29 settembre 2009

Comunisti, Verdi e sinistra socialista avanzano. I primi in Portogallo, i secondi in Germania. Disfatta della SPD


Germania e Portogallo: forte successo delle forze anticapitaliste

Il voto di ieri in Germania e Portogallo, due paesi che fanno parte dell’Unione Europea e che in questi mesi sono stati colpiti, pur se con modalità differenti, dalla crisi economica, ha fatto registrare un’avanzata delle forze comuniste e di sinistra, mentre la socialdemocrazia paga pesantemente, in entrambi i casi, il fatto di essere forza di governo assolutamente omologata al sistema neoliberista ed euro-atlantico.In Germania, a pagare il prezzo maggiore per le politiche della Grande Coalizione sono proprio i socialdemocratici (SPD) di Steinmeier, inchiodati ad un umiliante 23% e 146 seggi, perdendo oltre il 10% di consensi e 76 seggi rispetto al 2005. Contemporaneamente, la vittoria dell’attuale Cancelliere Angela Merkel e del suo progetto di alleanza di governo organica con i Liberali (FDP) è dovuta assai più a questi ultimi che alle forze di centro-destra della CDU/CSU. I liberali, infatti, hanno ottenuto un brillante 14,6% e 93 seggi (dal 7,4% e 61 seggi del 2005), mentre CDU/CSU si sono fermate al 33,8% (contro il 35,2% del 2005), guadagnando però qualche seggio (239 contro 226). In un contesto difficile, nel quale si registra anche la più bassa affluenza alle urne degli ultimi anni (72%), il risultato ottenuto dalla Die Linke di Gysi e Lafontaine acquista ulteriore valore, a conferma della crescita costante di questi ultimi anni. Alle elezioni legislative del settembre 2005 questa forza politica - sorta nel luglio dello stesso anno dalla fusione tra il Partito del Socialismo Democratico (erede della SED, al governo in quella che era stata la DDR) e la WASG di Lafontaine, che aveva rotto con i socialdemocratici dell’allora Cancelliere Schroeder sulla riforma dello stato sociale - aveva ottenuto l’8,7% dei consensi e 54 seggi, determinando un elemento di grande novità nel panorama politico della Germania riunificata: per la prima volta dal secondo dopoguerra, un’organica rappresentanza politica collocabile a sinistra della SPD entrava a far parte del Bundestag. Da allora, la forza del partito è cresciuta ad est come ad ovest, fino alle europee ed alle regionali dell’estate appena trascorsa. Se alle europee la Linke ha ottenuto il 7,5%, passando da 7 a 8 europarlamentari, alle elezioni legislative svoltesi ieri ha visto accrescere i propri consensi fino all’11,9% e 76 seggi, candidandosi come la vera opposizione sociale e politica alle misure antipopolari che la nuova coalizione di governo tra CDU/CSU e Liberali sarà costretta ad adottare.In Portogallo, in un contesto di forte astensione, si è assistito ad una forte polarizzazione del voto, dinamica in parte già emersa anche in occasione delle recenti elezioni europee. Il Partito Socialista (PS) di Socrates, da solo al governo nella legislatura appena terminata, ha perso la maggioranza assoluta, fermandosi al 36,56% e 96 seggi, contro il 45% e 121 seggi delle politiche anticipate del febbraio 2005. Un voto che segna una grande disillusione popolare nei confronti del partito e delle politiche adottate dal governo, tutte di segno neoliberale e di fatto in continuità di fatto con il precedente governo di destra, che hanno finito per impoverire il paese e colpire i diritti ed i salari dei lavoratori, come lo stato sociale. Sul fronte delle forze conservatrici e di destra, il Partito Socialdemocratico (PSD) ottiene un risultato non certo brillante (29% e 78 seggi), a tutto vantaggio del Centro Democratico Sociale (CDS/PP), che, con il 10,46% e 21 seggi, ottiene il miglior risultato dal 1982. A sinistra del PS, avanzano tanto il Bloco de Esquerra (BE), formazione politica della sinistra radicale e di alternativa, quanto la Coalizione Democratica Unita (CDU), formata dal Partito Comunista Portoghese (PCP) con Verdi e indipendenti. La prima, confermando il buon risultato delle recenti europee (dal 4,9 al 10,8%; da 1 a 3 deputati), ha ottenuto quasi il 10% dei consensi e 16 seggi (contro il 6,4% e 8 seggi del 2005), mentre la CDU ha sfiorato l’8% dei voti aggiudicandosi 15 seggi (nel 2005 era al 7,57% e 14 deputati). A dimostrazione che le lotte contro le misure imposte dal governo socialista organizzate in questi anni dalla sinistra e dai comunisti insieme al sindacato CGT-IN pagano anche elettoralmente. “Una politica ingiusta imposta con arroganza”, ha commentato Jeronimo de Sousa, Segretario del PCP, a caldo, subito dopo l’esito del voto. Per poi aggiungere: “La perdita della maggioranza assoluta costituisce un elemento di grande importanza nel quadro della lotta contro le politiche di destra e per un cambiamento deciso nella vita politica nazionale”. Una “rottura”, insomma, con le politiche adottate in questi anni tanto dal precedente governo dei destra (PSD/CDS), quanto dall’attuale guidato dal PS, come elemento centrale per ogni discussione sul futuro dei paese e sui suoi assetti di governo. Tocca ai socialisti decidere se continuare a governare come hanno fatto fino ad oggi, magari imbarcando pezzi di centro-destra, oppure aprire una nuova fase nella vita del Portogllo.

Claudio Grassi e Marcello Graziosi

22 settembre 2009

«Pace subito», una voce gela il rito di Stato


La retorica delle parole, delle bandiere, delle preghiere

Il dolore sincero, profondamente vissuto e ormai a vita radicato nei cuori e nelle menti è stato quello delle madri e dei padri, delle mogli e delle fidanzate, così come la tenerezza dei bambini, nell’indossare un basco amaranto che l’arcivescovo di Cagliari, nella diretta del Tg5, definisce come simbolo dell’eroismo dei sei soldati della Folgore morti a Kabul. Il prelato tiene a sottolineare più volte che l’esempio che avranno i piccoli figli dei militari oggi è l’eroismo dei loro padri, una stella che li guiderà nella vita.La retorica, come si può vedere, viene avanti con una indecenza che neppure la cultura di un uomo di chiesa riesce a trattenere. Il Comune di Roma distribuisce gratuitamente i tricolori da sventolare, quasi si trattasse di una manifestazione e non di un funerale e alcuni giovani, intervistati dal Tg1, a domanda rispondono: “Sì credo nella Patria, perché è un valore, perché ci difende e ci protegge”. Veramente è la “Patria” che chiede sempre di essere protetta e che quindi ha un esercito, delle brigate come la Folgore e tutto un complesso reticolo di comandi e controcomandi che ne fanno un mondo a parte molte volte, separato dalla vita civile.Un mio caro amico spesso mi dice: il contrario di militare è civile, quindi se ne desume che il militarismo è incivile. Il sillogismo non è azzardato, almeno se messo su un piano più che di logica aristotelica, di ideologia e quindi di pensiero. Obbedire, comandare, imbracciare armi è tutto tranne che civiltà.Se pensiamo che gli esseri umani siano nati e crescano per dividersi in obbedienti e comandanti, in civili e militari, allora possiamo anche smetterla di discutere, qui, subito.Se invece pensiamo che dietro al militarismo ci siano altri interessi, allora forse è possibile capire meglio perché l’eroismo è solo quello di chi crepa in un agguato talebano (che a seconda dei punti di vista potrebbe anche essere visto come un atto di resistenza alle truppe occupanti e non liberatrici…) e quindi merita tricolori a bizzeffe, funerali di Stato e omaggi internazionali da ogni dove, e chi, invece, muore perché precipita dall’alto di un ponteggio in un cantiere è solo una vittima della mancata sicurezza sui luoghi di lavoro.Gli eroi non esistono. Esistono solo uomini e donne che muoiono in circostanze diverse, e un lavoratore non fa meno di un militare per la cosiddetta “Patria”. Un lavoratore, nella mera visione di mercato, crea plusvalore, crea ricchezza per le industrie, contribuisce al Prodotto Interno Lordo del suo Paese. Un militare controlla le strade per via del decreto sicurezza, va a Baghdad e va a Kabul a sostenere la missione della Nato le cui regole di ingaggio non sono certo di sola difesa, ma anche di offesa. Altrimenti non si spiega la strategia dell’Alleanza atlantica che bombarda ogni settimana i villaggi dei civili perché sospetta che vi si nascondano i talebani.Quei talebani che controllano pienamente il 75% del territorio afghano e che, a quanto detto da alti comandi del nostro esercito, riescono a penetrare perfino nel territorio della capitale, dove non dovrebbe passare uno spillo di un cosiddetto “terrorista”. Invece entra una macchina piena di esplosivo e fa saltare un intero convoglio italiano proprio nel centro della città distrutta dalla guerra.Ma oggi è il giorno della retorica unificata: Chiesa e Stato si stringono le mani, piangono i morti e, con la voce pacata del sacerdote, mostrano l’unità popolare, l’amore per la vita, l’odio per la morte e la violenza. Contraddizioni si sprecano a piene mani. E solo una vera vicinanza al dolore dei famigliari fa sopportare la visione della cerimonia funebre.Poi accade qualcosa di inaspettato: mentre arcivescovo e concelebranti proseguono nel rito cristiano e invitano allo scambio di un “gesto di pace”, un uomo sale sull’altare e trova un microfono acceso, lo prende e si mette a urlare ritmicamente per cinque volte: “Pace subito!”. C’è disorientamento: Antonio Martino cerca di individuare da dove arrivi quella voce, un po’ come i fascisti di Amarcord alla ricerca del fonografo che suonava l’Internazionale nel buio della sera. Uno smarrimento che dura qualche istante. Poi si riprende.Ma, verso la fine, uno dei momenti più asintonici con la pace, l’amore e la fratellanza è la preghiera del paracadutista, il cui patrono è l’Arcangelo Gabriele. C’è sempre un santo per ogni cosa: Santa Barbara per gli artiglieri e Gabriele per i paracadusti. La preghiera è il peggio del peggio di un mistilinguismo clericale, fideistico e patriottardo.Un linguaggio che, per un pacifista, è una contraddizione in termini, una serie di ossimori che sono comunque benedetti da Santa Romana Chiesa.La preghiera più bella, anziché tante parole vuote e altisonanti al tempo stesso, doveva essere una domanda: “Perché obbedite?”. Perché vi piace obbedire, essere parte di un ingranaggio di comando che aliena le menti, che esercita passione nel cameratismo, nella disposizione ad una unità di intenti che viene svolta in nome dell’Italia ma di cui l’Italia non ha alcuna colpa o merito. Le missioni militari all’estero, a parte quella libanese di qualche tempo fa, sono state tutte missioni di supporto a guerre e non missioni di pace. Si sono intraprese per sostenere lo sforzo bellico americano e inglese prima in Afghanistan e poi in Iraq, così come in Kosovo o in Somalia.E non fu proprio in Somalia che molti nostri militari si comportarono in modo tale da sollevare inchieste e inchieste dove veniva scritto, da fonti diverse, che si erano verificati episodi di tortura verso le donne somale, stuprate con mezzi rudimentali, mentre gli uomini venivano messi alla gogna con i fili del telefono collegati ai testicoli…?Episodi? Sì certo, ma il militarismo e la guerra li provocano. L’esaltazione del combattimento, la paura e il terrore che nasce nel soldato, che resta un uomo e resta una donna, in fin dei conti… E allora, per esorcizzare questi sentimenti che vanno al di là della mente, il cameratismo è sempre utile e unisce in atrocità che altrimenti sarebbero impossibili.Accade così per i peggiori atti di nonnismo e accade così anche per queste barbarie che vengono commesse.Questo significa che il mondo militare non è solo il soldato che distribuisce le caramelle ai bambini, che li aiuta a prendere l’acqua alla fonte, che promette pace e la garantisce.La pace può avere molti nomi, essere definita come si vuole. Ma non sarà mai pace quella che viene da una guerra di conquista, di invasione, di una amministrazione governativa contro un popolo che ha tutto il diritto di scegliere il suo cammino di vita e che non deve farsi insegnare la democrazia da nessuno.C’è un’idea malsana di superiorità della “razza”, o di una nazione verso le altre nella concezione di “esportazione della democrazia”. C’è, alla fine di tutto, un bisogno di una ideologia conquistatrice per ottenere potere economico da risorse che altrimenti sarebbero imprendibili.E allora, rispetto e cordoglio alle famiglie dei soldati uccisi a Kabul, ma nessun rispetto per la retorica delle bandiere tricolori del Comune di Roma; per l’omelia dell’arcivescovo che mescola guerra e pace, amore e odio; per la preghiera del paracadusta e per quel corredo di suoni e colori, voluti dal ministro La Russa, che le Frecce hanno disegnato nel cielo di Roma.Solo quando avremo riportato tutti i soldati entro i nostri confini, solo allora potremo parlare agli afghani e agli altri popoli del mondo di pace. Fino ad allora saranno solo discorsi ipocriti, parole di prammatica.


