31 luglio 2009

Collocato lungo un sistema di faglie che vincola Sicilia e Calabria, all'interno di una zona crostale tra le più dinamiche del mondo

N O P O N T E

Ringalluzzito dalle "magnifiche sorti e progressive" delle infrastrutture targate Berlusconi, Pietro Ciucci - amministratore delegato della società "Stretto di Messina Spa" e commissario speciale incaricato dal governo per sovrintendere alla costruzione del Ponte - ha prospettato per Gennaio 2010 gli inizi dei lavori e per il 1° Gennaio 2017 l'apertura al traffico del ponte medesimo.
Sorvolando sull'ambizione dell'impegno (l'ANAS da decenni prova ad ammodernare la Salerno-Reggio Calabria senza grandi risultati, figuriamoci se riuscirà a costruire il ponte in meno di 7 anni.), rimane la protervia e l'ostinazione di una Governo che - sotto la pressione di lobby imprenditoriali varie - ritiene necessario investire ingenti risorse pubbliche in un'opera inutile dal punto di vista economico e dannosa sul piano socio-ambientale.

Le ragioni per opporsi ad una tale gigantesca opera sono tante e di diversa natura. Giova ripeterle, nella persuasione di fondo della giustezza delle nostre opinioni e della durezza dei fatti.
Ragioni ambientali, innanzitutto. Messina e Villa S.Giovanni, in senso largo, conosceranno una distruzione del proprio territorio, e i numerosi cantieri renderanno impossibile - dal punto di vista qualitativo e del benessere psico-fisico - la vita dei cittadini residenti. Alcuni dati per capire il devastante impatto ambientale e urbanistico. Il progetto del Ponte prevede sulle sponde di Scilla e Cariddi due torri alte 376 metri, che poggiano su quattro piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate. La realizzazione del Ponte e delle opere connesse comporterà un fabbisogno complessivo di materiali pari a 3.540.000 metri cubi; e una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6.800.000 metri cubi. I lavori causeranno un continuo dissesto idrogeologico per lo scavo di fondazioni e ancoraggi a circa 50 metri di profondità in terreni friabili e sabbiosi e sulla costa di Scilla anche per lo sfondamento di una montagna per una galleria di 3,3 Km.

Ragioni anti-sismiche, in secondo luogo. Il progetto interessa una delle aree sismicamente più attive del Mediterraneo centrale; tuttavia gli elevati rischi sismo-tettonici non risultano ancora quantificati. Lo Stretto è collocato lungo un sistema di faglie che vincola il blocco siciliano e quello calabrese, all'interno di una zona crostale tra le più dinamiche del mondo. Al di sotto di queste regioni, infatti, si realizza da milioni di anni l'incontro-scontro tra la placca africana e quella europea. Dati recenti sembrano indicare che la Sicilia si allontana dalla Calabria di 1 cm all'anno. Di conseguenza, vi è tale incertezza fra gli esperti sismologi, in merito alla pericolosità del Ponte in caso di terremoto, che un semplice principio di precauzione - da solo - suggerirebbe l'abbandono del progetto. In un territorio dall'altissimo rischio sismico, quale quello calabrese, le risorse dovrebbero essere destinate alla messa in sicurezza del patrimonio ambientale e architettonico, dovrebbero garantire la tutela di intere comunità potenzialmente a rischio distruzione, altro che Ponte sullo Stretto!

Ragioni trasportistiche, in terzo luogo. Le esperienze recenti a livello internazionale in tema di redditività dei collegamenti stabili non sono certamente incoraggianti. Un caso esemplificativo su tutti: l'Eurotunnel, il traforo sotto il Canale della Manica, dopo essere costato ai privati 14 miliardi di euro e, indirettamente, ai poteri pubblici altri 20 miliardi, nel corso degli anni ha accumulato miliardi di debiti. Tutti i dati, di fatto, convergono sull'assoluta anti-economicità di un'opera che - per ammortizzare il grande investimento effettuato - avrà bisogno di tassi di traffico e di movimentazione assolutamente sproporzionati rispetto all'attuale tessuto produttivo dell'area. Con la conseguenza - facilmente prevedibile - che nessun privato vorrà impegnare capitali propri in un investimento dai margini di profitto assolutamente dubbi ed incerti, e che sarà lo Stato a pagare i 6 miliardi di euro previsti (che sicuramente lieviteranno nel corso degli anni, mentre al momento ce ne sono soltanto 1,3) utilizzando prestiti e obbligazioni sul mercato finanziario e indebitando ulteriormente i contribuenti italiani per decenni.

Infine, sullo sfondo ma con un ruolo di protagonismo assoluto, le infiltrazioni mafiose, la "longa manus" di 'ndrangheta e mafia sull'ingente massa di risorse che saranno attivate con la costruzione del Ponte. Magistrature, forze dell'ordine, commissioni di studio e d'inchiesta: tutti gli organismi di analisi del fenomeno mafioso convergono sull'idea che il Ponte possa costituire un affare senza pari per le forze criminali, stante la pervasività e il radicamento delle cosche mafiose sul territorio calabrese e siciliano.

Da tutto ciò discende la nostra ferma e intransigente contrarietà al Ponte sullo Stretto, una contrarietà di merito, pragmatica e non meramente ideologica, una contrarietà che si nutre di numeri e di fatti oggettivi ancor prima che di ragioni ideali soggettive. Il Sud e la Calabria, letteralmente dimenticati dal Governo Berlusconi, scippati di risorse e di prerogative a tutto vantaggio dell'asse nordista Tremonti-Lega, hanno diritto di godere di serie politiche sociali ed economiche, capaci di progettare uno sviluppo eco-compatibile incentrato sulle risorse ambientali, culturali, antropologiche dei nostri territori e delle nostre genti. Infrastrutture stradali e ferroviarie di base, consolidamento e messa in sicurezza del territorio, valorizzazione delle energie alternative, rilancio del turismo e delle attività artigianali, lotta senza sosta alle infiltrazioni mafiose: questo è quello di cui la Calabria e il Sud hanno realmente bisogno, investiamo in questi settori le risorse che saranno richieste dal Ponte!

Per tutti questi motivi, sabato 8 Agosto Rifondazione Comunista - ad ogni livello - sarà presente alla grande manifestazione della Rete No Ponte che si terrà a Messina, nella convinzione che si tratti di un primo significativo passo nella ri-costruzione di un movimento di popolo che - negli anni scorsi - ha già dato prova della sua forza di mobilitazione e della sua capacità di egemonia. L'8 Agosto a Messina, insieme a tante altre forze della politica, del sindacato, dell'associazionismo, ecc. vi sarà anche la partecipazione del PRC di Reggio Calabria, nell'auspicio che calabresi e siciliani sappiano muoversi insieme in questa battaglia di civiltà, che sappiano costruire un "Città Metropolitana" del comune sentire e del comune agire.
Dobbiamo amare la nostra terra e la nostra dignità di meridionali: il NO al Ponte è il simbolo di un Sud che non si lascia più colonizzare, di un Sud che vuole essere protagonista autonomo di un nuovo modello di sviluppo.

Antonio Larosa
segretario provinciale Rifondazione Comunista/Sinistra Europea
Reggio Calabria, 29 luglio 2009

Strage alla stazione di Bologna. Due Agosto: Corteo della memoria fino a Piazza dell’Unità

NOI SAPPIAMO.
NOI NON DIMENTICHIAMO

«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.»

Così incominciava il “Romanzo delle stragi” di Pasolini (1975). Ma in anni recenti, anche e soprattutto negli appelli alla verità fatti dai palchi e dagli scranni istituzionali, assistiamo al tentativo di trasformare la memoria delle stragi in una commedia, dove vengono messi in scena personaggi improbabili e continui depistaggi. Non potendo tutto negare, le dichiarazioni di rappresentanti di governo, così come i tanti libri recenti scritti da postfascisti e le cicliche rivelazioni giornalistiche al soldo del regime, tendono ad accreditare una verità dimezzata: furono alcune “menti bacate” neofasciste a promuovere la “strategia della tensione” e la violenza stragista degli anni Settanta.

Ma noi sappiamo qual è il loro gioco: nascondere e far dimenticare i mandanti e la finalità delle stragi, la loro genesi nelle istituzioni opache dello Stato italiano, dimostrata in tanti processi. Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga “strategia delle stragi” condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un “ritorno all’ordine”. E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento. Oggi è importante ricordare che lo stragismo fu di Stato. Non solo contro tutti i tentativi di depistaggio e di revisionismo, ma soprattutto perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi.

Per questo, in occasione dell’anniversario della strage di stato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, vogliamo ribadire, con Pasolini, che noi sappiamo e non dimentichiamo. Vogliamo ribadirlo soprattutto oggi che la repressione della diversità, delle lotte sociali, dei desideri di liberazione, dei diritti delle persone si fa sempre più violenta. E non intendiamo essere complici di chi, ancora una volta, utilizzerà l’anniversario di una strage per sdoganare il proprio criminale revisionismo e negare le complicità con il fascismo di ieri e di oggi.

Invitiamo le donne e gli uomini che considerano la memoria e l’antifascismo valori etici irrinunciabili a lasciare, dopo il suono della sirena alle 10.25, il piazzale della stazione e proseguire con noi nel “corteo della memoria” verso piazza dell’Unità.

Antifasciste e antifascisti (riunite e riuniti in assemblea il 27 luglio)

29 luglio 2009

Il lavoro dei Padri della Repubblica alla mercè di “illuminati” ministri alla Calderoli e di “eminenti” politici alla Borghezio!

Un “Pacchetto” con sicurezza di xenofobia

All’indomani dell’approvazione, al Senato, della versione definitiva del “Pacchetto sicurezza”, non si può non denunciarne il carattere oggettivamente xenofobo e razzista. Il giudizio trova un’indiscutibile conferma nei provvedimenti di carattere oppressivo - prima ancora che repressivo -adottati nei confronti degli extracomunitari e degli apolidi. A proposito dei quali, anche tralasciando di approfondire alcuni aspetti secondari, ma non meno esecrabili, non si può ignorare la vera e propria “perfidia” che traspare da alcune norme, apparentemente minori.

Risponde a questa logica, per esempio, l’aver stabilito che quanto previsto all’art. 61, numero 11-bis del codice penale - circostanze aggravanti comuni - s’intende riferito esclusivamente ai suddetti soggetti, illegalmente presenti sul territorio nazionale, che dovessero rendersi responsabili di un reato. Tra l’altro, rispetto a questa particolare disposizione - nel rinviare l’eventuale approfondimento agli esperti della materia - traspaiono con evidenza seri dubbi di costituzionalità laddove riserva l’applicazione delle aggravanti alla specifica nazionalità (extracomunitario) dl reo, piuttosto che a qualunque soggetto che si trovi illegalmente - a qualsiasi titolo - sul territorio nazionale.

Particolare accanimento traspare anche dall’inasprimento della pena (arresto fino a un anno, piuttosto che i precedenti sei mesi) e dall’aumento dell’ammenda (fino a euro 2 mila, rispetto alle 800 mila lire precedenti) a carico dello straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine di esibizione del passaporto, di altro documento d’identificazione o del permesso di soggiorno.

