29 giugno 2009

Qui di seguito il comunicato del Consiglio Civico di Organizzazioni Popolari e Indigene dell'Honduras sul golpe nel paese centroamericano


Non ci faranno tacere! Non ci umilieranno!
di COPINH

Alla comunità nazionale e internazionaleIl COPINH condanna il colpo di Stato sporco e vigliacco contro il presidente della Repubblica, costituzionalmente legittimo, Manuel Zelaya Rosales; denuncia il ruolo fascista e terrorista che le forze armate giocano a favore del Congresso Nazionale presieduto da Roberto Micheletti Bain, dei mezzi di comunicazione, dei settori di potere dell'ultradestra e delle altre istituzioni servili agli interessi oligarchici e imperialisti, che hanno sequestrato questa mattina il Presidente, prima dell'inizio della consultazione popolare, al quale il popolo sta partecipando nonostante la repressione, la campagna di paura, i fucili puntati.Nella capitale c'è praticamente uno stato d'assedio; si registra inoltre l'interruzione dell'energia elettrica, i golpisti hanno una lista di dirigenti popolari da catturare, gli/le honduregni/e che stanno manifestando con grande combattività davanti al palazzo presidenziale sono circondati da camionette ed elicotteri. Ciònonostante sono state installate delle urne e si sta esercitando la partecipazione al referendum come forma di ribellione; il popolo honduregno continua a mobilitarsi. La nostra organizzazione dalle prime ore del mattino sta convocando i suoi militanti e ha iniziato una marcia con i rappresentanti del Popolo Lencas verso Tegucigalpa.A tutte e a tutti diciamo che il popolo honduregno sta realizzando grandi mobilitazioni e azioni nelle comunità, nei municipi, ci sono blocchi dei ponti, c'è la resistenza davanti alla palazzo presidenziale e altre cose ancora. Dalle terre di Lempira, Morazàn e Visitación Padilla facciamo appello a tutto il popolo honduregno a manifestare in difesa dei propri diritti, della democrazia reale e diretta per il popolo.Ai fascisti diciamo che non ci faranno tacere, questo atto vigliacco gli si rivolgerà contro molto duramente. Affermiamo chiaramente che non riconosciamo nessun “sostituto” (Presidente) e che lotteremo per il nostro popolo, per il nostro diritto a sognare un paese con giustizia, dignità, equità, libertà e vita. Con la forza ancestrale di Iselaca e Lempira si leva la nostra voce di vita, giustizia, libertà, dignità e pace.
28 giugno 2009

28 giugno 2009

"dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano" Minaccia anche i media interni al sistema di potere. Un Cesare che ha paura!

Palazzo Chigi cala il sipario

Berlusconi vede la crisi e insiste: basta con la pubblicità ai giornali «disfattisti». Il presidente del G8 poi rilancia: «Tutti gli organismi interni e internazionali che parlano di calo del Pil e disoccupazione chiudano la bocca. Basta, sono un disastro». Tremonti e Sacconi assistono attoniti al disastro. Stop alle domande dei cronisti
È una crisi senza ritorno. Per Silvio Berlusconi la via d'uscita dal crepuscolo osceno del suo potere è parossistica e narcisistica. Una difesa assoluta di sé, del proprio ruolo nella «Storia» e contemporaneamente un uragano di accuse verso tutti i «disfattisti» che si ostinano a parlare di una crisi economica che è, sostanzialmente, di natura psicologica. Non la propria ma quella degli altri.Realtà e percezione della realtà si intrecciano in un filo inestricabile di dichiarazioni, accuse e minacce che il premier sciorina per tutto il giorno tanto in pubblico quanto in privato. Prima al consiglio dei ministri che vara il decreto fiscale anti-crisi, poi in una riunione di preparazione del G8 e infine, davanti agli occhi del mondo, in una conferenza stampa a palazzo Chigi insieme ai super-ministri del Welfare e dell'Economia e a Pescara all'inaugurazione dei giochi del Mediterraneo.«Dobbiamo fare in modo che gli italiani tornino ai loro stili di vita perché non non hanno nessun motivo di ridurre i loro consumi», è l'esordio. Basta, dunque, con tutte le organizzazioni interne e internazionali, dal governatore di Bankitalia Mario Draghi in su, che «un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà fino al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011... Un disastro: dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano», è l'auspicio. Parlano, insiste, perché «magari i loro uffici studi gli dicono cose che possono verificarsi ma così facendo distruggono la fiducia dei cittadini dell'Europa e del mondo». Dubbi? «Gli italiani ci hanno votato e continuano a darci consenso nonostante tutti i miasmi, le calunnie e i veleni che tentano di lanciarci addosso per sommergerci». Come si ottiene questo presunto consenso lo rivendica subito dopo. Non c'è niente di male - ribadisce Berlusconi - nel «minacciare di non dare la pubblicità ai media che diffondono la crisi». Il premier conferma l'invito a non dare la pubblicità ai giornali critici lanciato a Santa Margherita Ligure. Una minaccia che pure in prima battuta aveva smentito con una nota di palazzo Chigi. «Non c'è alcuno scandalo», dice invece rivolgendosi idealmente agli imprenditori, occorre «incentivare l'azione» affinché «editori e direttori» dei giornali non contribuiscano a diffondere il pessimismo». Poco conta, come ricordava Giancarlo Aresta sul manifesto di ieri, che Mediaset da sola abbia 2,2 miliardi di euro l'anno di pubblicità contro 1,4 di tutti i giornali messi insieme. Di fronte alla crisi economica, ripete il mero proprietario di Mediaset, agli imprenditori bisogna dire di «continuare a fare promozione perché se di fronte a un calo di consumi reagiscono diminuendo la pubblicità smettono di premere sui possibili acquirenti e rinunciano a vendere». Per Papi tutto va bene. «In pochissimi giorni all'Aquila apriremo il più grande cantiere del mondo». E anche la Storia, con la maiuscola, si inchina alle sue capacità. «Nel 2002 - ricorda Berlusconi - ho avuto l'orgoglio di avere scritto di mio pugno l'accordo tra Alleanza Atlantica e Russia, di avere convinto Bush e Putin a firmare il Trattato di Roma a Pratica di Mare. (...) Si era creato di nuovo un clima da guerra fredda, era indispensabile eliminare questa situazione. (...) Posso dire di essere stato levatrice di questo accordo tra Russia e Nato, come lo fui a Pratica di Mare». Che l'asse con Mosca sia in cima alle sue preoccupazioni lo testimonia il fatto che oggi il premier italiano sarà l'unico primo ministro dell'Alleanza a partecipare alla riunione del consiglio Nato-Russia di Corfù solitamente riservata ai ministri degli Esteri. Mentre Berlusconi è un fiume in piena di fronte ai giornalisti, il volto di Sacconi e Tremonti è terreo, due maschere che palesemente vorrebbero essere altrove. Il ministro del Welfare rimarrà spettatore muto per quasi tutto lo show del Cavaliere. Ma anche Tremonti, interrotto più volte a colpi di gomito da Berlusconi, è costretto a capitolare di fronte alla foga del premier. Per esempio quando si dilunga sui costi bancari, Berlusconi lo afferra per un braccio e strizzando l'occhio alla platea dice testualmente : «Io non ce la faccio più... non so come frenare questa cosa del ministro Tremonti sulle banche». Il portavoce Bonaiuti freme in prima fila, affondato sui sedili muove le labbra quasi a suggerire le risposte a un premier incontenibile. Parla a lungo, Berlusconi e non accetta domande. Gli sguardi dei giornalisti si alternano tra il rassegnato e l'allucinato. E uno solo, in fondo alla sala, piuttosto giovane, alza le mano e chiede con pertinenza: «E' vero che volete rinviare la class action? E quanto costa il decreto che avete approvato?» Tremonti accetta il gioco democratico ma risponde che non lo sa. Berlusconi fa per alzarsi. E di fronte alla mano in sospeso del giornalista risponde: «Per caso lei vuole andare al bagno?». Già prima, accanto al premier austriaco Faynmann si era sottratto alle domande dei cronisti: «Basta - ha detto dopo i discorsi di rito - non siete preparati quindi andiamo. In realtà - prosegue ironico - io e il Cancelliere abbiamo bevuto troppo quindi daremmo risposte troppo lunghe..». Italia 2009. La sede del governo che presiede il G8.