Marco Sferini


22 Settembre 2009

17 settembre 2009

Repetita iuvant? ma tanto il governo se ne frega...non c'è nessun figlio di ministri tra gli occupanti in terra afghana


Via le truppe italiane, ora, subito, immediatamente
Drammaticamente niente di nuovo nello scenario della guerra afghana. Un ennesimo attentato dei talebani distrugge due veicoli “Lince” delle nostre truppe e provoca 6 morti tra i parà della Folgore e altri 4 feriti, questi ultimi non in pericolo di vita. Ci sono poi anche 10 morti tra i civili afghani e 55 feriti. Uno scenario grigio, denso del fumo che si leva dalle auto che bruciano, buchi nel terreno, grida e urla come sempre.Scrivendo ancora una volta sugli attentati nelle zone di guerra, che ipocritamente vengono chiamate “democrazie ristabilite” o luoghi per le “missioni di pace”, è difficile esprimere sentimenti, concetti e auspici diversi da quelli già scritti in passato.Tante e tante volte abbiamo detto che le vere missioni di pace non si fanno con soldati armati di tutto punto, sempre sull’allerta dell’attacco del nemico e con l’aperta ostilità della popolazione locale.Le cronache sono diverse: c’è chi, a destra, parla di ruolo internazionale di pace dell’Italia e di fedeltà all’Alleanza Atlantica e agli Usa, e chi, a sinistra, definisce tutto questo un prezzo da pagare all’imperialismo americano e agli equilibri mondiali che Washington tenta di disegnare nella grande scena del riposizionamento delle potenze emergenti come la Cina, l’India e il Giappone.Se poi fosse anche timidamente vero che i nostri soldati sono in Afghanistan per difendere la “democrazia”, ciò andrebbe a scontrarsi con l’assetto istituzionale che gli Stati Uniti hanno imposto a Kabul con il plenipotenziario Karzai, rieletto proprio in questi giorni con un voto che l’Unione Europea definisce “frode”, mettendo in forse ben un milione di voti ricevuti dal vicerè di Kabul che non riesce, con la sua polizia, a controllare neppure la capitale.Le zone meridionali del paese sono completamente in mano alla guerriglia talebana e non servono i bombardamenti della Nato a sconfiggere questa resistenza armata che si fa sentire ogni giorno e che, purtroppo, mette in discussione ogni tipo di sicurezza per le forze schierate dalla coalizione già detta “dei volenterosi”.Una volontà di espansione economica, non certo di allargamento dei diritti sociali e civili degli afghani che vivono in un inferno di passaggio tra il passato teocratico degli studenti coranici, ancora ben presenti nella loro vita, e un futuro di corruzione politica che promana tutto dal nuovo ordine costituzionale.Piangere la morte dei nostri soldati è gesto pietoso che lasciamo al dolore delle famiglie. E’ anche inutile fare i grilli parlati, ripetere alla noia che dobbiamo ritirarci immediatamente dalle operazioni militari in Afghanistan e riportare le truppe entro le nostre caserme.Il Governo sa che, come comunisti, chiediamo da sempre il ritiro delle truppe hic et nunc. Il Governo sa, ma piangerà invece lacrime di coccodrillo e dirà che la grande crociata per la democrazia continua e che la stabilità sociale dell’Afghanistan dipende anche dalla presenza italiana ad Herat, a Kabul e in quelle vie dove saltano in aria i nostri mezzi con a bordo i soldati.Non è una pioggia di parole retoriche dirlo, anche se può sembrare ripetitivo e inutile: è necessario disimpegnarsi da qualunque teatro di guerra. Anzitutto per rientrare nel pieno rispetto della Costituzione della Repubblica, e riconsegnare alle Forze armate il loro ruolo di esclusiva difesa del Paese da offese esterne. In secondo luogo per disconoscere la politica di occupazione americana (e non solo) dell’Afghanistan che ha tutto il diritto, dopo una guerra di aggressione, di vivere la sua faticosissima ricostruzione con aiuti internazionali che non siano portati con i fucili e con i carri armati, ma da associazioni umanitarie, capaci di farsi riconoscere come tali dalla popolazione e quindi di entrare in completa sintonia con i bisogni di ogni bambino, di ogni donna e anziano che oggi soffrono le pene più tremende a causa di attentati che hanno luogo solamente per la presenza occupante di truppe straniere.L’Italia ha già umiliato per troppi anni i suoi princìpi costituzionali, la sua propensione al pacifismo nata dopo la Seconda guerra mondiale unitamente alla risoluzione diplomatica delle controversie internazionali.E non c’è stato esecutivo che non si sia rifiutato di sostenere l’imperialismo statunitense che, in Afghanistan, mantiene saldamente le sue postazioni con la benedizione di Barack Obama che, in questo caso, segue la linea tracciata da George W. Bush, ed anzi aumenta la presenza militare a stelle e strisce sul suolo di Kabul.Se vogliamo evitare da tutte le parti nuovi lutti, nuove tragedie, ritiriamo le truppe. Ora, subito, immediatamente, con una decisione unilaterale. Ma per fare questo occorre un impegno pacifista di un popolo che costringa un governo guerrafondaio a questa mossa.Con l’autunno può ricominciare a rinascere la coscienza sociale anche su questo versante, rifacendo sventolare le bandiere della pace dai nostri balconi, riscendendo nelle piazze per creare una crisi vorticosa che faccia implodere la maggioranza parlamentare e determini la fine, se non del berlusconismo, almeno di Berlusconi e soci.



17/09/2009

13 settembre 2009

Scommettiamo che l’adozione di una tale riforma finirebbe con il riconoscere diritti e benefici unicamente alla "famiglia" confessionale?

Quel quoziente (familiare) che …. sottrae!