Non meno discriminante è l’aver previsto che il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale del cittadino di uno Stato membro dell’Ue, è adottato, con atto motivato, dal Ministro dell’interno, mentre per l’espulsione dell’extracomunitario e dell’apolide è sufficiente un provvedimento del questore. Inoltre, gli stessi termini adottati, nel primo caso allontanamento, nel secondo espulsione, dimostrano l’esasperata applicazione del concetto di “diversità” utilizzato come discrimine rispetto alla nazionalità e, temo, al colore della pelle.

In sede di commento delle nuove norme: la prima riflessione è di carattere generale.
L’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di “immigrazione clandestina” rappresenta, in termini giuridici, un’evidente forzatura; conseguenza di una palese mistificazione politica: “L’immigrato non in regola con il permesso di soggiorno è un criminale a prescindere”, sulla quale la compagine governativa, in particolare la Lega, ha (da sempre) speculato, con evidente successo. Così facendo, si rende perseguibile un soggetto sulla base della semplice condizione personale (essere uno straniero), piuttosto che a seguito di comportamenti soggettivi, accertati da un giudice, da cui derivi un’oggettiva pericolosità sociale.

La conseguenza è che, attraverso una perversa semplificazione del tema “sicurezza”, si finisce col porre sullo stesso piano chi fugge (semplicemente) dalla fame o dalla guerra e chi, invece, delinque.
A questo proposito, sarebbe (anche) opportuno interrogarsi su quanto incidano - in termini di causa/effetto della deriva delinquenziale - proprio gli atteggiamenti e i comportamenti di sostanziale ostracismo e rifiuto, se non xenofobia e razzismo, adottati nei confronti dell’extracomunitario “di turno”; specialmente se di colore!
Insomma, è difficile non concordare con Lorenzo Prencipe, Presidente del CSER (Centro Studi Emigrazione Roma), quando afferma: “Migrare non è un crimine. E’ invece criminale un sistema economico-finanziario mondiale (l’11 per cento della popolazione mondiale consuma l’88 per cento delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere, salvo criminalizzarla una volta giunta a destinazione. La povertà non è reato”!

Le nuove norme, invece, per tanta parte della politica e per altrettanta della “società civile”, almeno per coloro che hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di dichiarare di condividerne la filosofia e le conseguenze - a differenza di quanti “in silenzio” ne approvano i principi o, ancora, vigliaccamente, non osano contrastarne l’applicazione - postulano che gli immigrati in condizione d’irregolarità sono tutti delinquenti; da perseguire con particolare rigore.

Una prima “chicca” del provvedimento, è rappresentata dall’entità dell’ammenda, da 5 mila a 10 mila euro, che punisce l’ingresso e il soggiorno illegale del cittadino straniero. Se non si trattasse di questioni così tragiche, che coinvolgono centinaia di migliaia di soggetti, ci sarebbe veramente di che “morire dalle risate”. Come si può (realisticamente) pensare, se non ai fini della ricorrente “politica dell’effetto annuncio”, di sanzionare così pesantemente soggetti che arrivano nel nostro Paese dotati solo della speranza di sopravvivere, o, se già lavoratori “a nero” - è il caso, ad esempio, delle migliaia di addetti impegnati in agricoltura e nell’edilizia - costretti, da “caporali” e imprenditori senza scrupoli, a lavorare 10 - 12 ore al giorno per salari di 500/600 euro?

La tragedia sfocia nella farsa, quando si precisa che la sanzione non si applica agli stranieri destinatari del provvedimento di “respingimento”. Almeno non si è arrivati a pretendere che l’immigrato clandestino pagasse due volte; la prima, per il passaggio attraverso una delle tante “carrette” del mare e la seconda, a favore di uno Stato (e di una “società civile”) sempre più minacciosi e meno ospitali!

Un’altra, intollerabile, disposizione, riguarda il divieto, per l’extracomunitario sprovvisto di regolare permesso di soggiorno, ma (eventualmente) inserito nella florida economia “sommersa” - mai adeguatamente e sufficientemente contrastata, almeno con pari tenacia e perseveranza - di operare incassi e/o trasferimento di fondi attraverso le agenzie specializzate del settore (money transfer).
Rispetto a questo punto: senza alcuna intenzione di offrire alibi o attenuanti a comportamenti (comunque) illeciti, appare evidente che nel nostro Paese -ciclicamente beneficiato, da Berlusconi e Tremonti, da provvedimenti di “rientro” (a costo quasi zero e in forma anonima) dei capitali illegalmente trasferiti all’estero e da condoni per reati fiscali e tributari - si è ormai consolidata una politica “persecutoria” nei confronti di soggetti particolarmente deboli.

Tra questi, tantissimi onesti lavoratori che - mal tutelati dalle leggi e “sfruttati”, grazie all’inerzia delle istituzioni preposte ai controlli - si troveranno nell’impossibilità di trasferire alle loro famiglie, nei paesi d’origine, i proventi delle loro fatiche. Nemmeno al più reazionario, fra gli amministratori statunitensi, era mai venuto in mente di impedire il trasferimento di fondi da parte dei milioni di messicani che continuano a varcare illegalmente il confine tra i due Stati!

Tra l’altro, la certezza di incorrere nel reato di soggiorno irregolare, produrrà l’effetto di ridurre ulteriormente le già modeste possibilità di denuncia dei datori di lavoro che impiegano mano d’opera extracomunitaria “in nero”. Uguale motivo impedirà, nei fatti, che extracomunitari irregolari denuncino eventuali reati commessi ai loro danni.

Non meno vessatoria, è la previsione dell’obbligo di dimostrazione della regolarità d’ingresso e di soggiorno nel territorio nazionale ai fini del godimento di una serie di servizi. Sono esenti dall’obbligo solo le prestazioni sanitarie e quelle relative alle prestazioni scolastiche obbligatorie. Rispetto a questo punto, rilevo la particolare “perfidia” messa in atto (anche) nei confronti dei figli degli “irregolari”. Infatti, l’applicazione della suddetta norma renderà loro impossibile il completamento di un regolare ciclo di scuola media superiore di secondo grado.
Questo perché, come ampiamente noto - in ossequio alla legislazione vigente - l’obbligo scolastico si esaurisce, nel rispetto dell’età anagrafica, al completamento del primo biennio di un qualsiasi istituto di secondo grado.

L’impossibilità di accesso ai servizi per il perfezionamento degli atti di stato civile, significherà, in pratica, non potersi rivolgere all’anagrafe per la registrazione di una nascita, di un matrimonio o di un decesso.

Inoltre, dopo l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, anche relativamente alla possibilità di accesso - senza alcuna conseguenza - al servizio sanitario nazionale, restano molti dubbi e non tutto appare scontato. Infatti, permane il problema relativo alla (eventuale) denuncia cui sarebbero tenuti gli operatori che, se pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, venissero a conoscenza di una situazione d’irregolarità. Questi soggetti - personale medico, infermieristico, ecc - ai sensi degli artt. 361 e 362 c.p. avrebbero, allo stato, l’obbligo di denunciare lo straniero della cui condizione d’irregolarità venissero a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni.

A mio parere, almeno in questo senso, in un clima di sostanziale incertezza e con il concreto rischio di affidare l’interpretazione delle norme alla discrezionalità dei singoli, è auspicabile una sorta di “patto d’onore” - tra tutti gli operatori del settore sanitario - allo scopo di assumere un impegno comune: “No, alla denuncia e alla delazione”! Quanto meno, per evitare le gravissime conseguenze sociali che potrebbero determinarsi a seguito di un’ampia (e diffusa) riduzione del ricorso alle strutture sanitarie pubbliche da parte dei soggetti non in regola. Penso, in particolare, alla pericolosa sottovalutazione di molte patologie polmonari, alla ricomparsa di alcune malattie infettive e alla tragica pratica degli aborti clandestini.

Un’altra novità, ancora tutta da scoprire, nell’attesa di uno specifico regolamento, è rappresentata dal c.d. “Accordo di integrazione” - articolato per crediti, come i “punti” previsti per la patente di guida - attraverso il quale lo straniero sottoscriverà l’impegno a perseguire, durante il periodo di validità del permesso di soggiorno, non meglio specificati “obiettivi di integrazione”. La perdita integrale dei crediti determinerà la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione dal territorio dello Stato.

C’è da inorridire di fronte alla sciagurata ipotesi che - nei prossimi centottanta giorni che ci separano dall’emanazione del regolamento - la determinazione degli elementi atti a soddisfare il raggiungimento degli obiettivi d’integrazione possa essere affidata alla fertile “fantasia padana” di illuminati ministri alla Calderoli e di eminenti politici alla Borghezio!
Trovo, inoltre, paradossale che la maggioranza di governo, dopo aver fatto il massimo sforzo e profuso tutto l’impegno possibile nell’alimentare una vera e propria psicosi nei confronti degli stranieri “di turno” - prima gli albanesi e i romeni, successivamente gli extracomunitari, specie se di colore o, addirittura, islamici - affermi che intende promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società. Il tutto, in un Paese nel quale tanta parte dei cittadini è stata indotta a considerare l’immigrazione come una sorta di “flagello divino” e il cui Presidente del Consiglio dichiara, ufficialmente, di essere assolutamente contrario a una società multietnica!

In questo contesto, è eclatante l’assordante silenzio con il quale il governo ha accolto (e completamente ignorato) la Direttiva n. 2009/52/CE, del 18 giugno 2009, che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, al fine di contrastare l’immigrazione illegale.
Evidentemente, mentre nel Parlamento Europeo ci si pone il problema di contrastare efficacemente l’illegalità, ovunque essa si annidi, in quello italiano si preferisce “selezionare” i soggetti da perseguire.

L’amara sensazione è che, ancora una volta, nonostante i moniti e le (diplomatiche) pressioni esercitate dai più prestigiosi organismi internazionali e in palese contrasto con i principi universali, che attengono al rispetto e alla dignità delle persone, Berlusconi e & preferiscano continuare a operare in perfetta sintonia con le pulsioni più rozze (e, spesso, inconfessabili) dell’elettorato di riferimento.

Qualcosa, però, si può e si deve tentare. Sebbene amareggiati e delusi da una politica che stravolge consolidati principi di civile convivenza e “classifica” i cittadini in base all’origine e all’etnia, abbiamo il dovere morale di insistere affinché la civiltà giuridica del nostro Paese non sia ulteriormente mortificata. Tale sarebbe, ad esempio, la conseguenza del reato di “soggiorno irregolare” addebitato - con effetto retroattivo - a chi è presente in Italia da prima dell’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza.

In questo senso, non può non apprezzarsi il giudizio critico con il quale il presidente Napolitano ha accompagnato fa firma del provvedimento. Anche se, personalmente, avrei considerato del tutto fondata la possibilità di rinviare alle Camere un testo che lo stesso Capo dello Stato ha definito “incoerente”, “privo dei necessari requisiti di organicità e sistematicità” e “contraddittorio rispetto ai principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente”.