di Matteo Bartocci
su Il Manifesto del 27/06/2009
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La vignetta è a cura del collaboratore di Lavoro e Salute, Tubal www.controcorrentesatirica.com

L'opposizione è finta perchè sulle politiche di giustizia sociali, come sulle regole domocratiche, non c'è differenza tra destra e centroexsinistra

Chi parla solo delle sue veline dimentica la vera anima nera di Berlusconi

Non se ne può più di queste storie delle veline del vecchio rincoglionito .
Mi pare che in questo momento l’Italia é divisa fra chi lo attacca sulla etica pubblica ( l’ho fatto anch’io ma mo’ basta ) e chi lo difende con sempre meno dignità .
Mettiamoci in testa che la bestialità del pagliaccio di arcore non é solo né tanto nei suoi atteggiamenti e comportamenti da satrapo sopra la legge quando ha a che fare con il parlamento, con la giustizia, con i giornalisti o con altri poteri che sono in grado almeno fino ad ora di reagire e contrattaccare.
Mettiamoci in testa che le contraddizioni sono altre .
Ci sono milioni di persone che non si possono difendere e che nessuno rappresenta con forza.
Tantissimi co.co.co. e co.co.pro col contratto scaduto e non rinnovato con figli a carico e duecento euro l’anno di indennità; cassa integrati in deroga ed in scadenza con prospettive lugubri di far la fame, altro che vacanze.
Disoccupati che al sud neanche si iscrivono più al collocamento e spesso conoscono una sola agenzia lavorativa, la mafia.
Gente schiacciata dalla crisi e da berlusconi che si é stancata di leggere storie di gossip e vorrebbe leggere la propria di storia.
Gente che per qualche segreto mistero della storia non si é ancora incazzata come si deve, organizzandosi, ma é ripiegata in se stessa e nei propri drammi.
Decenni di malcostume televisivo , sottocultura di regime ed assenza colpevole della sinistra ne ha minato le speranze e la convinzione, ne ha cambiato il dna combattivo, trasformandolo in quello di tristi telespettatori della vita che sognano enalotto e figlie veline.
Questa é la vera anima nera , la sua schifosa anima nera che entra ancor di più in gioco nel concreto assetto di interessi ecomomici che finisce per garantire e proteggere con la sua politica economica e finanziaria.
Spesso ci perdiamo nelle gustose e ridicole avventure del cretino che ci governa e perdiamo di vista alcuni fondamentali .
Partiamo dalla bugia più evidente ma che lui ripete sempre più spesso , quella sul fatto di “ non mettere le mani nelle tasche degli italiani”
Domandina facile facile
Quanto costano la corruzione e l’evasione fiscale in Italia?
Secondo Furio Pasqualucci, Procuratore generale presso la Corte dei Conti (www.corteconti.it) la corruzione nella pubblica amministrazione italiana ha un impatto economico sullo sviluppo del Paese pari a 50-60 miliardi di euro l’anno. “Una tassa immorale e occulta” acui ” se ne aggiunge un’altra riguardo all’evasione fiscale. Si stima che ogni anno l’evasione è pari a circa 100 miliardi di euro, cifra che corrisponde a circa il 7% del Prodotto Interno Lordo (Pil).
Inoltre dalla Banca d’Italia: «Se non succede niente, in altre parole se non continua a cadere», dice Mario Draghi (secondo il quale «consumi e lavoro sono essenziali per la ripresa»), «alla fine di quest’anno il pil sarà sceso del 5% circa». «È la stessa previsione che per il 2009 abbiamo fatto come centro studi», commenta la presidente della Confindustria Marcegaglia, «se c’è qualche miglioramento nella seconda parte dell’anno».
Ed ancora Draghi«Si potrà parlare di crescita solo se queste condizioni si realizzeranno: la tenuta dei consumi e la possibile tenuta del mercato del lavoro».
Bene, non si avrà nessuna delle due condizioni ed il peso insopportabile dei 160 miliardi secondo voi chi dovrà sopportarlo?
Come sempre se lo terranno sul groppone i lavoratori che pagano le tasse alla fonte e hanno i più bassi stipendi di europa , impoveriti dal raffronto con la inflazione reale.
Il governo dei corrotti ed evasori non solo gli ha messo le mani nelle tasche ma li sta lasciando in mutande!
Che fare diceva Lenin ?
A parte la rivoluzione anarchica ma mi dicono che mancano le condizioni oggettive minime , almeno un po’ di sana politica di riforme fuori moda, socialisteggiante, sarebbe necessaria:
- cancellare il riferimento all’inflazione programmata, artificialmente bassa e rinnovare i contratti nazionali in base a una previsione realistica di inflazione. Idem per le pensioni
- Abbassare le tasse sul lavoro.