Credo di non sbagliare se immagino che uno dei principali argomenti della “campagna d’autunno” che Berlusconi dovrà necessariamente avviare, soprattutto allo scopo di distrarre l’attenzione pubblica dal persistere della crisi economica e occupazionale che ancora attanaglia il Paese, sarà rappresentato dalla riproposizione di un tema più volte evocato e mai, compiutamente, affrontato: quello relativo agli interventi a sostegno delle famiglie.
Tra l’altro, la materia rappresenterebbe un ottimo viatico per riconquistare la benevolenza delle gerarchie d’Oltretevere, sempre tese - in nome della ben nota realpolitik vaticana - a operare con discrezione e “umana comprensione” nei confronti degli interlocutori politici di turno in grado di offrire adeguate “contropartite” (testamento biologico, finanziamenti alle scuole private, unioni di fatto, ecc.)!
Naturalmente, partendo dal presupposto che ciascun tipo di provvedimento non potrà prescindere da opzioni di carattere prettamente “politico” - dalla determinazione dell’unità impositiva di riferimento, alla quantificazione del gettito fiscale complessivamente perseguibile, senza dimenticare il “target” di riferimento da privilegiare - le soluzioni possibili sono abbastanza diversificate.
Allo stato, le più “gettonate” sono (sostanzialmente) due; la terza, avanzata da Alberto Alesina e Andrea Ichino, appare un’ipotesi “di scuola”, difficilmente applicabile e destinata, probabilmente, a raccogliere scarso seguito.
La prima prevede l’istituzione del c.d. “quoziente familiare”; la seconda ipotizza il ricorso a una “imposta negativa” e la terza, sicuramente la più “intrigante”, prevede una tassazione differenziata per sesso.
In questa sede, in virtù della richiesta avanzata dalla stessa Conferenza episcopale italiana e del sostegno bipartisan del quale gode il quoziente familiare - da Berlusconi ad alcuni autorevoli esponenti del Pd, senza dimenticare Casini, che ne ha fatto argomento di propaganda politica nel suo tour “sotto gli ombrelloni” - limiterò le mie considerazioni alla prima ipotesi in discussione.
Rispetto alle altre, è sufficiente rilevare che l’eventuale adozione di un sistema a imposta negativa, determinerebbe - in pratica - il riconoscimento di un “credito d’imposta” a quei contribuenti che si trovassero nella condizione di avere titolo a detrazioni superiori all’imposta a debito. Tale strumento - così come adottato nel Regno Unito, nella versione “Child Tax Crediti” - ha rappresentato un efficace incentivo alla partecipazione delle donne al mondo del lavoro.
L’altra soluzione, che, in sostanza, consisterebbe nel prevedere - a parità di reddito - un’imposta maggiore a carico degli uomini, rispetto alle donne, rappresenterebbe anch’essa un incentivo a una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Il limite sarebbe rappresentato dal superamento del principio della c.d. equità “verticale” (oltre che “orizzontale”) delle imposte nei confronti dei contribuenti.
In effetti, la soluzione tanto cara a coloro i quali partono dall’assunto secondo il quale qualsiasi provvedimento che abbia come riferimento la “famiglia” sia da condividere “a prescindere” - senza, peraltro, porsi il problema di una realtà sociale che renderebbe indispensabile una sua più precisa (e attuale) definizione - tende a modificare il vigente sistema di tassazione del reddito, tornando a una sorta di “cumulo” pre 1976.
Risale, appunto, a quell’anno la sentenza attraverso la quale la Corte Costituzionale sancì incostituzionale, ai fini dell’imposta progressiva (IRPEF), il cumulo dei redditi dei coniugi. La decisione fu dettata, in particolare, da due importanti considerazioni: il cumulo negava alla moglie lo status giuridico di contribuente autonomo e finiva per attribuire un vantaggio fiscale alle convivenze rispetto al matrimonio.
Da quella data, la c.d. “unità impositiva” divenne l’individuo e il numero delle persone a carico, nonché quello dei percettori di reddito presenti nell’ambito familiare, furono considerati in un complesso sistema di “detrazioni “ e “deduzioni”.
Tornando al quoziente familiare: le proposte presenti in Parlamento, l’una del Centrodestra e l’altra dell’ex Centro-sinistra, si pongono l’obiettivo di sostituire le attuali “detrazioni per carichi familiari” con un sistema destinato a ridurre il reddito soggetto ad imposta - applicando, in pratica, un’aliquota più bassa - all’aumentare del numero dei componenti il nucleo familiare.
In sostanza, si tratterebbe di sommare i redditi di tutti i componenti il nucleo familiare e dividerne l’ammontare per un “numero rappresentativo” (quoziente familiare) dello stesso; al valore ottenuto, esemplificativo del reddito pro-capite, si applicherebbe l’attuale scala delle aliquote Irpef e il risultato, rimoltiplicato per il numero delle “quote”, rappresenterebbe il valore dell’imposta finale.
Il quoziente familiare da applicare all’unità impositiva, rappresenterebbe la sommatoria dei singoli “coefficienti” riconosciuti a ciascun componente il nucleo familiare.
In Francia, ad esempio, paese nel quale l’unità impositiva ai fini fiscali è, da sempre, la famiglia, e il quoziente familiare - adeguatamente limitato con la fissazione di un “tetto”, per evitare di favorire troppo i redditi più alti - rappresenta una realtà consolidata, a ciascuno dei coniugi (così come alle coppie di fatto), indipendentemente dal fatto che siano o no percettori di reddito personale, si assegna un coefficiente pari a una unità.
A ciascun figlio minorenne sono assegnati 0,5 punti e, a partire dal terzo figlio, un punto intero. In definitiva, un nucleo familiare nel quale dovessero essere presenti entrambi i genitori e quattro figli minorenni, presenterebbe un quoziente familiare pari a 5 (1+1+0,5+0,5+1+1).
Appare chiaro che, nel caso francese, l’intento del legislatore fu di ritenere una “variabile indipendente” l’eventuale presenza di un doppio reddito familiare e, contemporaneamente, riconoscere una consistente premialità ai nuclei con almeno tre figli.
Nel nostro Paese, le proposte di legge presentate dall’attuale e dall’ex maggioranza di governo, per passare - attraverso l’adozione del quoziente familiare - a un tipo di tassazione su base familiare, piuttosto che individuale, in sostanza, non differiscono molto l’una dall’altra.
La più evidente (e inammissibile) differenza - che conferma qual è il significato (univoco) che la destra italiana e le gerarchie vaticane attribuiscono al termine “famiglia” - è rappresentata dal diverso “peso” dei coefficienti assegnati ai componenti il nucleo familiare. Vale la pena di rilevare che, nella proposta del Centrodestra, un genitore vedovo godrebbe di un quoziente maggiore, e quindi di un vantaggio fiscale superiore, rispetto a quello del genitore non coniugato, separato o divorziato!
Inoltre, quella dell’ex Centro-sinistra, a onor del vero, nel prevedere l’introduzione di una soglia di reddito, oltre la quale il quoziente familiare non si applica e una clausola “di salvaguardia”, per quanti risultassero svantaggiati dall’applicazione dello stesso, conferma - in modo clamoroso ed inequivocabile - la consapevolezza dei rischi e delle contraddizioni di una riforma che, a mio parere, produrrebbe “effetti collaterali”, di seguito illustrati, molto gravi.
In effetti, con il ricorso alla soluzione prospettata - che pur applica il (legittimo) principio secondo il quale all’aumentare del numero dei componenti il nucleo familiare è giusto e opportuno ridurre il reddito soggetto a imposta - si realizzerebbe una condizione di redistribuzione di ricchezza a danno di coloro che già patiscono redditi bassi!
Infatti, così come previsto dalle ipotesi di riforma, il meccanismo del quoziente familiare “all’italiana” - contrariamente a quanto si verifica nella tanto evocata Francia, che dispone, tra l’altro, di una diversa struttura delle aliquote e di un maggior numero delle stesse, più concentrate verso il basso - finirebbe col ridurre la (giusta) progressività dell’imposta e produrre un vantaggio esclusivamente a favore delle famiglie mono-reddito, con figli a carico e redditi medio - alti e alti!
A questo riguardo, tutti gli esperti in materia sono concordi nel sostenere che l’adozione del quoziente familiare produce una serie di distorsioni da non sottovalutare; anche se il semplice termine “familiare”, legato al meccanismo del quoziente, determina incontrollate “pulsioni” tra i tanti “teocon”, “teodem” e “atei devoti” che “ingolfano” il Parlamento italiano.
In realtà, secondo le proiezioni elaborate dagli esperti, applicare la riforma in discussione - fermo restando il vigente regime fiscale - produrrebbe i seguenti effetti:
a) il vantaggio maggiore sarebbe realizzato dai contribuenti con elevato reddito e coniuge privo di occupazione. Infatti, la riduzione dell’imposta sarebbe tanto più rilevante quanto maggiore il differenziale tra un reddito alto (di uno dei due coniugi) e un altro basso o, addirittura, pari a zero;
b) il vantaggio fiscale sarebbe molto contenuto nel caso di due coniugi, entrambi lavoratori, con un differenziale di reddito più ridotto.
c) il beneficio sarebbe addirittura nullo nel caso di due coniugi percettori di redditi bassi.
Tra l’altro, quello che è sottotaciuto dai paladini del quoziente familiare, è il sostanziale disincentivo fiscale che una riforma di questo tipo determinerebbe rispetto all’offerta di lavoro femminile.
Si pongono quindi alcune considerazioni di carattere tecnico, politico e sociale.
Dal primo versante, appare chiaro che è preferibile l’attuale sistema basato sulle detrazioni per carichi di famiglia. Se effettivamente si vogliono aiutare le famiglie più numerose, è sufficiente aumentare le detrazioni oggi vigenti e, perché no, rivedere i livelli di reddito che determinano (o no) la percezione dei famosi “assegni per il nucleo familiare”.
In secondo luogo: considerato che, da un punto di vista normativo, il sistema di tassazione dovrebbe essere “neutrale” rispetto alle forme di convivenza e alla formazione dei vincoli familiari, mentre l’applicazione del quoziente familiare è particolarmente vantaggiosa per i nuclei familiari “regolarmente costituiti” - così come (manchevolmente) oggi definiti, ai fini civili e fiscali - ne consegue che il ricorso a questo strumento finirebbe con lo svolgere un’azione condizionante (e impropria) rispetto allo “stato civile” della coppia. In Francia, come già anticipato, allo scopo di attenuare la “non neutralità” del sistema rispetto alle diverse forme di convivenza, i vantaggi fiscali riconosciuti alle coppie legalmente sposate sono estesi anche alle “coppie di fatto”.
Personalmente, sarei pronto a scommettere che, nel nostro Paese, l’eventuale adozione di una riforma di questo tipo finirebbe con il riconoscere diritti e benefici unicamente all’ormai mitica “famiglia”; continuando a ignorare una realtà sociale che è ben più diversa e articolata rispetto al classico nucleo “marito-moglie-figli” (legalmente riconosciuto).
In estrema sintesi, ritengo che il ricorso al quoziente familiare - di là dei possibili beneficiari e delle inevitabili distorsioni, in termini di equità orizzontale e verticale delle imposte - nasconda, l’intenzione di varare una sorta di “incentivo fiscale al matrimonio”.
Si tratterebbe, in sostanza, di un intervento di carattere “moralistico”, piuttosto che di una “neutrale” e oculata scelta di politica fiscale a sostegno delle famiglie; di tutte le famiglie!

