30 agosto 2009

Il tema della salute e sicurezza dei lavoratori è uno di quelli che più si presta ad essere letto emotivamente e spesso retoricamente

Il Datore di lavoro e la tutela della salute mentale

Il datore di lavoro è responsabile della salute mentale e sociale dei propri dipendenti e deve adeguare la propria competenza, accrescendo le proprie conoscenze in materia, alla luce del nuovo “bene giudico da proteggere”;

Il DLgs 9 aprile 2008, n. 81, , c. 1, lett. b) : “datore di lavoro”:
il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa…; e tra le novità, quella di una specifica definizione di “salute” (art. 2, c. 1, lett. o), al quale, il datore di lavoro dovrà prestare interesse particolare poiché, essa è d’ora in poi da intendere come uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

I profili di “innovazione” insiti in tale formula sono numerosi e di grande interesse, non solo sul piano giuridico.

Un primo fondamentale aspetto di novità, rilevante, specificatamente, sul piano della sicurezza sul lavoro, è che, per la prima volta, viene individuato, in modo esplicito, il bene giuridico da proteggere attraverso quanto previsto nello stesso Decreto n. 81: “l’oggetto” da proteggere con la disciplina citata è rappresentato, d’ora in poi e fino a nuove modifiche normative, proprio da quanto espresso nell’art. 2, c. 1, lett. o), la “salute”.

Una seconda novità concerne la pluralità dei contenuti espressi nella nozione stessa. La formula, infatti, include vari elementi rilevanti giuridicamente:

- la salute, presa in considerazione nella recente formula, è, infatti, uno stato, vale a dire una situazione personale sul lavoro che deve permanere;

- tale stato, come chiarisce la definizione in esame, non consiste “solo in un’assenza di malattia o d’infermità”. Viene così superata la nozione, molto radicata nell’interpretazione giuridica precedente, di una salute intesa, “in senso minimalista”, come semplice mancanza di malattia o di infortunio.
Il mantenimento anche di tale condizione è, evidentemente, pur sempre rilevante, ma non sufficiente a rendere il datore di lavoro esente da eventuali responsabilità;

- lo stato di salute considerato è, altresì, quello del “completo benessere”. Il grado della salute, che il legislatore chiede che sia perseguito, è, quindi, qualitativamente elevato, in quanto corrispondente all’appagamento e alla soddisfazione piena del lavoratore, stati, pur sempre, considerati relativamente alla sola vita lavorativa;

- tale benessere deve essere tenuto presente nel profilo fisico.

Il lato fisico della salute continua a rappresentare una dimensione essenziale (quanto, peraltro, ancora spesso “negata” nelle prassi lavorative) da proteggere. Esso, tuttavia, è da perseguire, secondo la nuova nozione, ad un livello elevato, rappresentato, come detto, da pieno appagamento.

E’ evidente qui il “rimando” implicito del Diritto, ad esempio, all’ergonomia nel senso più moderno del termine:

- lo stato di salute deve essere tale, anche, dal punto di vista mentale. Il profilo psichico era già richiesto dal legislatore nell’articolo 2087 codice civile:

- la novità è che esso, come discende implicitamente da quanto detto, va ora realizzato, non solo in termini di assenza di patologie psichiatriche, ma, in positivo, come situazione psichica pienamente soddisfacente (benessere, appunto);

- la situazione personale di soddisfacimento da perseguire riguarda anche il profilo sociale. Tale lato è, certamente, il più “impervio”, anche, dal punto di vista giuridico, perché introduce, in primo piano, nella cura da realizzare nell’ambito lavorativo, il rapporto del lavoratore con gli altri individui e nei gruppi. Un profilo, evidentemente, più complesso da oggettivizzare, più mutevole e, quindi, più difficile da mantenere nel tempo e più da verificare.

Nel complesso, la definizione di cui all’art. 2, c. 1, lett. o), pur non essendo da considerare del tutto innovativa, impone ai soggetti destinatari un ampliamento della nozione di salute, comprensiva non solo dei profili medici tradizionali della salute, ma anche di profili di qualità della vita lavorativa che determinano, da un lato, un innalzamento del grado di tutela da mettere in atto e che, dall’altro lato, comportano, anche negli enti locali, un’azione organizzativa ben più complessa.

Un secondo profilo di cambiamento organizzativo, sempre per quanto concerne l’azione organizzativa del datore di lavoro per la sicurezza deve riguardare una sorta di ri-orientamento (ed in parte anche una ri-modulazione) della specifica organizzazione dell’ente (si che questo sia pubblico o che sia privato), per la sicurezza sul lavoro.
Il datore di lavoro, senza pretesa di esaurire qui le implicazioni, nello svolgimento della propria attività dovrà, ad esempio, procedere a:

1) individuare adeguatamente, rispetto al bene da proteggere, i titolari dei ruoli in materia di sicurezza. Il vertice gestionale della sicurezza deve individuare i ruoli gestionali (dirigenti e preposti) in grado di gestire adeguatamente le tematiche del benessere del lavoratore, in primo luogo, essendo sicuro che essi siano consapevoli dei varie tipologie di rischio che la salute può correre in ambito lavorativo;

2) designare staff effettivamente competenti in materia.
Lo stesso soggetto deve prestare particolare attenzione nel designare un responsabile (e degli addetti) del servizio di prevenzione e protezione che sia capace di supportarlo tecnicamente proprio in merito alle più attuali tematiche della salute, recentemente valorizzate dal legislatore delegato. Come stabilisce l’art. 31 c. 2, il datore deve attentamente scegliere il responsabile proprio in relazione alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative.
Diviene, altresì, sempre essenziale nominare un medico competente in grado di non sotto valutare le eventuali problematiche psichiche del lavoratore;

3) dare informazione agli staff, ma effettivamente su tutti i rischi. Il datore deve assicurare (art. 18. c. 2), sia al Servizio di Prevenzione e Protezione sia al Medico competente, un’informazione di base relativa alla natura dei rischi (non solo incidenti sul benessere fisico, ma anche su quello psichico e sociale) esistenti nella propria impresa, ritenuta dal diritto essenziale presupposto logico per lo svolgimento dei compiti da parte degli stessi staff.

4) rivedere il documento di valutazione dei rischi.
La redazione del documento, divenuto nel nuovo testo legislativo un obbligo maggiormente gravato di sanzioni, dovrà prendere in adeguata considerazione
i criteri per valutare i rischi psico-sociali, individuando le misure di prevenzione e protezione da mettere in campo per tutelare (oltre al benessere fisico) anche il benessere psichico e sociale;

5) informare adeguatamente anche il lavoratore.
Il datore dovrà procedere ad informare sui rischi di natura psichica e sociale connessi all’attività dell’ente, sulle misure adottate (evidentemente anche in relazione ai rischi psichici e sociali). Egli dovrà formare i lavoratori anche su rischi - danni
- misure-procedure di prevenzione, anche in relazione ai profili di natura psichica e sociale della salute.
Data l’accresciuta pervasività o concetto di salute, appare, inoltre, opportuno anche se non strettamente necessario, sul piano giuridico, coinvolgere nel processo di analisi/valutazione dei rischi, e, in specie, nell’individuazione degli effettivi rischi lavorativi, anche gli stessi lavoratori.

Questa recente nozione di salute valorizza, implicitamente, tali contributi e, soprattutto, deve motivare i datori di lavoro e i servizi di prevenzione e protezione ad analizzare, con sempre maggiore cura, gli “altri” rischi (quali quelli psico-sociali definiti come “aspetti relativi alla progettazione, alla organizzazione e gestione del lavoro, nonché nei rispettivi contesti ambientali sociali, che dispongono del potenziale per dar luogo a danni di tipo fisico, sociale, psicologico”).

Tali rischi alla salute:

- si sviluppano nel rapporto tra l’individuo e l’organizzazione e possono nascere nell’ambito delle relazioni lavorative dell’azienda, ad esempio, nel rapporto tra lavoratore e colleghi, tra lavoratore e superiori;

- derivano, oggettivamente, dal sistema dei ruoli, dalla struttura organizzativa, dalle procedure organizzative, dai sistemi di direzione in genere e persino dal luoghi di lavoro (e dal loro stato, talvolta, degradato).

Come già accennato in precedenza è il datore di lavoro (art. 18, c. 2) a dover innescare il processo “virtuoso” di protezione integrale del lavoratore fornendo al servizio di prevenzione e protezione e al medico competente le informazioni in merito alla natura dei rischi e all’attuazione misure preventive correttive.

Una “pre-analisi” e una “pre-valutazione” di tali tipologie di rischi va, quindi, realizzata, innanzitutto, dal datore di lavoro, che poi deve sapere utilizzare, adeguatamente, il contributo del servizio di prevenzione e protezione chiamato a svolgere, tenendo presente la formula di legge sulla salute, il lavoro tecnico e specialistico sui fronti:

- dell’individuazione dei fattori di rischio e della valutazione dei rischi e dell’individuazione delle misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti
di lavoro;
- dell’elaborazione delle misure preventive e correttive e dei sistemi di controllo di tali misure;
- della proposta di programmi di informazione e formazione dei lavoratori.

E’ da ricordare che proprio il DLgs n. 81/2008 ha rafforzato, in generale, l’importanza di tale fase della gestione della sicurezza imponendo pesanti sanzioni in relazione proprio alla mancata valutazione di tutti i rischi presenti nello specifico ambito lavorativo.

Il benessere fisico, mentale e sociale dei singoli lavoratori può essere, infatti, realmente perseguito solo qualora tutto il sistema organizzativo aziendale, comprensivo ad esempio, della funzione specializzata sulla persona, dei dirigenti e dei “capi-ufficio-reparto” e della generalità dei lavoratori che fanno parte della singola organizzazione lavorativa, sia mobilitato, nel mentre realizza i propri compiti, a preservare, allo stesso tempo, il benessere, in ambito lavorativo, di tutti coloro che collaborano nell’azienda.

LUCA
www.darioprevenzione.it

27 agosto 2009

Paolo Ferrero, segretario nazionale Rifondazione Comunista

L'autunno è già cominciato

Da due giorni gli operai e le operaie della Lamse di Melfi - a cui va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà - hanno occupato la fabbrica contro i 174 licenziamenti annunciati a inizio agosto. Lunedì i lavoratori e le lavoratrici hanno occupato la sede della Confindustria di Potenza e martedì, mentre stavano occupando la fabbrica, un guardione ha pensato bene di sparare vari colpi e di puntare la pistola contro gli operai. Evidentemente le politiche securitarie, che mettono al centro la proprietà dei ricchi e all'ultimo posto la sicurezza delle persone, hanno fatto scuola e si stanno estendendo dai migranti alle lotte operaie. Alla faccia del pistolero però i lavoratori hanno occupato la fabbrica e questa lotta è finalizzata all'apertura di una trattativa - con la proprietà e con la Fiat - al fine di ottenere il ritiro dei licenziamenti e un futuro occupazionale ai lavoratori. La Lamse infatti è una azienda dell'indotto della Fiat e quest'ultima non può sottrarsi alle sue responsabilità. In questi anni i padroni hanno spezzettato il ciclo produttivo per dividere i lavoratori e aumentare i profitti. Adesso non possono pensare che ci facciamo sfogliare come una margherita: per ogni azienda dell'indotto deve essere chiamata in causa l'azienda capofila che si deve far carico dei problemi occupazionali.
Da settimane abbiamo detto che l'autunno sarebbe stato caldo, banco di prova decisivo per costruire un efficace conflitto sociale contro la crisi capitalistica. Abbiamo detto che bisognava fare come la Innse, che bisognava imparare dai francesi, per costruire il conflitto e renderlo visibile. Adesso ci siamo. E' decisivo che le lotte che partono non vengano lasciate sole, che si costruisca il massimo di visibilità della lotta, di solidarietà attorno ad essa al fine di ottenere una trattativa vera e quindi di determinare una modifica radicale della volontà padronale. In questi giorni il partito lucano ha dato un contributo decisivo alla lotta dei lavoratori della Lamse, ma adesso occorre costruire la mobilitazione del partito - e dei suoi rappresentanti istituzionali - non solo in Basilicata ma anche nelle regioni limitrofe. Occorre partecipare al presidio, occorre inondare di foto e di racconti le redazioni di giornali e televisioni, occorre rompere l'isolamento. Venerdì ci sarà la prima vera trattativa ed è decisivo arrivarci con il movimento ben rafforzato.
Non si scambi questa proposta per una riduzione della politica alla lotta sindacale. La costruzione di una efficace risposta di lotta, fabbrica per fabbrica, è un passaggio decisivo al fine di costruire i Comitati contro la crisi e quindi un movimento politico di massa per l'uscita dalla crisi da sinistra. Il blocco dei licenziamenti, l'estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori e le lavoratrici che perdono il posto di lavoro, la creazione di un salario sociale per i disoccupati, la richiesta di un aumento salariale e pensionistico generalizzato, la lotta alla precarietà, sono i punti principali della costruzione di un movimento di massa che coinvolga lavoratori occupati, cassaintegrati, licenziati, disoccupati. La costruzione di un movimento di massa è l'obiettivo, il suo punto di partenza sono le singole lotte - dalla Lasme ai precari che a Matera hanno occupato il provveditorato - che in questa situazione non hanno un valore aziendale ma generale. Un movimento di massa la cui piattaforma non può che essere l'opposto della frantumazione corporativa proposta dal ministro Sacconi e puntare al rafforzamento del lavoro dentro un a riconversione pubblica ed ambientale dell'economia. L'autunno è cominciato, ricostruiamo nelle lotte con i lavoratori e le lavoratrici l'utilità sociale del nostro partito e il senso e l'orgoglio della nostra militanza comunista.