Evidentemente, a questo punto, non resta che sperare nel giudizio della Consulta, quando ne vaglierà la costituzionalità.

di Renato Fioretti
Collaboratore di Lavoro e Salute
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Testo già pubblicato, il 27 luglio 2009 sul sito on-line http://www.eguaglianzaeliberta.it/

Ribadire la storia della violenza statale e fascista, oggi che la repressione della diversità, delle lotte, dei diritti è sempre più violenta

Stragi di stato

Nelle piazze degli anni Settanta si denunciavano le “stragi di stato” gridando slogan come “Le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni” oppure “Piazza della Loggia, Piazza Fontana: mano fascista, regia democristiana”.

Oggi solo la prima parte di questi slogan comincia a essere una verità riconosciuta – a denti stretti – dai governanti attuali. “Alcune di quelle bombe erano di destra”, ha dichiarato il ministro Maurizio Gasparri a fine maggio.
Adesso che i conti giudiziari hanno visto archiviazioni e assoluzioni degli esecutori materiali, lo stato cerca di cancellare il ricordo dei mandanti. “In quella che è stata definita la galassia neofascista”, ha dichiarato ancora Gasparri, “c’era qualche mente bacata, che immaginando chissà quale palingenesi folle, pensava che si potesse realizzarla a colpi di scure”. Non dunque una strategia delle stragi, un uso calcolato della violenza, ma solo qualche “mente bacata”... Le dichiarazioni di Gasparri, così come tanti libri recenti scritti da postfascisti (ad es. Il sangue e la celtica di Nicola Rao o Io, l’uomo nero di Pierluigi Concutelli), tendono ad accreditare una verità dimezzata: furono alcune “menti bacate” neofasciste a promuovere la “strategia della tensione” e la violenza stragista degli anni Settanta.

La posta in gioco è oggi quella di nascondere e far dimenticare i mandanti e la finalità delle stragi: la loro genesi nelle istituzioni opache dello Stato italiano, dimostrata in tanti processi. Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga “strategia delle stragi” condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti.

Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un “ritorno all’ordine”. E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento. Oggi è importante ricordare che lo stragismo fu di Stato. Non solo contro tutti i tentativi di depistaggio e di revisionismo, ma soprattutto perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi. Crediamo pertanto che il 2 agosto sia importante una presenza di piazza autorganizzata e di base: o con uno spezzone nella manifestazione ufficiale, e/o con un’iniziativa autonoma il pomeriggio-sera come era stato proposto l’anno scorso.

Crediamo che si tratti di ribadire la lunga storia della violenza statale soprattutto oggi che la repressione della diversità, , delle lotte sociali, dei sogni di libertà, dei diritti delle persone si fa sempre più violenta.

da Assemblea Antifascista Permanente

28 luglio 2009

Cisl e Uil riducono il salario e i diritti contenuti nel contratto nazionale, regalando alle imprese enormi spazi di autoritarismo e discriminazione

Addio diritti, arriva l'«universalismo selettivo»

Universalismo selettivo. E' questa la definizione da brivido che il libro bianco di Sacconi dà dei nuovi principi che dovrebbero governare i diritti sociali. L'uguaglianza, sostiene il libro bianco, è vecchia e in ogni caso non più sostenibile né per i suoi costi nei servizi pubblici, né per le esigenze di competività che impone il mercato. Si può solo selezionare la scala e il valore dei diritti e assegnarli in base al merito.
Questa filosofia ispira tutte le scelte fondamentali di politica economica e sociale del governo, le decisioni delle imprese, la politica contrattuale della Confindustria. E' così che in realtà si affronta la crisi: aumentando ancora le disuguaglianze che l'hanno provocata.
Un ultimo esempio di questa impostazione lo abbiamo nelle università. Dove una classifica di "meriti" stabilita insindacabilmente dal governo stabilisce chi avrà e chi non avrà i soldi fondamentali per studiare e ricercare. Con il merito si giustifica tutto, ma la sostanza è che basterebbe sostituire a quella parola una più precisa: "discriminazione" e avremmo il significato reale di ciò che si fa. Il merito non serve a premiare i più bravi con un di più rispetto a quanto, secondo la Costituzione, dovrebbe essere garantito a tutte e a tutti. Il cosiddetto merito serve a discriminare proprio nell'accesso ai diritti fondamentali. Interpretano bene questa impostazione quei politici vicentini che sostengono che i presidi debbano essere solo del posto.
Se i diritti per tutti non ci sono più, bisogna selezionare. Contro i migranti prima vengono gli italiani, contro gli italiani prima vengono i padani. Contro i padani prima o poi verranno i padani con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Non c'è fine all'orrore che provoca la rinuncia ad affermare i diritti universali. Il federalismo accentuerà tutte queste discriminazioni. Già oggi abbiamo, di fronte ad una crisi uguale per tutti, venti diversi sistemi di cassa integrazione a seconda delle differenti regioni italiane. Il pacchetto anti crisi e tutta l'impostazione della prossima finanziaria si basano sulla scelta di ridurre le spese che possono garantire lavoro e diritti per tutti, selezionando, invece a chi dare e a chi togliere.
L'accordo separato sui contratti, che Fim Uilm e Confindustria, contro la Fiom, stanno ora applicando nel rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, trasferisce l'universalismo selettivo nelle relazioni sindacali. Si riducono il salario e i diritti contenuti nel contratto nazionale, regalando alle imprese enormi spazi di autoritarismo e discriminazione nella gestione delle aziende.
Così mentre si calano i salari del contratto nazionale, la Fiat taglia i soldi del premio aziendale e se i lavoratori si ribellano, come in particolare sta avvenendo a Melfi, è la stessa organizzazione degli industriali, la Federmeccanica, a chiedere la condanna di quelle lotte giudicate irresponsabili. La selezione, la discriminazione nei diritti fondamentali non possono che accompagnarsi a un attacco a fondo alla democrazia. Uguaglianza e democrazia vivono assieme e se si mina l'una si svuota profondamente l'altra.
E' abbastanza chiara la minaccia che il governo Berlusconi rappresenta rispetto alla democrazia nelle istituzioni fondamentali nella Repubblica. E' meno evidente invece che questo autoritarismo istituzionale si fonda su un'aggressione continua a tutti i diritti democratici diffusi. Gli industriali metalmeccanici vogliono imporre un contratto che riduce i salari e i diritti con un accordo separato con Fim e Uilm, che sono in netta minoranza tra i lavoratori. I quali, ovunque abbiano potuto farlo, hanno sonoramente bocciato la controriforma del sistema contrattuale.
Se si riducono i diritti si riducono anche gli spazi di democrazia per le vittime dell'ingiustizia. Per questo lo scontro contrattuale nei metalmeccanici, l'aggravarsi della crisi e l'attacco all'occupazione, le misure selettive e discriminatorie del governo sono un tutt'uno. E in autunno possono diventare l'occasione per un grande scontro sociale. Finora, con poche eccezioni, la politica ha totalmente subito la filosofia e la pratica della selezione sociale, volute dal governo e dai padroni. In autunno lo scontro ci sarà e la politica dovrà pronunciarsi.
Oggi non si difendono i diritti fondamentali se non con una lotta radicale in nome dell'uguaglianza sociale. Senza di essa la deriva verso una società mostruosa diventa sempre più forte. Per questo i piccoli compromessi e il moderatismo sono lussi che la difesa per la democrazia non si può più permettere.

Giorgio Cremaschi
Liberazione
26/07/2009

27 luglio 2009

Ciò che un tempo era considerato vergogna oggi è Legge. Ciò che un tempo era definito violazione dei diritti civili e sociali oggi è Legge

E' proibito

E’ proibito riunirsi in più di due o tre persone con bottiglie o bicchieri in mano per bere. E’ proibito bere dopo le 22.00. E’ proibito dare da bere anche del semplice vino a chi non ha compiuto 16 anni. E’ proibito ai non italiani di sedersi sulle panchine dei giardini pubblici. E’ proibito, sempre proibito e ancora proibito. Non c’è più limite ai paletti di confine tra il lecito e l’illecito, tra il morale e l’immorale, tra il giusto e l’ingiusto. Ogni delimitazione è subordinata a regolamenti di nuova stagione che si ispirano a quello che è il nuovo corso politico: l’ordine, la sicurezza e l’integrità fisica di ciascun autoctono di questa povera penisola, sempre più disgraziata e sempre più peregrina nelle sorti future.
Ai giovani milanesi viene messo un divieto: se hai meno di 16 anni non bevi neanche una goccia di vino nei locali pubblici, in qualunque bar, pub, discoteca, eccetera. A casa tua, ovviamente, fai quello che ti pare: puoi anche sbronzarti e poi metterti alla guida di uno scooter o di una moto e schiantarti a 100 km all’ora. Il divieto non riesce mai ad entrare in ogni meandro della vita delle persone: fatta la Legge, trovato l’inganno. Fatto il divieto trovato il modo di superarlo. Fatto il divieto, a me personalmente, viene sempre una gran voglia non di aggirarlo, ma di disobbedirgli apertamente, senza alcuna finzione o ipocrita scusa.
Se poi lo “stop” imposto dalle istituzioni è così apertamente inutile, come quello milanese, o stupidamente xenofobo come quello di qualche comune che vieta ai migranti di sedersi sulle panchine di un parco, in questi casi non solo vale la disobbedienza come reazione ma come regola costituzionale, come ripristino della vera legalità contro una normativa palesemente discriminatoria e ostativa dei diritti del singolo cittadino.
Le motivazioni che sorreggono le ordinanze di divieto sono dei piagnistei buonisti, o falsamente tali, che vorrebbero tutelare i giovani dall’abuso di alcol, evitare schiamazzi nelle piazze e nelle vie del Bel Paese, salvaguardare il decoro cittadino.
Il sindaco di Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona, dovrebbe spiegarmi se due o tre persone che chiacchierano e bevono una birra o una cola in un giardino, in spiaggia o davanti ad un bar sono un elemento di inquinamento del pubblico decoro o se sono magari anche l’embrione di una turbativa della quiete del paesino rivierasco…
Siamo al divieto continuo, per calmare le pulsioni securitarie della massa che si è spostata a destra e che vuole come imperativo categorico quotidiano la parola “punizione” al di sopra di ogni forma di comprensione dei fenomeni sociali, delle aggregazioni giovanili, degli istinti e delle passioni, dei sentimenti e delle emozioni.
Tutto viene soffocato tra le quattro mura di una catena di codici e codicilli che intasano il pantano burocratico con altra melma e provano a rendere più difficili i movimenti liberi delle persone.
Se poi è un immigrato a trovarsi in una di queste situazioni di nuovo sanzionamento, allora c’è l’aggravante della sua origine, dei suoi natali. Una discriminazione a cielo aperto che non indigna più molta gente se non chi, nonostante tutto e tutti, ha conservato un poco di criticità verso la vendita all’ammasso dei cervelli attraverso tv, internet e messaggi ripetuti goebellsianamente.
Ciò che un tempo era considerato vergogna oggi è Legge. Ciò che un tempo era definito violazione dei diritti civili e sociali oggi è Legge.
Gli artisti delle dipinture del nuovo razzismo e della sclerotizzazione della democrazia repubblicana si appellano anche ai regi decreti degli anni ‘20 e ‘30: quale fonte migliore se non quella fascista potrebbe ispirare questi soloni dell’autoritarismo a buon mercato? Come si potrebbe vietare ad un ragazzo che viene dal Marocco, ma che vive in Italia da un ventennio, di partecipare al concorso per entrare nell’Azientra tramviaria milanese se non rifacendosi alla norma benedetta dalla real casa Savoia per cui – ai tempi di Vittorio Emanuele III – occorreva la cittadinanza italiana come requisito equipollente agli altri per guidare un tram nella capitale del nord?
Questo giovane ha vinto, per ora, la sua battaglia: i tribunali di questa Repubblica caoticamente caduta a destra gli hanno dato ragione. Potrà concorrere ad essere un assunto dall’ATM, al pari di un italiano. Del resto, che differenza mai esiste tra un essere umano marocchino e un essere umano italiano? Solo il disonorevole leghista Salvini vede tutte le differenze del mondo e invoca un regime di sanità mentale per i giudici o il loro trasferimento nel paese africano.
Finché gente come Salvini potrà dire queste cose indisturbatamente non ci sarà stato alcun cambiamento nella direzione politica e sociale del Paese. Finché resteranno in vigore i divieti che abbiamo citato, uno dei quali introdotto a Bologna da quel grande democratico che è Sergio Cofferati…, ebbene fino a che tutto questo avrà luogo d’essere, la lotta per il ripristino della legalità costituzionale e l’abbattimento di queste norme fasciste e xenofobe sarà tutta ancora da fare, sarà tutta in salita.
Evitiamoci solamente le fatiche di Sisifo. Errori ne abbiamo già commessi in abbondanza. Per prima cosa ritroviamoci tutti in un grande momento assembleare, a vari livelli, per capire su quante forze possiamo contare, su chi è possibile fare affidamento, su come strutturare una federazione di forze comuniste e anticapitaliste che reagisca nei territori non con una presenza testimoniale a mezzo di volantini, con una comunicazione unidirezionale. Ma con una interazione vera, concreta, fattuale, che non abbia paura degli insulti e delle critiche, che si metta in gioco completamente e che sappia riconquistare il consenso attraverso l’apertura di contraddizioni a partire dal lavoro e dai suoi drammi quotidiani.
Senza questa prospettiva ogni cambiamento è mediocre, è di bassa levatura e, soprattutto, è altamente ininfluente.

