzia all’anonimato per chi evade, mentre i lavoratori dipendenti ed i pensionati, che hanno sulle loro spalle quasi l’intero gettito fiscale del nostro Paese, hanno nomi e cognomi conosciuti da tutti ! L’ennesima legge che premia i grandi evasori, quelli che si sono arricchiti con le speculazioni finanziarie, quelli che hanno sottratto grandi risorse allo stato sociale, quelli che hanno impoverito il Paese sottoponendo i ceti sociali più deboli ad una pressione fiscale, diretta ed indiretta, enorme. E, intanto, per uscire dalla crisi economica, il Governo non stanzia le risorse per il rinnovo dei contratti ed opera tagli draconiani ai bilanci della pubblica amministrazione per utilizzare questo “tesoretto” a sostegno degli imprenditori e delle banche (gli stessi soggetti responsabili dell’esportazione dei capitali all’estero). Nel frattempo avanza la “controriforma” di Brunetta che, attraverso una falsa meritocrazia, introduce per legge l’esclusione dal salario accessorio per una fascia vastissima di lavoratori pubblici. E Confindustria, senza vergogna, invoca azioni punitive contro i dipendenti pubblici. Nessuno fermerà questo scempio e nessuno dirà basta a questo stato di cose, se all’indignazione non facciamo seguire concrete azioni di lotta.
La RdB rivolge a tutti i lavoratori un invito a firmare contro lo scudo fiscale, un motivo in più per aderire allo SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE 23 OTTOBRE 2009 MANIFESTAZIONE NAZIONALE - ROMA - ore 10 P.zza della Repubblica
Contro lo scudo fiscale, proteggi i tuoi diritti, difendi il tuo salario, rispetta la tua dignità.
RdB PI è contro lo scudo fiscale e denuncia la destrutturazione dell’apparato fiscale che contrasta l’evasione in Italia. Riorganizzazione degli uffici, centralizzazione delle verifiche, abbandono del presidio territoriale, taglio ai salari, blocco delle carriere, campagne mediatiche contro i fannulloni: queste sono alcune delle tessere di un mosaico che disegna servizi pubblici meno efficienti per i cittadini, pressione fiscale più pesante per lavoratori dipendenti e pensionati, Stato Sociale più debole.
Scudo fiscale, che cos’è? Si tratta di una norma approvata in Parlamento il 2 ottobre 2009, grazie alla quale, nel più completo anonimato, si potranno rimpatriare o regolarizzare capitali detenuti irregolarmente all’estero.
Su quali beni si può usare lo scudo? Beneficiano dello scudo i beni materiali e immateriali: contanti, azioni, bond, polizze, yacht, immobili e opere d’arte su cui non sono mai state pagate le tasse in Italia.
Chi sono i soggetti interessati? Lo scudo fiscale può essere utilizzato da persone fisiche, enti non commerciali, società semplici e associazioni equiparate.
Quanto si paga con lo scudo fiscale? Lo scudo costa il 5% del capitale rimpatriato e assicura un’immunità di 5 anni. Rientreranno in Italia circa 300 miliardi di euro, che daranno un gettito di 15 miliardi. Applicando agli stessi capitali l’aliquota normale, il gettito sarebbe stato di circa 120 miliardi: lo scudo genera un buco di bilancio di oltre 100 miliardi.
Lo scudo fiscale è anche una sanatoria per reati penali? Sì. Anche reati che prevedevano fino a 6 anni di reclusione sono protetti dallo scudo. Ecco qualche esempio: dichiarazione fraudolenta o infedele con uso di fatture false; occultamento o distruzione di documenti contabili; falsità materiale e ideologica; falsità in registri, in scrittura privata, uso di atto falso; uso di false comunicazioni sociali anche in danno alle società.
Perché lo scudo fiscale garantisce agli evasori l’anonimato? Il rimpatrio avviene attraverso intermediari come banche e Poste Italiane, che garantiscono l’anonimato del soggetto interessato. Per agevolare l’accesso allo scudo, gli intermediari non devono più segnalare le operazioni sospette.
Lo scudo fiscale consente, quindi, il rientro dei capitali illeciti ed è un’offesa all’onestà di chi paga le tasse e alla professionalità dei lavoratori pubblici. Lo scudo premia gli evasori che possono riportare in Italia capitali illegali occultati al fisco pagando un’imposta dell’1% annuo con l’assicurazione dell’anonimato. Permette di "lavare" i capitali frutto di attività illecite ed è un invito ad evadere le tasse in attesa del prossimo condono. Invitiamo le lavoratrici e i lavoratori del Ministero dell’Economia e delle Finanze a firmare questo appello a difesa del fisco e dei diritti di tutti i lavoratori pubblici. Le firme raccolte saranno inviate alla Presidenza del Consiglio, ai gruppi parlamentari di Camera e Senato e al Ministro dell’Economia e Finanze. I Lavoratori del pubblico impiego le porteranno in corteo a Roma, in occasione dello sciopero dei lavoratori pubblici il 23 ottobre 200
RdB - Coordinamento Nazionale Ministero dell’Economia e delle Finanze

19 ottobre 2009

Governo, confindustria, cisl e uil vogliono riportare al medioevo le condizioni dei lavoratori. E non solo loro!