Liberazione
27/08/2009

foto: Melfi (Potenza), gli operai della Lasme sul tetto della fabbrica Ansa/Tony Vece

26 agosto 2009

La Corte Europea dei diritti dell'uomo condanna il governo italiano per la gestione del G8, ma non rende giustizia a Carlo


LA GIUSTIZIA CHE NON C'E'

di Vittorio Agnoletto
portavoce del Gsf Genova 2001

La decisione della Corte Europea sulla morte di Carlo Giuliani è una sentenza pilatesca, un capolavoro di equilibrismo tra la necessità di difendere i principi che dovrebbero stare alla base della concezione del diritto nell'Unione europea, secondo i quali ognuno ha diritto ad un equo e celere processo; e dall'altra parte la ragione di Stato, o meglio, in questo caso gli interessi politici del governo italiano. Governo, non dimentichiamolo, che per la gestione del G8 genovese è stato già condannato sul piano politico dalle istituzioni di Strasburgo fin dalla relazione sui diritti umani votata dal parlamento europeo nel 2002. Governo che ha nominato capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, l'uomo che a Genova era responsabile dell'ordine pubblico e che oggi è sotto processo per istigazione alla falsa testimonianaza di un suo subalterno. Un governo che non poteva quindi assolutamente rischiare su un tema così sensibile, un nuovo pubblico processo su richiesta in particolare della corte europea.
Si dovrebbe dare per scontato che a prevalere debba sempre essere la ricerca della verità: ma non siamo ingenui e sappiamo bene che non sempre è così. Lo scontro tra i giudici deve essere stato duro se, come pare, il verdetto finale ha prevalso per 4 voti contro 3.
La sentenza vuole essere salomonica e invece non ha semplicemente il coraggio di affermare, fino in fondo, la verità; infatti la Corte ha stabilito che Placanica ha agito per legittima difesa, ma che avrebbe dovuto svolgersi un'inchiesta giudiziaria per valutare la gestione dell'ordine pubblico in quel contesto e le eventuali responsabilità.
La verità è un'altra.
La morte di Carlo come ormai chiarito anche dai processi genovesi, in particolare quello contro i 25 manifestanti in cui sono stati ricostruiti i fatti di quel maledetto 20 luglio, è stata la conseguenza di una gestione folle dell'ordine pubblico, delle due separate centrali di comando di polizia e carabinieri, del contrasto tra le due forze dell'ordine e dell'iniziativa «spontanea» di un capitano dei carabinieri che decise di attaccare il corteo del Carlini anche di fronte a diverse indicazioni provenienti dalla questura.
Ma l'assassinio di Carlo è stata innanzitutto la conseguenza della gestione politica dell'ordine pubblico, dell'autorizzazione «di fatto» data a tutte le forze dell'ordine di usare la forza oltre qualunque ragione e in contrasto con ogni regolamento, ogni legge e con la stessa Costituzione. I responsabili di tutto questo, non possiamo dimenticarlo, sono stati il governo Berlusconi di allora, i vertici di polizia,carabinieri e servizi e, in prima fila alcuni parlamentari di An «in visita» alla centrale dei carabinieri, primo fra tutti l'attuale presidente della Camera Gianfranco Fini, ora quasi un'icona per l'opposizione parlamentare.
La Corte Europea non ignora questi fatti e condanna l'Italia per non avere indagato la gestione e l'organizzazione dell'ordine pubblico, pur non richiedendo la celebrazione di un processo. Resta comunque un duro schiaffo per l'attuale governo, fotocopia di quello di allora.
Di fronte a questo quadro le dichiarazioni di Maurizio Gasparri appaiono l'ennesimo tentativo di manipolare la realtà. Il governo italiano è condannato e con lui anche la parte della magistratura troppo sensibile al potere politico, e che per autocensura evitò di compiere autonomamente il suo dovere come, per ora è ancora così, avrebbe dovuto fare.
La Corte invece giustifica Placanica riconoscendogli la legittima difesa: ho sempre sollevato, e non da solo, molti dubbi che a sparare sia effettivamente stato il carabiniere ventenne; più di un fatto fa ritenere possibile che a sparare sia stato, o sia anche stato, qualcuno di ben più in alto in grado e probabilmente con un'arma non di ordinanza.
Un sospetto molto forte che se riconosciuto degno di indagine avrebbe potuto coinvolgere personaggi molto altolocati e con importanti relazioni.
Un processo avrebbe potuto chiarire tutto questo e forse cancellare definitivamente lo scudo della legittima difesa dietro al quale si è nascosto, fin dai primi minuti dopo la morte di Carlo,il governo italiano.
La Corte Europea rinuncia a sollevare questo velo, evitando così di chiedere la celebrazione di un processo,unico strumento per la ricerca della verità.
I quarantamila euro riconosciuti alla famiglia Giuliani sono l'ultimo insulto ad una vita che continua a non essere lasciata riposare in pace nemmeno dopo la morte; la vita di un giovane prima ammazzato e poi, dopo la morte, ancora violato nel suo corpo con una pietra, come emerso dalla ricostruzione dei fatti.
No, Genova non è una pagina del passato, nessuna riconciliazione è possibile, la memoria di Carlo e di quelle giornate continuerà a vivere nella nostra memoria e nei nostri ideali. Continueremo a chiedere verità e giustizia.


su il manifesto del 26/08/2009

25 agosto 2009

Una biografia santifica il leader del Msi. Tacendo sul bando contro i partigiani e sdoganando Salò. Revisione e omissioni sugli anni ’60 e ’70

Incredibile, Almirante: «Democratico» in camicia nera

Sono tali e tanti i silenzi, le reticenze e le omissioni nella biografia di Giorgio Almirante curata da Vincenzo La Russa ("Giorgio Almirante. Da Mussolini a Fini", Mursia, pag. 247, 17 euro), che potrebbe addirittura sorgere il sospetto che si stia parlando di un’altra persona. Davvero scoperto e grossolano appare il tentativo, tutto politico, di santificare il leader del neofascismo italiano, in spregio alle conoscenze storiche pacificamente acquisite.

Dopo poche pagine iniziali in cui si concentrano le origini familiari e i primi passi compiuti da giornalista al seguito di Telesio Interlandi (un autentico invasato razzista nei confronti del quale Almirante manterrà sempre «stima e devozione»), prima al quotidiano Tevere e poi come segretario di redazione al quindicinale La difesa della razza, si passa subito a narrare del ruolo svolto dal settembre 1943 in veste di capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma al ministero della Cultura popolare nella Rsi. Circostanza che viene presentata come frutto di un incontro del tutto fortuito a Roma con lo stesso Mezzasoma. Così la sua elezione a segretario nazionale del Msi nel giugno 1947, raccontata come un accidente non previsto, avvenuta a pochi mesi dalla costituzione della formazione politica da parte di un gruppo di nostalgici della Repubblica di Salò, che lo innalzarono a tale carica essendo loro ben più compromessi con il passato ventennio o addirittura latitanti. È il caso di Pino Romualdi, la più importante figura del neofascismo di quel periodo, costretto a operare dalla clandestinità. In realtà Almirante, come ricorderà egli stesso anni dopo, giunse a questo ruolo portando in dote al Msi un intero movimento da lui fondato, il Movimento italiano di unità sociale (Mius), «che raccoglieva l’élite direttiva del fascismo». Fu lui a sottolinearlo nella sua storia del Movimento sociale italiano, scritta con Francesco Palamenghi-Crispi nel 1958. Non proprio, dunque, come si vorrebbe, un’elezione casuale. Sul terrorismo delle Sam (Squadre d’azione Mussolini) e dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria), che precedettero e accompagnarono la fase iniziale del Msi, in buona parte composti e diretti dagli stessi missini, non una sola parola. Eppure gli attentati dinamitardi furono innumerevoli, spesso tutt’altro che dimostrativi, con tanto di morti e feriti. Ma siamo solo agli inizi. Tutta la vita politica di Almirante e del Msi viene, infatti, nel complesso collocata in un contesto volutamente depurato da tutti quegli elementi che potrebbero contraddire una ricostruzione di comodo. Si cita più volte l’importante lavoro di Giuseppe Parlato "Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948", edito dal Mulino nel 2006, forse la miglior ricerca su quel periodo da parte di uno storico di destra, ma, ad esempio, si tralascia clamorosamente di riprenderne la parte essenziale, minuziosamente documentata anche con carte tratte dagli archivi americani, relativa agli intensi rapporti intercorsi tra i dirigenti neofascisti, Pino Romualdi in testa, e i servizi segreti americani che appoggiarono, anche economicamente, e favorirono in chiave anticomunista la nascita del Msi. Una tessitura di contatti avviata ancor prima della fine della guerra, che consentì allo stesso Romualdi, il 27 aprile 1945, di scampare a fucilazione certa. Queste le conclusioni di Giuseppe Parlato: «Da lì discendono una serie di legami che consentono di leggere la nascita del Msi in modo totalmente diverso: non un movimento di reduci, ma una forza atlantica e nazionale nel quadro della Guerra Fredda» (dall’intervista rilasciata a Simonetta Fiori apparsa su La Repubblica del 9 novembre 2006). Nulla di tutto ciò, neanche un cenno, nel libro di Vincenzo La Russa. Un approccio teso, il suo, da un lato a rileggere, all’opposto, il neofascismo italiano come un’area posta ai margini della vita politica e vessata dalla violenza comunista, mai attraversata da spinte eversive, frustrata nei suoi tentativi di inserimento nel sistema anche a causa del peso che vi ebbero i nostalgici del fascismo repubblichino (in ciò una critica) come Almirante, comunque conquistati al metodo democratico, dall’altro lato, a cercare di "salvare" proprio questa figura da ogni sospetto riguardo alla sua buona fede democratica, non si capisce bene quando acquisita. Forse da sempre.

Che la Repubblica sociale e il fascismo fossero stati democratici? Il dubbio è lecito. Un esercizio spericolato, in definitiva, che per essere condotto ha bisogno di pesanti manipolazioni storiche. E queste davvero non mancano. In particolare in questa biografia, salvo poche righe su piazza Fontana, sembrerebbe non essere mai esistita la strategia della tensione con le sue stragi nere, in cui rimasero coinvolti e in alcuni casi condannati (si vedano le sentenze definitive per la strage di Peteano del 31 maggio 1972 e per la tentata strage del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma) proprio quegli esponenti di Ordine nuovo che Giorgio Almirante invitò «lui a rientrare» nel 1969 nel Msi. Ovviamente La Russa omette anche di ricordare il pesante coinvolgimento proprio di Almirante in relazione a Peteano, quando fu rinviato a giudizio per favoreggiamento di Carlo Cicuttini (ex segretario di una sezione missina), latitante in Spagna, al quale fece pervenire 34mila dollari affinché si sottoponesse a un’operazione alle corde vocali per vanificare il suo riconoscimento come autore della telefonata che attirò una pattuglia di carabinieri a Peteano, in provincia di Gorizia, dove aveva predisposto, insieme a Vincenzo Vinciguerra, un’autobomba che esplose all’apertura del cofano. Tre militi rimasero uccisi sul colpo. Carlo Cicuttini fu condannato all’ergastolo. Almirante evitò invece il processo beneficiando dell’amnistia nel febbraio del 1987.