- Superare il PIL come parametro di misurazione della crescita: non solo la produttività materiale é il segno della crescita ma va creato un nuovo modello di sviluppo e quindi fatta la riconversione ecologica della società e dell’economia come elemento strategico. Occorre aggiungere nuovi criteri : l’impatto ambientale , il grado di distribuzione delle risorse e dei redditi , l’economia etica di cui si comincia a parlare nel mondo.
Un intervento che farei subito, immediatamente : se le rendite godono di un trattamento privilegiato ed i lavoratori e pensionati sono quelli che sostengono il peso sostanziale del sistema
occorre, semplice semplice,
diminuire il prelievo fiscale sui redditi più bassi (portando l’aliquota Irpef del 23% al 20%) e, contemporaneamente, elevare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, salvaguardando i piccoli patrimoni familiari
Il volano della economia capitalista ha bisogno di essere rimesso in moto ?
Ed allora bando alle cretinate e non perdiamo tempo a difendere dalla censura le istituzioni economiche “che danno i numeri” : trattasi di poteri forti che si sanno difendere da soli e che – ricordo agli smemorati - hanno creato tanti guai in giro per il mondo ( che dire del FMI, il fondo monetario ed i debiti dei paesi in via di sviluppo ?).
Far riprendere i consumi , dicevamo?
Il sistema migliore é quello che corrisponde a principi di giustizia sociale è cioè proprio quello di pagare di più i lavoratori, far pagare meno tasse ai pensionati ed ai lavoratori, consentendo in questo modo la ripresa della economia.
L’anima veramente schifosa di questo governo è quindi la sua anima liberista, non dimentichiamolo ed il suo atteggiamento verso il sud , visto come un bacino di voti mafiosi da conquistare e come territori da depredare e poi abbandonare dopo le illusioni.
Mentre lui ed i suoi accoliti liberalizzando di fatto l’evasione e spigendo alla corruzione hanno messo un macigno insopportabile e schiacciante sulle classi più deboli noi ci occupiamo del fatto che il pagliaccio viene preso per il culo in tutto il mondo e lo facciamo pure con un fremito di soddisfazione, come se fosse merito nostro …
Egli non vuole che si citino i numeri della economia perché deprimono i consumatori .
Ma brutto scemo del villaggio chi credi chie siano i consumatori , se non la maggior parte dei lavoratori dei pensionati ed i piccoli commencianti ed artigiani?
Certo non sono i suoi amici del billionaire con cui fa le sue vacanza pedofile con cocaina e schitarrate di Apicella
Questo scemo ha confuso la sua vita con la nostra e dobbiamo ringraziare quei deficienti dei suoi elettori se abbiamo questo cancro che affossa il paese.



26 giugno 2009

Questa Italia di ladri, corruttori e faccendieri. Ma quei milioni di poveri cristi che li votano e si sottomettono li invidiano e ignorano?


La corruzzione nella Pubblica Amministrazione costa ai cittadini fra 50 e 60 miliardi l'anno.
E' "una tassa immorale occulta". Lo dice Furio Pasqualucci, Procuratore generale della Corte dei Conti. Che aggiunge " L'evasione fiscale è pari ad almeno 7 punti del Pil, 100 miliardi l'anno".
E' una montagna di denaro che potrebbe risolvere alla radice molti problemi sociali. Invece "diminuiscono i controlli, si indebolisce il sistema sanzionatorio" e contemporaneamente si sottraggono risorse alla sanità, alla scuola.
Si minacciano di nuovo i pensionati.
E' la lotta di classe, signori. Fatta da una parte sola!

25 giugno 2009

Questa è l'Italia della destra al governo e della finta/complice opposizione del PD

La crisi si aggrava e si minacciano i lavoratori

Sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi invita a eliminare la Cassa integrazione e a sostituirla con l’indennità di disoccupazione. E’ un modo neanche tanto nascosto di dire che bisogna passare ai licenziamenti di massa. La Cassa integrazione infatti, secondo l’economista ultraliberista, impigrisce il lavoratore, lo illude, gli fa credere che può salvare il suo posto di lavoro quando non è così. Mentre una sana indennità di disoccupazione lo spingerebbe a darsi da fare per trovare un altro posto. Come si vede, nonostante la crisi, le banalità reazionarie dei liberisti sono sempre quelle. Quello che è significativo, però, è che si lancino queste provocazioni in un contesto nel quale tutto si muove contro i diritti sociali e contrattuali dei lavoratori. Il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, ha già detto che la vacanza è finita, che l’intervento pubblico che c’è stato nell’economia deve già considerarsi concluso per tornare al rigore dei pubblici bilanci. (...)