Renato Fioretti
collaboratore redazione di Lavoro e Salute

11 settembre 2009

Il punto di Giorgio Cremaschi, segreteria nazionale dei metalmeccanici, sul congresso della Cgil e le condizioni sociali per la ripresa delle lotte

Cgil di fronte ad un bivio, subire o lottare


E ' cominciata nella Cgil la discussione sul congresso. Un congresso sul quale si appuntano attenzioni diverse, alcune amichevoli, altre malevole, comunque tutte profondamente interessate a cosa succederà nel principale sindacato italiano. Il nodo del congresso può essere così riassunto: dopo l'accordo separato sul sistema contrattuale e nel pieno della più grave crisi economica degli ultimi decenni quali sono il programma, l'iniziativa di un sindacato che non si rassegna ad accomodarsi all'esistente? Con l'accordo separato Cisl, Uil, governo e Confindustria stanno tentando di stabilire un nuovo regime di collaborazione sindacale che dà per scontato che l'eguaglianza dei diritti dei salari e delle garanzie sociali debba essere progressivamente abbandonata in nome di una competitività attenuata dall'assistenza e dalla sussidiarietà. L'aggravarsi degli effetti sociali della crisi, invece che spingere verso una riforma profonda delle politiche economiche, sta portando a una riaffermazione brutale degli stessi meccanismi che l'hanno generata. Si mandano messaggi tranquillizzanti sulla ripresa perché si vuole ricominciare, come prima, peggio di prima, a speculare sul lavoro e sui diritti. Così il nuovo slogan vincente - legare ancor di più il salario alla produttività - propone in realtà una brutale selezione sociale nel mondo del lavoro. Si daranno soldi e diritti solo a quella parte del mondo del lavoro che si salverà nella guerra della competizione, mentre per tutti gli altri ci sarà sempre meno. La frantumazione sociale e la precarietà, la guerra tra i poveri, le gabbie salariali, l'aziendalismo, sono tutte conseguenze e aspetti della stessa scelta di fondo: mantenere in piedi l'economia liberista anche quando questa non è più in grado di mantenere la promessa di alti ritmi di sviluppo. Cisl e Uil, al di là della propaganda, sono rassegnate al fatto che il sindacato non possa più modificare rapporti di forza e scelte di fondo, e quindi possa solo adattarsi ad amministrare la frantumazione sociale. Da qui la rinuncia a difendere il contratto nazionale e la scelta non tanto a favore della contrattazione aziendale, ma del salario di merito e aziendalistico. Il progetto del governo, sulla distribuzione delle azioni al posto dei salari, suggella questo disegno. Esso non c'entra nulla con la partecipazione e la democrazia industriale. Da quando in qua i piccoli azionisti hanno contato qualcosa nelle grandi imprese? Il progetto in realtà attiene ad un'altra scelta, quella di addossare ancor di più ai lavoratori i rischi del mercato dell'impresa. Si chiede ai lavoratori prima di rinunciare al salario del contratto nazionale in nome del salario di produttività, poi di sostituire quest'ultimo con le azioni. Si chiede ai lavoratori, semplicemente, di rinunciare al salario certo e di essere ancor di più disponibili a rischiare la propria condizione sociale per la competitività nell'impresa. Mentre l'intervento pubblico ha salvato la grande finanza, mentre per i ricchi ci sono stati interventi di stampo socialista, per i lavoratori e per i poveri c'è, ancor più di prima, il rischio di mercato. Si taglia il salario, si chiudono le fabbriche, si licenziano i precari pubblici e privati, si prepara una nuova aggressione alle pensioni, alla sanità, a tutto ciò che resta di pubblico.


L a Cgil con il suo no alla controriforma del sistema contrattuale ha dimostrato di non voler accettare tutto questo. Ma ora si trova di fronte a un bivio. Da un lato le blandizie e le minacce della Confindustria, dell'opposizione moderata, degli altri sindacati e naturalmente del governo, che le chiedono di rientrare. Dall'altro c'è la via, che può essere anche dura e solitaria, di ricostruzione dei rapporti di forza, per imporre una svolta reale sul piano delle politiche economico-sociali. Ogni passaggio della vita sindacale di queste settimane presenta questo bivio. Dall'azienda che licenzia, al contratto di categoria, alla scuola. Ovunque si è di fronte alla stessa alternativa: subire l'esistente contrattando al meglio le indennità, o lottare a fondo per cambiare le cose. Le lotte nelle fabbriche, il successo dell'Innse tra queste, la rivolta dei precari nella scuola, mostrano che c'è una disponibilità diffusa nel mondo del lavoro a non rassegnarsi. Ma ci sono anche, all'opposto, un'ideologia e una pratica che invece incoraggiano alla rassegnazione del "si salvi chi può". Il congresso della Cgil sta qua dentro, nelle lotte, nei conflitti sui contratti, nella rottura dell'unità sindacale, nella crisi economica che dura e che continua a far danni. La reazione automatica del gruppo dirigente, di fronte a questa situazione, è quella di proporre un congresso senza alternative, unitario si dice nel linguaggio sindacale. La proposta è sostenuta da argomentazioni di apparente buon senso: di fronte a tanti conflitti, non dividiamoci tra noi. Il fatto è che però questo bivio tra accettazione e rassegnazione esiste comunque e, anche se si tenta di aggirarlo con giochi dialettici, si presenta davanti alle scelte quotidiane del sindacato. Per questo il congresso della Cgil non può saltare un confronto vero sulle scelte da compiere. Dopo 15 anni di concertazione, con i salari più bassi d'Europa e la prospettiva che scendano ancora, la Cgil deve scegliere se accettare il meccanismo che ha di fronte oppure provare intelligentemente e radicalmente a rovesciarlo. La seconda ipotesi significa rinnovare profondamente il sindacato e la sua piattaforma, ricostruire partecipazione e democrazia, fare del conflitto non l'estrema ratio, ma la cultura e la pratica fondamentale dell'organizzazione.In conclusione, il no della Cgil alla controriforma del sistema contrattuale non deve essere vissuto come una parentesi o un incidente, ma come la scelta costituente di un nuovo modello di sindacato confederale. Se su questo ci sono opinioni diverse, è un fatto di democrazia che esse non siano sequestrate in confuse mediazioni interne ai gruppi dirigenti, ma vengano presentate con rigore e chiarezza agli iscritti e ai lavoratori. Un congresso della Cgil su posizioni diverse non solo non fa scandalo, ma è un contributo alla democrazia e alla partecipazione. Delle quali c'è infinito bisogno nell'Italia di oggi.