UN GOLPE SINDACALE
di Giorgio Cremaschi

Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici firmato da Federmeccanica, Fim e Uilm, è un vero e proprio golpe sindacale. Come definire diversamente, infatti, la violazione brutale delle più elementariregole di democrazia con la sopraffazione della maggioranza da parte della minoranza? Fim eUilm da sole rappresentano a malapena un terzo dei metalmeccanici. La Fiom da sola ha raccolto,tra iscritti e voti, un consenso tra il 55 e il 60% della categoria. Nel 2008 è stato firmato un contrattonazionale che prevedeva la durata della parte normativa fino alla fine del 2010. Eppure Fim e Uilmhanno unilateralmente disdettato il contratto in vigore, per applicare il nuovo sistema derivante dall'accordo,anch'esso separato, del 15 aprile. Nella sostanza Fim e Uilm hanno preteso di cambiarele regole del gioco nel corso della partita, senza il consenso dei giocatori più importanti e senzaverificare con tutti se si era d'accordo. La Fiom ha semplicemente rivendicato il proprio buon dirittoa rinnovare il contratto sulla base delle regole ancora in vigore.Ma nessun golpe riesce da parte di una minoranza, se dietro di essa non c'è un potere forte che laadopera e sostiene per i propri fini. Non sono i sindacati che fanno gli accordi separati, ma i padroni.La Federmeccanica, dopo due rinnovi separati, aveva deciso per due volte di seguito di fareintese unitarie. Ora ha di nuovo cambiato idea. Perché? Sono gli stessi contenuti dell'accordo chelo chiariscono.Fim e Uilm hanno infatti accettato di svalutare il valore del lavoro dei metalmeccanici attraverso lariduzione del salario del nazionale. L'aumento è ridicolo e offensivo, 15 euro netti per un operaio diterzo livello per tutto il 2010. La durata triennale non è accompagnata da alcuna garanzia rispettoall'inflazione, mentre si abbandona una conquista storica dei vecchi contratti, la rivalutazione delvalore punto. Tale conquista, che aveva migliorato il sistema del 23 luglio, faceva sì che ad ognirinnovo contrattuale si trattasse su una base più alta del rinnovo precedente. Ora, cancellato questomeccanismo, ci si predispone ad un andamento opposto: cioè che ogni contratto dia meno soldidi quello prima. A tutto questo si aggiunge la piena accettazione dell'intesa confederale separatadel 15 aprile 2009. Quella che dà il via alle deroghe al contratto nazionale, che riduce le libertà dicontrattazione e i diritti individuali. Già ora il testo firmato parla di conciliazione e arbitrato e limital'autonomia di contrattazione in fabbrica. Alla faccia di chi sosteneva che bisognava fare menocontratto nazionale per avere più accordi aziendali. Fim, Uilm e Federmeccanica, per non sbagliarsi,limitano tutti e due.La Fiom ha chiesto il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle fabbriche. Fim, Uilm e Federmeccanicahanno trovato una soluzione della crisi più lungimirante: l'istituzione di un ente bilateraleche raccoglierà fondi con la promessa di dare, fra tre anni, qualche contributo a qualche lavoratoreparticolarmente disagiato. Una risposta diffusa e tempestiva, quando centinaia di migliaia dilavoratori rischiano ora il salario e il posto. Ma l'importante è istituire un nuovo carrozzone, con ilquale alimentare la collaborazione tra sindacato e imprese.Potremmo andare avanti nello scoprire piccole e grandi porcherie nell'accordo, dal part-time selvaggioal peggioramento dei diritti per i contratti a termine, ma la sostanza è sempre quella. LaFedermeccanica e la Confindustria hanno deciso di svalutare il lavoro passando per la complicità -direbbe il ministro Sacconi - di Fim e Uilm. Pensano di farcela, anche se sanno benissimo che inun referendum normale la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori travolgerebbe il loroaccordo sotto una valanga di no. Pensano di farcela perché danno per scontato che nella società enella politica italiana sia oramai un luogo comune accettato da tutti che i lavoratori siano cittadini diserie B, per i quali non valgono le regole della democrazia. Si può fare un golpe contro un contrattoe la democrazia sindacale e presentare il tutto come un'evoluzione delle relazioni industriali.La rivoluzione francese cominciò perché il sovrano faceva votare per "stati" e non per persone.Così aristocrazia e clero, pur essendo una ristretta minoranza, vincevano sempre contro il popolo,che aveva un solo voto contro i loro due. Oggi si vorrebbe far votare i contratti per sindacati. Siconta la somma delle sigle e si dice "qui c'è la maggioranza". Anche se la grande maggioranzadelle lavoratrici e dei lavoratori sta da un'altra parte. I francesi fecero la rivoluzione perché non accettavanoquel sistema medievale di decisioni. Oggi è al medioevo che si vogliono riportare i lavoratori.

E non solo loro.

15 ottobre 2009

Complotto, comunisti, sentenze pilotate, persecuzione giudiziaria, stampa in mano alla sinistra, lui è legittimato dal popolo...........

Il delirio del Cavaliere dimezzato

Sarò rapido. Ma non posso rinunciare ad esternare il mio pensiero: povero Cav, quasi fa pena, nel suo delirio ormai fuori controllo. Altro che la camomilla consigliatagli da Casini! Qui siamo davanti a un caso da camicia di forza. Persa la sicurezza, il nostro ostenta sicumera; non avendo più autorevolezza alcuna – in nessun campo –, ritiene di poterla sostituire con l’autoritarismo; non essendo in grado di articolare ragionamenti, accresce il livello sonoro della sua vocina nasale, che dunque risulta vieppiù sgradevole; gesticola, smania, gli occhi gli diventan piccini piccini, il collo si gonfia… E minaccia, minaccia, minaccia. E insulta, insulta, insulta. E si loda: e, conseguentemente, si sbroda. La sua autoreferenzialità che sino a ieri appariva patetica, oggi è invece da ricovero coatto; e il livello degli argomenti se vogliamo chiamarli tali, è precipitato assai sotto la soglia zero. Altro che “discorsi da Bar Sport”, come si diceva: qui siamo al trivio, come peraltro i comportamenti provano, in assoluta coerenza, tra il dire e il fare.Ma, dicevo, ora ho un momento di debolezza. Provo quasi una tenerezza per quest’uomo sul viale del tramonto. Certo, è pericoloso, come un ubriaco. Dopo la brutta sbornia (di quelle cattive, non scelte: come se gli avessero fatto trangugiare qualcosa che gli ha fatto un gran male…) causata dalla sentenza della Corte sul famigerato Lodo architettato dai suoi legulei, e la sentenza che obbliga la sua Fininvest a sganciare 750 milioni di euro, per l’affaire Mondadori, ha vaneggiato per giorni. E come gli ubriachi in stato di decomposizione mentale, o semplicemente come i matti che si aggirano asserendo di esser Napoleone questo, Garibaldi quello, o Gesù Cristo in persona, così il Cavaliere dimezzato, ha sparato le sue farneticazioni. Non solo è il migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni (poteva dire dell’Italia unita, no?), ma anche il più perseguitato della nostra storia nazionale. Anzi, ripensandoci: il più perseguitato nel mondo, di tutti i tempi. E, intanto, il livore produceva in modo quasi naturale, battute pesanti, grevi insinuazioni, autentiche bestemmie costituzionali. Ma anche belle gaffes, come quella che ci ha rivelato quanto gli costa pagare giudici (voleva dire avvocati, ma il lapsus è assai rivelatore: ah, vecchio, caro Freud!). E, mentre continuava a dichiararsi indispensabile alla nazione, e dunque proprio per questo perseguitato da toghe rosse, giornali comunisti, marea giustizialista, accadeva un altro piccolo evento: il Premio Nobel per la pace a Barak Obama. Ma come? Non c’era forse un Comitato che chiedeva il Premio, sì, proprio quello, per Silvio? (“Meno male che Silvio c’è”, ha provato a spiritoseggiare davanti agli attoniti telecronisti il nostro, riprendendo il ritornello di una delle tante canzoncine fabbricate per osannarlo; ma su You Tube potete trovarne delle migliori, a cominciare da quella ad hoc per il Nobel…a questo punto, ahimè!, mancato). E come hanno osato assegnarlo a Barak invece che a Silvio? A un “abbronzato”, poi!? Che ha pure trent’anni meno di lui! Incredibile. Chissà che travasi di bile, povero Cav. Che cumulo di amarezza, per questa incomprensione da parte di qualcuno nel mondo. E quante escort gli saranno occorse per superare questo momento difficile. Sì, mi sento solidale al pover’uomo. Che, addirittura, ora viene soccorso dalla figliola Marina. Che ripete, come una scimmietta ammaestrata, le parole paterne: complotto, comunisti, sentenze pilotate, persecuzione giudiziaria, stampa in mano alla sinistra, lui è legittimato dal popolo. Si è persino spinta – udite, udite! – a dichiarare che quando sente Antonio Di Pietro parlare, lei “si vergogna di essere italiana”. Fa bene. Se gli italiani fossero tutti come Silvio e Marina (talis pater, talis filia), sarebbero molti altri, dalle Alpi al Lilibeo, a vergognarsi di condividere la cittadinanza con loro. A cominciare da chi scrive.