Del bando rinvenuto nel giugno 1971 in un comune della provincia di Arezzo, firmato il 17 maggio 1944 dal capo di gabinetto Giorgio Almirante per conto del ministro Mezzasoma, in cui si minacciavano «gli sbandati» e gli appartenenti alle bande partigiane di «fucilazione nella schiena», che suscitò nel Paese una forte ondata di sdegno, Vincenzo La Russa ne parla come di un semplice e dovuto adempimento burocratico. Come se Almirante fosse stato a Salò un semplice passacarte, quando invece collaborava con uno dei più fanatici ministri di Mussolini, e secondo diverse testimonianze era chiamato «il prete nazista» proprio dagli altri componenti del gabinetto per il suo acceso estremismo e il furore con cui si scagliava contro ogni pietismo. Ma è proprio riguardo al nodo della violenza, «lui non incitava certo», che forse sarebbe il caso di ricordare a La Russa il famoso comizio di Almirante a Firenze, il 4 giugno 1972, in cui il segretario del Msi proclamò che i giovani di destra erano «pronti allo scontro frontale con i comunisti», e ancor prima la famosa intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, il 10 dicembre 1969, solo due giorni prima della strage di piazza Fontana, dove il segretario missino confessò che «le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile... tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti... misure politiche e militari non sono più distinguibili». Non male come "pacificatore".

Di diversi episodi degli anni Settanta Vincenzo La Russa fa poi letteralmente strazio. Ricostruisce l’uccisione dell’agente Antonio Marino, avvenuta a Milano il 12 aprile 1973, nel corso di scontri provocati da una manifestazione missina, inventandosi di sana pianta la dinamica dei fatti. Non fu, infatti, mai lanciata una bomba contro alcuna camionetta di polizia, ma ben tre per colpire i cordoni degli agenti. Il poliziotto Marino morì perché raggiunto in pieno petto da una di queste e non perché esplose il tascapane con i candelotti lacrimogeni, che per altro non portava. Sarebbe bastato a La Russa leggere seppur sommariamente gli atti giudiziari o più semplicemente chiedere informazioni ai suoi fratelli, Ignazio e Romano, presenti alla manifestazione. Romano fu anche fermato dopo gli incidenti. Sempre secondo l’autore, e qui siamo davvero oltre ogni limite, nell’aprile del 1975 «il giovane milanese Claudio Varalli» sarebbe stato addirittura «ucciso da estremisti di sinistra» (pag. 173, leggere per credere). Si potrebbe pensare a uno svarione, dato che Varalli militava nel Movimento lavoratori per il socialismo e che per il delitto fu condannato Antonio Braggion di Avanguardia nazionale. Ma solo poche righe più sotto troviamo scritto che nello stesso anno, a giugno, «Alceste Campanile, militante di Lotta continua, viene trovato ucciso (si scoprirà dopo che il delitto era maturato nell’ambiente dell’estrema sinistra)».

Vale la pena di ricordare che l’assassino reo confesso di Alceste Campanile si chiama Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia nazionale poi finito come killer al servizio di grandi organizzazioni criminali. Un caso ormai risolto da diversi anni. Noi non sappiamo da dove Vincenzo La Russa tragga le proprie informazioni. Qui non si tratta di spulciare polverosi archivi o di impegnarsi in estenuanti e difficili inchieste. Basterebbe a volte solo leggere i giornali.

Anche relativamente alle fotografie allegate al volume va citata una perla. In una di queste, a un certo punto, si ritrae Giorgio Almirante a Roma, il 16 marzo 1968, su una scalinata dell’Università La Sapienza, circondato da giovani con bastoni. La didascalia recita: «Almirante viene aggredito da alcuni studenti». L’episodio, che Vincenzo La Russa si guarda bene dal commentare, è relativo alla spedizione di circa trecento mazzieri missini, arrivati da tutta Italia, più qualche decina di bulgari reclutati al campo profughi di Latina, guidati proprio da Almirante e Giulio Caradonna, che tentarono di sgomberare a forza alcune facoltà occupate. Una vicenda notissima, immortalata da centinaia di fotografie e più di un filmato, che ritrassero per altro Almirante sorridente attorniato dai suoi squadristi con tanto di mazze, spranghe e catene. Lui che «non incitava alla violenza». Finì semplicemente male. Gli studenti di sinistra si difesero e il nostro fu costretto a battere in ritirata protetto dalle forze di polizia. Tra i circa 160 fascisti fermati quel giorno figureranno, tra l’altro, anche i nomi di Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie.
Una biografia, in conclusione, per molti versi inservibile. Forse non l’avrebbe apprezzata neanche Giorgio Almirante. Sarebbe stato davvero difficile riconoscersi anche per lui.

Saverio Ferrari
[da il manifesto 20/8]

22 agosto 2009

Quando non ci si raccapezza più nella sfera politica e sociale, un politico di razza dovrebbe riflettere. Ambiente e salute: lettera aperta a Vendola

La politica del dis/fare

L'ingenuo Vendola chiama Casini ma quel volpino di democristiano risponde al D'Alema antivendoliano

Da quando è Presidente della mia Puglia il sempre caro Nichi non ne imbrocca più una, sia come motore propulsore di un laboratorio politico, la primavera pugliese, e ancor di più come leader di una macedonia di sigle impaurite dall'evanescente presenza istituzionale. Non ne imbrocca più una e inforca cadute di stile a dir poco berlusconiane, vedi l'attacco alla magistratura sulla penosa vicenda della sanità pugliese. Il declino del Vendola che abbiano conosciuto e amato è cominciato con la nomina di un un dinosauro socialista ad assessore alla sanità, nonostante la contrarietà , con cognizione di causa, del suo partito e delle associazioni sociali, vedi Medicina Democratica, è continuato con l'allontanamento di Petrella dalla presidenza dell'acquedotto pugliese, si è incancrenito con il colpevole silenzio sulle mortali questioni ambientali riguardanti il petrochimico ed in particolare Taranto, si è putrefatto con il comico corteggiamento a Casini. Lasciamo perdere l'analisi politica di tale opportunistico corteggiamento e restiamo ai fatti di cronaca: mentre Nichi propone la convivenza a destra e a manca, il corteggiato non gli degna neanche di una risposta diretta e comunica al partito tutore di Vendola che un'alleanza si può fare se detronizza l'ex comunista. Casini ingrato? Macché, nello stesso Pd c'è una fronda antivendoliana che si chiama D'Alema, cioè oltre la metà del partito democrac. C'è da piangere o da ridere di fronte al suicidio politico di uno come Vendola? PS. In queste considerazioni non centrano per nulla le motivazioni ancora poco chiare della scissione operata da Vendola contro Rifondazione, in nome dell'unità della sinistra, se non per l'aspetto comico di un percorso a perdere senza soluzione di continuità.

Franco Cilenti
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LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE ON. NICHI VENDOLA SUI MORTI ED I MALATI NEI PETROLCHIMICI PUGLIESI
21 agosto 2009
Egregio Presidente

il 1° dicembre scorso alcune associazioni impegnate nella tutela della salute dentro e fuori i luoghi di lavoro (Salute Pubblica e Medicina Democratica) hanno indirizzato anche a Lei, insieme ad una lunga serie di autorità con competenza in materia sanitaria nella nostra regione (l’Assessore alle Politiche della Salute,i Sindaci di Brindisi e Manfredonia, i Presidenti delle Province di Brindisi e Foggia ed i relativi Direttori Generali delle ASL Provinciali, il Direttore dell’Arpa, , i Presidenti degli Ordini dei Medici), una articolata lettera perchè si richiedesse, sulla base di recenti evidenze scientifiche, all’Istituto Superiore di Sanità di rianalizzare gli studi di mortalità sui lavoratori dei petrolchimici di Brindisi e Manfredonia, dai quali si sono ricavate sinora informazioni erroneamente rassicuranti. La rianalisi degli studi sarebbe di grande interesse per quei lavoratori esposti ed ancora in salute che potrebbero beneficiare di misure di prevenzione.

A questa lettera l’unico ad aver dato risposta è stato il Direttore Generale dell’ARPA, il Prof Giorgio Assennato, il quale ha espresso la propria disponibilità a sostenere l’Assessorato alle Politiche della Salute e le ASL di Brindisi e Foggia nella rianalisi degli studi sui lavoratori dei petrolchimici di Brindisi e Manfredonia condividendo le ragioni della richiesta.

Per maggior chiarezza mi sembra utile ricordarLe che le due associazioni nel dicembre scorso avevano denunciato importanti inesattezze metodologiche negli studi condotti in sede giudiziaria sulle popolazioni lavorative di Brindisi e Manfredonia, al punto che i lavoratori apparivano in condizioni di salute migliore della popolazione generale. In realtà il confronto non andava eseguito con la popolazione generale ma con gruppi di lavoratori meno esposti o niente affatto esposti nello stesso stabilimento.

Di questo si è già accorta la Procura della Repubblica di Venezia che ha disposto la rianalisi dello studio di Porto Marghera rilevando nei lavoratori esposti 80 decessi in più per tutte le cause rispetto alle attese. Purtroppo le decine di migliaia di famiglie che hanno negli ultimi decenni avuto un congiunto a lavoro nei due petrolchimici pugliesi, non solo hanno visto assolti o prosciolti i responsabili degli impianti dalle accuse di aver provocato le malattie ed i decessi dei loro cari, ma non hanno neppure potuto giovarsi delle competenze messe a disposizione dell’ARPA Puglia (pensi alle attese in campo risarcitorio ed assicurativo) perché nessuna delle Autorità interpellate dalle associazioni in questione ha finora richiesto all’Istituto Superiore di Sanità il data-base delle due coorti esaminate a Brindisi e Manfredonia.

Le scrivo pertanto per sollecitare una Sua concreta iniziativa in risposta alla proposta delle associazioni ed alle attese delle famiglie dei lavoratori dei petrolchimici pugliesi, attraverso la richiesta delle basi di dati all’Istituto Superiore di Sanità in modo che possano essere rianalizzate dall’ARPA Puglia e dalle Unità di Epidemiologia delle ASL interessate secondo i criteri accennati.

Certo di un suo positivo riscontro, porgo distinti saluti

Maurizio Portaluri

Ma insomma, perché dobbiamo fare debiti per vivere e lavorare ?

In un articolo recentemente pubblicato sul NYT - la traduzione in italiano la trovate a questo link : http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6191&mode=&order=0&thold=0

L’OSSIMORO DELLA SPESA PUBBLICA

- Paul Krugman sostiene che se la situazione dell’economia mondiale non è ancora finita nel baratro della recessione prolungata come quella del ’29, lo si deve al differente atteggiamento dei Governi e in particolare di quello degli Stati Uniti, che hanno sostenuto la domanda con forti iniezioni di spesa pubblica.

Nel 1929, il Governo assunse invece l’atteggiamento opposto di risparmiare sulla spesa e questo aiutò il tracollo. Oggi, invece, l’amministrazione Obama, pur criticabile per l’insufficienza del programma di intervento adottato, non ha contratto la spesa rifiutando le critiche di chi sostiene, soprattutto da parte repubblicana, che lo Stato deve dare ai cittadini l’esempio riducendo notevolmente il proprio budget di spesa sugli interventi.

Krugman è un economista intelligente e di grande carisma, ma devo dire che questa volta è stato anche sfortunato. Perché, infatti, proprio oggi compare la notizia che la città di Chicago, una delle più importanti degli USA, è costretta a chiudere i battenti dei propri servizi, riducendo all’osso anche quelli essenziali, perché non ha i soldi per pagarli. Sanità - tranne le emergenze-, trasporti, servizi amministrativi, raccolta spazzatura, tutto fermo. A rischio anche il servizio locale di polizia. Gli impiegati a casa senza stipendio, oggi e per ancora altri giorni in futuro. Con il crollo delle entrate fiscali, legate per lo più alle tasse sulla casa, il Comune non è in grado di pagare gli stipendi e le altre spese.