Giorgio Cremaschi

Liberazione

10/09/2009
Salari e idee balzane
Che il punto di vista dell’impresa e del mercato si presuma oggi egemone tanto da ritenere di avere ormai stravinto (anche sul piano ideologico oltre che materiale) lo dimostra il dibattito apertosi in questi mesi, guarda caso sempre e solo sul nostro salario.
Lo sanno anche i sassi, e da tempo, che le retribuzioni in Italia sono in costante riduzione. Una riduzione resa certa e costante grazie ad almeno 10 anni di cedimenti sindacali in materia di contrattazione e dalla distruzione sul piano legislativo (dalla legge Treu alla legge 30) del sistema di tutele all’occupazione.
Nonostante ciò, come si diceva, per padroni e Governi, la questione di come ridurre ancora le nostre retribuzioni rimane un chiodo fisso.
Tronfi, come si può sentire chi presume di avere ormai sfondato su tutto e di poter osare oltre, i fautori del liberismo selvaggio e del "profitto prima di tutto" si sono in questi mesi lanciati in vere e proprie bizzarre proposizioni.
Ovviamente tutti fingono preoccupazione per i poveri lavoratori. Un punto di partenza necessario (il loro) per poter giustificare il loro dovere-volere-potere di decidere dei nostri salari.
E via con le proposte:
Quella più in voga da qualche mese a questa parte è quella di ridurre la tassazione sulle retribuzioni (e magari anche il peso contributivo). I salari devono aumentare un poco ??? perchè non ridurre le Tasse ?? .. così gli aumenti li paga lo Stato e non le aziende ... e contemporaneamente diamo così anche un bel colpo al livello dello Stato sociale ed alla progressiva privatizzazione di tutti i servizi pubblici (dalla sanità, all’assistenza, all’istruzione ecc ecc.) che ovviamente dovremo comunque pagare ancora noi e di più.
Certo la proposta si riduce per ora alla sola contrattazione decentrata, scaricando sulla collettività (ossia sugli stessi lavoratori) l’onere di sostenere in qualche modo le quote retributive legate agli obiettivi di remunerazione e di produttività delle imprese. Due piccioni con una fava ... le imprese si intascano l’aumento dell’intensità di lavoro chiesta ai lavoratori e ciò che le imprese dovrebbero pagare verrebbe ripartito tra loro e lo Stato, tramite la riduzione o l’eliminazione delle trattenute fiscali e previdenziali (dando così anche un aiutino ad affossare stato sociale e previdenza pubblica).
La cosa comica è che chi propone e difende questa idea (padroni, economisti, sindacalisti) la ritiene una genialata.
Altra proposta è quella di reintrodurre le gabbie salariali.
Proviamo a fare due più due.
I salari sono già bassi da anni, il nuovo modello contrattuale li abbassa ancora di più e li subordina definitivamente all’accettazione degli obiettivi di redditività ed al nuovo ordine imposto dalle imprese (basta scioperi ecc). Ora con la proposta di reintrodurre in qualche forma le vecchie gabbie salariali si vuole porre un nuovo limite (deciso dall’alto) alla contrattazione sindacale (quella poca che si fa ancora) ed alla capacità dei lavoratori di organizzarsi sindacalmente su scala nazionale.
Certo la vulgata sostiene che la proposta è fatta per sostenere i lavoratori del Nord a cui così si potrà dare più salario a scapito di quelli del Sud sperando che qualche imbecille ci creda, ma anche così rimane una emerita cazzata visto che benzina, tariffe, ecc costano uguali. Forse la differenza (se c’è) sta nel prezzo dei peperoni ... ma sai che differenza.
Ciò non di meno la nuova teoria si basa sull’idea che il salario va corrisposto in base al costo della vita che come la vulgata afferma è diverso tra Nord e Sud.
Economisti di elevata statura (presumono) illustrano così in modo semplice la loro teoria, secondo la quale al Nord per sopravvivere devi mangiarti un coniglio al giorno (cinghiale la domenica), mentre al sud basta un pò di pane ed una mela (pizza la domenica). Perchè quindi pagare di più un Napoletano ?
Dall’alto e qualificato punto di vista dei nostri coraggiosi economisti ciò equivarrebbe ad uno spreco enorme di risorse da destinare invece allo sviluppo.
Ovviamente l’obiettivo è quello di far saltare la contrattazione e ridurre ancora di più i salari, ma essendo i nostri economisti degli studiosi insigni devono ammantare questa ipotesi di un qualcosa ad elevato contenuto sociale e solidaristico e così prendono e rielaborano a loro piacimento la nota teoria .. "a ciascuno secondo il suo bisogno".
Pur non essendo noi insigni economisti ma avendo (come loro) anche noi la voglia di sparar cazzate si potrebbe partecipare al gioco lanciando un’altra proposta, altrettanto originale e creativa.
Perchè non pensare ad un salario "a peso"??..
La nostra teoria è altrettanto semplice .. infatti ... più uno è grosso e più deve mangiare ... perchè quindi sprecare risorse sui magri quando a questi basta molto meno per rimanere in piedi ??? Certo dovremo mettere in cantiere che dal mondo cattolico verrà posta la questione che "il peso" sia riferito al nucleo famigliare essendo la famiglia il centro della società, così come dovremo aspettarci che dal mondo nutrizionalista e da qualche medico venga avanzata la proposta di introdurre delle penalità agli obesi (che costano tanto alla società) e degli incentivi ai magri (che costano molto meno alla società), cosa che stravolgerebbe la nostra proposta .... ma chi se ne frega .... cazzata per cazzata la nostra del "salario a peso" non è così diversa dal salario per territorio..
Di queste ultime settimane, infine, l’idea di legare la retribuzione dei lavoratori alla loro partecipazione agli utili dell’impresa.
Il Governo è così "gasato" dalla sua ultima pensata che già ha convocato per giovedì 9 settembre le parti sociali per avviare una discussione su questa materia.
Siamo proprio curiosi di sapere come si articolerà la proposta Governativa, ma anche di vedere la risposta di Cisl e Uil (la Cgil per ora si dichiara scettica e contraria) i quali già non si trattengono e chiedono più coraggio al Governo pensando ad un modello simile alla cogestione.
In definitiva l’idea è quella di smantellare definitivamente l’idea di salario. Come qualsiasi lavoratore sa l’idea del "giusto salario" corrisponde prima di tutto alla soddisfazione di quelle necessità legate alla sopravvivenza ed alla riproduzione di se medesimo e della sua famiglia (se il salario è basso non si campa). Con l’accordo del luglio 1995 e successivi, fino all’accordo separato del gennaio 2009 il salario è stato invece vincolato ai risultati di redditività di impresa, ora lo si vuole far diventare un fattore a rischio a seconda della perfomance generale dell’impresa sul mercato.
Ossia il lavoratore non deve più andare a lavorare per avere un salario ma per partecipare ai rischi del mercato come qualsiasi altro azionista in borsa .... se gli va bene, bene ... altrimenti ..... son cazzi. E quindi anche la sua partecipazione all’impresa deve essere caratterizzata da dedizione, da spirito di corpo e di appartenenza alla grande famiglia. Deve lavorare di più quando serve e accettare di stare a casa quando non serve, senza protestare o mugugnare, anzi facendo il tifo affinchè il proprio management faccia le scarpe a qualche altra azienda o aumenti gli utili con qualche riduzione di personale. ...sperando in cambio in qualche bricciola (dividendo) a fine anno.
Quindi basta contrattazione, basta presentare richieste di aumento se il salario è basso .... bisogna invece imparare a sperare nel mercato, o ... come qualche economista pervaso da vera comicità ha affermato ... imparare ad essere protagonisti del nostro futuro.
Fin qui tutto chiaro. Ai padroni interessa ridurci il salario ed aumentare la nostra subordinazione al loro punto di vista e tant’è che per portare avanti questo loro obiettivo la fantasia non gli manca.
La nota dolorosa è che non riusciamo a capire i nostri sindacati.
Cisl e Uil, in particolare hanno ormai perso il senso del loro esistere come sindacato, ed incapaci di comprendere come di fronte ad una riduzione dei salari e dell’occupazione la risposta ovvia e semplice è quella di chiedere più salario e maggiori tutele all’occupazione si sono invece ormai definitivamente lasciati catturare dal mito della produttività come contropartita che essi possono portare al tavolo imbandito dalla nuova ed emergente casta "neocorporativa" del "vogliamoci tutti bene .. che poi qualche briciola la diamo pure a voi".
Mitico ed insuperabile rimane il grido di guerra del nostro Bonanni che di fronte ai lavoratori che chiedono più pane (cioè più salario), parafrasando la famosa Maria Antonietta (che proponeva allora di distribuire croissant) gridò non più tardi di un anno fa il suo imperativo e maschio ..... "basta col salario a prescindere".
Una uscita bizzarra che ha lasciato tutti a bocca aperta, ma cosa voleva dire lo si è capito a gennaio quando Cisl e Uil firmano l’accordo separato sul modello contrattuale. Un accordo semplice che praticamente dice che se vuoi un pò più di salario ti devi fare un mazzo tanto e poi non è detto che te lo danno questo un pò più di salario ... dipende ... e comunque non a tutti.
Confindustria (che sarà anche cattiva ma è anche sicuramente più furba di tutti) ovviamente sta relazionandosi con le pinze a tutta questa discussione. Gabbie salariali ??? Idea geniale ma meglio realizzarla con un più forte decentramento della contrattazione. Partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa ?? Non è male come idea ma è alquanto complicata da realizzare, meglio quindi dare più importanza ad un legame certo tra retribuzione ed obiettivi di redditività, smontando il contratto nazionale che non riesce a rispondere alle flessibilità nuove che si chiedono alla prestazione ed alla retribuzione.
Confindustria non è scema ... essendo il suo obiettivo quello di ridurre le retribuzioni facendole dipendere dagli obiettivi aziendali e non dai bisogni che i lavoratori devono soddisfare, ed essendo il suo obiettivo quello di non legarsi alla forza lavoro preferendo averla disponibile sul mercato nelle forme a lei più congeniali (precaria, flessibile ecc) ha già tutte le norme che gli servono, sia dal punto di vista legislativo che contrattuale. Perchè complicarsi la vita quando ciò che gli serve è portare a regime quanto è già stato fatto per smantellare le tutele del lavoro ??
Confindustria accetta quindi il confronto su queste materie (gabbie salariali e partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa) solo perchè dal punto di vista ideologico servono a smontare ancora di più le resistenze all’entrata a regime dello scenario che si è costruita in questi anni con la complicità del nuovo e rampante neocorporativismo sindacale.
In fin dei conti ciò che Confindustria vuole veramente dal Governo è più soldi pubblici spesi a sostenere le imprese, maggiore libertà di accesso ai settori remunerativi ancora in mano pubblica (sanità, scuola, acqua ecc). meno tasse e meno contributi da pagare ...... Alla riduzione dei salari ed alla precarizzazione dell’occupazione ci stanno già pensando loro grazie agli smantellamenti normativi realizzati in questi anni sia dai governi di centrosinistra che di centrodestra, ed ai cedimenti sindacali in materia di contrattazione.
In fin dei conti ciò che Confindustria vuole, anche utilizzando e piegando al proprio interesse le battute del Governo Berlusconi su gabbie salariali e partecipazione agli utili, è ribadire e rafforzare la centralità dell’impresa su tutto il resto chiedendo che tutto venga subordinato a questo.
Ciò che rende penoso questo momento è l’assoluta subordinazione sindacale a questo gioco.
Cisl e Uil ripetono ciò che già Confindustria dice e cioè che di gabbie salariali non se ne deve parlare perchè il modo per differenziare i salari è già stato definito con l’accordo separato sul nuovo modello contrattuale ... quindi va bene la differenziazione ma a modo nostro ... se le differenziazioni vengono decise per legge ... noi che cazzo ci stiamo a fare ???
Per quanto riguarda la proposta di partecipazione agli utili osano invece di più balenando scenari di cogestione che però Confindustria gli ha già smontato.
E la Cgil ???
Vivacchia ... naviga a vista nella ricerca di un approdo facile a cui attraccare per riallacciare i rapporti con Cisl, Uil e Confindustria.
Certo non mancano le contraddizioni (vedi Fiom e non firma a livello confederale dell’accordo separato) ma non mancano neppure le ambiguità (vedi ultime dichiarazioni di Epifani sulle proposte di Confindustria di cercare ciò che unisce invece di dare peso a ciò che divide e vedi anche la debolezza contrattuale di diverse categorie Cgil).
L’evidenza è che la Cgil non abbia oggi una linea ma che si muova giorno per giorno facendo ciò che succede.
In definitiva, ciò che rende penoso questo momento è l’assolta inadeguatezza della iniziativa sindacale rispetto alla portata dell’offensiva da tempo apertasi su salari e occupazione, ed il futuro non promette nulla di buono .. anzi.
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Ciò nonostante la Cgil rimane per ora un elemento ancora contradditorio rispetto alla definitiva affermazione (anche formale oltre che sostanziale) del nuovo e più pesante livello di subordinazione del lavoro all’interesse di impresa.
Ma tutto si giocherà sopratutto nel suo percorso congressuale.
E’ chiaro che già si scontrano due linee. Da una parte chi chiede alla Cgil il coraggio di un più preciso posizionamento e di una più efficace strategia per rompere le subordinazioni a cui oggi è costretto il lavoro, e dall’altra chi vorrebbe un mandato largo e generico per continuare a navigare a vista, vedere ciò che succede e decidere di volta in volta che fare.
Nella prima posizione ci sta il tentativo di ridare fiato ad un sindacalismo contrattuale e rivendicativo, sulla seconda posizione ci sta invece l’interesse di una burocrazia che, senza sponde politiche efficaci, valuta timorosa la convenienza o meno di fare accordi con un Governo "non amico" nel timore di essere tagliata fuori dal nuovo ordine neocorporativo che il liberismo dei mercati sta ormai affermando.
Un congresso ha questo di buono ... che ancora può far sentire la voce ed il punto di vista dei lavoratori e farli esprimere su posizioni tra loro alternative.
In un momento come questo non possiamo permetterci l’assenza di un documento congressuale alternativo al congresso della Cgil, ed in ciò la rete28aprile ha ragione da vendere, anche solo che per tentare di sancire l’esistenza di una forte ed organizzata minoranza in Cgil .. già questo manterrebbe aperta una forte contraddizione sui tentativi presenti in Cgil di accettare ed adeguarsi alla normalizzazione del nuovo scenario neocorporativo.