Angelo d'Orsi

(12 ottobre 2009)


da Micromegaonline

Il nuovo accordo separato completa l'operazione reazionaria avviata da imprenditori, governo, Cisl e Uil con la controriforma del sistema contrattuale

I contratti separati sfidano la Cgil

Una nuova, profonda ferita alla democrazia italiana si sta aprendo in queste ore, con la ormai certa firma dell'accordo separato che cancella il contratto nazionale dei metalmeccanici. Fim-Cisl e Uilm, in rappresentanza di una minoranza di tute blu, si apprestano a varare con Federmeccanica un testo contestato dalla Fiom e pretendono di imporlo alla totalità dei lavoratori. Senza neanche aver chiesto loro un'opinione sulla decisione unilaterale di cancellare il vecchio, condiviso contratto che avrebbe dovuto restare valido per altri due anni. Senza neanche sottoporre a referendum il nuovo testo partorito dall'accordo separato. Un modo per dire: i padroni del lavoro e della vita dei meccanici siamo noi, Fim e Uilm. È la dittatura della minoranza, la cancellazione di ogni regola su cui si fondava la zoppicante rappresentanza democratica dei lavoratori.Sono passati quarant'anni dall'autunno caldo e dalla firma - pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 - del più bel contratto dei metalmeccanici, frutto di una stagione di lotte che costruirono, con il contratto, l'unità sindacale, lasciandosi alle spalle gli anni bui segnati dall'egemonia padronale sui sindacati divisi e deboli. Nacquero i consigli di fabbrica con i delegati eletti dai lavoratori nei gruppi omogenei e non più nominati dalle sigle sindacali. Nacque la Flm, durò poco più di un decennio, spazzata via insieme ai consigli da una nuova stagione di restaurazione. Oggi le Rsu assomigliano più ai membri di commissione interna degli anni Cinquanta che ai delegati degli anni Settanta. Ma con il nuovo accordo separato, che completa l'operazione avviata da imprenditori, governo, Cisl e Uil con la controriforma del sistema contrattuale, si chiude anche questa stagione di democrazia zoppicante.Odio ideologico? Irrefrenabile desiderio di normalizzare ciò che nel mondo del lavoro non obbedisce ai richiami alla complicità? Cecità? Forse tutte queste cose. Non siamo nel '62, quando la reazione a un accordo separato firmato alla Fiat dalla Uil portò all'assedio della sede torinese di quel sindacato e ai durissimi scontri di piazza Statuto. Siamo nel 2009, certo, e alla Uil si è aggiunta la Cisl. Ma chi si appresta a infliggere il nuovo vulnus alla democrazia deve mettere in conto una reazione forte, magari non politicamente corretta. O è proprio lo scontro che si cerca, dopo averci sfiniti con i richiami alla moderazione, alla collaborazione, alla fine del conflitto? E chi avrà il coraggio di accusare di irresponsabilità quelle centinaia di migliaia di lavoratori, e non solo la Fiom, che rifiuteranno di beccarsi in silenzio l'ultimo schiaffone e di rispettare regole imposte per decreto? A meno che la notte non abbia portato buoni consigli: agli imprenditori che paventano una stagione di conflitto permanente, a Cisl e Uil finalmente convertite alla democrazia sulla via di Damasco. Ci piace sognare, non sarebbe il primo sogno infranto contro il muro della realtà.In questo clima avvelenato, con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni che accusa di delinquenza comune la Fiom, rimediando così l'ovvia querela del segretario dei metalmeccanici Cgil Gianni Rinaldini, la confederazione di Epifani deve scegliere: prendere atto che la vecchia unità sindacale è stata uccisa dalla controriforma del sistema contrattuale e dal prossimo accordo separato imposto alle tute blu, e che ci vorrà tempo per ricostruire rapporti e unità, magari imposto dal basso come avvenne nel '69; oppure anteporre, nella logica della «riduzione del danno», il primato di un'astratta quanto improbabile unità con Cisl e Uil ai contenuti, alla democrazia sindacale, al rapporto con i lavoratori, pensando che qualche marcia per il lavoro in Lombardia con chi (la Cisl) si batte per restaurare le gabbie salariali spazzate via nell'autunnno caldo, possa far risbocciare l'amore. Alla vigilia del congresso, una scelta è inevitabile.

di Loris Campetti
su il manifesto del 15/10/2009

11 ottobre 2009

Sono gli stessi giornali che piangono lacrime di coccodrillo contro l'informazione negata da questo governo


Quei cortei operai oscurati dalla "libera stampa"