Questo senza che lavoratori, disoccupati e pensionati abbiano ottenuto un solo centesimo in più, visto che tutto l’intervento pubblico sui mercati è stato a favore della finanza e delle banche. Ma altri segnali ancor più gravi addensano nubi sui diritti dei lavoratori. L’Europa registra il voto di destra nel modo più semplice e immediato: chiedendo di aumentare l’età pensionabile per le donne e l’orario di lavoro per tutti. In Gran Bretagna la British Airways chiede ai dipendenti di rinunciare a un mese di stipendio per salvare l’azienda, “lo faccio anch’io” dice l’amministratore delegato, che rinuncia a un mese di retribuzione a 61 mila sterline. In Italia la Xerox chiede ai lavoratori di rinunciare alle ferie, e fa un sondaggio sulle loro disponibilità a questa rinuncia. Così che nel futuro si sappia, magari quando c’è da mettere in cassa integrazione o licenziare con la ricetta di Giavazzi, chi è più fedele e disponibile verso l’azienda e chi no. Infine, ma questo in fondo è l’elemento più scontato, Fim e Uilm preparano la piattaforma separata per il rinnovo del Contratto, chiedendo in tre anni meno di quello che prima chiedevano in due, “prendi due e paghi tre”.

Insomma, mentre i dati sulla crisi annunciano che le chiacchiere di Berlusconi non hanno fatto salire il Pil, che anzi sprofonda nel 6% e resterà in basso per tutto il prossimo anno. Mentre la crisi si aggrava, c’è già chi pensa di risolverla con i licenziamenti di massa, la riduzione dei diritti e le discriminazioni, il taglio dei salari. Altro che cambiare strada, si vuole usare nella crisi il peggio delle politiche liberiste che la crisi hanno provocato. Non è davvero il momento di essere moderati e riformisti.

Giorgio Cremaschi
segretario Fiom-Cgil

Questa è l'Italia della destra al governo: crolla l’occupazione nei primi tre mesi del 2009

Protestano i precari ISTAT

Ieri mattina l’Istat ha diffuso i dati relativi all’occupazione nel primo trimestre dell’anno in corso e come c’era da aspettarsi i dati sono allarmanti: gli occupati nel nostro paese sono diminuiti di 204 mila unità (pari a – 0,9 % rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) nei primi tre mesi dell’anno. Nel rapporto si legge che “ il numero degli occupati risulta pari a 22.966.000 unità segnalando quindi un dato negativo di quasi un punto percentuale. Il calo sintetizza la discesa di 426 mila unità della componente italiana e la crescita di 222 mila di quella straniera”. Il rapporto sottolinea inoltre, che il calo è molto più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno che risentono di un calo di 114 mila posti di lavoro; la situazione del Mezzogiorno è particolarmente delicata anche perché al tasso di disoccupazione si associa un’espansione del tasso di inattività, cioè la percentuale di persone residenti che non lavorano o per scelta, come una parte delle casalinghe o degli studenti, o perché troppo anziani e quindi ritirati dal lavoro. Anche qui a segnare il record più alto è il sud con un più 2,1% pari a 141.000 unità.
Le ragioni del calo sono riscontrate soprattutto nella caduta dell’occupazione autonoma delle piccole imprese, dell’occupazione a termine e nella riduzione del numero dei collaboratori. In sostanza il tasso di disoccupazione segna un passaggio dal 7,1% del primo trimestre 2008 all’attuale 7,9%. Un tasso dei senza lavoro che è il più alto dal 2005 e che secondo tutte le previsioni è destinato a crescere. Una percentuale che oltretutto non dà conto di chi, pur lavorando in maniera discontinua risulta ‘occupato’.
Quadruplica il numero di lavoratori in cassa integrazione nel primo trimestre dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2008. A subire maggiormente la crisi i giovani fino a 34 anni, più gli uomini delle donne, come sempre nel Mezzogiorno.
Il rapporto è stato pubblicato in forma ridotta a causa di una protesta interna all’Istituto nazionale di statistica. Infatti l’altro ieri mattina una cinquantina di precari dell’Istat ha occupato la sede della presidenza dell’Istituto per chiedere garanzie sui 317 contratti di rilevatori (cioè gli intervistatori) in scadenza a luglio. La Flc Cgil, i lavoratori Istat e i rilevatori riuniti in assemblea hanno espresso la loro crescente preoccupazione per il destino delle indagini che rilevano la situazione sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione del paese e “ denunciano con forza la gravità di quanto sta avvenendo, sottolineando che dal prossimo luglio non esisterà più la rete dei 317 lavoratori che da ben sette anni garantisce le interviste sullo stato dell’occupazione su tutto il territorio nazionale, assicurando elevati standard di qualità”.
Le conseguenze della precarizzazione dei rilevatori Istat porterebbe, infatti, alla produzione di stime incoerenti e distorte rispetto agli anni precedenti e ad una stima altrettanto incoerente dei dati del Pil e della forza lavoro.

Francesca Mannocchi

Radio Città Aperta

Politiche economiche affamatorie: 2008, l’anno nero dei fondi pensione, la rivincita del Tfr

Rilanciare la previdenza pubblica

Un calo del 6,3% dei rendimenti dei fondi negoziali nel 2008 e un ulteriore calo dell’ 1% nei primi tre mesi del 2009, gli azionari perdono quasi il 25% del rendimento, Il Tfr si rivaluta del 2,7% nel 2008 cui si aggiunge lo 0,3% del primo trimestre del 2009.
Il 2008 stato l’anno nero per i fondi pensione. I rendimenti aggiornati al 31 marzo 2009, segnano un calo del 6,3% dei rendimenti dei fondi negoziali nel 2008 e un ulteriore calo dell’ 1% nei primi tre mesi del 2009: in particolare la diminuzione è del 24,5% (2008) e del5% (primo trimestre 2009) per il comparto azionario; del 9,4% e 1,7% per il bilanciato; del 3,9% e 0,9% del misto mentre c’è un rialzo dell’1,6% e dello0,6% per l’obbligazionario puro.
Andamento simile per i fondi aperti, i cui rendimenti scendono del 14% nel 2008 e di un ulteriore 2,2%tra gennaio e marzo di quest’anno con il picco di un taglio del 27,6% (2008) e del 5,6% (2009) per l’azionario a cui si oppone un apprezzamento del 4,9% e del1,3% per l’obbligazionario puro.
I Pip, piani di investimenti individuali, nel 2008 realizzano un calo dei rendimenti del 24,9%mentre nel primo trimestre la riduzione ha toccato il 4,6%: in caduta del 36,5%(2008) e del 7,6% (2009) le linee azionarie e in salita del 2,7% e dello 0,9%quelle obbligazionarie.
Il Tfr, che anche nel2007 aveva reso mediamente più dei fondi, si rivaluta del 2,7% nel 2008 cui si aggiunge lo 0,3% del primo trimestre del 2009.
I fondi pensione sono in crisi in tutti i paesi in cui sono presenti; negli Usa, le perdite arrivano fino al 50% e scatta l’allarme pensione per milioni di lavoratori.