9 settembre 2009

Firma l'appello a sostegno dell'iniziativa sociale della CGIL per i diritti del malato in un rinnovata sanità pubblica

Siamo preoccupati

Il Servizio Sanitario del nostro Paese ha il compito delicato ed essenziale di garantire ai cittadini il diritto alla salute e alle cure sancito dalla nostra Costituzione. Per questo, ha bisogno di stabilità, di buon governo e di certezze sui finanziamenti. E invece non riceve più le risorse necessarie al suo buon funzionamento. Con le leggi finanziarie, nel biennio 2010 - 2011, sono state programmate cinque miliardi di riduzioni di spesa (sette miliardi rispetto all'attuale Patto per la Salute).
Nel 2010 per la prima volta nella storia del Servizio Sanitario Nazionale il finanziamento sanitario è addirittura inferiore all'anno precedente, persino in valori assoluti (- 402 milioni). Mentre sparisce il fondo per la Non Autosufficienza (400 milioni).
Così si peggiorano i servizi e non possono essere garantiti i Livelli Essenziali di Assistenza ai cittadini, soprattutto ai più fragili. E si può interrompere il faticoso percorso di risanamento delle regioni impegnate nei piani di rientro dai disavanzi. le risorse necessarie.
Ridurre il finanziamento per il servizio sanitario non ha alcuna giustificazione. In Italia, in questi anni, la spesa in rapporto al PIL è rimasta nella media sia dei paesi UE che OCSE. E anche le proiezioni di spesa dei prossimi anni sono in linea con quelle gli altri paesi europei.
Il prossimo Patto per la Salute tra Governo e Regioni deve adeguare il finanziamento per la sanità, seguendo le linee già indicate dall'attuale Patto della Salute (che prevedeva un aumento annuo del 3,7%). La crisi non può essere usata come scusa, la spesa sanitaria svolge una funzione anticiclica e di investimento pregiato anche per la ripresa dello sviluppo. Spendere meglio.
La spesa sociale e sanitaria va usata con rigore e serietà: è spesa preziosa che serve a tutelare in primo luogo le persone più fragili. La sua efficienza e la sua efficacia sono obiettivi irrinunciabili.
L'esperienza delle regioni più virtuose, al contrario di quelle dove si concentrano gravi disavanzi, insegna che il vero risanamento non si ottiene con tagli indiscriminati, ma con una coraggiosa riorganizzazione dei servizi sanitari: il ridimensionamento e la riqualificazione della rete ospedaliera, il potenziamento dei servizi distrettuali (assistenza domiciliare), il governo degli accreditamenti, l'integrazione fra sociale e sanitario. riportare al centro i diritti.
La riduzione dei finanziamenti oggi fa il gioco di chi vuole usare il federalismo fiscale per ridimensionare il servizio sanitario nazionale e così compromettere l'universalità del diritto alla Salute in tutto il Paese.
Indebolendo il servizio sanitario nazionale si rischia di aprire la strada, come vagheggia il libro bianco sul welfare, ad un sistema "semi mercantile", nel quale la sanità sarà diseguale, e più costosa, come ai tempi delle vecchie mutue.

firma l’appello sossanita@gmail.com

5 settembre 2009

La Loggia segreta P2 di Licio Gelli, puntava a sovvertire l'ordinamento costituzionale anche attraverso il controllo para-golpista di giornali e RaiTV

Berlusconi e il piano P2 sulla stampa

Prima, la querela al gruppo Repubblica-Espresso, "colpevole" di avergli posto dieci domande, dieci, sulla moralità dei suoi comportamenti privati e pubblici. Poi, quella all'Unità, e alle sue giornaliste, "colpevoli" sempre dello stesso, unico, "delitto": lesa maestà. E cioè di voler indagare e chiedere conto al premier, non tanto dei suoi vizi privati, quanto della sua assoluta mancanza di pubbliche virtù. Nel mezzo, la campagna denigratoria, volgare e offensiva condotta dal suo Giornale (di famiglia, in quanto controllato direttamente dal fratello Paolo) - dove ha richiamato in servizio Vittorio Feltri, che aveva dato il peggio di sé, in questi anni, dirigendo Libero - contro il direttore di Avvenire Dino Boffo. Campagna che è arrivata a costringere lo stesso Boffo alle dimissioni. Una campagna che aveva il chiaro obiettivo di "rimettere in riga" quella Chiesa cattolica che ha osato, in questi mesi, prendere posizioni non sempre (o, almeno, non tutte) favorevoli al governo, dal dl sicurezza ai diritti di profughi e migranti. Ecco perché, pur nella assoluta differenza di posizioni politiche e di ogni considerazione sui comportamenti personali, che non rientrano nelle nostre valutazioni, al giornale dei vescovi e al suo direttore va, oggi, la nostra piena solidarietà.
Non è una novità - e, direbbero i giornalisti, forse neppure "una notizia" - l'atteggiamento del premier nei confronti del mondo dell'informazione. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, infatti, ha sempre avuto una concezione tutta e solo "proprietaria", nel senso classico e peggiore del termine, quello ottocentesco, dei giornali e delle televisioni. Per il premier, cioè, i media o sono "i suoi" o non devono mai disturbare il manovratore. Senza voler risalire alla notte dei tempi, e cioè all'origine del suo impero mediatico (Fininvest e, poi, Mediaset) e dunque delle sue fortune, basti ricordare un dato di fatto, ormai consegnato alla storia. Berlusconi era un membro affiliato della Loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli, che puntava a sovvertire l'ordinamento costituzionale anche (o soprattutto) attraverso il controllo para-golpista di giornali e della Rai-tv.
E il Berlusconi della Loggia P2 è lo stesso Berlusconi che, quando l'allora già "Cavaliere nero" stava per accingersi a scendere in politica, la prima cosa che fece fu di mettere in riga i giornali (e le tv) in suo possesso. Possesso, peraltro, già allora in "flagranza di reato", visto che violava le norme della legislazione antitrust.
E ' lo stesso Berlusconi che licenziò, dalla sera alla mattina, un giornalista e uno scrittore apertamente di destra ma dalla specchiata indipendenza e libertà come Indro Montanelli.
Ed è sempre lui, Berlusconi, che, tornato al potere per la seconda volta, nel quinquennio 2001-2006, una delle prime cose che fece è il famigerato "editto bulgaro" (in quanto lanciato da Sofia, capitale della Bulgaria) contro Enzo Biagi e il suo "Fatto", Michele Santoro e il suo "Anno Zero" e, persino, contro il comico e show-man Daniele Luttazzi. Oggi, tornato nuovamente al potere, Berlusconi non ci ha messo molto per ripercorre la strada a lui più congeniale. Quella dell'intimidazione e del puro ricatto. Occupata, manu militari, la Rai attraverso il controllo del suo pacchetto azionario, Commissione di Vigilanza e cda Rai, nonostante i due presidenti siano due personalità autonome come Sergio Zavoli e Paolo Garimberti, la prima mossa del governo è stata quella di porre il servizio pubblico sotto occhiuta e odiosa tutela. La campagna elettorale alle europee - che non ha solo "cancellato" la presenza della nostra lista comunista e anti-capitalista da tutti i tg e dai principali talk-show ma che mirava, anche se vi è riuscita solo in parte, a sopprimere ogni voce politica indipendente e autonoma - ne è stato l'esempio più eclatante. Poi, con le nomine del nuovo cda Rai, tutto di fedele e stretta osservanza berlusconiana con qualche spruzzatina di An, mentre l'opposizione era confinata nel ‘recinto' Tg3, siamo arrivati alla "democratura", come direbbe il professor Sartori, e cioè al regime. Un regime che non sopporta stecche né voci "fuori dal coro", come dimostra in modo tristemente lampante il Tg1. Un telegiornale che, pur forte di riconosciute e storiche professionalità, è stato ridotto a farsi megafono del premier, sfiorando spesso il ridicolo, nel dare le notizie. Notizie che il Tg1 del "trombettiere" di Berlusconi, il giornalista Augusto Minzolini, ex "retroscenista" di fiducia del premier, tratta in un modo da far rimpiangere l'Eiar di epoca fascista e che, neanche stesse confezionando, per gli ignari telespettatori, un moderno cinegiornale Luce, glorificano le imprese del novello Duce "a prescindere".
Questo abbiamo visto accadere, sotto i nostri occhi, negli ultimi mesi e settimane, quando i palesi e giganteschi conflitti tra il governo e la Chiesa sugli sbarchi dei clandestini, i casi "Papi" e D'Addario, per non dire di tutte le conflittualità sociali scoppiate nel Paese contro il mordere della crisi ma anche contro la gestione al ribasso e ‘minimal' che ne fa il governo, sono stati derubricati a piccoli incidenti. Resta, volendo, il Tg3, ma anche lì si vive sotto costante e continua minaccia, da parte di un premier che ha eletto i suoi redattori a principale bersaglio.
Cosa dobbiamo aspettarci, ancora? Le minacce dirette, a livello fisico, dei giornalisti che ancora osano porre domande scomode, al premier? Speriamo di no ma l'emergenza democratica, oggi in Italia, è emergenza informazione. Ecco perché abbiamo deciso da subito, come Rifondazione comunista, di aderire all'appello promosso dall'associazione di giornalisti "Articolo 21", associazione - e sito omonimo (www.articolo21.info) già meritoria per mille motivi, a partire dalla campagna giustamente rigorosa e costante che svolge su un dato altamente drammatico, le morti sul lavoro. Ecco perché, nel pieno rispetto della libertà di tutti gli organi d'informazione, di tutti i giornalisti italiani e del loro autonomo e libero sindacato, la Fnsi, saremo al loro fianco, sabato 19 settembre, in questa battaglia fondamentale, decisiva fatta per avere un'informazione veramente libera.
Al premier Berlusconi, quel giorno, diremo, con tutto il fiato che abbiamo in gola, una frase molto semplice. Quella che è diventata un'icona per ogni giornalista e che viene pronunciata da Humprey Bogart in un film degli anni Trenta, L'ultima minaccia . Film dove il personaggio-giornalista Bogart fa sentire il rumore delle rotative del giornale in stampa al padrone che cerca di mettere le "mani sulla città" e controllare tutti i giornali, e gli urla: «E' la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!».