Neppure la più scrupolosa ricerca vi consentirà di scovare, nei giornali di ieri, (ivi compresi quelli di area riformista) la più labile traccia dello sciopero generale dei metalmeccanici. Dell'evento si sono occupati solo Liberazione e qualche altro foglio della sinistra-sinistra. La rimozione totale compiuta da testate come La Repubblica e l'Unità della mobilitazione intrapresa, in condizioni di straordinaria difficoltà, dalla più grande categoria di lavoratori dell'industria è lì a dimostrare due cose, entrambe inquietanti. La prima è che la rivendicazione di un'informazione libera e indipendente, risuonata con forza sabato scorso in una piazza del Popolo gremita soffre di clamorose amnesie da cui è afflitta una parte cospicua di coloro che quella mobilitazione hanno sostenuto e persino promosso. La seconda è che il Pd vive la scesa in campo delle tute blu per lo meno con imbarazzo, considerandosi esso - nel suo insieme e nelle parti - assai più vicino alle tesi e alla pratica collaborazionista della Cisl e della Uil, vale a dire ad un sindacalismo che ha bandito dai propri "fondamentali" i concetti di democrazia e di autonomia. Queste elementari constatazioni spiegano molte cose del contorto mondo della politica italiana. In queste ore ci sentiamo sollevati e persino euforici per la sentenza con la quale la Consulta, cancellando il lodo Alfano, ha salvato la Costituzione e la democrazia da una vulnerazione grave e forse irreversibile. Sentiamo indebolita la protervia di cui Berlusconi fa quotidiano sfoggio. Sicchè l'arrogante sbocco di superbia da lui esibito dopo lo smacco incassato pare più la spia di un sentimento di paura che non di sicurezza. Eppure, proprio in questo momento di massima debolezza personale del caudillo di Arcore, emerge, sconfortante, lo stato di paralisi delle forze che dovrebbero innescare un processo di cambiamento. Tutto ciò che avviene si svolge nei santuari e nelle foresterie del potere. Tutti a dire che il governo non deve cadere. Da non crederci! Tutti: dal Pdl al Pd. Sì, anche il Pd, terrorizzato dal rischio di una contesa elettorale da cui teme di uscire con le ossa rotte. Non conta che il Paese sia allo stremo, non contano i tre milioni di persone in stato di povertà assoluta, i disoccupati a reddito zero e senza prospettive, non bastano la latitanza di una qualsiasi strategia di contrasto alla crisi, una legge finanziaria evanescente e atti di politica fiscale banditeschi.
Prevalgono il misero calcolo di bottega, il riflesso conservativo dettato dalla consapevolezza del proprio stato confusionale, dell'inconsistenza di una proposta davvero alternativa, capace di parlare alle classi subalterne e suscitare il coinvolgimento delle energie vitali del Paese. Prevale il puro controcanto polemico, la giaculatoria mediatica, dove tutto si risolve nel sembrare, piuttosto che essere, opposizione. Interclassismo ideologico e bipolarismo politico formano la camicia di forza nella quale si avvita senza prospettive la crisi culturale e politica del mai nato partito democratico. In questa grottesca situazione - dove tutto ciò che si muove, si compone e si scompone, è avulso dalla dinamica sociale - potrebbe essere proprio Berlusconi a coltivare l'idea salvifica delle elezioni anticipate, dell'appello diretto al popolo, dal quale egli ritiene di avere ricevuto un mandato assoluto. Il suo istinto gli dice una cosa vera, al di là del delirio onnipotente che ne descrive la patologia, e cioè che qualcosa di molto profondo si è innestato nella società italiana, nella nervatura della società civile, nel senso comune. Egli ne è l'espressione più corrotta e manigolda, ma attinge ad un brodo di coltura, di disinformazione, di assuefazione che è stato preparato, coltivato, nutrito con meticolosa, scientifica perseveranza, complice una sinistra condannatasi all'eutanasia. E' quello che con una scorciatoia letteraria chiamiamo "berlusconismo", osso da rosicchiare ben più duro del fondatore di Forza Italia perché destinato a sopravvivergli, deriva culturale profonda da indagare e contrastare con minore approssimazione di quanto colpevolmente non si faccia. Di questo torbido patrimonio di consenso Berlusconi potrebbe servirsi, trasformando le elezioni in un plebiscito, dal quale egli sente di poter uscire persino irrobustito, forte di un potere personale mai visto se non nel ventennio fascista. E allora? Allora la cosa peggiore è l'immobilismo, l'indifferente abulia di forze talmente poco alternative che ristagnano nel brodo di un liberismo (temperato?), incapaci di guardare persino a quel pezzo del mondo del lavoro ancora capace di iniziativa, di antagonismo sociale, di reattività politica e morale. E qui torniamo ai grandi cortei operai di oggi, trattati - lo ripetiamo - col malcelato disinteresse che si riserva ai fatti più marginali. Temiamo che la stessa sorte toccherà ai migranti, i quali il 17 ottobre manifesteranno per chiedere che l'art. 3 della Costituzione - quello in base al quale il lodo Alfano è stato dichiarato illegittimo - valga anche per loro. Ecco, finché l'opposizione non comprenderà che queste sono le risorse su cui far leva, Berlusconi e gli scalpitanti pretendenti al suo trono potranno dormire sonni tranquilli.

Dino Greco
Direttore di Liberazione
10/10/2009

Il Nobel della Pace a Obama?