Rampini su Repubblica riferisce che anche in molte altre città degli USA la situazione è al collasso e sta causando drastici tagli ai bilanci dei Comuni a cominciare dalla riduzione del personale. È nota, poi, la gravissima situazione di dissesto dello Stato della California che ha esaurito i fondi e sta pagando con cambiali che forse in futuro, se le cose andranno meglio, saranno onorate. Peggio di un qualsiasi nostro comune dissestato e commissariato per debiti.

Tuttavia, Krugman ha ragione. Senza la spesa corrente dello Stato (e in fondo è quello che ripete la Marcegaglia al Governo da qualche mese, solo che da noi non c’è più una lira), il crollo della domanda di consumo sarebbe stato ben peggiore e le conseguenze più devastanti. Krugman le misura in circa un milione di disoccupati in più, che nella situazione attuale fanno la differenza tra una crisi gravissima e un disastro. Ha ragione, ma questo non significa che il sistema vada necessariamente in quella direzione, come dimostrano le ultime notizie.

Anche in Giappone l’incremento del PIL sostenuto dalla spesa pubblica ha provocato il panico in borsa . Per la semplice ragione che quella spesa dovrà pure essere pagata da qualcuno e se l’economia non riparte ci saranno meno tasse da incassare per pagare il debito e quindi un avvitamento peggiore della crisi. È la stessa considerazione che ha seminato la paura nelle borse occidentali nella giornata di oggi . La domanda è: dove si prendono le risorse per pagare il debito che gli stati stanno contraendo per sostenere l’economia? Lo so che negli articoli che ho linkato c’è scritto altro: che la borsa giapponese scende per l’apprezzamento dello Yen e quelle occidentali forse per prese di beneficio. Ma chiedetevi peché le borse sono scese proprio subito dopo la diffusione di dati apparentemente confortanti sui PIL in Europa e in Giappone e la risposta apparirà in tutta chiarezza. Non è vero che i traders non pongano attenzione ai fondamentali dell’economia, anzi.

E allora torniamo alla domanda. Chi paga e con quali risorse? La risposta non è affatto chiara. Che tasso di incremento del PIL sarà necessario per far fronte al mare di debiti contratti dagli Stati? Quello giapponese è palesemente insufficiente e in Europa non si sa nemmeno se si tornerà davvero in positivo. E se negli USA la spesa pubblica si riduce, andrà anche peggio.

Ma proviamo anche ad analizzarla a fondo questa domanda. È davvero una domanda sensata o stiamo ragionando intorno all’uovo e alla gallina? Perché vedete, fino agli anni sessanta la spesa pubblica era considerata un puro costo che gravava sulla produzione nazionale. Ad un certo punto ci si è accorti che continuando di quel passo, vista la crescita del settore dei servizi, la produzione nazionale sarebbe stata minore del costo dei servizi. Questo avrebbe dovuto significare impoverimento della collettività, mentre l’evidenza diceva esattamente il contrario. Insomma, i servizi sono entrati di colpo nel novero della Produzione nazionale che da allora è stata classificata come PIL, che comprende il valore di tutti i beni e i servizi prodotti. Comprende quindi anche la spesa pubblica, e non solo quella in conto investimenti, ma anche la spesa corrente. Nella formula che descrive il PIL la spesa pubblica è in genere identificata con la lettera G (che sta per Government). Insomma, come ha dimostrato Keynes ormai quasi ottant’anni fa, la spesa pubblica produce ricchezza in misura adeguata al moltiplicatore applicabile al tipo di spesa. Per fare questa spesa, però, occorre trovare le risorse, che in genere sono costituite da strumenti finanziari. Perché non c’è dubbio che le risorse umane (impiegati e operai) ci sono e per erogare servizi le risorse materiali sono pressoché irrilevanti (mentre per produrre acciaio o ceramiche sono essenziali).

E allora proviamo a chiederci che cosa sono queste risorse finanziarie essenziali per la spesa pubblica, che una volta effettuata produce ricchezza nella misura del moltiplicatore. Diciamo che una spesa di un milione ne produce almeno due in termini di ricchezza (spero che Keynes perdoni la mia rozza semplificazione, ma è giusto per dare un’idea). In che cosa consiste, dunque, quel milione senza il quale la spesa pubblica non si può fare? A Keynes sembrava davvero assurdo che per trovare quel milione fosse necessario mettersi a scavare sotto terra, trovare dell’oro, estrarlo e pulirlo, coniarlo in monete con cui pagare gli impiegati e gli operai che poi avrebbero creato ricchezza con il proprio lavoro e nel frattempo giravano i pollici nell’attesa. Se con quel lavoro si crea ricchezza, non sarebbe stato più logico e più semplice, metterli al lavoro da subito senza fargli aspettare tutta la trafila dell’estrazione del prezioso metallo che tutto può? Ma che nulla ottiene, se ricordiamo quel che dell’oro ci dice il mito di Re Mida? Sarebbe come aspettare di vincere il superenalotto per iniziare un’attività in cui tutto è pronto e in grado di funzionare perché è stato creato da noi stessi. Le probabilità di trovare una nuova minera sono praticamente identiche.

Insomma, se un ente pubblico possiede strutture organizzative, risorse umane e materiali sufficienti, per quale ragione non può funzionare? Keynes risolse il problema con il debito pubblico. Lo Stato garantisce che pagherà a chi gli presta i soldi poiché la sua attività genera più ricchezza di quella che impiega. Ma perché c’è bisogno di qualcuno che presti i soldi (in genere le banche) se le risorse per il lavoro e la produzione della ricchezza stanno già tutte lì, a disposizione dell’ente? Non è esattamente come andare a scavare per terra per trovare l’oro necessario a coniare le monete, quando quell’attività si giustifica da sola, perché produce ricchezza?

Ma insomma, la spesa pubblica, produce ricchezza o no? O meglio, essa è ricchezza in sé o la consideriamo ancora un costo, come cinquant’anni fa? Perché non può essere che per certi versi è uncosto che deve essere sostenuto dalla tasse e per altri versi è una componente della produzione di ricchezza nazionale. E che quando serve a spaventare produce debito, mentre quando deve rassicurare diventa ricchezza. Hanno ragione gli speculatori delle borse che si fanno prendere dal panico perché domani non ci saranno i soldi per i debiti, o ha ragione Krugman e il governo che facendo spesa hanno in qualche modo limitato i danni creati proprio da quelle speculazioni? E se non avessero fatto spesa pubblica ci troveremmo adesso nel baratro di una crisi economica e sociale probabilmente irreversibile (e non è detto affatto che non ci si finisca lo stesso). Quando poi, tutte le risorse produttive ci sono e sono certamente sovrabbondanti?

Perché poi lo stesso ragionamento vale per le attività delle imprese private, che producono anch’esse debito, e per il consumo delle famiglie, che pure genera debito. Insomma, qualsiasi cosa fai per creare ricchezza si genera debito che produce interessi che finiscono nelle banche. Non a caso le Banche sono praticamente proprietarie della maggior parte della produzione mondiale di beni (ad esempio del 90% di tutta la produzione chimica del mondo). E sono anche proprietarie di più del 100% delle risorse delle famiglia americane, che in pratica lavorano per pagare gli interessi sui prestiti.

Ma soprattutto decidono se il Comune erogherà o meno il servizio dell’asilo nido o del centro anziani, o della raccolta della spazzatura o dell’emissione dei certificati. E questo nonostante ci siano insegnanti, maestri, spazzini, impiegati e strutture in grado di lavorare subito senza avere alcun viatico se non la remunerazione del loro lavoro. Che però dato che produce ricchezza, si remunera da solo, senza bisogno di nessuno, basterebbe solo contare quanta ricchezza si è prodotta e remunerare con essa le attività effettuate. In fondo un impiegato, uno spazzino un insegnante, vogliono soddisfare le esigenze di tutti: una casa (e ce ne sono tante), cibo e vestiti (la cui produzione è da decenni cronicamente eccedente), divertimenti e relativi strumenti (e pure qui la produzione è per definizione in eccesso). Quindi i mezzi per pagarli ci sono, però se qualcuno non si indebita non ci sono più.
Ma insomma, perché dobbiamo fare debiti per vivere e lavorare ?

Domenico De Simone
http://nuovaeconomia.blogosfere.it/2009/08/lossimoro-della-spesa-pubblica.html

20 agosto 2009

Italia del malaffare: i redditi non dichiarati nei primi 7 mesi scoperti dalla Guardia di Finanza. Fisco, da gennaio evasi 3,3 miliardi

Dall'Ikea a Eni ed Enel. Dalle società di consulenza ad hoc ai siti internet low cost: trucchi per tutti. Scatole cinesi, paradisi esotici: com'è facile pagare poche tasse

I titoli sulla lotta all'evasione fiscale e sulla stretta ai paradisi fiscali conquistano le prime pagine dei giornali agostani. L'Agenzia delle entrate promette controlli per almeno 170mila sospetti evasori, con ricerche che si concentreranno «in quattro Paesi -scrive il Corriere della Sera -: San Marino, Montecarlo, Svizzera e Liechtenstein». Per smuovere l'afa e l'apatia di Ferragosto, i principali quotidiani nazionali "puntano i riflettori" su Tiziano Ferro: il cantante, infatti, ha spostato la sua residenza a Londra, e il Fisco vuole capire se il trasferimento sia reale oppure fatto per garantirsi un carico fiscale più leggero.
Ridurre il carico fiscale è un'ossessione, in particolare per le imprese multinazionali, italiane o estere. In questo caso, però, il meccanismo non si chiama né evasione né elusione, ma "ottimizzazione fiscale", e raccoglie quell'insieme di strategie che permettono di ridurre la leva fiscale senza violare la legge.

L'esempio di Ikea
La vera fortuna di Ikea e del suo fondatore Ingvar Kamprad (oggi uno dei dieci uomini più ricchi del mondo), ad esempio, non è stata l'idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull'auto per portarli a casa. Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamen senza violare la legge. A febbraio 2009 Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura del gruppo, che da tempo ha spostato le sede legale dei propri interessi dalla Svezia in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
In Italia, l'azienda è arrivata vent'anni fa, nel 1989. Oggi esiste una Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese Ingka Holding BV, a sua volta controllata da una fondazione non profit (Stichting Ingka Foundation, la cui sede è pure in Olanda).
Vale la pena, però, di leggere con attenzione i bilanci delle società Ikea registrate nel nostro Paese, Ikea Italia Retail, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy: tra le prime tre, Retail, Distribuition e Property, ci sono fitti scambi di beni e servizi (per quasi 800 milioni di euro nel 2007), che permettono di spostare voci di bilancio positive dall'Italia all'estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese. Il 3% del fatturato invece prende direttamente la via delle Antille Olandesi, via Olanda e Lussemburgo: è il valore delle royalties che Ikea Italia Retail (i magazzini italiani), come tutti i negozi Ikea del mondo, pagano ad Inter Ikea System Bv, proprietaria del "concetto Ikea". Insomma, capire la struttura societaria di Ikea è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit.

La regola dell'"ottimizzazione"
Ma Ikea non è la sola. Anzi: la "pianificazione fiscale" è una scienza, che impiega fior di società. Come la Kpmg, multinazionale specializzata nella revisione di bilancio e nella consulenza alle imprese in materia fiscale, di outsourcing contabile e legale. Kpmg (kpmg.com) monitora il livello di tassazione in 106 Paesi, per "aiutare" le società clienti a ottimizzare il proprio carico fiscale. Dall'ultima edizione della ricerca, pubblicata in anteprima da Altreconomia nel marzo 2009, emerge che nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale è stato del 25,9%, mentre solo un anno prima era del 26,8%. Il trend degli ultimi 10 anni è tutto negativo: nel 1999 la percentuale era del 31,4%. L'Europa segue e anticipa questa tendenza: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%: oggi è precipitata al 23,2%. Nessun Paese del mondo, sottolinea Kpmg, ha aumentato il livello di tassazione rispetto al 2007; solo America Latina e l'area Asia/Pacifico sono sopra la media, con rispettivamente il 26,6% e il 28,4%.