Paolo Ferrero
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista
Liberazione
04/09/2009

2 settembre 2009

Business are business: e la guerra è certamente l’affare più remunerativo che si possa immaginare. Da ieri a oggi è possibile seguire un filo nero

70° anniversario dell'aggressione nazista all'Europa

La Repubblica dell’1 settembre riferisce che a Danzica, durante le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia e dell’inizio della seconda guerra mondiale, Vladimir Putin ha dichiarato: "Ogni patto concluso con Hitler allora fu immorale". Il ;premier russo non ha fatto riferimento al vergognoso patto di Monaco né ai tanti accordi delle potenze e di imprese occidentali che avevano prima permesso la ricostruzione del potenziale bellico tedesco e che, l’avevano sostenuto poi anche durante lo svolgimento stesso della guerra. Putin ha rifiutato “però ogni tentativo di definire il Patto Molotov-Ribbentrop … come unica causa della guerra”.

Per anni la propaganda occidentale prima e il revisionismo storico poi hanno demonizzato il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica si decise a firmare con la Germania per ritardare il più possibile la prevista invasione nazista dell’URSS. Politici, giornalisti e storici hanno sempre sottaciuto che a questa decisione l’Unione Sovietica fu costretta dopo aver visto fallire tutti i suoi tentativi di sottoscrivere con Francia e Gran Bretagna un trattato di alleanza antitedesca: in realtà le potenze occidentali speravano che la furia hitleriana si dirigesse a oriente e spazzasse via l’odiato e temuto nemico bolscevico.

Un uso rigoroso delle fonti basato sulla ricerca comparata e puntuale dei documenti tratti dagli archivi delle diplomazie francese, britannica e sovietica fa giustizia ora di affermazioni arbitrarie e giudizi temerari della propaganda e della storiografia revisionista. Questo lavoro è opera di Michael Jabara Carley, professore ordinario e direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Montréal.

Nella minuziosa ricostruzione storica delle modalità e delle cause che portarono al fallimento dei tentativi di accordo tra URSS e anglo-francesi e alla decisione sovietica di siglare il patto di non aggressione con la Germania nazista, l’autore ricorre alla analisi comparata e contestuale delle fonti britanniche, francesi e russe, utilizzando anche i materiali resi copiosamente – ma ancora disordinatamente e discrezionalmente – disponibili dall’apertura e desecretazione degli archivi sovietici dopo la fine dell’URSS.
L’accesso a questo nuovo materiale sovietico d’archivio offre alcune conferme circa le valutazioni e il comportamento dei dirigenti dell’Unione Sovietica.

Ciò che rende particolarmente interessante il lavoro di Carley è l’analisi contestuale di tutte le fonti. È illuminante la lettura di quelle franco-inglesi, da cui emerge l’orientamento antisovietico e la sostanziale diffidenza occidentale nei confronti dell’URSS, che a sua volta ricambiava pienamente questa diffidenza. L’illusione della diplomazia britannica di trovare ancora un appeasement con Hitler scongiurando la guerra, e la scelta deliberata di non favorire l’affermazione di un ruolo nuovo e importante che l’URSS avrebbe inevitabilmente assunto nel continente europeo, divenendo un perno essenziale dell’alleanza antitedesca (come di fatto avvenne con la partecipazione dell’URSS nel giugno 1941 all’alleanza antifascista), spingono la direzione sovietica a siglare il patto Ribentropp-Molotov.

È un lavoro meticoloso, di uno storico specialista delle relazioni internazionali tra Occidente e URSS nel periodo 1917-1945, supportato da un ampio apparato di note e da una vasta bibliografia, scritto, tra l’altro, in uno stile che, senza nulla togliere al rigore scientifico, riesce a “catturare” il lettore come fosse un racconto.

Dopo la prima edizione inglese uscita a Chicago, ne è stata pubblicata una seconda a Londra. Sono poi seguite l’edizione francese e quella in russo.
L’edizione italiana è arricchita da una presentazione dell’autore che tiene conto di pubblicazioni successive e dibattiti tra storici sull’argomento.

Michael Jabara Carley, professore ordinario e direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Montréal, è uno specialista delle relazioni internazionali nel XX Secolo e della storia della Russia e dell'Unione sovietica. Ha lavorato e lavora sulle relazioni dell'Unione Sovietica con l'Europa Occidentale e gli Stati Uniti tra il 1917 ed il 1945, su cui ha scritto diversi libri e articoli, pubblicati in Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia. Notevole anche la sua produzione sull’intervento straniero contro i bolscevichi dopo l’Ottobre.

Edizioni La Città del Sole - Collana La foresta e gli alberi n. 18
Michael Jabara Carley
1939
L’alleanza che non si fece e l’origine della Seconda Guerra Mondiale

ISBN 978-88-8292-370-9 cm. 13,5 x 21 360 pagine 24,00 euro

Vedi anche
Jacques R. Pauwels
PROFIT ÜBER ALLES! Le corporations americane e Hitler
Collana Univesale di Base n. 18
ISBN 978-88-8292-409-6 cm. 11x17 96 pagine 6,00 euro

Nel momento in cui i “liberatori” di ieri “esportano” oggi “la democrazia” in mezzo mondo, questa lettura può essere preziosa per comprendere le relazioni – di ieri e di oggi – tra guerra e profitto: l’alta finanza e le grandi corporations degli Stati Uniti (Standard Oil, General Motors, Ford, IBM, Coca Cola, Du Pont, Union Carbide, Westinghouse, General Electric, Goodrich, Singer, Kodak, ITT, J. P. Morgan, etc. etc.) finanziarono l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, l’aiutarono a riarmarsi e a preparare la guerra, lo sostennero nelle sue aggressioni e continuarono a lavorare per lo sforzo bellico tedesco anche quando il proprio paese scese in guerra contro la Germania.

Business are business: e la guerra è certamente l’affare più remunerativo che si possa immaginare, ieri come oggi.

L’alta finanza statunitense è stata sempre maestra in quest’“arte” di mettere il profitto uber alles.
Nel 1941 l’allora Vice Presidente Harry Truman dichiarava: “Se la Germania vince, dobbiamo aiutare la Russia, e se la Russia vince, dobbiamo aiutare la Germania, affinché possiamo ottenere il massimo vantaggio da entrambe”?

È possibile seguire un filo nero che congiunge le motivazione dei “liberatori” della seconda guerra mondiale con gli “esportatori di democrazia” dei giorni nostri.
È un caso che il nonno di Gorge W. Bush fosse uno dei finanziatori di Hitler? Oppure per il nipote il profitto è, come per suo nonno, sempre e comunque uber alles?

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1 settembre 2009

Dopo l'entusiasmante voto alla lista anticapitalista in Germania, l'ipocrisia dei media italiani sfiora il ridicolo


Linke Linke delle mie brame … chi è il più imbroglione del reame?