Un premio di consolazione
di Atilio Borón

Con un’insolita decisione, il Comitato Nobel di Norvegia ha messo fine alla ricerca durata sette mesi tra i 250 pretendenti al Premio Nobel della Pace, conferendolo a Barack Obama. La decisione del Comitato norvegese ha provocato le più diverse reazioni a livello internazionale: dallo stupore ad una risata fragorosa. Le dichiarazioni del presidente di questo organismo, Thorbjorn Jagland, è stupefacente: “E’ importante per il Comitato dare un riconoscimento alle persone che lottano e idealiste, ma non possiamo fare questo tutti gli anni. Talvolta dobbiamo addentrarci nel regno della realpolitik. In fin dei conti è sempre un misto di idealismo e realpolitik ciò che può cambiare il mondo”. Il problema con Obama sta nel fatto che il suo idealismo si pone sul piano della retorica, dal momento che nel mondo della realpolitik le sue iniziative non potrebbero essere più in contrasto con la ricerca della pace.
Secondo Robert Higgs, specialista in bilanci militari dell’Indipendent Institute di Oakland, California, il modo con cui Washington elabora il bilancio della difesa nasconde sistematicamente il suo reale ammontare. Nell’analizzare le cifre sottoposte al Congresso da George W. Bush per l’anno fiscale 2007-2008, Higgs conclude che esse rappresentano poco più della metà della cifra che sarebbe stata effettivamente stanziata, e che arriverebbe addirittura a superare la barriera, impensabile fino allora, di un bilione di dollari. Vale a dire di un milione di milioni di dollari. E ciò avviene perché, secondo Higgs, alla somma inizialmente assegnata al Pentagono occorre aggiungere le spese relative alla difesa fatte fuori dal Pentagono, i fondi straordinari richiesti dalle guerre di Iraq e Afghanistan, gli interessi accumulati attraverso l’indebitamento in cui incorre la Casa Bianca nell’affrontare tali spese e quelle che hanno origine dall’assistenza medica e psicologica dei 33.000 uomini e donne che sono stati feriti nel corso delle guerre degli Stati Uniti e che richiedono un grosso stanziamento all’Amministrazione Nazionale dei Veterani. Obama non ha fatto assolutamente nulla per contenere questa infernale macchina di morte e distruzione, e quando per bocca della sua Segretaria di Stato denuncia le “spese sproporzionate in armamenti”, invece di riferirsi alla trave nei suoi occhi, oggetto delle sue critiche è la pagliuzza Venezuela bolivariana!
Obama ha aumentato i bilancio per la guerra in Afghanistan nello stesso momento in cui prevede di aumentare il numero dei soldati dispiegati in quel paese; le sue truppe continuano ad occupare l’Iraq; non ci sono segnali di revisione della decisione di George Bush Jr. di attivare la Quarta Flotta; fa passi avanti un trattato ancora segreto per dislocare sette basi nordamericane in Colombia, e si parla di altre cinque che verrebbero ad aggiungersi, e in questo modo Obama partecipa alla preparazione (o si rende complice) di una nuova scalata bellicista contro l’America Latina; mantiene il suo ambasciatore a Tegucigalpa, quando praticamente tutti gli altri se ne sono andati, e in tal modo spalleggia i golpisti honduregni; conserva il blocco contro Cuba e non manifesta alcun turbamento di fronte all’ingiusta reclusione dei cinque lottatori antiterroristi incarcerati negli Stati Uniti. E’ chiaro, il Comitato norvegese periodicamente assume decisioni deliranti – non si sa se causate dalla sua ignoranza degli avvenimenti mondiali, da pressioni opportunistiche oppure dalle delizie dell’acquavite norvegese, il che si traduce in iniziative così assurde come quest’ultima. Ma, se a suo tempo è stato concesso il Premio Nobel della Pace a Henry Kissinger, correttamente definito da Gore Vidal come il maggiore criminale di guerra che se ne vada tranquillamente per il mondo, perché avrebbero dovuto negarlo a Obama, soprattutto dopo lo sgarbo subito ad opera di Lula a Copenhagen? La realpolitik esigeva che si riparasse immediatamente a questo errore. Perché, dopotutto, come ha dichiarato lo stesso Presidente degli Stati Uniti nell’apprendere del suo premio, ciò rappresenta “la riaffermazione della leadership nordamericana in nome delle aspirazioni dei popoli di tutte le nazioni”. Così, in un improvviso attacco di “realismo”, i compari del Comitato hanno aggiunto il loro granello di sabbia al rafforzamento della declinante egemonia statunitense nel sistema internazionale.

www.rebelion.org/
Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it/

*Atilio Borón è Titolare di Teoria Politica e Sociale alla Facoltà di Scienze Sociali di Buenos Aires, Argentina. Insignito nel 2009 all’Avana del Premio Internazionale José Martí, collabora a numerose testate di vari paesi.

10 ottobre 2009

“Il mistero di Sindona”, di Nick Tosches, prefazione Gianni Barbacetto, Alet Editore