Il "transfer pricing"
Se l'"ottimizzazione" non paga a sufficienza, le imprese passono alla fase 2: aprono filiali nei paradisi fiscali o nei Paesi a fiscalità agevolata (proprio come ha fatto Ikea). Sappiamo, ad esempio, che nel 1990 le multinazionali erano 37mila, con 175mila filiali nel mondo, e oggi sono non meno di 64mila con 875mila filiali. Molte di queste (ma il dato preciso non c'è) sono registrate in un paradiso fiscale: al momento del fallimento, ad esempio, la Enron aveva 692 compagnie registrate alle isole Cayman.
La presenza di filiali diffuse crea una ragnatela che permette alle multinazionali di sfruttare il meccanismo del transfer pricing , di trasferire cioè denaro da un Paese all'altro importando ed esportando i propri prodotti a prezzi differenti. Secondo l'Ocse, questo meccanismo fa perdere ai Paesi del Sud del mondo circa 160 miliardi di dollari l'anno di entrate fiscali. È certo che il 60% del commercio mondiale avviene all'interno delle stesse imprese.

Quando il ministero chiude un occhio
Queste pratiche d'impresa non avvengono solo oltre l'arco delle Alpi. Riguardano anche le multinazionali di casa nostra.
Eni, ad esempio: «Scorrendo il bilancio 2008, troviamo società collegate o controllate in Paesi quali le Bahamas, le Bermuda, il Lussemburgo, la Svizzera, il Principato di Monaco, le Isola del Canale (Saint Helier, Jersey), le Isole Vergini Britanniche, Cipro e altri ancora», scrive Andrea Baranes nel suo Come depredare il Sud del mondo (Altreconomia, 2009). Ma nel bilancio sociale che la stessa impresa pubblica, e che riporta l'elenco dei "Paesi di attività di Eni", molti di questi Stati non compaiono. Eni - il cui azionista di riferimento è lo Stato italiano, tramite le partecipazioni del ministero dell'Economia e della Cassa depositi e prestiti - afferma da una parte di avere imprese partecipate o controllate in queste giurisdizioni, mentre dall'altra segnala di non avere nessuna attività in essere in questi stessi Paesi. «Secondo voi - ironizza Baranes - quale può essere allora l'utilità e il motivo di tali partecipazioni?».
Enel non è da meno. Solo la capofila Enel spa controlla almeno 60 società registrate in Delaware, lo Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa. «Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International Sa, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding Bv (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Queste imprese fanno finalmente riferimento all'impresa madre, la Enel spa».

Un angolo in paradiso
Una catena made in Usa che fa impressione, ricostruita un anno fa da Pietro Raitano e Andrea Baranes sul numero 96 di Altreconomia (luglio-agosto 2008). La copertina, con due sdraio in riva ad un mare cristallino, era dedicata a "Un paradiso per tutti". Sì, perché oggi le porte delle società off shore sono aperte a tutti. Basta un giro sul sito thedelawarecompany.com, ad esempio, che propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c'è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepay da impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi: tutto si conclude in pochi minuti e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine.
Ricordiamocelo quando, passata questa bufera estiva, tutto tornerà come prima: oggi il "paradiso fiscale" non è più un'opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Ma a tutti.
Resta un problema, che interessa senz'altro l'azionista di riferimento di Eni ed Enel: quando si riduce l'imponibile (sfruttando transfer pricing o paradisi fiscali) o il livello di tassazione, cala la percentuale media della ricchezza prodotta da una società che finisce nelle tasche dello Stato in cui questa opera. Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

Luca Martinelli
*Altreconomia

Liberazione
19/08/2009
Foto ANSA

18 agosto 2009

Due obiettivi per ridare identità sociale e prospettiva ai lavoratori con l'aumento generalizzato dei salari e l'abrogazione della legge Biagi


La solitudine dei lavoratori

La lotta dei lavoratori dell’INNSE ha fatto scuola. E’ stata osservata e studiata da altri gruppi di lavoratori in difficoltà ed imitata a Roma dai dipendenti della Cim ed ora da un gruppo di vigilantes. Alla Cim è andata bene ai lavoratori che hanno avuto un accordo. Lo stesso non è accaduto per i vigilantes asserragliati sul Colosseo che rivendicano dalla nuova società subentrata al loro vecchio datore di lavoro la continuità di trattamento economico e normativo. Dubito molto che la lotta di questi ultimi stiliti avrà successo per due ragioni: primo perchè è sostenuta soltanto da un terzo dei dipendenti interessati anche se hanno ragione e ne sono la parte più consapevole. . E’ vero che in caso di cambio gestionale le condizioni esistenti non sono cancellabili. Ma dagli accordi Alitalia in poi, accettati dalle Confederazioni Sindacali, è possibile chiedere al dipendente di firmare un nuovo contratto di lavoro naturalmente peggiorativo di quello precedente. L’alternativa che ha il lavoratore è quella o di accettare o di non essere ripreso in azienda. Questa novità estremamente grave in periodi di ristrutturazione delle aziende è stata, mi ripeto, accettata dalle Confederazioni Sindacali dei lavoratori ivi compresa la CGIL. Se si confronta il contratto CAI con il contratto Alitalia si ha l’idea della regressione subita sul piano dei diritti e delle retribuzioni a cominciare dal fatto che il rapporto di lavoro diventa sempre di più un fatto bilaterale tra dipendente ed azienda e sempre meno un fatto appartenente alla contrattazione sindacale tra azienda e la rappresentanza sindacale dei dipendenti. L’indirizzo di questa involuzione è verso un futuro in cui il contratto collettivo non ci sarà più ed al suo posto di saranno tanti contratti individuali scritti dall’azienda che il lavoratore dovrà soltanto firmare. Non so se avremo una moltiplicazione di episodi del genere dei tre che si sono verificati all’Innse,alla Cim ed alla società dei vigilantes. Forse si dal momento che a fronte della perdita del pane quotidiano e dalla impossibilità di trovare assorbimento in un mercato del lavoro che espelle piuttosto che assorbire,probabilmente avremo altre manifestazioni di disperata protesta. Già Cazzola del PDL ed esponente di punta della lotta ai diritti dei lavoratori ha già denunziato la "spettacolarizzazione" della protesta dei lavoratori e si fanno pressioni sempre più insistenti sui massmedia per ignorare la notizia di altre proteste.
D’altronde queste proteste nascono dall’assoluta solitudine dei lavoratori che sebbene vivano in un Paese che vanta possenti Confederazioni Sindacali forti di oltre dieci milioni di iscritti non ricevono da queste alcun aiuto concreto nè una tutela nè una possibilità di una lotta collettiva e generalizzata. Una dichiarazione di Angeletti di oggi relega nel passato storico le lotte ed i movimenti collettivi ed un silenzio tombale avvolge il mondo sindacale. Epifani, dopo la conclusione della lotta all’INNSE, si è preoccupato soltanto di sottolinearne il carattere "pacifico" a differenza delle lotte francesi e tedesche e non aggiunge altro. Non esiste alcuna prospettiva di affrontare la prossima stagione sindacale con un progetto ed un programma di lotte. Non si fanno richieste di alcun genere tranne quelle condivise dalla Confindustria di detassazione degli straordinari o delle tredicesime.
Insomma il massimo di beneficio per i lavoratori al quale si pensa va nell’ordine di qualche spicciolo, meno di cento euro su base annuale. Non si vuole restituire alla classe lavoratrice italiana la sua capacità di influire sulla ripartizione del reddito nazionale accaparrato in grande parte dalla borghesia imprenditora e delle professioni che ha già ridotto di una bella fetta la parte del lavoro dipendente. Basterebbero due grandi rivendicazioni generali per ridare identità sociale e politica e prospettiva ai lavoratori: Una richiesta di aumento generalizzato dei salari di almeno il venti per cento per accorciare la distanza dalla media dei salari europei e l’abolizione della legge Biagi, spaventosa arma di frammentazione ed umiliazione di tutte le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro.
Ma le Confederazioni Sindacali CGIL,CISL,UIL e UGL si guarderanno bene dal chiedere questo o altro. Non chiederanno niente!! Continueranno a fare da spalla alla Confindustria nelle sue richieste al Governo di nuovi aiuti per migliorare l’efficienza e la competitività dell’economia italiana!! Minacciano uno sciopero contro le gabbie salariali con una posizione di mera difesa dell’esistente. Danno per scontato il fatto che milioni di persone debbono vivere con mille euro al mese. Queste Confederazioni hanno oramai una struttura profondamente antidemocratica. La loro ossatura è data da un corpo di "funzionari" che ne costituiscono gli organismi interni e forniscono sempre la stragrande maggioranza dei delegati ai Congressi.
Non c’è niente da fare. Le regole interne sono staliniste. Si applica il principio del cosidetto centralismo democratico. Al referendum indetto da CGIL,CISL,UIL sugli accordi con il governo Prodi i rappresentanti della FIOM che avevano votato nei loro organismi No sono stati costretti ad illustrare nelle assemblee il Si approvato dalla maggioranza del CD della CGIL. Non si vedono prospettive per l’avvio di processo di democratizzazione.

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
http://www.spazioamico.it/

15 agosto 2009

Bari 15 agosto 2016 Massacri in nome del codice di guerra umanitaria. Dal romanzo “ L’ultimo disertore” di Antonio Camuso

Codici militari di guerra o di pace? La verità in un futuro inquietante

Vinta l’ultima resistenza dei combattenti della brigata Bellomo, i bersaglieri cinesi della Garibaldi entrarono, a bordo dei blindati Puma e Lince, tra ciò che rimaneva delle case di Bari Vecchia . In testa, un FRECCIA /psy-operation dotato di altoparlanti, anch’essi blindati, ripeteva con tutta la potenza delle centinaia di watt dell’amplificatore, le rituali formule sulle norme del diritto internazionale per le operazioni di peacekeeping, adottate in sede ONU dopo la Grande Rivolta di fine 2012.

“-…tutti coloro che possono dimostrare di non aver condotto o appoggiato azioni terroristiche, eversive dell’ordine pubblico potranno essere rilasciati in breve tempo e godranno dei benefici di protezione secondo le norme del diritto umanitario. Tutti coloro che abbandoneranno le armi e si consegneranno spontaneamente alle autorità e collaboreranno con esse nella cattura dei sovversivi avranno diritto di essere trattati come prigionieri di guerra. Tutti coloro che continueranno a resistere saranno passibili delle pene e dei trattamenti che le Nazioni Unite e la Confederazione hanno stabilito secondo gli articoli…”-

Il maresciallo Gavino Sassu, sogghignava nell’ascoltare tutto ciò,mentre masticava un pezzo di corteccia di una pianta psicotropa,originaria della Somalia e che ormai circolava liberamente tra il personale delle unità impiegate nelle repressione delle rivolte urbane. Sapeva bene che, dietro quelle roboanti parole, nelle prossime ore vi sarebbe stato un susseguirsi di violenze, stupri e saccheggi da parte dei Guardiani della Sicurezza Urbana, che avrebbero condotto i rastrellamenti dei civili, sotto la copertura delle mitragliatrici e dei cannoncini dei suoi bersaglieri. Li vedeva già scendere dai neri camion blindati IVECO RG12-E21 senza curarsi che tutte le formule di rito fossero finite di esser lette alla popolazione e senza attendere che tra le macerie si aggirassero gli infermieri della Croce Rossa Internazionale alla ricerca di feriti e moribondi.

Lui , Gavino Sassu, purtroppo avrebbe avuto poco da ridire o da appellarsi ai suoi superiori:la modifica dei codici militari e dei regolamenti di disciplina iniziata nel 2009, con il complice assenso delle opposizioni di centro-sinistra, e il varo successivo di un “codice speciale per guerre umanitarie” ( adeguato a quello che il Consiglio di Sicurezza ONU aveva adottato, onde legittimare le operazioni militari nelle megalopoli e nelle province ribelli dell’Impero globale) gli impedivano di rendere testimonianza dinanzi a tribunali civili di efferatezze o violazioni a cui avesse assistito, pena l’incriminazione presso i tribunali militari di guerra, di violazione del segreto militare e attentato alla sicurezza dello Stato Italiano e alla Pace internazionale. Al massimo il suo compito sarebbe stato quello di redigere un rapporto in cui avrebbe dovuto segnalare le violazioni che in seguito sarebbe stato trasmesso allo Stato Maggiore Difesa e in copia conforme alle organizzazioni ONU incaricate “della protezione di popolazioni soggette ad operazioni di lotta al terrorismo internazionale”. Un rapporto che si sarebbe aggiunto a migliaia di altri e al quale, quelli che lui chiamava i “contabili della sofferenza umana “ dopo mesi o anni, avrebbero aggiunto note ed osservazioni da inserire nella Relazione Annuale sul Rispetto dei Diritti Umani presso il Palazzo di Vetro e sul quale lo stesso Consiglio di Sicurezza avrebbe avuto diritto di veto.