I numeri e il volume delle perdite, l’esplosione della crisi finanziaria, il crollo dei valori azionari hanno reso evidente a tutti quanto sostenuto dalla Cub: nel conferimento del tfr ai fondi pensione c’e solo un forte rischio per il salario dei lavoratori e un forte guadagno, a prescindere dalla resa dell’investimento,per i gestori, le banche e gli speculatori che hanno la possibilità di “giocare”con i soldi dei lavoratori.
Come al solito, invece di prendere atto del fallimento e della truffa della previdenza complementare, pensano di introdurre cambiamenti perché tutto continui come prima.
Non serve la riforma della riforma, la soluzione c’è già:
- rilancio la previdenza pubblica, quale strumento unico,universale per il mantenimento del reddito percepito prima del pensiona-mento e opporsi alla riduzione delle pensioni attese con peggioramenti delle aliquote su cui calcolarle e all’aumento dell’età pensionabile.
- diritto(oggi negato) al recesso dall’adesione ai fondi e ad interrompere i versamenti e richiedere quanto versato.
- cancellazione per i nuovi assunti del silenzio assenso per lo scippo del tfr ai fondi pensione.

Confederazione Unitaria di Base (CUB)

24 giugno 2009

L’unica pax che riesce a concepire è quella che passa come con la falce della morte sui popoli che hanno la disgrazia di abitare dove c’è il petrolio

IL DRONE ASSASSINO
E LA DOPPIA MORALE DELL’OCCIDENTE

I massmedia italiani registrano molto di malavoglia e con poche righe l’ennesimo massacro di popolazione civile perpetrato dagli americani. Un centinaio di persone, in un piccolo villaggio del Pakistan, sono stati massacrati da tre missili ad alta precisione lanciati da un Drone. Scrivono probabilmente" americano ma sanno benissimo che questo genere di assassino senza pilota comandato a distanza prodotto da una altissima e sofisticata tecnologia militare è americano. La notizia è accompagnata da insinuazioni velenose che servono a giustificare il massacro: il funerale era di un capo talebano ( parola calda altamente criminalizzata)ed i convenuti alla veglia funebre erano naturalmente in qualche modo legati al defunto. Quindi di è trattato di una operazione di pulizia antitalebana e pertanto legittima. Non costringono forse i talebani le donne ad indossare il burka? Quindi..... Non credo che esista una sola ragione al mondo che potrebbe essere addotta da Obama per la sanguinaria catena di stragi che il suo esercito e la sua aviazione infliggono alle popolazioni del Pakistan, dell’Afghanistan e dell’Irak. Le ragioni sono, come sappiamo, di natura geostrategica e petrolifere e non sono confessabili. Ma l’Occidente intero fa finta di credere ad AlQaeda, a Bin Laden ed alla necessità di combattere il Burka per liberare le donne, civilizzare l’Oriente. Obama si spaccia per difensore della giustizia e della libertà e mostra di difendere le ragioni dei golpisti insorti a Teheran condannando la reazione del’Iran dal momento che ogni vita umana è insostituibile e va difesa. Certamente ogni vita umana è insostituibile ma la sono tutte anche quelle recise ieri in un villaggio pakistano e non soltanto quelle che servono alla cinica propaganda del colonialismo.. Quante parole sono state scritte dagli opinionisti occidentali per la morte di Neda e di altri ragazzi di Teheran ? Sicuramente tante. Ma costoro e loo stesso segretario dell’ONU intervenuto contro le repressioni in Iran hannp forse detto una parola per l’ennesima strage della morte che arriva dal cielo in un villaggio del Pakistan con un aereo sprovvisto di pilota? L’approccio di Obama ai problemi è meno schematico e più complesso di quello di Bush. Ma la sostanza non cambia. L’unica pax che riesce a concepire è quella che passa come con la falce della morte sui popoli c he hanno la disgrazia di abitare dove c’è il petrolio e dove gli americani pensano di installarsi.

http://www.megachip.info/modules.php?name=News&file=article&sid=6994

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
http://www.spazioamico.it/

23 giugno 2009

Lo sputtanamento di questo governo si accompagna alla deriva istituzionale, a un'economia sull'orlo del burrrone e un dramma occupazionale da suicidio