Sindona, Gelli, Luigi Berlusconi

“Il mistero Sindona” riappare in versione “non censurata”. Negli anni di Craxi un editore di fede socialista aveva sfumato nomi e intrighi per non urtare il primo ministro che aveva regalato la diretta Tv a Silvio Berlusconi.
La classe dirigente di una Milano ancora “capitale morale” d’Italia è distratta e già poco incline a interrogarsi sull’odore dei soldi che scorrono silenziosamente sotto i suoi occhi. La business community è efficiente ma sbadata. Sospettosa, invidiosa e maldicente nei confronti dei nuovi arrivati, degli outsider diversi dagli uomini con le radici saldamente piantate nel potere dell’industria e della finanza del Nord. Si chiamassero Michele Sindona o, più tardi, Salvatore Ligresti, oppure Silvio Berlusconi, i nuovi arrivati sono dapprima trattati con sufficienza. Ma basta poco a farli accettare: il potere, i soldi e gli intrecci con la politica vincono ogni resistenza. Così gli outsider conquistano Milano, sempre pronta a dimenticare – in nome del potere e dei dané – non solo lo stile, ma anche la decenza.
C’erano il Sessantotto, i fermenti sociali, le bombe nere, poi il terrorismo rosso. Chi ha occhi per la silenziosa penetrazione dei soldi sporchi nella finanza italiana? Chi ha voglia di vedere l’illegalità che si mangia la politica? Così nessuno ha niente da ridire neppure del curioso successo della sindoniana Interfinanziaria S.p.a., sede a Milano, ma – lo racconterà poi una relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia – venti sportelli nella depressa provincia di Agrigento che riescono a far affluire ben quattro miliardi e mezzo di lire nelle casse della società. Come? Promettendo un tasso d’interesse più che doppio di quello praticato dalle altre banche e scatenando una caccia ai depositi realizzata da promotori finanziari d’ec­ce­zione: i parenti dei mafiosi locali, assunti come ricercatori di clienti.
Senza conseguenze perfino il segnale lanciato dall’ambasciatore Roberto Gaja, che nel 1975 rifiuta di partecipare a New York a una manifestazione di italoamericani in onore di Sindona, spiegandone le ragioni in un rapporto di fuoco inviato al Ministero degli esteri a Roma. Resta inascoltato, come ricorda la sentenza di Palermo nel processo per mafia al più tenace dei suoi sostenitori politici, Giulio Andreotti, dove è scritto che “il collegamento di Sindona con la mafia italoamericana era ben presente anche all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti”.
Senza risultato, nei primi anni Settanta, anche il durissimo rapporto della Banca d’Italia che conclude un’ispezione agli istituti di Sindona: “Irregolare, alterata o omessa registrazione di fatti di gestione; tenuta di una seconda contabilità economica riservata; riserva obbligatoria inferiore al dovuto” e “altre numerose irregolarità nel settore valutario”. Gli ispettori propongono già allora il commissariamento della Banca Unione e la liquidazione coatta della Banca Privata Finanziaria. Invece interviene la politica: Giulio Andreotti, in quel momento presidente del Consiglio, induce il governatore di Bankitalia Guido Carli a non intervenire; e resta ferma anche la magistratura (andreottiana) del Palazzaccio romano.
Sindona può continuare i suoi giochi di prestigio. Il preferito consiste nell’utilizzare i soldi dei clienti per finanziare le società del gruppo, per fare acquisizioni (come nel caso della Franklin Bank), o per altre operazioni illegali: i capitali sono parcheggiati in “depositi fiduciari” presso banche estere compiacenti e poi riversati in società estere controllate da Sindona.
In nome dell’anticomunismo tutto è possibile. Anche l’al­leanza con Cosa nostra: proprio in questo libro Sindona dice a Nick Tosches che gli Alleati, al momento dello sbarco in Sicilia, si servirono di Lucky Luciano e della mafia “per procurarsi l’aiuto necessario a sconfiggere il nemico comune”. “Il fine giustificava i mezzi”, commenta Sindona, pur esibendo un filo di distacco. Il distacco cade quando si tratta dei propri fini e dei propri mezzi. Nell’estate più calda della crisi sindoniana, il 2 agosto del 1979, il bancarottiere scompare da New York. Si fa vivo un fumettistico “Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore”. Comunica di avere rapito Sindona. In realtà il bancarottiere compie, fino al 16 ottobre, un rocambolesco giro da New York all’Europa, con tappa ad Atene e approdo in Sicilia. A gestire questo strano viaggio è una composita fauna di personaggi: alcuni appartengono al mondo della massoneria, altri al mondo della mafia, altri ancora a entrambi. Sindona è nelle mani di Joseph Miceli Crimi, esperto di riti esoterici e chirurgie plastiche, di John Gambino, boss di Cosa nostra americana, e di Vincenzo e Rosario Spatola, boss di Cosa nostra siciliana.
Sul “rapimento” di Sindona indagano due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, due segugi che contemporaneamente svolgono l’inchiesta sull’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Scopriranno che, dietro le quinte del finto sequestro, si muove la strana compagnia massonico-mafiosa e che, dietro il killer arrivato dall’America, c’è Sindona come mandante. Ma, a sorpresa, indagando sugli amici e sostenitori del bancarottiere, faranno una scoperta inaspettata: durante una perquisizione nell’azienda di Licio Gelli, la Giole di Castiglion Fibocchi, il 17 marzo 1981 trovano gli elenchi degli iscritti alla loggia P2. Così appare finalmente chiaro il livello dei rapporti e delle connessioni che sostengono Sindona e il grado d’inquinamento delle istituzioni. Un terremoto istituzionale, una ferita ancora non del tutto rimarginata.
Molti anni dopo l’ultimo, misterioso viaggio in Sicilia di Sindona, un uomo di Cosa nostra, Marino Mannoia, racconterà che il bancarottiere aveva trascorso una parte del suo “rapimento” siciliano in una villa messa a disposizione dagli Spatola. E riferirà le confidenze che aveva ricevuto dal capo dei capi, Stefano Bontate: «Come Gelli faceva investimenti per conto di Calò, Riina, Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziari per conto di Bontate e Inzerillo». Un altro “uomo d’onore”, Gaspare Mutolo, aggiungerà: «A Sindona erano state affidate ingenti somme di denaro da parte dei principali esponenti di Cosa nostra». Ed elenca: Pippo Calò, Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Totò Riina. Dunque Sindona era diventato consulente prezioso anche della mafia palermitana di Bontate e dei suoi alleati negli Stati Uniti, che insieme avevano fatto fare a Cosa nostra il grande salto imprenditoriale ed erano diventati monopolisti del traffico dell’eroina raffinata in Sicilia e venduta in America, nel più grande mercato del mondo.
Eppure, alla domanda diretta di Nick Tosches su quali fossero le banche usate dalla mafia, Sindona si assolve, tirando invece un colpo mancino a un giovane compagno di loggia. Risponde: «In Sicilia, il Banco di Sicilia, a volte. A Milano, la piccola Banca Rasini in piazza Mercanti». Sindona non può sapere ciò che succederà nei decenni seguenti: il figlio del direttore generale della Rasini, come lui iscritto alla P2, dopo aver fatto i suoi primi affari con i soldi della Rasini, farà una grande carriera imprenditoriale e poi politica. Ma questa è un’altra storia.
(ndr\1970: Luigi Berlusconi, procuratore della Banca Rasini perfeziona l’acquisto di una quota di una banca di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Bank Nassau che ha per consiglieri di amministrazione Gelli, Sindona, Roberto Calvi e monsignor Marcinkus, direttore dello Ior, banca vaticana).
Sindona è un caso perfetto dell’uomo di potere italiano, nutrito dell’ideologia, opportunamente semplificata, del Principe. Machiavelli assume come suo modello il duca Cesare Borgia, che aveva fatto dell’omicidio, della strage e dell’inganno la via per raggiungere il potere. In altre culture tutto ciò appare insostenibile, tanto che – come ricorda Roberto Scarpinato nel suo Il ritorno del Principe (scritto con Saverio Lodato) – Adam Smith “rimase agghiacciato dall’ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento”. In culture diverse da quella italiana, “vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale. Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell’ombra.
“La differenza dell’Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania, sembra essere l’irredimibilità di significative componenti delle sue classi dirigenti, incapaci – a differenza delle classi dirigenti di quei paesi – di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabilizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati”.
Sono passati alcuni decenni dall’avventura tragica raccontata in questo libro. Ma l’Italia, strage dopo strage, omicidio dopo omicidio, crac dopo crac, sembra essere restata il Paese dell’eterno machiavellismo, il Paese di Sindona.
di Gianni Barbacetto

7/10/2009
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Gianni Barbacetto è tra i fondatori e poi direttore del settimanale Società Civile. Collaboratore del Mondo, Europeo, Diario, Anno Zero di Santoro e Blu Notte di Lucarelli. Fra i suoi libri (con Marco Travaglio e Peter Gomez) “Mani sporche, così destra e sinistra hanno mangiato l’Italia”. “Il guastafeste 2, ecc. Ha curato il “Dossier Dell’Utri”. Bibliografia essenziale Corrado Stajano, Un eroe borghese, Einaudi, Torino 1991 Sindona. Atti d’accusa dei giudici di Milano, Editori Riuniti, Roma 1986 Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos edizioni, Milano 1996 Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere, Milano 2008 Lombard, Soldi Truccati. I segreti del sistema Sindona, Feltrinelli, Milano 1980 Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1991 Giovanni Pellegrino, Proposta di relazione, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, XII legislatura, Roma 1995