di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 25/07/2009

24 luglio 2009

Come definire questo Paese, dove si cerca "sicurezza" contro i migranti e si mette a rischio la vita dei lavoratori escludendo una legge di sicurezza?

Crisi della politica,
e della democrazia

In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata? In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente. La Costituzione disegna un sistema politico a centralità parlamentare e allude a una rappresentanza proporzionale. Ma da un decennio non si fa che varare «riforme» elettorali e istituzionali che emarginano il Parlamento, introducono elementi di presidenzialismo decisionista e impongono una sorta di bipolarismo coatto tendente al bipartitismo, in violazione del principio di uguaglianza nel diritto alla rappresentanza.La legge sulla sicurezza, poi, privatizza una funzione-chiave della sovranità come la tutela della sicurezza sul territorio nazionale e re-introduce norme francamente razziste (si è puniti per quel che si è, non per quel che si fa) che ci riportano dritti al 1938. Il progetto TivùSat (di cui pochissimi giornali - tra cui il manifesto - hanno parlato) concentra nelle mani di un'unica persona (il padrone di Mediaset, presidente del Consiglio) il controllo del 96% della nuova piattaforma satellitare. Infine, il terzo scudo fiscale di Tremonti vara l'ennesima amnistia mascherata per gli evasori nel Paese occidentale che vanta il record assoluto di evasione fiscale. Uno dei fondamenti delle democrazie borghesi lega l'onere fiscale al diritto di rappresentanza. C'è da chiedersi se il fatto che in Italia il potere politico sia da tempo prerogativa dei grandi evasori e dei loro garanti non leda in radice questo principio-base. Ce n'è abbastanza per dire che la Costituzione somiglia sempre più a un venerabile simulacro, e il problema non si risolve certo rimuovendolo. Per parafrasare le parole di Napolitano, la crisi della politica c'è ed è grave proprio perché è in crisi la democrazia e le sue istituzioni. Resta da domandarsi dove nasca questa grave patologia. Una volta tanto non daremo tutta la colpa a Berlusconi e alla sua parte politica. Il problema nasce a monte. È il neoliberismo a scaricare un impatto eversivo sulla Costituzione. L'estrema subordinazione del lavoro dipendente; la privatizzazione delle istituzioni e della sfera pubblica; lo smantellamento del welfare; la guerra e la gestione razzista delle migrazioni, tutto questo è parte integrante della costituzione materiale del capitalismo neoliberista ed è l'esatto contrario del modello sociale inclusivo ed egualitario al quale guardavano i nostri costituenti. Se la Costituzione resta formalmente in vita mentre prende corpo una forma di governo autoritaria e oligarchica (che ricorda il progetto piduista), non torna allora utile il discorso del «doppio Stato»: l'ipotesi che, nel rispetto apparente della legalità costituzionale, si venga consolidando un diverso sistema di dominio improntato all'arbitrio e alla corruzione, plasticamente aderente agli assetti di potere di una società sempre più ineguale ed immobile? Dovessimo rispondere di sì, potremmo finalmente celebrare la nascita della famigerata «seconda Repubblica

Alberto Burgio
sul il manifesto 24/7/2009

23 luglio 2009

Di fronte a crisi drammatica e rischi istituzionali facciamo appello all'opposizione politica, sociale e sindacale: mobilitiamoci.

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
UNA MOBILITAZIONE FORTE E LARGA CHE SAPPIA REAGIRE A UN GOVERNO PARA-FASCISTA, GOLPISTA E ILLIBERALE
Di fronte ad un autunno che sarà chiaramente "caldo" e terribile sotto tutti i punti di vista, a partire da quello dell'occupazione, e di fronte a una crisi finanziaria ed economica devastante, rispetto alla quale il governo Berlusconi non sta facendo assolutamente nulla, se non varare provvedimenti inutili o puramente palliativi, come quelli sugli ammortizzatori sociali, finti e miseri, come il piano Casa, quando non direttamente e pericolosamente dannosi e negativi, come lo scudo fiscale, bisogna assolutamente riprendere le lotte e la mobilitazione. Ecco perché ci rivolgiamo a tutte le forze dell'opposizione politica e parlamentare, dal Pd all'Idv, e soprattutto alle forze dell'opposizione sociale e sindacale presenti e forti nel Paese, dalla Cgil alla sinistra sindacale, dai sindacati di base ai movimenti, lanciando un appello affinché di fronte alla crisi economica e, ormai, anche alla crisi istituzionale e politica che il Paese si trova ad affrontare senza paracaduti sia possibile lanciare, a partire dall'opposizione al Dpef, alla manovrina economica varata da Tremonti e alla prossima Finanziaria, una mobilitazione e un'opposizione sociale e politica che faccia sentire con forza e coraggio la propria voce contro questo governo di destra, illiberale e xenofobo, para-fascista e demagogo, che vuole pericolosamente svellere tutte le istituzioni e le libertà democratiche dell'Italia.


Ufficio stampa Prc-SE

21 luglio 2009

Presidente, davvero crede che noi critici non conosciamo la Carta Costituzionale? Ha o no il potere di non farla stracciare dai suoi nemici!

Governo Napolitano-Berlusconi?

Il Presidente della Repubblica fa sentire sempre più pesantemente la sua presenza nella politica italiana. In atto è occupato in una intensa trattativa per ottenere un testo "condiviso" della legge cosidetta delle intercettazioni. Ha ricevuto il Ministro e lo ha convinto a rinviare la presentazione del suo testo a settembre ed intanto esercita una intensa moral persuasion per arrivare ad un voto plebiscitario del Parlamento. La stessa moral persuasion non l’ha esercitata per la legge 733 b del 2 luglio scorso detta di "sicurezza" in cui molti passaggi richiamano le leggi razziali del fascismo e sulla quale la UE chiede chiarimenti.Sapeva che non poteva contrastare la volontà della Lega senza mettere in pericolo la stabilità del governo Berlusconi e si è limitato, dopo avere proclamato una delle più infami leggi della storia d’Italia, ad inviare una lettera piena di dubbi e di perplessità al governo che come sappiamo non cambierà niente. Mi sono chiesto perchè il Presidente è molto attivo sulla questione delle intercettazioni mentre non si è quasi mosso per la legge sulla sicurezza che introduce le ronde che possono diventare vere e proprie milizie private del governo ed il reato di clandestinità che peraltro scatta per le ragioni più diverse come per esempio il non avere la disponibilità di un alloggio e mi sono dato una risposta. A fronte della 733 c’è stata una opposizione parlamentare assai soft che ha votato favorevolmente molti passaggi cruciali della legge come quello relativo all’incrudelimento del 41 bis, Inoltre la legge riguarda una platea di gente povera, poverissima che va dai migranti ai clochard che saranno schedati dalle questure in segno del loro potenziale criminogeno. Viceversa, la legge per le intercettazioni coinvolge due importanti "categorie": la magistratura e la stampa come editori e giornalisti. Mentre con i migranti si possono ignorare principi del diritto internazionale e gli stessi diritti umani la stessa cosa non si può fare con i magistrati e il mondo dell’informazione il cui peso è rilevante e non può essere ignorato. Insomma, nei due casi, l’operato del Presidente ha tenuto ben presente gli interessi del governo e gli equilibri delle forze in campo. Non risulta che ci sia un richiamo di Napolitano a Berlusconi per il suo comportamento nel privato certamente poco decoroso per la carica di Presidente del Consiglio e che espone l’Italia al ludibrio della stampa estera. Ma il buon risultato dell’organizzazione del G8 è stato ipervalorizzato da lodi esplicite che, in qualche modo, segnalavano all’Italia la stima e la fiducia del Presidente al Capo del Governo. Io credo che a fronte di quanto si è saputo sui dopocena di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli il Presidente avrebbe dovuto chiedere le dimissioni del Capo del Governo. Certo non sono stati commessi reati, ma ci sono delle regole che impongono ai funzionari dello Stato un comportamento ineccepibile anche nella vita privata. Non è forse il Capo del Governo un funzionario dello Stato dal quale riceve uno stipendio e domani una pensione? Infine la cosa che per me è la più grave è costituita dai continui appelli del Capo dello Stato alla "coesione". Appelli che hanno una stringente valenza politica dal momento che la maggioranza di centro-destra è straripante e spesso esercita una sorta di dittatura democratica e l’opposizione è minoritaria e non può arrecare alcun danno alla maggioranza che spesso si sottrae al confronto con voti di fiducia diventati abituali. L’appello alla coesione tra centro-destra e centro-sinistra non produce il bene del Paese che viceversa potrebbe aversi in una forte dialettica parlamentare capace di approfondire e sviscerare i problemi per trovare nel contrasto le soluzioni migliori. La coesione è complicità ed appiattimento, la dialettica è buona salute parlamentare e buone leggi. Non dimentichiamo infine che Napolitano è stato tutta la vita uomo della sinistra italiana, un comunista che ha combattuto tutte le battaglie dell’opposizione. La sua costante tutela quasi paterna del governo Berlusconi disorienta e frustra l’opinione pubblica civile e democratica del Paese e contribuisce a fare diventare la subcultura della destra "sentire comune" della opinione pubblica. Insomma, se l’Italia vedesse nella Presidenza un freno alla dittatura della maggioranza si avrebbero motivi di incoraggiamento per le battaglie democratiche per i diritti civili, il lavoro, il salario, l’avvenire dei giovani, il Mezzogiorno..... Invece tutta la produzione legislativa e politica della destra viene omologata senza alcuna discontinuità con la legislazione e la politica democratica che questo Paese ha avuto fino a non molti anni fa.
Pietro Ancona