Gavino, quando sentì l’altoparlante terminare di diffondere quelle assurdità, richiuse lo sportello del suo blindato e dopo aver dato, per radio, disposizione ai suoi uomini di non scendere dai mezzi e tenere sotto tiro finestre e tetti, accese il suo PC, cliccò sulla Nona di Bethoven , alzando al massimo il volume delle cuffie e chiuse gli occhi, cercando di non pensare a nulla… Sul tavolo, tra foglietti, mappe e dispacci giaceva accartocciata, da giorni, la comunicazione della sua nomina a tenente…Fuori, i miliziani in uniformi nere e grigie sciamavano tra le rovine di Bari urlando nelle mille lingue dell’Impero….

Brindisi, 15 agosto 2009

Antonio Camuso
Osservatorio sui Balcani di Brindisi
http://www.pugliantagonista.it/

13 agosto 2009

Il decreto correttivo del governo al testo unico contro gli incidenti sul lavoro. Cosa cambia (in peggio)

Norme di sicurezza, applicarle non sarà più responsabilità del padrone. Ci pensino gli operai

Il testo unico su salute e sicurezza era stato previsto dalla riforma sanitaria del 1978 e ha visto la luce trent'anni dopo nel 2008 solo grazie alla grande sensibilità creatasi in seguito a gravi tragedie sul lavoro che hanno scosso la pubblica opinione. I risultati dalla sua approvazione ad oggi sono stati incoraggianti: almeno 200 morti in media l'anno in meno rispetto al 2006, anno d'inizio del processo legislativo con la legge delega 123/2007.
Il governo non ha usato l'ultimo anno per emanare i provvedimenti attuativi previsti né ha utilizzato i nuovi straordinari poteri di indirizzo e di coordinamento in capo al ministero e agli enti da esso vigilati (Inail e Ispesl) nè ha sollecitato gli accordi aziendali necessari a intervenire in maniera più mirata sui rischi specifici delle diverse attività lavorative, come si fece per i principali Porti, per Fincantieri, Ilva di Taranto (dove in un anno si sono dimezzati gli infortuni) e Thyssen di Terni. Perché non si è perseguita l'intesa sulla sicurezza nelle Ferrovie di cui si erano poste le premesse nella precedente legislatura e non si è portato avanti il confronto, anch'esso allora avviato, su rischi del lavoro nelle Autostrade? Forse stragi come quelle di Viareggio si sarebbero evitate.
Ha invece prodotto delle modifiche al Testo unico dalle quali emerge la volontà di agire in favore dei padroni e a danno dei lavoratori. La stessa, tanto strombazzata patente a punti per le aziende, non è più che un auspicio mentre la già prevista adozione di un sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi per la partecipazione alle gare della Pubblica Amministrazione e per l'accesso ai finanziamenti pubblici viene declassata da vincolante a preferenziale.
L'intervento certamente più grave riguarda quella che fino ad oggi era una certezza che discendeva dalla direttiva europea: il responsabile della applicazione delle norme sulla sicurezza era, in ogni caso, il datore di lavoro o il suo delegato. Il decreto Sacconi introduce la possibilità che ci siano casi in cui essa possa ricadere in via esclusiva sui lavoratori, sui progettisti, ecc… Non è difficile immaginare cosa produrrà una norma come questa sull'accertamento delle responsabilità in una attività viva e certo non proceduralizzata come il lavoro. Ma peggio ancora, che conseguenze avrà nell'organizzazione del lavoro di tutti i giorni quando il datore di lavoro potrà ritenere di avere esaurito le sue responsabilità con atti formali come circolari, cartelli, e mera fornitura di strumenti di protezione. Se le circolari non verranno applicate, se il casco non verrà indossato, la responsabilità non sarà certo sua ma magari del lavoratore. Ecco avverarsi il sogno dei padroni: sanzionare chi perde un dito, un braccio ecc… o, analogamente, rivalersi sui familiari dei superstiti.
Io credo che questa norma devastante, non sia legale per due ragioni: la prima perché difforme dalla direttiva europea; la seconda, credo ancor più rilevante, è che contrasta anche con il codice penale, norma gerarchicamente superiore, che regola il concorso di colpa e che non ammette l'esclusione di responsabilità da parte di chi, come il datore di lavoro, ha l'obbligo di vigilare e detiene il potere di sanzionare chi non le rispettasse.
Secondo punto negativo del decreto correttivo è che esso vanifica una seria sorveglianza sanitaria. Ricordate l'amianto? Muoiono più persone per i tumori e le malattie contratte nei luoghi di lavoro che per gli incidenti che vi avvengono. Cosa fa Sacconi? Il libretto sanitario che doveva essere inviato all'Ispesl resterà chiuso in un armadio sotto responsabilità del datore di lavoro che lo conserverà per 10 anni e poi potrà distruggerlo. Come se non si sapesse che i tumori per svilupparsi ci mettono anche di più e non si sviluppano in età giovanile. Sarà impossibile una effettiva ricostruzione storica e soprattutto una osservazione scientifica sulle conseguenze delle esposizioni a fattori di rischio: indispensabile per una politica di prevenzione. Secondo intervento: rinvia, subordinandola a nuovi atti, non necessari, del ministro, l'obbligo dell'invio dai parte dei medici del lavoro al Servizio Sanitario Nazionale dei dati aggregati dei rischi e dei lavoratori esposti. Dati indispensabili per le Asl per attuare un monitoraggio territoriale, conoscere l'origine delle insorgenze e soprattutto per pianificare una attività di prevenzione e di interventi mirati che non siano generici e formali.
Quantità e qualità di rumori, polveri, agenti chimici ecc… possono essere monitorati fuori dai cancelli in quanto diritti dei cittadini che non sono più tali una volta varcati questi cancelli.
Con la collaudata tecnica del rinvio a successivi atti non viene compresa nella valutazione dei rischi quella derivante da stress da lavoro correlato e l'obbligo delle aziende di comunicare gli infortuni che comportano assenze superiori a un giorno.
Il documento di valutazione dei rischi (dvr), che rappresenta la sintesi della valutazione degli interventi e delle indicazioni specifiche per i diversi luoghi di lavoro, viene elaborato in collaborazione tra datore, preposto alla sicurezza e medico competente e consegnato agli rls per conoscenza e per le eventuali valutazioni. Con il decreto questo atto fondamentale verrà redatto solo dal datore e sottoscritto da preposto e medico ai soli fini della certificazione della data e può essere registrato su supporto informatico (chissà con quali garanzie che non possa essere modificato alla bisogna). Ma, soprattutto, questo documento può essere visionato dall'rls solo all'interno del luogo di lavoro, magari su un computer. Ora, anche i sassi sono a conoscenza che gli infortuni avvengono quasi esclusivamente nelle lavorazioni manuali, effettuate da operai e non da ingegneri, che avvengono nelle piccole aziende e in settori dove è in crescita la presenza di immigrati che non hanno conoscenza adeguata né della lingua né tantomeno delle leggi; il senso dell'intervento di Sacconi è chiaro: il padrone può servirsi di chi gli pare per redarre il documento, anche di professionisti che ne sfornano in serie e a prescindere dalla specificità del luogo di lavoro, il lavoratore no, non può mostrarlo a dei tecnici competenti.
Che dire poi della previsione che il documento di valutazione dei rischi, in caso di mutamenti nell'organizzazione della produzione deve essere tempestivamente (?) adeguato entro trenta giorni? Forse il ministro ignora che le probabilità di infortunio aumentano nei cicli lavorativi che mutano spesso, e che la sicurezza dovrebbe essere considerata già nella fase della progettazione? Analogamente che dire della previsione per la quale prima si manda in funzione una nuova impresa e poi si hanno 90 giorni di tempo per il documento di valutazione dei rischi (dvr)?
Come dicevo sopra gli appalti sono un settore critico nella sicurezza, perché si ricorre a loro per ridurre i costi e spesso i piccoli imprenditori risparmiano anche sulla sicurezza. Due gli interventi principali del testo unico: responsabilità del committente anche con elaborazione di un documento di valutazione dei rischi da interferenza, messa in evidenza nei capitolati dei costi della sicurezza e divieto nelle gare di operare col massimo ribasso. Sacconi riduce l'area su cui è necessario il duvri (documento valutazioni rischi da interferenza) escludendo il territorio non luogo giuridico dell'azienda (?), le forniture di materiali e attrezzature e le aziende che operino per meno di due giorni. Sono tutte fattispecie ad alto rischio infortunistico. Pensiamo alle operazioni di carico e scarico, anche nei porti, e ai lavoratori che svolgono attività di manutenzione che proprio per la brevità del loro intervento conoscono superficialmente il luogo dove operano e sono più esposti ad alto rischio.
Il massimo poi lo si raggiunge quando si prevede che il massimo ribasso è vietato solo per i rischi da interferenza e non per i rischi specifici della azienda. Paese di Pulcinella o meglio, vista la Regione del ministro, di "Arlecchino servo di due padroni": lo Stato emana leggi che hanno dei costi e poi prevede che soggetti privati li possano ribassare! Ovviamente applicandole male e in parte.
Ultimo serio intervento quello sul rls territoriale dove si prevede che le aziende che aderiscono alla bilateralità possano non contribuire al fondo istituito proprio per permettere la nascita effettiva di questa figura indispensabile per rappresentare i lavoratori delle piccole aziende. Lo stesso fondo viene depotenziato privandolo di alcune risorse. Rilevante l'impatto di questa norma su uno dei settori più infortunistici quale l'edilizia.
Gli interventi sulle sanzioni sono tutti tesi a un loro depotenziamento e a ridurne la deterrenza. Una analisi puntuale richiederebbe troppo spazio. Mi limito ad un caso esemplare: un datore di lavoro che reitera violazioni per quantità elevate di lavoro irregolare, per violazioni continue di norme e contratti, può anche non ottemperare alla ingiunzione dell'ispettore di sospendere l'attività e può per questo non essere condannato a sei mesi di carcere, nonostante dimostri di fregarsene di tutto e di tutti, se paga una ammenda massima di 6.400 euro. Una inezia rispetto agli extra profitti che realizza. Se poi alle sue dipendenze c'è un solo lavoratore, reiteratamente trovato in condizioni irregolari, non rischia neanche la sospensione dell'attività.


Gian Paolo Patta
Liberazione
12/08/2009

11 agosto 2009

Di fronte alla protesta, simbolo di altre migliaia di tragedie operaie e sociali, Cisl e Uil dovrebbero vergognarsi, e la Cgil svegliarsi dal coma


GLI STILITI DEL NOSTRO SECOLO


Per gridare il loro dolore per il lavoro perduto ed implorare l’attenzione del pubblico e magari del Governo, per trovare una via di salvezza, quattro operai ed un sindacalista della Fiom si sono situati in cima ad una alta torre della loro fabbrica chiusa ed in procinto di essere cancellata con i macchinari venduti e l’area ceduta alla speculazione immobiliare. Operai milanesi che diventano stiliti come certi religiosi dei primi anni del cristianesimo che sceglievano di stare in cima ad una colonna e da li espiare l’enorme montagna di peccati di cui si sentivano caricati da una Chiesa che colpevolizza il suo popolo. L’Espiazione come via alla Salvezza. Ma gli operai dell’INNSE non debbono espiare niente: hanno lavorato tutta la loro vita per le loro famiglie che ora trepidano e disperano. Credo che niente più di questa umiliante decisione alla quale la disperazione ha costretto gli operai spieghi la sconfitta del movimento operaio dopo gli effimeri successi degli anni settanta del secolo scorso. Una sconfitta aggravata dalla linea di collaborazionismo subalterno che da anni praticano CGIL-CISL-UIL oramai inchiodati in una posizione di mera "limatura" di qualche virgola dei decreti padronali e governativi. L’esperienza dei neo-stiliti continuerà dal momento che il liberismo senza regole e senza freni sociali padrone di tutto compreso lo Stato è destinato a durare senza alcuna opposizione politica e sindacale degna di rilievo. L’opposizione si è orama radunata fuori dal Parlamento e dalle Confederazioni Sindacali. Non conta molto e dovrà fare un lungo e doloroso purgatorio. La presenza del sindacalista della FIOM che ha scelto di condividere la triste e dolorosa azione dei lavoratori è da apprezzare per il suo profondo significato di condivisione. Dà l’immagine del sindacalista che è fratello dell’operaio che assiste nella cattiva sorte. Ma questo non solo non cancella ma fa vedere di più il desolato vuoto in cui gli operai combattono oggi le loro battaglie quando non si arrendono subito ritenendosi sconfitti. Tre Confederazioni Sindacali che si dichiarano tra le più forti d’Europa non hanno la forza per tenere l’impresa dentro le regole della Costituzione e non reagiscono ad una condizione di immiserimento sempre più intollerabile di coloro che hanno un lavoro. Sono lontanissime dai lavoratori e dalle loro famiglie.