8 ottobre 2009

Chissà se a questo signore è rimasto un briciolo di decenza istituzionale? Certamente no al suo scudiere leghista che evoca popoli inesistenti

Ora Berlusconi
se ne vada
A desso Berlusconi, il corruttore dell'avvocato Mills, si dimetta e si vada alle elezioni anticipate. Lo abbiamo chiesto mesi fa e lo richiediamo oggi, il Presidente del Consiglio non ha l'autorità morale per guidare il paese, è un corruttore come testimoniano gli atti processuali. La Costituzione repubblicana è nata dalla lotta di resistenza, la sentenza della Corte Costituzionale le rende giustizia e non ci fanno paura gli strepiti e i ricorsi alla piazza che minaccia la destra. Difenderemo la Costituzione con la più vasta mobilitazione popolare da chi la vuole piegare, in continuità con il progetto eversivo della P2, ai voleri dei potenti. Proponiamo inoltre alle forze democratiche di fare un accordo per una brevissima legislatura di garanzia costituzionale che approvi la legge sul conflitto di interessi, cancelli le misure sulla giustizia approvate dal governo Berlusconi e approvi una legge elettorale proporzionale che superi l'attuale legge truffa la quale regala ad una destra minoritaria nel paese la maggioranza dei deputati eletti.
Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, Gianpaolo Patta
08/10/2009

7 ottobre 2009

Una beffa vedere la legge e la politica che si riappropriano degli spazi della democrazia sindacale e della contrattazione

Il governo riporta indietro di 20 anni le lancette del diritto del lavoro nel pubblico impiego

La controriforma della pubblica amministrazione, il cui iter legislativo si concluderà con i decreti attuativi della legge delega 15, viene oggi presentata quasi come fosse un elemento nuovo del dibattito. In realtà l'incontro tra Governo e parti sociali di ieri non aggiunge nulla di nuovo. L'epilogo dell'iter legislativo, durato 14 mesi, può essere commentato come ne commentammo la genesi: una controriforma imposta senza confronto, senza spazi di intervento per le organizzazioni sindacali, ma soprattutto un provvedimento che riporta indietro di 20 anni le lancette del diritto del lavoro nel pubblico impiego, riconsegnando alla politica il pieno dominio sulla pubblica amministrazione.

All'indomani della morte di Gino Giugni, appare davvero una beffa vedere la legge e la politica che si riappropriano degli spazi della democrazia sindacale e della contrattazione.

Una legge contro la quale l'Fp-Cgil ha messo in campo un movimento ampio, una grande mobilitazione, e sulla quale il nostro giudizio assai negativo permane. Questa controriforma sarà presto misurabile in base alle performance della nostra pubblica amministrazione. Già oggi possiamo dire che, al netto del populismo con cui si manipolano i dati sulle assenze, i servizi nel nostro paese non hanno giovato affatto di quella che viene impropriamente chiamata "cura Brunetta", che in realtà appare più come un rimedio miracoloso, di quelli che gli imbonitori del vecchio West vendevano promettendo la guarigione da tutti i mali.

La nostra organizzazione proseguirà la propria strada, operando attraverso la contrattazione la correzione delle norme più odiose di questa controriforma, come già fatto con i contratti di enti locali e sanità, che ne neutralizzano i tratti più smaccatamente punitivi.

Nel frattempo attendiamo la convocazione da parte del Governo del tavolo chiesto unitariamente da Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa. In quella sede sarebbe utile affrontare un rilancio partecipato, magari non urlato e che non faccia "prigionieri", della nostra pubblica amministrazione e dei servizi collettivi. Rilancio che a nostro avviso non può che partire dal rinnovo dei contratti.

In caso contrario, in assenza cioè di risposte concrete, dopo un anno e mezzo di chiusure e forzature, e soprattutto in assenza di soluzioni efficaci per la modernizzazione del sistema, la nostra mobilitazione sarà inevitabile.

Carlo Podda
Segretario Generale FP CGIL Nazionale
06 ottobre 2009

4 ottobre 2009

Una Repubblica delle banane? Poniamo questa domanda di fronte all'incomprensibile atto del Presidente


No. Napolitano non doveva firmare la legge sullo scudo fiscale. Proprio non doveva

E, francamente, riesce incomprensibile come egli non sia stato attraversato neppure dal più esile dubbio. Ognuno comprende che il rinvio del provvedimento alle Camere non sarebbe forse stato risolutivo, potendo il Parlamento reiterarne l'approvazione e mettere così fine al contenzioso con il Colle, a quel punto obbligato ad una formale ratifica. Eppure, il gesto sarebbe stato di grande significato, politico e morale. Avrebbe indicato a tutto il Paese che siamo di fronte ad una gravissima vulnerazione costituzionale, oltre che ad una patente ingiustizia. E non è scontato che un pronunciamento contrario, che un atto di argomentato dissenso, autorevole come quello manifestato dal Presidente della Repubblica non avrebbe potuto aprire una breccia nella maggioranza, già percorsa da non troppo latenti divisioni. Peggio, poi, se alla base della decisione di Napolitano vi fosse davvero la convinzione che quella legge vergognosa non rappresenti - come ad ogni effetto é - un'amnistia, un condono tombale regalato a chi ha così platealmente violato ogni regola, un ceffone in pieno viso a quanti fanno sino in fondo il proprio dovere ed un obiettivo incoraggiamento all'evasione fiscale. Gli stessi organi dello Stato volti alla lotta contro la criminalità organizzata e impegnati a scovare e debellare pratiche e comportamenti fraudolenti non riceveranno certo da questa tristissima vicenda un impulso a rendere più efficace la propria azione.