Istat 2009: allarme lavoro

L’ultima rilevazione Istat sulle forze di lavoro, con riferimento al periodo che va dal 29 dicembre 2008 al 29 marzo del corrente anno, ha certificato una situazione già ampiamente nota. Nel primo trimestre del 2009 l’occupazione presenta un saldo negativo, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari a 204 mila unità.
La perdita di posti di lavoro è ancora maggiore se confrontata con il dato relativo al quarto trimestre del 2008. In un solo trimestre, infatti, si registra, a livello nazionale, una contrazione pari a 383 mila unità!
Nel solo Mezzogiorno - ad eccezione della Calabria (+ 11 mila) e della Sicilia (+ 12 mila) - in un anno, si è realizzata una riduzione del numero degli occupati pari a ben 114 mila unità; rispetto all’ultimo trimestre del 2008, si rilevano, invece, 161 mila occupati in meno.
Un primo elemento di riflessione è dettato dal fatto che limitarsi al confronto delle variazioni tendenziali dei dati Istat (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) può produrre numerosi errori di valutazione e indurre gli osservatori a considerazioni poco pertinenti alla realtà.
In questo senso, molto più realistico (e corretto) appare il confronto tra i dati relativi alle variazioni congiunturali (rispetto al periodo di rilevazione precedente). Infatti, è la comparazione con le rilevazioni effettuate a fine 2008 - non ancora “condizionate” dalle conseguenze della grave crisi economica che incombeva sul nostro Paese - che meglio riesce a evidenziare la gravità dell’attuale situazione.
Il dato oggettivo è che il confronto tra i dati emersi dall’ultima rilevazione Istat e quelli relativi al trimestre precedente, presenta una situazione a dir poco allarmante.
Al consistente calo dell’occupazione, si aggiungono, infatti, ulteriori elementi di preoccupazione.
Nello spazio di un solo trimestre, il tasso di occupazione nazionale cala di oltre un punto, il tasso di disoccupazione aumenta dello 0,8 per cento e quello di attività torna pari a quello del quarto trimestre 2002.

In questo quadro, risulta difficile condividere la posizione del Ministro del Lavoro che ritiene la situazione “Meno difficile di quanto ci si potesse aspettare”; soprattutto se si considera che - secondo quanto previsto dalla stessa Confindustria, oltre che dai più accreditati organismi internazionali - la profonda crisi finanziaria ed economica che sta sconvolgendo l’economia mondiale non ha ancora prodotto, nel nostro Paese, tutti i suoi devastanti effetti.
I dati più negativi, però, sono quelli relativi alla condizione presente al Sud.
Ancora una volta, il Mezzogiorno rappresenta, in negativo, la perfetta “cassa di risonanza” delle difficoltà rilevate in tutto il territorio nazionale.

Nel Mezzogiorno, al notevole calo del numero degli occupati, si aggiunge un tasso di occupazione che torna ai valori riscontrati nel lontano 2000. Il tasso di disoccupazione torna al livello del terzo trimestre 2005 e il tasso di attività cala di quasi un unto percentuale; naturalmente, aumenta il numero delle persone in cerca di occupazione.
Rispetto a quest’ultimo elemento, è interessante rilevare che l’aumento del numero delle persone in cerca di occupazione resta molto contenuto rispetto a quello di coloro che, nell’intero Mezzogiorno, hanno perduto un posto di lavoro; si tratta di meno di un terzo del totale.
Rappresenta questo, un chiaro segnale di “sfiducia” rispetto alla possibilità di trovare un’occupazione attraverso il “canale istituzionale” dei Centri per l’impiego.
Per tornare alle riflessioni di carattere nazionale: gli osservatori più attenti hanno, inoltre, evidenziato che i dati Istat hanno certificato una situazione - presente in tutto il Paese - ampiamente prevedibile; lo stato di crisi è stato avvertito, in termini di perdita del posto di lavoro, in misura particolare da parte dell’occupazione autonoma nelle piccole imprese, dell’occupazione a termine e dei rapporti di collaborazione.
In effetti, i dati confermano le preoccupazioni di quanti hanno sempre sostenuto - lo scrivente, tra gli altri - che i lavoratori “flessibili” o, per meglio dire, “precari” (in particolare i giovani dai 15 ai 35 anni), sarebbero stati i primi a pagare il duro prezzo della crisi.
In questo senso l’ultima rilevazione certifica che, nell’arco di un solo anno, ben 408 mila giovani hanno perso un precedente posto di lavoro.

Di fronte a questi numeri, non oso immaginare il desolante quadro che avremmo dovuto commentare qualora il nostro ordinamento avesse già previsto il c.d. “contratto unico” con “garanzie variabili nel tempo”.
In questo senso, sono sicuro che la nuova tipologia contrattuale - tenacemente sostenuta dai tanti esperti “di turno”; da Treu a Boeri, da Ichino a Garibaldi -consentendo la possibilità di licenziamento senza “giusta causa”, per i primi trentasei mesi del rapporto di lavoro, avrebbe prodotto una vera e propria “ecatombe” di posti di lavoro.
La rilevazione Istat relativa alle singole realtà territoriali conferma la Campania tra le regioni che presentano le situazioni di maggiore preoccupazione.

In un contesto nel quale il numero degli occupati continua, inesorabilmente, a calare, nella nostra regione si registra un tasso di occupazione che è, addirittura, pari a quelli riscontrati nei primi anni ’90.
Il tasso di disoccupazione aumenta dello 0,6 per cento solo grazie alla ridottissima percentuale (circa il 10 per cento) di soggetti che, pur avendo perso il posto di lavoro, si pone alla ricerca di una nuova occupazione attraverso i “canali ufficiali”.
Per ritrovare un tasso di attività altrettanto basso, bisogna andare indietro nel tempo, fino agli anni ’80.
In sostanza, per la nostra regione, ancor più che per il resto del Paese, la situazione presenta una condizione di grave allarme sociale; se a questo si aggiungono le fosche previsioni per il futuro della nostra economia, il quadro diventa preoccupante.

di Renzo Fioretti
Nuovo collaboratore redazionale di "lavoro e salute"

21 giugno 2009

Appello alle menti libere: facciamo andare a vuoto il colpo finale alla democrazia, asteniamoci al referendum truffaldino