Direi che l’ottima affermazione della Linke nei tre Lander tedeschi si commenta da sola.
Soprattutto il balzo dal 2,3 al 19,7 nella Saar, che è un Lander della Germania Ovest ma è anche la casa di Oscar Lafontaine, perché, per esempio, in Sassonia la Linke perde il 3 % dei voti attestandosi su un pur lusinghiero 21 %.
Il dato significativo, oltre alla affermazione della Linke, è il crollo della CDU e della SPD, e cioè dei due partiti al governo nella Grande coalizione.
Ma non mi propongo, qui, di commentare oltre questo risultato che, ripeto, secondo me si commenta da solo.
Mi preme prendere in esame alcuni articoli e dichiarazioni apparsi sulla stampa italiana stamane.
Premetto che ho letto solo Liberazione, il Manifesto, Repubblica e Corriere della Sera. Ma credo di averne abbastanza per poter dire delle cose.
Il trofeo della disinformazione, della faziosità e della falsificazione della realtà spetta, come sempre, a Repubblica.
Titolo di Repubblica: “Dopo il trionfo la sinistra avverte la SPD: Costruiamo insieme l’Ulivo tedesco.”
Confesso che, conoscendo i dirigenti e la linea politica della Linke, non ho creduto a questo titolo e mi sono messo a leggere l’articolo di tale a.t. alla ricerca dell’imbroglio.
Ed ecco l’imbroglio, triplo, in tutto il suo splendore:
1) in tutto l’articolo il riferimento all’Ulivo è solo in una citazione del quotidiano Tagesspiegel: “ma la prospettiva di un Ulivo di Prodi alla tedesca, sottolinea sempre il Tagesspiegel, a medio-lungo termine, adesso è una visione, non più un’allucinazione.”
Va beh. Nessun dirigente della Linke ha parlato di Ulivo. Ma quel giornale, il Tagesspiegel, forse è un giornale di sinistra e questo può giustificare il titolo di Repubblica… “la sinistra avverte”.
Macchè! Il Tagesspiegel è un giornale liberale, di orientamento centrista, come recitano diversi siti in internet fra i quali Wikipedia e Presseurop.
Insomma, la Linke non si sogna nemmeno di proporre un Ulivo alla tedesca, anzi. Ma i lettori di Repubblica sono condannati a “sapere” che, invece, questa è la notizia del giorno.
2) c’è un altro piccolo dettaglio di cui ovviamente Repubblica non parla. Si tratta del sistema elettorale tedesco. Proporzionale, senza elezione diretta dei governi e soprattutto tale che i partiti, solo dopo le elezioni, decidono se allearsi per dar vita ad un governo o meno. L’ulivo era una coalizione maggioritaria e proporre una coalizione nel sistema elettorale tedesco è una scemenza totale. Ma siccome a Repubblica il sistema proporzionale non piace (mica sarà che gli elettori possano votare per il partito nel quale si identificano per ideologia e/o per programma) basta sorvolare sul dettaglio ed ecco che improvvisamente il risultato tedesco è un esempio per l’Italia e per confermare l’orientamento di Repubblica.
3) ovviamente Repubblica non si sogna nemmeno di raccontare che cosa è la Linke. Basta dire che è la sinistra unita, che in Italia non c’è. Eppure dalle stesse citazioni di Lafontaine e Bisky si evince che la SPD ha sempre, in tutti questi anni, opposto una pregiudiziale contro Lafontaine (che abbandonò il governo socialdemocratico quando era vicepresidente del consiglio e ministro delle finanze denunciando l’ispirazione neoliberista di quel governo alla fine degli anni 90) e contro la PDS, covo di ex agenti della Stasi. Insomma, il grumo di ex dirigenti della SED e degli estremisti (massimalisti diceva la Repubblica ai tempi delle dimissioni di Lafontaine) che appartengono al GUE nel parlamento europeo, che hanno un programma radicalissimo, improvvisamente diventano una sinistra così ragionevole da proporre in Germania l’ulivo di Prodi (che a sua volta, bisognerà pur ricordarlo si è sempre detto vicino alla CDU di Kohl).
Evviva, evviva. Tutte le strade portano a Roma e all’ulivo!
Che schifo!
Ma passiamo, visto che il Corriere della Sera è, seppur in tono minore, analogo a Repubblica, al Manifesto.
Qui siamo in prima pagina con un pensoso editoriale di Luciana Castellina dall’emblematico titolo: “la lezione tedesca”.
Castellina sostanzialmente dice (e chiunque può controllare leggendo il suo articolo sul Manifesto di oggi) che ciò che non è riuscito in Italia con l’Arcobaleno è riuscito in Germania dove le condizioni in teoria avrebbero dovuto essere ben più difficili. Gli eredi della SED e la sinistra della SPD e di un sindacato “fortemente anticomunista” in teoria avrebbero dovuto essere ben più distanti delle forze italiane quasi tutte provenienti dal PCI.
Ma come è stato possibile questo mirabile miracolo?
Semplice! Loro hanno saputo mettere al centro i problemi sociali del lavoro dipendente e costruire una cultura comune attraverso la fondazione culturale Rosa Luxemburg. E hanno saputo mescolare, pur fra qualche fisiologico problema, “vecchi quadri sindacali, giovanissimi no-global e anziani abitanti della Repubblica democratica tedesca.
Per carità, dico io, dettagli come il fatto che Lafontaine sia uscito dal governo e dalla SPD su posizioni nettamente anticapitalistiche, che la SPD stia al governo insieme alla CDU, che la Linke abbia posizioni chiare e nette e che nulla conceda all’idea che la prospettiva del governo vale bene l’annacquamento delle proprie posizioni, che la PDS abbia resistito anni e anni nel più totale isolamento e che in Germania si voti col proporzionale, sono per l’appunto solo dettagli. E’ certo che il risultato è dovuto ai convegni della Fondazione Rosa Luxemburg (che io amo molto ma che so, al contrario dei lettori della Castellina, essere come tutte le altre fondazioni politiche il luogo dei finanziamenti pubblici ai partiti) e all’abilità di mettere nello shaker vecchi e giovani, sindacalisti e no global e abitanti dell’est e dell’ovest.
E’ vero. In teoria PRC, Pdci, Sinistra democratica venivano tutte dal PCI (e potrei aggiungere: in gran parte da Rifondazione).
Sarà un dettaglio insignificante che Sinistra Democratica non è, a suo dire, una forza anticapitalista? Che la sua collocazione è nel partito Socialista Europeo insieme alla SPD? Che è uscita dai DS per motivi nominalistici dopo aver condiviso tutta la politica liberista dei DS? Sarà un dettaglio la meravigliosa esperienza del governo Prodi e più in generale l’idea stessa che il governo era l’obiettivo fondamentale e irrinunciabile per almeno tre quarti della Sinistra Arcobaleno? Sarà un dettaglio che la nostra storia è costellata di scissioni velenose, alle quali Castellina ha autorevolmente contribuito guidando la scissione da Rifondazione dei Comunisti Unitari (sic) per deglutire il rospo Dini, sempre consumatesi sul governo?
Ma si. Son tutti dettagli. In politica, di questi tempi, contano le suggestioni e i paragoni fra cose incompatibili.
Evviva. Evviva. Tutte le strade portano alla sinistra unita senza aggettivi e a guidare il carro sono i campioni delle varie scissioni, che di unità loro si che se ne intendono!
Sul Manifesto, poi, c’è anche un articolo dal titolo significativo: “Felice la nostra frammentata sinistra. “Bravi compagni” ma qui si resta divisi”. In realtà è un pastone di dichiarazioni di esponenti del PRC, del Pdci, di Sinistra e Libertà, di Sinistra Critica, del Partito Comunista dei Lavoratori, e della Fiom.
Eh già! Siamo divisi! Leggi e rileggi e troverai che il tema della divisione è il governo e la prospettiva del tanto sospirato, da alcuni, accordo col PD. A parte la saggia e corretta dichiarazione di Ferrero che parla della verificata possibilità che dalla crisi si possa uscire a sinistra vanno segnalate le dichiarazioni di Gennaro Migliore il quale sostiene che la lezione tedesca consiste nella necessaria accelerazione nella formazione di un vero soggetto della sinistra. Io, per esempio, penso che un vero soggetto della sinistra debba essere anticapitalista e, solo per dirne una, contro la NATO. Ma forse Milgiore, che ha dimostrato di essere molto ma molto più moderno di me, pensa che ciò che rende vero un soggetto di sinistra sia il sorvolare sul capitalismo e sulla NATO e soprattutto il non essere (più?) comunista.
Infine c’è Liberazione che in questo, come in altri casi, dimostra di essere un giornale che informa.
Pensate! Ha avuto l’idea di intervistare Lothar Bisky. Sarà perché, al contrario di Repubblica, Corriere e Manifesto, deve essere a corto di commentatori ed interpreti italiani dei fatti tedeschi.
Ma sentite cosa dice Bisky sulla possibilità che nei tre Lander ci siano accordi di governo con la SPD: “… sicuramente in almeno due dei tre Lander potrebbero esserci i numeri. Ma quello che noi guardiamo non è il governo in quanto tale, ma se c’è o meno la possibilità di cambiare indirizzo alle politiche neoliberiste, portate avanti anche dalla SPD. Non vale la pena di stare al governo per continuare con politiche neoliberiste. Continueremo a stare all’opposizione. A volte si possono ottenere risultati anche da un’opposizione forte e coerente”.
Certo che intervistare un esponente di primissimo piano della Linke per sentire se per caso aveva qualcosa da dire sul risultato della Linke è proprio la dimostrazione che Liberazione è un giornale provinciale!
Imperdonabile!

ramon mantovani
http://ramonmantovani.wordpress.com

In difesa degli Italiani residenti all’estero, con le loro necessità ed esperienze di vita e di lavoro.


NO ALLO SMANTELLAMENTO DELLA RETE CONSOLARE! SÌ A SERVIZI VERAMENTE UTILI ED EFFICACI!

Il governo di destra con il suo ineffabile sottosegretario Mantica che, tra le altre cose, avrebbe il compito di occuparsi degli Italiani nel mondo, ha annunciato l’ulteriore smantellamento della rete consolare italiana, con in particolare in Europa la chiusura di sedi consolari in Belgio, Francia, Germania, Regno Unito e Svizzera. Lasciando senza un servizio appena decente ed effettivamente fruibile decine di migliaia di connazionali residenti in città come Bruxelles, Lilla, Amburgo, Norimberga, Manchester, Losanna e molte altre.

Tutto questo, si farebbe per “razionalizzare” e per “risparmiare”… cioè, ancora più “risparmi” sulla pelle degli emigrati, dopo che già nella finanziaria di quest’anno hanno tagliato gli stanziamenti del 60%, e dopo che, per l’eliminazione di diversi consolati, molti concittadini non sono neanche potuti andare a votare per le elezioni europee! Dove sarebbe la “razionalità” in tutto questo, che non sia semplicemente l’abbandono e il disprezzo da parte di questo governo contro chi si guadagna da vivere all’estero, spesso perché in Italia non è possibile? E sul “risparmiare”, troppo facili sarebbero i commenti e le battute che si potrebbero fare sui soldi che si tolgono agli emigrati ma che si buttano senza problemi nelle spese militari e nelle missioni di guerra, o in “grandi opere” che distruggono l’ambiente, o addirittura in feste e festicciole di lorsignori e relative accompagnanti…

Contro questo scempio e scempiaggine, anche le compagne e i compagni in Europa dei Partiti della Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e gli altri riuniti nella Federazione della Sinistra d’Alternativa, partecipano alle mobilitazioni di protesta e appoggiano i Comitati di lotta che stanno sorgendo un po’ dappertutto, preparando per le prossime settimane delle iniziative ancora più forti e significative per far sentire come si deve la protesta delle comunità italiane ancora una volta duramente colpite, e per richiedere una vera riorganizzazione e razionalizzazione della rete consolare italiana: non secondo la logica dell’abbandono e del tagliare, ma per prestare dei servizi veramente utili ed efficaci ai concittadini all’estero che ne abbiano bisogno, eliminando gli sprechi e le arbitrarietà e sfruttando come si deve le possibilità che offrono le reti informatiche, i mezzi mobili, le competenze professionali in loco, etc.

Di queste e di altre proposte possibili si può e si deve parlare, ma prima è assolutamente necessario che questo governo e questo sottosegretario ritirino tale provocatorio e insensato piano di tagli, e si cerchino le migliori soluzioni sentendo e accordandosi con tutte le parti in causa: primi tra tutti, i diretti interessati, gli Italiani residenti all’estero, appunto, con le loro necessità ed esperienze di vita e di lavoro.

PER INFORMAZIONI E CONTATTI SULLE PROSSIME INIZIATIVE:
mailto: prceuropa Ab9 yahoo.it – mailto:federazione Ab9 pdci-europa.org
http://www.pcieuropa.org/
Federazione Sinistra Alternativa Europa