20 luglio 2009

Dalle donne Fp Cgil - Fiom Cgil

Innalzamento età pensionabile nel lavoro pubblico: Fermiamo questa ingiustizia

Per la prima volta, con una straordinaria solerzia, il Governo accoglie i rilievi e risponde alle sanzioni dell’Unione Europea sull’uguaglianza tra donne e uomini, predisponendo un intervento legislativo che parifica l’età pensionabile delle lavoratrici del lavoro pubblico a quella dei colleghi maschi, passando dai 60 anni attualmente previsti a 65 anni.
Noi donne della FP CGIL e della FIOM CGIL diciamo NO e lanciamo un appello per fermare questo provvedimento perché:
in Italia le donne subiscono ben altre e più gravi discriminazioni: nell’accesso al mercato del lavoro, nelle opportunità di carriera, nella crescente disparità salariale, nelle condizioni di lavoro, nel progressivo aggravarsi del lavoro di cura conseguente ai tagli ai servizi sociali.
la possibilità di andare in pensione a 60 anni non è un obbligo, ma una libera scelta che le donne possono compiere, così come , se lo desiderano, già oggi possono continuare a lavorare fino a 65 anni e oltre come i loro colleghi maschi.
siamo convinte che l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del lavoro pubblico sia solo il primo passo di un Governo che vuole mettere mano all’intero sistema previdenziale, peggiorando i trattamenti per tutte le lavoratrici ed i lavoratori italiani, a partire dalla revisione dei coefficienti di trasformazioni. Questo è quanto chiede la Confindustria, che a più riprese ha sottolineato l’urgenza di applicare anche alle lavoratrici dell’industria l’innalzamento dell’età pensionabile prevista per le dipendenti del lavoro pubblico come primo passo per una riforma al ribasso di tutto il sistema pensionistico.
non accettiamo l’idea che il costo maggiore della crisi lo paghino le donne, tanto più che il provvedimento in discussione non prevede alcuna destinazione dei risparmi che si realizzeranno. Siamo convinte, al contrario, che l’obiettivo del Governo sia quello di fare cassa, semplicemente destinando le risorse a ripianare parte del disavanzo pubblico in continua crescita.
le crisi e le ristrutturazioni industriali sempre più frequentemente determinano esuberi, ovvero licenziamenti collettivi, che riguardano proprio lavoratrici e lavoratori cosiddetti anziani (45/50 anni!). Se si allunga l’età per andare in pensione si rende ancora più drammatica la condizione di disoccupazione di chi è considerata troppo vecchia/o per rimanere al lavoro e troppo giovane per andare in pensione.
l’innalzamento dell’età pensionabile frena l’ingresso delle giovani e dei giovani nel lavoro .
La crisi economica richiede invece che si dia risposta all’impoverimento delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati con misure volte a:
garantire l’aumento delle retribuzioni e delle pensioni, cominciando da quelle delle donne, sempre più esposte al rischio della povertà.
tutelare il diritto ad una pensione dignitosa per tutte le lavoratrici ed i lavoratori che rientrano completamente nel sistema contributivo, migliorando i rendimenti futuri delle loro pensioni in modo da garantire a tutte e tutti una copertura non inferiore al 60% dell’ultima retribuzione.
definire subito i lavori usuranti che diano diritto a donne e uomini ad andare in pensione anticipata rispetto alle condizioni di anzianità attualmente previste.
garantire una continuità contributiva ai milioni di giovani lavoratrici e lavoratori precari destinati, senza adeguati interventi, ad un futuro senza diritto ad una pensione dignitosa.
prevedere una diversa e maggiore valorizzazione contributiva per i periodi di maternità e di congedo parentale.
sviluppare una vera politica di pari opportunità che investa nei servizi pubblici, che sostenga le donne nel mercato del lavoro, che dia risposte al lavoro di cura, che allevi le donne dal peso di un doppio lavoro obbligato in tutte le fasi della vita.
Le donne della FP CGIL e della FIOM CGIL per questi obiettivi impegneranno le rispettive categorie ad iniziative di mobilitazione.


Prime firmatarie:
Rossana Dettori, Segretaria Nazionale Fp-Cgil Rosa Pavanelli , Segretaria Nazionale Fp-Cgil Franca Peroni, Segretaria Nazionale Fp-Cgil Laura Spezia, Segretaria Nazionale Fiom-Cgil Barbara Pettine, Fiom-Cgil nazionale Francesca Re David, Fiom-Cgil nazionale
Per adesioni

19 luglio 2009

Denuncia internazionale relativa alla Legge 733B sulla pubblica sicurezza. Analisi di una legge razziale approvata in Italia