Astenersi sul referendum per impedire un golpe

Per le decisioni che le elettrici e gli elettori dovranno adottare per il 21 giugno c'è una igiene politica ed istituzionale da garantire. È quella che impone di eliminare dal terreno dello scontro gli equivoci, le distorsioni, le falsità della campagna referendaria. I promotori del referendum ed i loro sostenitori, nel condannare il sistema elettorale vigente per la Camera dei deputati e per il Senato, il «porcellum», lasciano credere che il Sì eliminerebbe le perversità di tale sistema. Non è vero. Le moltiplicano. I quesiti non riguardano il meccanismo di scelta dei membri del Parlamento, lo lasciano inalterato. Non restituirebbero affatto alle elettrici ed agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti al Parlamento. Lascerebbero questo potere ai capi-partito e lo legittimerebbero col voto popolare. Il «porcellum» si raddoppierebbe. I quesiti non eliminano, né riducono il premio di maggioranza, lo lasciano così com'è. Col Sì il voto popolare lo legittimerebbe. Il «porcellum» si triplicherebbe. Non basta. Con l'approvazione dei quesiti, una lista che rappresentasse il 30, 25, anche solo il 20 per cento dell'intero elettorato ma un solo un voto in più di ciascuna delle altre, otterrebbe il premio, assurdo e truffaldino, del 55 per cento dei seggi alla Camera ed anche maggiore al Senato. Il «porcellum» verrebbe quadruplicato.
I promotori del referendum ed i loro seguaci affermano che votando Sì si costringerebbe il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale. È falso. Non esiste parlamento al mondo che così sfacciatamente può eludere, contraddire, vanificare un voto popolare. Come sarebbe d'altronde possibile tale rovesciamento della volontà delle elettrici e degli elettori in presenza, peraltro, maggioritaria della forza politica che trarrebbe tale, enorme, anche se scandaloso vantaggio da un voto popolare siffatto? Ma quale rispetto dimostrano i promotori del referendum ed i loro seguaci per la sovranità popolare? C'è un precedente che va ricordato. Nel 1993, a seguito del risultato del referendum celebrato in quell'anno, si propose di introdurre un sistema elettorale diverso da quello emerso dalle urne e fu proprio uno dei promotori di quel referendum, che è anche tra quelli del 21 giugno, che si oppose giustamente a qualunque modifica di quel risultato, proprio in ragione della intangibilità della volontà manifestata dal corpo elettorale. I promotori ed i loro seguaci ci contestano il diritto all'astensione, cioè allo strumento sicuro per far fallire questo referendum. La contestazione è infondata. Non si tratta di uno strumento illegittimo. È lo stesso che nelle assemblee parlamentari viene usato quando la minoranza si oppone nel modo più radicale possibile ad una deliberazione per segnalarne la gravità e lasciarne tutta intera la responsabilità a chi la propone sfidandolo a dimostrare il consenso sufficiente all'approvazione. Non si vede perché non sarebbe utilizzabile per una deliberazione del corpo elettorale una forma di opposizione praticata dalla sua rappresentanza politica. Tra deliberazione parlamentare e deliberazione del corpo elettorale, quanto a condizione di validità, c'è infatti perfetta corrispondenza. A statuirla è la Costituzione agli articoli 64, terzo comma, e 75, quarto comma.
Certo, quello dell'astensione è uno strumento estremo. Ma è quello più adeguato a impedire la mistificazione della democrazia rappresentativa degradandola a procedura di investitura per un uomo solo cui attribuire il potere di governo, quello di dettare, mediante i suoi agenti, la legislazione e, attraverso questa, i contenuti della giurisdizione, quello di usare il 55 per cento di tali fiduciari per determinare l'elezione del Presidente della Repubblica, dei cinque giudici costituzionali, della stessa potestà di modificare la Costituzione aggirando la garanzia del referendum con l'apporto di qualche minoranza parlamentare. Solo l'astensione, infatti, può impedire la distorsione golpista che determinerebbe la vittoria del Sì.


Gianni Ferrara

Comitato nazionale contro il referendum del 21 giugn


su Il Manifesto del 19/06/2009

Un'altra crisi di sistema dopo tangentopoli? Come allora si rischia la beffa, con la regia dei poteri dominanti sempre indenni e sempre piu' forti

Il Paese messo davanti allo specchio. Ma chi ha voglia di fare autocritica?

Siamo alla fine politica di Silvio Berlusconi? Molti sono pronti a scommetterci, e in effetti la fortuna sembra davvero voltargli le spalle. Come mai? Che cosa c’è di nuovo in quest’ultima storia, squallida e patetica, di donne «utilizzate» da un vecchio che non sa invecchiare (un «malato», per chi lo conosce), che l’ironia delle cose ha proiettato alla guida di questo Paese?Non è la prima volta che Berlusconi inciampa in una grave disavventura, dopo lo “storico” avviso di garanzia recapitatogli – sublime coincidenza – mentre coordina a Napoli la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata. La sua intera vicenda è costellata di seri infortuni, solo in parte dovuti ai problemi giudiziari, alle leggi create per risolverli e all’enorme conflitto di interessi (il politico che opera a vantaggio delle proprie imprese che gli servono a consolidare il potere politico, in un circolo vizioso degno di una repubblica delle banane). L’insulto rivolto a Martin Schulz nell’aula di Strasburgo («La proporrò nel ruolo di un kapò») è rimasto emblematico, ma non basterebbe una pagina intera a ricordare tutti gli episodi incresciosi – o soltanto ridicoli – che l’hanno visto protagonista. Nemmeno quest’ultima storia di baccanali è, a ben guardare, del tutto inedita. Si è appena consumata l’affaire Noemi. Ed è ancora in progress la vicenda – a nostro parere ben più grave – delle amiche personali trasformate in parlamentari e ministre della Repubblica. Addirittura una semianalfabeta, presa di peso dalle retrovie di Forza Italia e spedita alla pubblica (e soprattutto privata) istruzione, a far danni all’università e alla scuola italiana, già stremate da decenni di pessime “riforme”. Berlusconi non è solo un padrone prepotente e autoritario, mosso da un progetto politico arcaico. Non è soltanto un animale senza scrupoli, determinato ad accumulare fortune e poteri e a far fruttare relazioni con persone e ambienti al di sotto di ogni sospetto. È anche un personaggio da avanspettacolo tra il ridicolo e il feroce, un inconfondibile misto di cattivo gusto e di banalità. Ma tutto ciò è evidente e noto già da tempo. Perché questa volta la sua parabola sembra precipitare verso la disgrazia e l’ignominia?Una prima ragione chiama in causa la fredda logica della politica. Molti suoi alleati cominciano a temere che Berlusconi sia ormai indifendibile. Gode ancora di consenso, ma i suoi «vizi privati» rappresentano per la destra una minaccia mortale. Il confine tra acclamazione e ripudio, si sa, è sottilissimo. Ieri sull’altare, domani nella polvere. Perché rischiare di perdere posizioni restando legati a un personaggio squalificato e per di più indisponibile a moderare i propri appetiti?Una seconda ragione coinvolge il paradosso della popolarità. Berlusconi è in disgrazia per la stessa grottesca trivialità che sino a ieri è stata la sua principale arma di seduzione. Se ci dessimo il tempo di riflettere su questo paradosso, ne trarremmo una lezione preziosa. Questa storia ci mette davanti allo specchio, ci dice che cosa è diventato il nostro Paese. Va bene tutto. Circondarsi di mafiosi e di incapaci. Gestire la cosa pubblica come proprio patrimonio. Controllare l’informazione come un’agenzia di propaganda. Tutto va bene finché il gioco prosegue. Quando si inceppa, ci si tira fuori senza fare una piega. Vent’anni di “seconda Repubblica”, senza partiti di massa capaci di costruire relazioni sociali e di trasmettere principi e conoscenze, senza altra fonte di orientamento al di fuori della televisione e dello spettacolo della merce, hanno distrutto l’opinione pubblica e trasformato questo Paese in una prateria disponibile a tutti i populismi. Riflettere su questa vicenda sarebbe il solo modo di mettere a valore l’esperienza di questi anni, i peggiori della storia repubblicana. Ma c’è forse qualcuno davvero interessato a tale riflessione, e disposto all’autocritica che essa comporta?