9 agosto 2009

CASSA RESISTENZA LAVORATORI INNSE (iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista)

Per continuare a supportare gli operai della Innse che stanno conducendo una battaglia da giorni per il mantenimento del loro posto di lavoro (anche alla luce del fatto che il Prefetto ha tolto l'elettricità nella cabina dove stanno i 5 da 36 ore) il Partito della Rifondazione comunista continua la sua raccolta fondi. Per chi volesse aderire, pubblichiamo ancora le coordinate bancarie per i versamenti:

codice Iban: IT95G0312703201CC0340000782

In questa Italia gli operai o possono morire sul lavoro, o isolarsi sulle gru oppure stare nelle gabbie come animali da soma

Gabbie salariali: attenti
al Pd(L)

La proposta del ritorno alle c.d. “gabbie salariali”, avanzata da Calderoni con la (consueta) grossolanità che da sempre caratterizza gli esponenti della Lega - dal rubicondo Borghezio, che pretendeva di disinfestare i treni frequentati dalle nigeriane, al popolaresco Salvini, che si esalta, nelle osterie padane, con beceri cori antinapoletani - ha il pregio di riproporre un tema da tempo eluso, ma mai (concretamente) cancellato dall’agenda politica italiana. Tra l’altro, si tratta di una soluzione che troverebbe - ancora una volta - “sponsor” in entrambi gli schieramenti politici.
Innanzi tutto, un’opportuna precisazione di carattere “tecnico”.
Quando si parla di gabbie salariali - così come (semplicisticamente) fatto da Calderoli, nella sua prima “esternazione” - s’intende fare riferimento a un sistema di differenziazioni salariali determinate, su base territoriale, dal diverso “costo della vita”.
La stessa cosa, in sostanza, la s’intende quando il rozzo Ministro “Alla semplificazione legislativa” - all’indomani della sua prima dichiarazione - nega di voler riproporre le famigerate gabbie salariali e afferma di tendere, invece, a una soluzione che preveda “Buste paga parametrate al reale costo della vita nelle diverse aree del Paese”!
Come a tutti noto, nel nostro Paese le gabbie salariali furono introdotte nel dicembre 1945 e interessarono, inizialmente, solo le province del Nord. Attraverso un accordo interconfederale con la Confindustria, furono individuate 4 “zone salariali” che prevedevano una variazione massima (del salario) pari al 14 per cento.
Nel maggio del 1946, l’accordo fu esteso in tutta Italia.
Nel 1948, le zone diventarono 13 e il limite delle differenziazioni salariali si ampliò fino a raggiungere il 30 per cento.
Nell’agosto del 1961, il numero delle zone fu ridotto a 7 e le differenze salariali al 20 per cento. In pratica, mentre Milano, Genova, Roma e Torino presentavano un indice pari a 100, le province meridionali e insulari avevano un indice (e salari) pari a 80!
Tra il dicembre del 1968 e il marzo successivo - dall’Intersind a Confindustria - furono siglati gli accordi che, seppure con gradualità, sancirono il definitivo superamento delle discriminazioni (salariali) territoriali.
A onor del vero, al fine di evitare equivoci (e facili strumentalizzazioni), è anche utile rilevare che l’ipotesi di legare i salari agli indici di produttività, aziendali e/o territoriali, è, in assoluto, cosa ben diversa dalle gabbie salariali.
Tornando alla proposta del rappresentante della Lega: a mio parere, solo gli ottimisti ad oltranza e i distratti (almeno quelli in buona fede) potevano dare per scontato che la famosa legge-quadro 30/03 avesse già esaurito, attraverso il decreto legislativo 276/03, l’impegnativo compito che le era stato assegnato.
Infatti, agli osservatori più attenti, non era sfuggito che già nel 2001, l’attuale Ministro del Lavoro e il suo più stretto collaboratore dell’epoca, Marco Biagi, avevano previsto, “tra le righe” del Libro bianco, che: “Un aumento dell’offerta di lavoro al Nord e una significativa riduzione della disoccupazione al Sud possono richiedere, fra le altre cose, una più accentuata differenziazione dei rispettivi salari reali”!
Evidentemente, da questo punto di vista, Calderoli, si è limitato ad assumersi l’ingrato compito di riprendere un tema che era stato semplicemente (e momentaneamente) accantonato. Seguendo la stessa logica, ritengo che quanto prima sarà introdotto nel dibattito politico un altro (scottante) tema, anch’esso già previsto nel Libro bianco: il salario minimo legale.
Salario minimo legale da non confondersi con il “salario sociale” che, secondo alcuni, andrebbe corrisposto a tutti i soggetti in attesa di un’occupazione; quello di cui si parla è il corrispondente del salario minimo legale intercategoriale previsto negli Usa: circa 6 $ per ciascuna ora di lavoro e per qualsiasi tipo di attività!
Si torna, quindi, a parlare di un tema che, negli anni passati, ha sempre sollecitato la fantasia di politici ed esperti.
In questa sede, non è mia intenzione entrare nel merito dell’argomento in discussione; mi propongo di farlo solo in caso di ulteriori sviluppi e iniziative politiche.
Mi preme, invece, evidenziare che su questa questione, all’interno degli opposti schieramenti politici, al di là di quello che le più recenti reazioni possano lasciar intendere, permangono pericolose convergenze.
In sostanza, anche se per il momento la “sortita” di Calderoli fosse ufficialmente sconfessata dai massimi rappresentanti dell’Esecutivo, il ritorno alle differenziazioni salariali su base territoriale - seppure in versione riveduta e corretta - resterebbe in una sorta di “stand bay”, in attesa di tempi migliori.
Quello che, personalmente, ritengo preoccupante, è la particolare “sintonia” che sulla questione delle gabbie salariali, o comunque si vogliano chiamare, si riscontra tra alcuni rappresentanti del governo e - troppi, a mio parere - dell’opposizione.
In questo senso, a Maroni, Calderoli e altri esponenti della maggioranza di governo - che per il momento preferiscono non esporsi - bisogna aggiungere le vere e proprie “quinte colonne” presenti all’interno del Pd.
E’ noto, infatti, che di là da Enrico Letta (sostenitore di Bersani nella corsa alla leadership del Pd), già dichiaratosi - a Cernobbio, nell’aprile del 2008, in occasione del Workshop Ambrosetti - a favore di: ”Una contrattazione decentrata che consideri il diverso costo della vita tra territorio e territorio”; lo stesso Tiziano Treu, già Ministro del Lavoro in un precedente esecutivo guidato da Prodi, ha sempre sostenuto l’opportunità di diversificare i salari su base territoriale. L’unica condizione posta è rappresentata dalla necessità, a suo parere, di evitare l’intervento legislativo e favorire la contrattazione tra le parti sociali.
Sulla stessa lunghezza d’onda è posizionato un altro importante rappresentante del Pd, Pietro Ichino, già autorevole consigliere di Veltroni. Lo stesso ha dichiarato di considerare anticostituzionale l’istituzione delle nuove gabbie salariali attraverso un provvedimento legislativo. Contemporaneamente, nel ritenere ovvio e legittimo: “Che gli standard retributivi siano determinati in base al potere d’acquisto della moneta, che è diverso da regione a regione”, auspica una soluzione attraverso la stipula di contratti collettivi, per macro-regioni, che prendano atto delle differenze del costo della vita.
A questo punto, appare davvero singolare immaginare che i lavoratori possano sentirsi veramente tutelati da soggetti che, mentre disquisiscono sulla costituzionalità o meno di un provvedimento adottato attraverso una legge nazionale, ribadiscono, in tutte le occasioni loro offerte, di concordare sull’esigenza di istituire dei differenziali retributivi legati al costo della vita. Cosa ben diversa, come già anticipato, dal c.d. “salario di produttività”, che può anche avere una caratteristica di tipo territoriale; almeno in alcuni settori, come già sperimentato.
E’ evidente, in definitiva, che se queste sono le posizioni “bipartisan” su una questione così dirompente, è lecito essere molto preoccupati sul futuro della valenza degli attuali assetti contrattuali. In questo senso, d’altra parte, già il recente accordo “separato” sulla contrattazione di secondo livello, ha prodotto non poche crepe all’impianto del contratto collettivo nazionale di categoria; l’eventuale ripristino delle famigerate gabbie salariali, comunque motivate e/o ridefinite, ne segnerebbe la fine definitiva.

di Renato Fioretti

Collaboratore di Lavoro e Salute

6 agosto 2009

Operai INNSE: La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil ha diffuso oggi il seguente comunicato.

“La decisione del ministero degli Interni di utilizzare le Forze dell’ordine, favorisce un’operazione speculativa contro il lavoro”.

“La Segreteria nazionale della Fiom esprime una fortissima condanna per l’intervento di forze di polizia all’Innse di Milano, intervento che ha lo scopo di permettere al proprietario delle macchine di smantellarle e distruggere ogni speranza di lavoro.”
“Da un anno i lavoratori dell’Innse presidiano la fabbrica per riprendere l’attività. L’Innse è una fabbrica con macchinari di alta tecnologia, con mercato e possibilità produttive, che è purtroppo finita in mani speculative, ovvero sotto una proprietà che, avendo speso poche centinaia di migliaia di euro per acquistare l’azienda, ora pensa di ottenere milioni di euro vendendo i macchinari e lasciando i lavoratori sul lastrico.”
“Da pochi giorni si era riaccesa la speranza perché la Regione Lombardia aveva dichiarato la disponibilità a seguire la vicenda, verificando l’interessamento di altri imprenditori. Si erano avute assicurazioni informali che nulla sarebbe avvenuto durante le ferie estive. Su questo c’era stato un preciso pronunciamento unanime del Consiglio regionale della Lombardia. Invece nella mattina del 2 agosto, prima domenica della fermata generale per ferie, un ingente schieramento di forze di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, assolutamente sproporzionato e comprensibile solo nel tentativo di fare un’assurda prova di forza, ha occupato militarmente lo stabilimento.”
“Gravissima questa decisione, che favorisce un’operazione speculativa ai danni del lavoro da parte di un imprenditore che, proprio in questi giorni, subisce un’altra causa da parte della società proprietaria delle aree. Il blitz della polizia è assolutamente sospetto e pare dovuto proprio alla scelta di impedire, quando si vedeva uno spiraglio, la soluzione della vertenza.”
“La Segreteria nazionale della Fiom è insieme ai lavoratori dell’Innse per testimoniare la totale solidarietà di tutti i metalmeccanici alla loro lotta e per condannare la scelta del ministero degli Interni di utilizzare le Forze dell’ordine per difendere la speculazione contro il lavoro. Nulla sarà lasciato di intentato, nonostante il periodo feriale, per far sentire ai lavoratori dell’Innse il sostegno e la solidarietà di tutti i metalmeccanici. Sarebbe gravissimo se questo intervento delle forze di polizia fosse un segnale di come, da parte governativa, ci si prepara ad affrontare le gravi tensioni sociali che la crisi produrrà alla ripresa autunnale.”
“A sostegno della lotta per l’occupazione, la Fiom – milanese e nazionale – e la Cgil hanno stabilito, insieme ai lavoratori dell’Innse, un presidio permanente di fronte allo stabilimento.”
“La Fiom chiede a tutte le Istituzioni milanesi e lombarde di intervenire immediatamente per fermare la speculazione e per difendere il diritto al lavoro dei lavoratori dell’Innse.”