Un importante documento di denunzia

Ai Deputati del Parlamento Europeo; ai Membri della Commissione Europea, del Consiglio d’Europa e del Consiglio Europeo; ai Membri della Corte Internazionale di Giustizia, del Comitato delle Nazioni Unite contro le discriminazioni, della Corte Penale Internazionale de L’Aja (in riferimento alla nostra denuncia protocollo n. OTP-CR-8/08 relativa a crimini contro l’umanità a carico delle Istituzioni italiane;
All’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani;
All’Alto Commissario ONU per i Rifugiati;
Ai Membri della Commissione ONU per i Diritti Umani;
Al Commissario Europeo per i Diritti Umani;
Ai Membri delle Assemblee Parlamentari e dei Governi dei Paesi dell’Unione Europea;
All’Organizzazione Mondiale della Sanità;
Alle organizzazioni per i Diritti Umani, contro il razzismo, la discriminazione delle minoranze e la persecuzione etnica
e all’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura
Oggetto: analisi del Gruppo EveryOne relativa alla recente approvazione da parte del Parlamento Italiano della Legge 733 B in materia di pubblica sicurezza, che compromette seriamente la parità di diritti fondamentali (tra cui l’accesso ai servizi pubblici primari, come l’assistenza sanitaria) tra immigrati e cittadini italiani, nonché limita seriamente la libertà personale e la sopravvivenza degli individui stranieri svantaggiati economicamente e socialmente, o bisognosi di protezione umanitaria, su suolo italiano.
Legge 733B, approvata dal Governo italiano, ratificata dal Parlamento e firmata dal Presidente Giorgio Napolitano
Il Parlamento italiano ha definitivamente approvato il disegno di legge 733 B in materia di pubblica sicurezza, varato dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal Ministro dell’’Interno, Roberto Maroni, e dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Questo nonostante le proteste di tutte le organizzazioni per i Diritti Umani, delle forze democratiche, della Chiesa cattolica e le forti perplessità del Consiglio Superiore della Magistratura. La Legge 733 B ha tutte le caratteristiche per essere definita senza indugi una legge razziale che va contro la Costituzione italiana, le direttive europee in materia di immigrazione e libera circolazione, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’’Unione europea, le Convenzioni internazionali sui diritti umani, tra cui la Convenzione di Ginevra, la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, la Carta dei Diritti dei Popoli e la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Si tratta di un testo redatto su indicazioni della Lega Nord, un partito che, come fu per il Fascismo negli anni ‘20, ha raccolto negli ultimi tempi sempre più consensi tra la popolazione, e che si oppone ferocemente a una società multietnica; un partito che ha costruito i suoi successi elettorali grazie alla propaganda di ideologie xenofobe, omofobe e irrispettose delle altre religioni all’’infuori di quella cattolica – nonché degli usi e dei costumi dei popoli diversi da quello italiano – e al sostegno del Popolo delle Libertà, altro partito che recentemente ha assunto posizioni intolleranti, tanto che il primo ministro Silvio Berlusconi ha affermato: “Ho voluto fortemente questo decreto”.
La Lega Nord ha un’identità speculare a quella della Guardia Ungherese, che ha ottenuto un importante successo alle elezioni europee, ma è stata recentemente sciolta con un provvedimento della Corte di Appello di Budapest, per aver commesso atti discriminatori nei confronti della minoranza Rom magiara. La persecuzione messa in atto dalla Lega Nord contro i Rom in Italia non è certo meno efferata. La Legge 733 B introduce in Italia un’aberrazione giuridica: il “reato di clandestinità”, che equipara i migranti non comunitari che fuggono da povertà, carestie, guerre e persecuzione a delinquenti da perseguire ed espellere. I migranti senza permesso di soggiorno vengono puniti con un’ammenda da 5mila a 10mila euro, internati nei Centri di identificazione ed espulsione (carceri durissime, definite “lager” dallo stesso Berlusconi) e quindi deportati nei Paesi d’origine. Il decreto prevede che i migranti possano restare internati nell’’inferno dei Cie (dove maltrattamenti da parte dei secondini e atti di autolesionismo da parte degli internati sono all’’ordine del giorno, basti consultare il sito del Gruppo EveryOne, http://www.everyonegroup.com,/ o ricercare sul motore di ricerca Google i termini “pestaggio al Cpt” e “pestaggio al CIE” per rendersi conto della vastità del fenomeno) fino a 6 mesi, prima del rimpatrio.
i Cie attualmente operativi in Italia sono 10, per una capienza complessiva di 1.219 posti; si prevede che il numero dei posti disponibili nei Cie passerà dagli attuali 1.219 a 4.640 con i nuovi fondi stanziati dal Governo, ma il limite della detenzione, come prima ricordato, salirà da 60 a 180 giorni, con il conseguente rischio che la disponibilità dei posti si esaurisca presto. All’’interno dei Cie gli standard dei servizi garantiti alla persone ivi trattenute sono assolutamente insufficienti, ciò con particolare riferimento all’’assistenza sanitaria e psicologica, al servizio di orientamento e assistenza legale; alla qualità e al numero degli interpreti/mediatori; alla mancanza di spazi comuni per le attività ricreative e per la fase di ascolto mirato, alle camere sovraffollate e ai bagni insufficienti.
All’’interno dei Cie si registra inoltre la presenza di situazioni diversissime tra loro, sia sotto il profilo giuridico che sotto quello dell’’ordine pubblico nonché della condizione umana e sociale delle persone trattenute. Tale mescolanza, esasperata dalla elevata presenza di ex detenuti, penalizza in modo particolare gli stranieri a cui carico sussistono solo provvedimenti di allontanamento conseguenti alla perdita di regolarità di soggiorno, nonché di persone più deboli e vulnerabili e bisognose di protezione sociale che sono esposte a un clima di costante tensione e potenziale intimidazione interna agli stessi centri.
La Legge 733 B obbliga inoltre gli italiani alla delazione, in modo ancora più esplicito di quanto non prevedesse il regime nazista contro ebrei e Rom: i pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio, tra cui gli operatori e i dipendenti di aziende sanitarie e i presidi delle scuole pubbliche e private, sono – ai sensi dell’’art. 331 del codice di procedura penale – tenuti a segnalare il “clandestino” alle autorità. La nuova legge stabilisce che nessun atto di Stato Civile può essere eseguito senza permesso di soggiorno. Lo straniero non può più presentare denunce, neanche per abusi subiti. Non può testimoniare in tribunale per cause civili e penali e se tenta di accedere a servizi pubblici commette reato, secondo la nuova legge, e viene denunciato. I figli di stranieri “irregolari” non possono essere registrati all’’anagrafe e fin dalla nascita sono “clandestini” e non possono, di fatto, accedere agli asili, alle scuole, ai servizi pubblici e sanitari, mentre se accedessero alle cure ospedaliere sarebbero perseguiti assieme ai loro genitori e familiari in qualità di “irregolari”.
Vi sono già segnalazioni di madri e bambini morti perché malati gravemente e impossibilitati a recarsi presso presidi sanitari o terrorizzati di farlo, in quanto andrebbero incontro a gravi rischi di vedere smembrate dai servizi sociali le proprie unità familiari e di vedere perseguita penalmente la loro posizione sociale. In tal senso, una recente ricerca del Gruppo EveryOne nei principali ospedali di Roma (San Gallicano, Policlinico Umberto I, San Camillo Forlanini, Policlinico Tor Vergata, Ospedale Grassi di Ostia) e Milano (Niguarda, ospedale Maggiore Policlinico, San Paolo, San Carlo Borromeo) ha rivelato una diminuzione di quasi il 35% dei migranti che ricorrono alle cure di pronto soccorso, conseguentemente alla notizia dell’’imminente approvazione del provvedimento legislativo sulla pubblica sicurezza.
Nelle ultime settimane sono state registrate inoltre decine e decine di segnalazioni di violenze, sevizie e stupri contro migranti non denunciate per gli stessi motivi di cui sopra. La legge colpisce anche le famiglie povere dei migranti “irregolari” rimaste in Patria: non è più possibile, infatti, effettuare trasferimenti di denaro senza permesso di soggiorno. Vi sono italiani che si approfittano di questa situazione e speculano ignobilmente sulla condizione dei “clandestini”, con minacce e intimidazioni di varia natura. Senza permesso di soggiorno non ci si può sposare. Chi ospita o aiuta un migrante “irregolare” anche in condizioni tragiche, diviene colpevole di favoreggiamento dell’’immigrazione clandestina e perseguito duramente, secondo l’art. 1 della Legge 733 B: rischia da sei mesi a tre anni di carcere.
Il decreto trasforma anche i migranti regolari in cittadini di serie B, con l’istituzione di un Permesso di soggiorno a punti. Se il migrante non si “comporta bene” secondo le autorità, perde punti e quando il Permesso si azzera viene espulso. Questa realtà – connessa alla reintroduzione del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale – aumenterà la piaga degli abusi incontrollati da parte di autorità e istituzioni, i ricatti e le crudeltà contro gli stranieri in Italia. Si veda, a titolo di esempio:
http://www.stefanomencherini.org/ita/index.php?option=com_content&task=view&id=17&Itemid=31; http://www.informa–azione.info/torino_scontri_e_blocchi_per_il_presidio_dei_rifugiati;http://www.infoaut.org/torino/articolo/polizia–carica–rifugiat–di–cso–peschierache–rispondono/ ; http://napoli.indymedia.org/node/4936; http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/immigrati–3/protesta–massa/protesta–massa.html; http://www.informa–azione.info/milano_cronaca_di_un_pestaggio_nel_cpt; http://www.osservatorioantigone.it/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=1886
Per ottenere la residenza, elemento necessario al Permesso di soggiorno, lo straniero dovrà ottenere un certificato di idoneità alloggiativa. Se l’alloggio – già difficile da trovare in Italia, per un migrante, che speso deve pagare cifre esorbitanti in nero – non viene riconosciuto idoneo, il migrante diventa “irregolare” e quindi perseguitato ed espulso. I costi per espletare le procedure necessarie all’’ottenimento del Permesso di soggiorno e della cittadinanza italiana sono diventati esorbitanti. Il decreto, inoltre, autorizza l’istituzione di “ronde”, che di fatto sono milizie xenofobe, omofobe e razziste organizzate secondo le disposizioni della Lega Nord e di movimenti politici fuori–legge ma comunque considerati legittimi dal Governo Berlusconi e dalla maggioranza parlamentare italiana, come Forza Nuova, Azione Giovani e Fiamma Tricolore.
Fin dal momento in cui il decreto sulla sicurezza è stato approvato, il Gruppo EveryOne – che è impegnato a sottoporre agli organi giudiziari internazionali il testo del provvedimento, chiedendo che ne sia riconosciuta l’illegittimità di fronte alle norme internazionali che combattono la discriminazione sociale, i fenomeni di apartheid e razzismo – ha sottoposto al Governo due emergenze, da affrontare e risolvere nell’’immediato. La prima riguarda le 500mila badanti e i lavoratori “clandestini” senza permesso di soggiorno: per evitare di mettere fuori legge sia loro che i loro datori di lavoro, è importante regolarizzarli senza eccezioni con un’urgente sanatoria. Recentemente, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, on. Carlo Giovanardi, ha riconosciuto la gravità del problema, sollecitando un provvedimento d’’urgenza simile alla regolarizzazione attuata nel 2002 (prima dell’’entrata in vigore della legge Bossi–-Fini e dei decreti– flussi che ancora oggi paralizzano il sistema della regolarizzazione delle badanti). Di fatto, è l’ammissione che il testo del decreto, a partire dall’’introduzione del “reato di clandestinità”, approvato per compiacere la Lega Nord e le correnti xenofobe, non solo è una legge razziale, ma fa acqua da tutte le parti, sia sotto il profilo del diritto che sotto quello dell’’opportunità sociale. Temiamo che il governo regolarizzerà solo le badanti e le colf al servizio di italiani, per accontentare l’elettorato regalando loro vere e proprie "schiave".
La seconda richiesta posta dal Gruppo EveryOne al Governo italiano è una disposizione che ponga rimedio al diffondersi del panico fra i migranti, costringendoli a vivere la condizione di clandestinità nascondendosi per timore di essere denunciati, internati ed espulsi. Attualmente, migliaia di stranieri, gruppi familiari e singoli individui, vivono in tali condizioni, senza accedere a cure sanitarie in caso di malattia, senza segnalare alle autorità i nuovi nati, senza denunciare violenze e abusi subiti. Chi lavora “in nero” è spesso costretto a subire ricatti e soprusi, mancati pagamenti per le prestazioni e, nel caso delle donne, richieste di prestazioni sessuali da parte dei “datori di lavoro”. E’ una nuova forma di schiavitù cui hanno portato negli ultimi anni le politiche xenofobe e razziali delle Istituzioni, una schiavitù di Stato che è divenuta ancora più odiosa, incivile e inaccettabile dopo l’approvazione del ddl 733 B. Il Ministro della Semplificazione Roberto Calderoli ha riconosciuto recentemente il mercato del sesso che vede coinvolte come schiave di italiani migliaia di badanti, ma ha usato questa tragedia per la propaganda xenofoba, paragonando le vittime a prostitute.
Si veda: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=19629&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
Un altro problema, verso il quale il Gruppo EveryOne ha protestato con altrettanta fermezza, è il rischio di epidemie cui il provvedimento sottopone sia i migranti che i cittadini dell’’Unione europea e del resto del mondo. La condizione di totale esclusione sociale cui sono costretti, in seguito al reato di clandestinità, gli stranieri “irregolari”, costretti a vivere nascosti, in condizioni igieniche tragiche, rende impossibile, nel caso insorgesse un’epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria. Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basta un’influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni. Per non parlare del pericolo–lebbra, una malattia che recentemente è stata segnalata a Milano e Genova. Le pronte cure, le procedure antiepidemiche e la quarantena hanno evitato il diffondersi del morbo, cosa che da oggi non sarà più possibile. Due casi di sospetta lebbra non curata a causa della paura di una denuncia sono già stati segnalati, ancora a Milano. Il pericolo epidemie, un’emergenza del mondo globalizzato di oggi, richiede necessariamente la fiducia nelle Istituzioni sanitarie da parte di tutte le categorie sociali. In caso contrario, si torna nel Medioevo, con i pericoli che ne conseguono. E’ l’ulteriore dimostrazione di quanto sia irresponsabile il provvedimento. Non si osa pensare a cosa accadrebbe in presenza di un virus terribile come l’Ebola, evento tutt’’altro che improbabile, considerato che perseguitati e profughi provengono spesso da Paesi in cui tale virus rappresenta un grave problema sanitario
Il Gruppo EveryOne, insieme a una rete di organizzazioni per i Diritti Umani e alle personalità politiche che continuano a rispettare la Costituzione e le normative internazionali a tutela dei diritti fondamentali dell’’individuo, ha chiesto al Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, di non firmare la Legge razzista, ma fino a oggi il Presidente ha assecondato, per paura o ignavia, la deriva in cui si trovano le Istituzioni.
Il Gruppo EveryOne ha altresì protestato affinché il Governo ponga immediatamente fine questa barbarie razzista, che rappresenta una vergogna nell’’Unione europea, la cui Carta dei Diritti Fondamentali e le cui Direttive indicano una direzione opposta: la realizzazione di una civiltà continentale fondata su tolleranza, accoglienza e Diritti Umani. A parte la voce del presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini e all’’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi , tuttavia, vi è una incresciosa unità di vedute – simile alla complicità che univa i gerarchi nazisti – fra le personalità politiche della maggioranza, che ormai ragionano con il “cervello xenofobo” della Lega Nord.
Il Gruppo EveryOne ritiene che senza una posizione forte da parte delle autorità internazionali, nonché degli altri Stati membri dell’’Unione, l’Italia si incamminerà irreversibilmente verso la creazione di uno Stato totalitario, governato da nuove leggi che rifiutano ogni conquista nel campo dei diritti civili e umani e diventerà presto (in parte lo ha già fatto) un pericoloso esempio per l’Europa. Anche le voci dell’’attivismo, in Italia, sono soffocate con arroganza e violenza: i leader del Gruppo EveryOne hanno subito ogni genere di intimidazione e minaccia, nonché azioni ostili da parte delle autorità, anche di livello elevato. Non a caso, essi sono fra i pochissimi europei invitati alla Piattaforma di Dublino 2009, sotto il patrocinio dell’’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, riservata agli attivisti in pericolo di persecuzione e di vita. Gli attivisti Rom del Gruppo EveryOne sono stati ripetutamente aggrediti, pestati – anche da forze di polizia –, minacciati, sottoposti ad appostamenti e pedinamenti; alcuni esempi:
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/6/29_Milano%2C_Stelian_Covaciu%2C_pestato_ieri_sera_dai_poliziotti_e_minacciato_di_tacere.html; http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/6/22_Uomini_e_topi_in_divisa.html; http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/5/26_Cara_Europa._Appello_di_Rebecca_Covaciu_contro_la_persecuzione_dei_Rom_in_Italia.html
Non a caso l’attivista Mauro Zavalloni, dopo essersi iscritto al Gruppo EveryOne e averlo annunciato pubblicamente – con un esposto alla Corte di Strasburgo in cui menzionava il suo caso:
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2009/3/10_TSO._Lettera_dellattivista_Mauro_Zavalloni_alla_Corte_europea_dei_diritti_umani.html
dell’attivistaè stato sottoposto ad aumento delle terapie coatte con psicofarmaci (Trattamento Farmacologico Obbligatorio), pur essendo persona sana ed equilibrata e non costituendo pericolo per la propria e l’altrui incolumità.
Riguardo alla Legge 733 B, sottolineiamo infine come essa ponga di fatto migliaia di migranti “clandestini” in mano alle mafie, loro unica speranza di avere un sostegno per sopravvivere. Rileviamo inoltre come il fenomeni dello sfruttamento, della riduzione in schiavitù, degli stupri e degli abusi sessuali, delle aggressioni e degli omicidi a sfondo xenofobo, delle sparizioni di minori, già gravissimi in Italia, aumenteranno a dismisura, colpendo individui già fragili, vulnerabili, emarginati ed esposti a mille pericoli. Il Gruppo EveryOne si augura che la richiesta di intervento urgente ad autorità e istituzioni internazionali non cada nel vuoto o non venga accolta solo attraverso ammonimenti, risoluzioni e inviti rivolti alle Istituzioni italiane, strumenti assolutamente inefficaci (come lo furono ai tempi di Hitler, quando le autorità risposero con messinscene e menzogne alle richieste di chiarezza sul trattamento riservato alle minoranze invise al regime). Contattando l’organizzazione internazionale per i Diritti Umani attraverso il sito web http://www.everyonegroup.com,/ si possono ricevere dossier, rassegne stampa, testimonianze e informazioni relativamente a quanto esposto.
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Per ulteriori informazioni: Gruppo EveryOne + 39 334 8429527 :: +39 331 3585406 http://www.everyonegroup.com/