Dino Greco
direttore di Liberazione

Scudo fiscale: il Segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero

"La firma di Napolitano è una grande delusione e un errore"

“Nel più assoluto rispetto delle prerogative del Capo dello stato, attraverso l’annuncio della firma che trasformerà in legge lo scudo fiscale il presidente Giorgio Napolitano dà una delusione davvero grandissima non solo a Rifondazione comunista e alla sinistra, ma ai tantissimi italiani onesti e coscienziosi che si aspettano dalle autorità istituzionali la tutela rigorosa dei principî costituzionali e della legalità. Nello stesso momento in cui – di fronte alla tragedia annunciata di Messina – il capo dello stato formula il richiamo più appropriato circa l’esigenza di anteporre la sicurezza del territorio e dei cittadini alla politica del fasto e delle grandi opere, l’annuncio della firma per la scudo fiscale non trova invece alcun suffragio concreto e risulta quasi contraddittorio. Pr quanto il Quirinale sostenga un’opinione diversa, lo scudo fiscale si prospetta come amnistia a tutti gli effetti; di conseguenza anche l’approvazione a maggioranza semplice è stata del tutto incostituzionale. Continuare a fare condoni continua a alimentare il fatto che a pagare le tasse sono sempre gli stessi, i pensionati e i lavoratori; mentre i ricchi non le pagano perché ogni tot anni sanno già che pagano il due per cento. I cittadini hanno bisogno del presidente che esorta a investire nella sicurezza anziché nelle grandi opere, non di quello che dà il via libera allo scudo fiscale: hanno bisogno del rigore e la tutela rispetto a interessi forti e particolari da parte delle massime cariche dello stato”.

2 ottobre 2009

Stragi sul lavoro made in Italy. Indagati gli ex dirigenti per omicidio colposo. A Praia centinaia di vittime


La Marlane non c'è più ma ancora fa morire

Ci sono voluti dieci anni per terminare le indagini. Nel frattempo il mucchio di morti s'è fatto sempre più impressionante. Centocinquanta tra decessi e malati, tutti operai della Marlane. Ma la cifra è provvisoria. Praia a Mare, provincia di Cosenza. Qui la fame di lavoro è diventata l'orrore del cancro per decine di operai. Alla gola, ai polmoni, alle vesciche, utero, mammelle. Il cromo 6, il cromo isovalente, una delle tante sostanze ritrovate, attacca qualsiasi organo vitale. E l'incubo continua. La tintoria "tops", dove tingevano la lana e altre fibre sintetiche, è stata smantellata e rottamata da tredici anni, e la tintoria "pezze" è stata ammodernata all'inizio degli anni '90 ma solo nel 96 è stata isolata dagli altri reparti. Ma i veleni covano ancora nel sottosuolo, dove sono stati seppelliti i rifiuti tossici, tra la fabbrica e la spiaggia. Il fascicolo appena chiuso dalla Procura di Paola ipotizza il reato di omicidio colposo a carico di dodici indagati, frutto dell'accorpamento di tre procedimenti sulla connessione tra i decessi e l'uso di coloranti azoici (con ammine aromatiche) e un mix di altre sostanze tossiche.
I telai avevano freni con pasticche di amianto che si consumavano rapidamente e i tubi e le guarnizioni erano ricoperti dalla stessa sostanza. Ma già si sapeva da mezzo secolo che l'amianto è velenoso. Omicidio sì, ma volontario e doloso. Gli avvocati delle vittime chiederanno certamente la trasformazione del capo d'accusa. «Ma quei dirigenti devono essere incriminati anche per disastro ambientale - dice Ciro Pesacane del Forum Ambientalista che indice un dibattito per martedì prossimo a Praia - l'impresa sembra facesse lavorare i suoi operai senza alcun rispetto delle norme sulla sicurezza».
«I primi decessi sono avvenuti nel '73 - ricorda a Liberazione , Luigi Pacchiano, dal '69 al '95 operaio della Marlane, ammalato di cancro dal '93 - erano due compagni di 35 anni». Era un'ambiente di lavoro terribile, invaso da polvere, fumi, vapori e cattivi odori. «Durante l'estate dovevamo scappare fuori perché era impossibile respirare». Mai una visita medica, nessuna misura di protezione. Qualcuno, se l'azienda lo riteneva opportuno, riceveva mezzo litro di latte al giorno. «Dicevano che si sarebbero disintossicati. Allora lo sapevano che eravamo a rischio».
La fabbrica comincia nella seconda metà degli anni '50 come Lanificio di Maratea R2, sforna soprattutto divise militari per il conte Rivetti, sceso da Biella per sfruttare con 3 fabbriche la Cassa del Mezzogiorno. «Sembrava la manna dal cielo», ricorda ancora Pacchiano. Duemila le donne e gli uomini calabresi e lucani che lavorarono negli stabilimenti del Conte. Quando Pacchiano arriva da Maratea in fabbrica già non c'erano più muri divisori tra un reparto e l'altro. Erano stati abbattuti per fare spazio a uomini e macchine del Lanificio R1 arrivati con i reparti tessitura, orditura e incollaggio. «Eravamo incastrati tra filatura, tintoria e finisaggio, l'"apparecchio umido"». I veleni si propagavano su tutto l'ambiente di lavoro. I primi a subirne gli effetti sono stati gli addetti alla tintoria e chi gli lavorava vicino. Nel frattempo la ditta viene assorbita dall'Eni Lanerossi. «I coloranti venivano miscelati a mani nude in un secchio e li mescolavano con un bastone, poi versati nelle vasche, aperte anche loro». Tutto ciò fino all'inizio degli anni '90. Gli aspiratori c'erano. «Ma non funzionavano e non sarebbero stati sufficienti». La polvere nera entrava nella gola, nelle narici. Si pisciava colorante.
Nell'87, il gruppo Lanerossi viene svenduto, come l'Alfa e la Cirio, dall'Iri di Prodi alla Marzotto per una cifra, 173 miliardi, inferiore alla multa di 261 miliardi che l'Italia pagò all'Ue per l'illecito finanziamento fatto alle aziende parastatali per renderle appetibili per le privatizzazioni. Inizia un decennio di smantellamenti progressivi ed esternalizzazioni.
Intanto, sono cominciate le denunce. Il primo è Luigi che si ammala nel '93. Un anno dopo l'Inail gli riconosce la malattia professionale ma l'azienda si rifiuta di trasferirlo dalla postazione "tossica". Due anni dopo è costretto alle dimissioni. La sua battaglia ha vinto i primi due gradi di giudizio ma la Marzotto sta provando a fare melina in Cassazione. In questo momento c'è una trentina di gruppi di lavoratori o di loro eredi che hanno denunciato e altre decine sono in attesa di costituirsi in giudizio.

Checchino Antonino
Liberazione
01/10/2009