Fiom-Cgil/Ufficio stampa

5 agosto 2009

L'intervento della polizia ha lo scopo di permettere al proprietario delle macchine di smantellarle e distruggere ogni speranza di lavoro

Crisi industriale e caso Innse

Da un anno i lavoratori dell’Innse presidiano la fabbrica per riprendere l’attività. L’Innse è una fabbrica con macchinari di alta tecnologia, con mercato e possibilità produttive, purtroppo finita in mani speculative che, avendo speso poche centinaia di migliaia di euro per acquistare l’azienda, ora pensano di ottenere milioni di euro vendendo i macchinari e lasciando i lavoratori sul lastrico.
Da pochi giorni si era riaccesa la speranza perché la Regione Lombardia aveva dichiarato la disponibilità a seguire la vicenda, verificando l’interessamento di altri imprenditori. Si erano avute assicurazioni informali che nulla sarebbe avvenuto durante le ferie estive. Su questo c’era stato un preciso pronunciamento unanime del Consiglio regionale della Lombardia. Invece nella mattina del 2 agosto, prima domenica della fermata generale per ferie, un ingente schieramento di forze di polizia, carabinieri, guardia di finanza, assolutamente sproporzionato e comprensibile solo nel tentativo di fare un’assurda prova di forza, ha occupato militarmente lo stabilimento.
Gravissima questa decisione, che favorisce un’operazione speculativa ai danni del lavoro, da parte di un imprenditore che proprio in questi giorni subisce un’altra causa da parte della società proprietaria delle aree. Il blitz della polizia è assolutamente sospetto e pare dovuto proprio alla scelta di impedire, quando si vedeva uno spiraglio, la soluzione della vertenza.
La Segreteria nazionale della Fiom è insieme ai lavoratori dell’Innse per testimoniare la totale solidarietà di tutti i metalmeccanici alla loro lotta e per condannare la scelta del Ministero degli Interni di utilizzare le forze dell’ordine per difendere la speculazione contro il lavoro. Nulla sarà lasciato di intentato, nonostante il periodo feriale, per far sentire ai lavoratori dell’Innse il sostegno e la solidarietà di tutti i metalmeccanici. Sarebbe gravissimo se questo intervento delle forze di polizia fosse un segnale di come, da parte governativa, ci si prepara ad affrontare le gravi tensioni sociali che la crisi produrrà alla ripresa autunnale.
A sostegno della lotta per l’occupazione la Fiom milanese, nazionale e la Cgil, hanno stabilito insieme ai lavoratori dell’Innse un presidio permanente di fronte allo stabilimento.
La Fiom chiede a tutte le istituzioni milanesi e lombarde di intervenire immediatamente per fermare la speculazione e per difendere il diritto al lavoro dei lavoratori dell’Innse.

Segreteria nazionale Fiom
(www.fiom.cgil.it)
Roma, 3 agosto 2009

4 agosto 2009

Strage stazione di Bologna: la strategia della destra per cancellare le proprie responsabilità

Tutta un'altra strage

Il 2 agosto del 1980 una bomba alla stazione di Bologna fece 85 morti e oltre 200 feriti
La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la più grave nell'Italia del dopoguerra, smentendo un luogo comune, non è stata l'unica conclusasi con una sentenza di condanna nei confronti di neofascisti. Altre due, infatti, pur con un cammino giudiziario assai tormentato, sono approdate a esiti analoghi: quella di Peteano, in provincia di Gorizia, del 31 maggio 1972, riguardante l'assassinio di tre carabinieri attirati in una trappola e fatti saltare in aria con un'autobomba, e quella del 17 maggio 1973 davanti alla Questura di Milano con il lancio, al termine dello scoprimento di un busto in onore del commissario Luigi Calabresi, di una bomba a mano che mancando l'obiettivo delle autorità esplose tra i passanti causando quattro morti e 45 feriti. Per la prima furono condannati all'ergastolo due esponenti di Ordine nuovo, Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, ancora oggi detenuti, per la seconda, invece, Gianfranco Bertoli fu arrestato in flagrante, risultando alla fine, come da sentenza di Cassazione, non un anarchico, ma un collaboratore dei servizi segreti in stretti rapporti con ambienti dell'eversione di destra.Ma l'importanza di Bologna risiede in primo luogo nell'altissimo numero delle vittime, 85 morti e oltre 200 feriti, colpite indiscriminatamente tra la folla in attesa di partire per le vacanze. Un eccidio di gente comune. Non come a Peteano, dove si decise scientemente di fare strazio di rappresentati delle forze dell'ordine o, come a Milano, dove si cercò di eliminare un'alta carica governativa: l'allora ministro dell'Interno Mariano Rumor. Per questo la strage di Bologna, soprattutto per questo, è diventata una macchia infamante che il neofascismo italiano ha cercato di allontanare da sé, in ogni modo. Spesso maldestramente.Per sostenere l'innocenza di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), ambedue condannati all'ergastolo nel novembre 1995 dalla Cassazione a sezioni penali unite, si è in un primo momento cercato di avvalorare la tesi dell'incomprensibilità del gesto, si disse e si sostiene ancora oggi, privo di una sensata collocazione all'interno di un reale disegno politico destabilizzante, omettendo di rilevare come in realtà la strage fosse attesa, che nell'ambiente della destra eversiva se ne parlasse con insistenza già da mesi. Diverse le testimonianze. Frenetica fu anche l'attività di recupero di grosse quantità di esplosivo. Addirittura un alto esponente di Ordine nuovo, Massimiliano Fachini, avvisò della tragedia imminente una sua amica, invitandola a lasciare Bologna. Va solo detto che tra i membri di Ordine nuovo e i Nar intercorrevano intensi rapporti. E' stato più volte dimostrato. Non solo, in una relazione, del tutto sottovalutata, dei servizi informativi del giugno precedente si scrisse della «pericolosità del terrorismo di destra» in grado di realizzare «imprese con alta potenzialità distruttiva».Ma c'è di più: il 10 settembre 1980 venne sequestrato a Carlo Battaglia, referente a Latina di Paolo Signorelli, uno dei massimi dirigenti di Ordine nuovo, un documento manoscritto in cui si parlava apertamente di «arrivare al punto che non solo gli aerei, ma le navi e i treni e le strade siano insicuri: bisogna ripristinare il terrore... Al di fuori di noi, con le nostre idee ci sono milioni di uomini… essi ci aspettano… Diamo un segno inequivocabile della nostra presenza... Occorre un'esplosione da cui non escano che fantasmi».Questa idea del massacro indiscriminato mediante attentati apocalittici per provocare "la disintegrazione" del sistema non era affatto il parto della mente malata di qualche farneticante neofascista. Era il frutto di una visione che, per quanto disperante e insensata potesse apparire, attraversava davvero l'estrema destra eversiva di quegli anni. A riprova il ritrovamento solo un mese dopo la strage, il 31 agosto, di un altro e precedente documento di 26 fogli, proprio a Bologna, elaborato da Mario Tuti, già protagonista di tentate stragi, tra il dicembre 1974 e il gennaio 1975, sulla linea ferroviaria Chiusi-Arezzo. Una specie di risoluzione strategica indicante la necessità di «iniziare la lotta armata fondandosi su piccoli nuclei operativi», senza essere minimamente frenati «dalle norme della cosiddetta morale borghese», perseguendo «un terrorismo indiscriminato». «Con specifici attacchi» - concludeva il documento - «non necessariamente rivendicati dalla nostra parte si potranno aumentare sino a un limite insostenibile per il tessuto dello Stato le tensioni politiche… causando già di fatto uno scollamento irreparabile del tessuto sociale… in un clima di guerra civile». Per tornare ai tentativi di depistaggio operati dalla Destra anche dopo la sentenza definitiva di Cassazione, si è in seguito anche sostenuta la tesi, avvalorata autorevolmente dall'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dell'esplosione accidentale di una partita di esplosivo in fase di trasporto. Fatto già di per sé impossibile a realizzarsi, come confermato a più riprese da periti ed esperti, data la natura della bomba, 23 kg in prevalenza composti da T4, un tritolo militare, bisognoso necessariamente di un innesco, nella circostanza probabilmente chimico a tempo.Va infine annotata la campagna ancora in corso, animata da alcuni ex esponenti di An, letteralmente inventata nell'ambito della commissione Mitrokhin durante il secondo governo Berlusconi, tendente a incolpare la resistenza palestinese, segnatamente il Fronte per la liberazione della Palestina (Fplp), in combutta con l'organizzazione Separat guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos. All'origine «una ritorsione nei confronti dell'Italia» per la condanna ad alcuni anni di carcere di Abu Azeh Saleh, arrestato dalla polizia stradale a Bologna il 13 novembre 1979 per il trasporto, unitamente a Daniele Pifano e altri due esponenti dell'Autonomia romana, di due lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica, destinati ad essere imbarcati al porto di Ortona a Mare e diretti in Libano. Il tutto inizialmente sulla base di un'intervista rilasciata da Marco Affatigato nel settembre 1999 a Gian Paolo Pelizzaro, consulente della commissione Mitrokhin, pubblicata sul periodico Area , organo ufficiale in quegli anni della "Destra sociale", corrente di An capitanata da Alemanno e Storace. «Negli archivi di Stato della Germania è conservato un documento dell'ex-Stasi, mai arrivato in Italia» - così disse Affatigato - «in cui si fa cenno della presenza a Bologna del noto terrorista internazionale Carlos nei giorni precedenti la strage, a capo di una cellula palestinese. Su questo versante nessuno ha voluto mai indagare. Perché?».Basti solo dire che presto si appurò che il documento della Stasi, citato da Affatigato, semplicemente non era mai esistito. Un grossolano tentativo di falsificazione della realtà da parte di un personaggio già membro di Ordine nuovo, condannato per ricostituzione del Partito fascista, per sua stessa ammissione fonte informativa della Cia, non nuovo a questo genere di cose. Fu, tra l'altro, già coinvolto in un precedente tentativo di inquinamento delle indagini, sia su Ustica che direttamente su Bologna.Va oltretutto ricordato come Alfredo Mantovano, uno dei massimi dirigenti di Alleanza nazionale, già sottosegretario al Ministero degli interni, rispondendo ad un'interrogazione, il 16 ottobre 2003, sulla supposta presenza di Carlos a Bologna ufficialmente concludeva che: «l'ipotetica presenza negli anni Settanta e Ottanta a Bologna o in Italia del terrorista venezuelano Ilich Vladimir Ramirez Sanchez, detto Carlos, attualmente detenuto in Francia, non ha trovato alcun riscontro».E' noto invece, citiamo l'ultimo cavallo di battaglia utilizzato per sostenere con piste alternative l'innocenza dei Nar, che il 2 agosto del 1980 a Bologna fosse presente un terrorista di nome Thomas Kram. Un esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, componente delle Cellule rivoluzionarie (Rz), un gruppo che rivendicò 180 azioni terroristiche nella Repubblica federale tedesca dal 1973 al 1995, ma che non fece mai parte di Separat. Giunse a Bologna il primo agosto 1980. Al valico di frontiera fu fermato e identificato da agenti di polizia ai quali mostrò un documento di identità valido a suo nome. Pernottò nella notte, tra l'1 ed il 2 agosto, nella stanza 21 dell'albergo Centrale in via della Zecca, presentando la sua patente di guida, anch'essa non contraffatta e con i suoi estremi. La Questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all'Ucigos, che già all'epoca era a conoscenza dei suoi spostamenti in città. Dunque nulla di nuovo, data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram, che per altro non viaggiava in incognito e pernottava in alberghi con documenti regolari a proprio nome (un ben strano terrorista) e la strage.Si evocano dunque complotti invisibili, scenari insondabili. Nei tempi in cui viviamo trovano terreno fertile. La Destra ha bisogno di liberarsi al più presto dello scheletro della strage alla stazione di Bologna posto nel suo armadio, il più ingombrante in assoluto. Dopo aver seminato dubbi e intossicato l'opinione pubblica, come sta accadendo, verrà poi anche il tempo, qualche accenno si scorge già, per sostenere che la strage di piazza Fontana fu in verità opera degli anarchici. La storia va riscritta.

di Saverio Ferrari
su Liberazione del 02/08/2009