info WAa everyonegroup.com


17 luglio 2009

Nel decreto del governo il messaggio è chiaro e tragico: il vero responsabile degli incidenti sul lavoro è il lavoratore stesso e non chi organizza

Appello a Napolitano:
non firmi il Dlgs sulla sicurezza sul lavoro

Egregio Presidente della Repubblica,
io credevo di averle sentite tutte nella mia vita, ma mai avrei immaginato di leggere questa notizia: "Si infortuna sul lavoro, l'azienda gli fa una contestazione disciplinare".
Questa vergognosa vicenda è accaduta, non in un'aziendina, ma alla Sirti, una grande azienda che opera nel settore delle telecomunicazioni.
In pratica, un operaio dello Stabilimento Sirti di Nardò, mentre prelevava un pacco da un corriere, indietreggiando, inciampava in un gradino, e si provocava un infortunio grave (trauma lombosacrale).
L'azienda gli ha inviato una contestazione disciplinare:
http://www.fiom.cgil.it/it/sirti/c_09_07_10-Sirti.pdf , invitandolo a discolparsi, altrimenti lo sanzionerà.

Considero il comportamento della Sirti molto grave, adesso siamo arrivati al punto che per fare prevenzione si punisce chi si infortuna, come se le aziende fossero immuni da colpe!
I vertici della Sirti si dovrebbero leggere attentamente le sentenza della Cassazione n 18998 del 6 maggio 2009, che ha stabilito che gli errori commessi dagli operai per gli infortuni sul lavoro, non cancellano la colpa dell'azienda.
Anche se questa contestazione disciplinare è priva di fondamento, questo è quello che purtroppo potrebbe succedere in tutte le imprese dopo l'emanazione del decreto correttivo al Dlgs 81/08 (testo unico sicurezza sul lavoro).

La Fiom-Cgil ha perfettamente ragione, quando dice in una nota sul suo sito web: "La Sirti, la Confindustria, il Governo tentano di intimidire i lavoratori, con il ricatto dei provvedimenti disciplinari, così da non far denunciare gli infortuni, che scompariranno come per incanto, diventando assenze per malattia e così permettendo alle aziende anche di risparmiare sul premio assicurativo dell'Inail"
Come ho detto più volte, questo decreto correttivo è una vera e propria controriforma della sicurezza sul lavoro.

Con la scusa di semplificare, il Governo Berlusconi stravolge il Dlgs 81 del 9 Aprile 2008, entrato in vigore il 15 maggio del 2008.
Tra le tante modifiche peggiorative (non dimentichiamoci che questo decreto correttivo modifica 136 articoli sul 306, compresi tutti gli allegati al Dlgs 81/08), l'abrogazione del divieto di visita medica preassuntiva da parte del medico di fiducia dell'azienda (art 41, comma 3, lettera a), che è in contrasto con l'art 5 della L300/70 (Statuto dei lavoratori), il sostanziale svuotamento della cartella sanitaria di rischio del lavoratore ( con modifiche e cancellazione di commi dell'articolo 25), tentativo di svuotamento del libretto formativo del lavoratore, eliminazione del riferimento alla direttive europee previsto dall'articolo 41 del Dlgs 81 per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria, modiche all'art 42 del Dlgs 81, che riducono le tutele dei lavoratori inidonei alla mansione, la negazione di consegna all'Rls (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), la redazione del DVR a 90 giorni dall'inizio dell'attività produttiva, quando nelle aziende con significativi livelli di rischio è importante che la valutazione dei rischi preceda l'avvio delle produzioni, l'affidare al datore di lavoro la scelta dei criteri di redazione del DVR, secondo principi di "comprensibilità, semplicità e brevità, l'equiparazione dei volontari (art 3) ai lavoratori autonomi, con la conseguenza della loro sottrazione alla maggior parte delle tutele (i dpi e la sorveglianza sanitaria sarebbero a carico del volontario), si impedisce alle RSU (Rappresentanze sindacali Unitarie) di intervenire per quanto riguarda materie di loro stretta competenza (carichi di lavoro, turni, riposi notturni e settimanali, ferie, ecc) , e si demanda tutto ciò ai soli Rls.

In questo modo si nega ai lavoratori e alle loro rappresentanze il diritto di contrattare l'organizzazione del lavoro, determinando nel contempo l'isolamento dell'Rls, si cancella l'obbligo del datore di lavoro (articolo 18, comma 1, lettera aa) di comunicare all'Inail il nominativo (ove presente) dell'Rls interno, prevedendo in mancanza di questa comunicazione, che la rappresentanza sia esercitata dall'RlsT (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza Territoriale). Il Governo sostituisce tutto ciò con un meccanismo che prevede che siano i lavoratori a dover comunicare al datore di lavoro di non aver eletto il proprio Rls interno, poi il datore di lavoro comunicherà tutto ciò non più all'Inail, ma bensì agli Organismi Paritetici, che peraltro non sono ancora stati costituiti nella maggior parte del territorio nazionale.
Si attribuisce il potere di "assegnazione" dell'RlsT agli Organismi Paritetici, i quali sono per definizione espressione anche della parte datoriale, si sposta la maggioranza della risorse per gli RlsT (costituzione, formazione e attività) agli Organismi Paritetici, eliminando la quota di finanziamento proveniente da parte delle sanzioni.

Anche in questo caso di rischia di ridurre l'incisività degli RlsT e di snaturare il loro ruolo. Si da il potere agli enti bilaterali (art 2 bis) di certificare la corretta attuazione delle norme tecniche e delle buone prassi, dell'adozione dei modelli di organizzazione e di gestione delle imprese, si deresponsabilizzano di fatto i datori di lavoro o i dirigenti, che non risponderebbero della morte o dell'infortunio se l'evento è ascrivibile al fatto di un preposto, progettista, medico competente, lavoratore, lavoratore autonomo (art 15 bis), si riducono la maggior parte delle sanzioni per i datori di lavoro, i dirigenti e i preposti, mentre le si aumentano per i lavoratori (vedi articolo 59 decreto correttivo).
Anche qui il messaggio è chiaro, il vero responsabile degli incidenti sul lavoro è il lavoratore stesso e non chi organizza la produzione.

Il 24 giugno 2009 le Commissioni di Camera e Senato hanno dato parere positivo (anche se con diversi rilievi) alla schema di decreto correttivo al Dlgs 81/08, che adesso tornerà in CdM, che ne dovrà approvare una seconda versione, tenendo conto dei pareri espressi dal Parlamento e dalle Regioni (parere negativo).
La scadenza della delega rimane fissata al 16 agosto 2009, cioè, se per la mezzanotte di quella data il provvedimento non sarà firmato da Lei, decadrà.

La invito, dopo tutte le parole spese, chiedendo più sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, a NON FIRMARE ASSOLUTAMENTE QUESTO DECRETO LEGISLATIVO.
Se è coerente con le sue dichiarazioni, non può firmare questo Dlgs, che è un colpo fatale alla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.
Spero vivamente che raccoglierà questo mio accorato appello.

Marco Bazzoni
Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Operaio Metalmeccanico

16 luglio 2009

Appuntamento a Roma, sabato 18 luglio

Sabato prossimo a Roma Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Socialismo 2000 terranno l'assemblea costitutiva della Federazione della sinistra alternativa
Si tratta di un appuntamento importante, che segna una reale e significativa inversione di tendenza rispetto ai processi di frammentazione che hanno contrassegnato la sinistra negli ultimi anni. Un passo in avanti verso la ricomposizione che si attua nella migliore forma possibile in cui le sinistre oggi possono unirsi: la forma federativa, che preserva la ricchezza delle caratteristiche e peculiarità di ogni forza costitutiva ma al tempo stesso unisce i soggetti costituenti nella forza di un unico progetto politico.

La crisi sta mostrando una volta di più il volto distruttivo del capitalismo e delle politiche liberiste. Parimenti mostra il fallimento delle politiche socialdemocratiche in tutta Europa e del centrosinistra in Italia.
Nella debolezza dell'opposizione e della sinistra, la crisi sociale si impasta con la crisi della politica, producendo guerre tra i poveri che si esprimono in separatezza dalla politica, in astensione, quando non in consenso alle destre razziste.

Abbiamo quindi dinnanzi un compito tanto grande quanto necessario, quello di costruire un'efficace opposizione sociale, politica e culturale, in grado di proporre e rendere credibile un'uscita da sinistra dalla crisi, lungo una strada contrapposta alle ricette della destra e alternativa al liberismo temperato proposto dal centrosinistra. A tal fine è assolutamente necessario costruire un punto di riferimento politico della sinistra di alternativa, che abbia massa critica e programmi tali da risultare credibile per tutti coloro che stanno subendo e pagando la crisi e che si ponga l'obiettivo di aggregare tutte le forze politiche, sociali, culturali e morali che come noi sentono questa urgenza.

Riteniamo che gli elementi fondanti di questo processo di aggregazione siano principalmente quattro. In primo luogo una rinnovata critica al capitalismo globalizzato e alla sua tendenza alla mercificazione di ogni cosa e relazione sociale.

Occorre rimettere al centro la lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici che in questi decenni ha assunto caratteristiche barbariche e completamente inaccettabili: dalla disoccupazione strutturale nel mezzogiorno alla precarizzazione del lavoro alla sistematica compressione salariale, il lavoro è tornato ad essere pura merce, variabile dipendente di un sistema che ha glorificato il profitto.

Vogliamo ripartire dal lavoro nella piena consapevolezza che la lotta contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo o si connette strettamente alla lotta dello sfruttamento dell'uomo sulla donna e dell'uomo sulla natura oppure è incapace di proporre un'uscita dallo stato di cose presente. Per questo per noi la lotta per la liberazione del lavoro si deve connettere alla lotta contro la distruzione dell'ambiente, per i beni pubblici a partire dall'acqua e lo sviluppo di un consumo critico, alla lotta contro il sessismo e il patriarcato, per l'autodeterminazione degli individui e delle comunità.

Questa critica radicale agli assetti capitalistici implica una battaglia rigorosa per mantenere scuola, istruzione, conoscenza, ricerca e in generale i saperi al riparo dalla privatizzazione e dalla mercificazione: la lotta per la scuola pubblica è dunque prioritaria. In secondo luogo una forte opposizione al sistema bipolare che rappresenta la forma istituzionale con cui il pensiero unico ha cercato di sancire l'espulsione del tema dell'alternativa dalla politica.

La battaglia contro il bipolarismo, che tende a produrre l'impermeabilità delle istituzioni nei confronti del conflitto, un'alternanza tra simili e che nel concreto del caso italiano è il contesto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, è per noi un punto centrale. La costruzione di un movimento di massa per un'uscita da sinistra dalla crisi ha quindi nella battaglia per il proporzionale, contro ogni tendenza autoritaria, contro le mafie e i loro intrecci con la politica, il suo corrispettivo sul piano istituzionale.

In terzo luogo noi riteniamo che questo polo della sinistra di alternativa non possa essere costruito solo tra le forze politiche oggi esistenti ma debba coinvolgere a pieno titolo tutte le esperienze di sinistra che si muovono al di fuori dei partiti.

In questi anni larga parte di chi si è battuto a sinistra lo ha fatto al di fuori dei partiti e la possibilità di costruire una sinistra di alternativa degna di questo nome è possibile solo dentro una rinnovata critica della politica che veda una interlocuzione paritaria tra tutti i soggetti coinvolti.

In quarto luogo noi pensiamo che la sinistra di alternativa sia pienamente nel solco della storia del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili, delle lotte ambientaliste, per la giustizia e la solidarietà, del movimento altermondialista. Nella lotta per la giustizia e la libertà delle generazioni che ci hanno preceduto, combattuta sotto le insegne delle bandiere rosse, della falce e del martello, noi riconosciamo la nostra storia e questa storia deve proseguire a partire da una rifondazione delle pratiche, delle teorie, delle forme organizzative.
La proposta che avanziamo trova la sua collocazione politica naturale nel contesto di tutte le forze della sinistra europea che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie e che hanno ottenuto significativi consensi nelle ultime elezioni europee, come in Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Olanda e nei paesi nordici.
In Italia la costruzione di un polo della sinistra di alternativa si rivela difficile sia per le divisioni a sinistra, e per il rischio che esse si vengano ora cristallizzando, sia per la volontà delle forze politiche rappresentate in parlamento di imporre un sistema bipolare chiuso, attraverso meccanismi istituzionali (clausole di sbarramento a tutti i livelli, discriminazione dell'accesso al servizio televisivo e al finanziamento pubblico), che aggravano ulteriormente gli effetti di leggi elettorali che contrastano con il principio del pluralismo rappresentativo e con la garanzia del pari diritto dei cittadini alla partecipazione politica.

Alla costruzione di un sistema bloccato, che assume i caratteri di un nuovo regime, Pd e IdV hanno mostrato di voler concorrere non meno dei partiti di centrodestra. E' necessario dunque un vero e proprio salto di qualità dell'iniziativa politica, ideale e sociale della sinistra di alternativa.
Proponiamo pertanto di dar vita a una Federazione unitaria che comprenda - oltre alle forze che hanno dato vita alla lista anticapitalista e comunista - tutti i soggetti politici, i movimenti e le persone che avvertono l'urgenza di affrontare insieme i compiti che ci sono davanti e che abbiamo prima indicato nelle linee generali.
Riteniamo indispensabile che la Federazione che proponiamo introduca profonde innovazioni nel modo di fare politica, a partire dai rapporti tra incarichi politici e incarichi istituzionali, per ricostruire una nuova etica pubblica, per consentire l'effettiva partecipazione di tutti gli aderenti alle decisioni e per ridare centralità alla pratica sociale.

Vogliamo discutere nel modo più diffuso e aperto della nostra proposta unitaria e a tal fine proponiamo quindi di vederci il 18 luglio alle ore 10 a Roma al Centro Congressi di via Frentani.

Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, Vittorio Agnoletto, Margherita Hack, Lidia Menapace, Bruno Amoroso, Elio Bonfanti, Benedetta Buccellato, Elena Canali, Omar Sheikh Esahaq, Valerio Evangelisti, Barbara Fois, Haidi Giuliani, Rita Lavaggi, Maria Rita Lodi, Maria Rosaria Marella, Ibrahima Niane, Nicola Nicolosi, Gian Paolo Patta, Tonino Perna, Rossano Rossi, Nadia Sabato, Bassam Saleh, Raffaele K. Salinari, Laura Stochino, Ermanno Testa, Vauro, Mario Vegetti, Massimo Villone.

15 luglio 2009

Quando le pari opportunità e le norme anti discriminatorie vengono sfacciatamente utilizzate contro le donne. Dal governo e dall'opposizione ombra

No all'aumento dell'età pensionabile delle donne

È stata presentata alla Camera la proposta di innalzamento dell'età pensionabile per le donne della pubblica amministrazione, misura annunciata da tempo per rispondere alla richiesta di armonizzare l'età di pensionamento fra uomini e donne prevista dalla Corte di giustizia europea con una sentenza sulla parificazione dell’età pensionabile nel pubblico impiego. La proposta è contenuta in un emendamento al decreto anticrisi: con una crescita graduale dell'età pensionabile (un anno ogni due a partire dal 2010), si vorrebbe far scattare il tetto dei 65 anni a partire dal 2018. Non ricadrebbero nella nuova normativa, si legge nell'emendamento, le lavoratrici che al 31 dicembre 2009 abbiano maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia.

La Rete28Aprile ribadisce la posizione di assoluta contrarietà all’aumento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni. Ha davvero ragione, la Corte di Giustizia Europea a dire che le lavoratrici italiane sono discriminate, ma le cause sono strutturali e riguardano l'impianto sociale e economico nel suo complesso, dal mercato del lavoro ai servizi pubblici; dalla ineguale divisione dei compiti nei nuclei familiari fino ai rapporti nei posti di lavoro. Far passare come misura anti-discriminatoria l'aumento obbligatorio dell'età pensionabile - ora per le donne del pubblico impiego, domani per quelle del privato - è inaccettabile e di per sé discriminante.
Questo serve soltanto a fare cassa per pagare la crisi e non a aumentare le pensioni delle donne che, se sono le più basse, è appunto perché guadagnano meno, hanno carriere più difficili e percorsi più discontinui (non è un caso che la maggior parte delle donne accede alla pensione di vecchiaia e non di anzianità).

In un contesto di crisi come quello attuale, peraltro, l’aumento dell’età pensionabile non è soltanto una ingiustizia a danno delle donne, ma anche una stupidità economica perchè più si innalza l’età pensionabile, più aumenta il livello di disoccupazione.

13 luglio 2009
Rete28Aprile/Cgil

Interessante articolo di un ex ministro del lavoro USA. Gli stessi fautori della radiosa globalizzazione ne riconoscono le tragiche conseguenze

Una crisi diversa: i vecchi modelli inutili per capirla

I cosiddetti «germogli» della ripresa si stanno seccando sotto lo spietato sole estivo. In realtà l’intero dibattito sul quando e sul come la ripresa inizierà è impostato male. Da una parte vi sono i sostenitori della dinamica a «V» che guardano alle recessioni passate e concludono che più veloce è il crollo dell’economia, più veloce il suo rientro nei binari. E poiché lo scorso autunno l’economia è caduta da una scogliera, si aspettano che ruggisca a nuova vita all’inizio dell’anno prossimo. Da cui la forma a «V».

Sfortunatamente i Vuisti guardano alle recessioni sbagliate. Concentratevi piuttosto su quelle che iniziarono bruciando una gigantesca bolla speculativa e vedrete riprese lente. La ragione è che al punto minimo i valori dei beni sono così bassi che la fiducia degli investitori ritorna solo gradualmente. E qui dove entrano in gioco gli U-isti. Predicono una ripresa più graduale, in cui gli investitori rientrano nel mercato in punta di piedi.

Personalmente, non m’iscrivo a nessuno dei due partiti. In una recessione tanto profonda, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che, dopo tutto, sono il 70 per cento dell’economia Usa. E stavolta i consumatori hanno preso una bella botta. Finché i consumatori non torneranno a spendere, potremo scordarci la ripresa, che sia a «V» o a «U».

Il problema è che i consumatori non riprenderanno a spendere finché non avranno soldi in tasca e non si sentiranno ragionevolmente sicuri. Ma i soldi non li hanno, ed è difficile vedere da dove possano venire. Non possono prendere in prestito. Le case valgono una frazione di quel che valevano prima e perciò scordatevi pure i ripianamenti del mutuo e nuove ipoteche. Un proprietario su dieci è sotto la linea di galleggiamento - cioè è debitore di più di quanto valga la sua casa.

La disoccupazione continua a salire e il numero di ore lavorate a scendere. Chi può, risparmia. Chi non può, sta acquattato, come è giusto. Alla fine i consumatori dovranno rimpiazzare auto, elettrodomestici e quel che hanno addosso, ma una ripresa non può basarsi sul rimpiazzo. Non ci si può aspettare che gli imprenditori investano senza una massa di consumatori che si precipita su nuova merce. E non ci si può affidare all’esportazione: l’economia globale si sta contraendo.

La mia predizione allora? Non una «V», non una «U», ma una «X». L’economia non può rimettersi nei binari perché i binari su cui abbiamo viaggiato per anni - salari piatti o in calo, debito crescente dei consumatori e insicurezza dilagante, per non menzionare l’anidride carbonica nell’atmosfera - non possono semplicemente essere sostenuti.

La «X» simboleggia un nuovo binario, una nuova economia. Come sarà fatta? Nessuno lo sa. Tutto quel che sappiamo è che l’economia attuale non può ripartire perché non può tornare dove stava prima del botto. Così, invece di chiederci quando comincerà la ripresa, dovremmo chiederci quando partirà la nuova economia. A seguire.

* Robert Reich è stato ministro del lavoro sotto Bill Clinton. Attualmente , insegna economia a Berkeley e il suo ultimo libro s’intitola «Capitalismo».

L’articolo che pubblichiamo è ripreso da «CommonDreams.org.»