Alberto Burgio

Liberazione 21 Giugno 2009

19 giugno 2009

Invece che produrre strumenti di morte un governo sano di mente si darebbe obiettivi migliori e più utili alla società

La campagna per dire no ai cacciabombardieri JSF-F35

E' partita da pochi giorni la *campagna di pressione lanciata da Sbilanciamoci! e da Rete Italiana per il Disarmo* affinché il Governo italiano rinunci all'acquisto dei cacciabombardieri JSF-F35 e usi in maniera migliore per la popolazione gli oltre 15 miliardi di spesa previsti.

In questi giorni il Governo italiano dopo aver chiesto ed ottenuto un parere al Parlamento in poco tempo e senza praticamente dibattito sta procedendo alla continuazione della produzione di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026.

Tutti questi soldi potrebbero essere utilizzati per *obiettivi migliori e più utili alla società*: ad esempio si possono contemporaneamente costruire 3000 nuovi asili nido, installare 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese...

Anche tu puoi far sentire la tua voce!! Come?
Sottoscrivendo l'appello online che trovi alla pagina www.disarmo.org/nof35

Puoi anche approfondire l'argomento e diffondere le notizie collegate scaricando il materiale informativo messo a disposizione sul sito www.sbilanciamoci.org e sul sito www.disarmo.org!
Aspttiamo la tua voce per dire no a questa spesa militare folle ed insensata.

*131 cacciabombardieri? NO! Meglio 3.000 nuovi asili, 1.000 scuole più sicure, 10 milioni di pannelli solari, la ristrutturazione del centro storico de l'Aquila, treni per pendolari.
Sostieni la mobilitazione alla pagina www.disarmo.org/nof35

campagna Sbilanciamoci!
http://www.sbilanciamoci.org/

Ecco l'italia del tragico trio Berlusconi-Bossi-Marcegaglia, con il silenzio/assenso del PD che si oppone solo ai festini sex del cavalier bugiardo

Il pil crolla a -5,3%. Debito boom

Il giudizio dell'Ocse è da brivido: «L'Italia ha di fronte una profonda e prolungata recessione». Facendo seguire i numeri alle parole, l'organizzazione - nell'ultimo rapporto - sostiene che quest'anno il Pil crollerà del 5,3% e il tasso di disoccupazione potrebbe salire al 10%. Cifre che peggiorano le previsioni formulate il 31 marzo, quando l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - di cui sono soci i 30 paesi più industrializzati del mondo - indicò per l'Italia una caduta del Pil del 4,3% e una disoccupazione attorno al 9,2%. Commenta l'Ocse: quello che ha «colpito, della recessione italiana, è la sua ampiezza». Che deriva dalla scarsa domanda interna e dalla eccessiva dipendenza della domanda globale, in forte caduta.

Ovviamente, la ricetta proposta rappresenterebbe il colpo finale per una ripresa economica fatta di redistribuzione delle ricchezze accumulate da pochi, welfare diffuso, ripresa dell'occupazione stabile di sicurezza sul lavoro. L'Ocse consiglia nuove liberalizzazioni, forte spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici, nuova tassazione federalista e altri farmaci mortali per giovani, lavoratori e pensionati. In sostanza consiglia i capitalisti dell'ex belpaese di defenestrare il cavaliere di Arcore e sostituirlo al piu' presto, prima che lo becchi qualche magistrato comunista.

17 giugno 2009

L’aggressione in cifre: ecco i numeri dei crimini impuniti del governo d'Israele

Centro per i diritti umani di Gaza

Gaza. Il Centro al-Mizan per i diritti umani, in una relazione sulle perdite e sui danni subiti dalla popolazione della Striscia di Gaza durante l’ultima guerra israeliana, ha illustrato i crimini commessi dall'esercito di occupazione nel periodo dal 27 dicembre 2008 fino all'alba del 18 gennaio 2009.
Nel rapporto, diffuso ieri e intitolato “L’aggressione in cifre”, sono pubblicati i numeri delle vittime e dei danni arrecati alle persone e alle proprietà.
Le persone morte durante la guerra o in seguito alle ferite riportate sono 1.410: 355 al di sotto dei diciotto anni d’età, 110 donne e 240 combattenti della Resistenza.
11.135 case private, 581 edifici pubblici, 209 impianti industriali, 724 imprese commerciali e 650 veicoli risultano distrutti dai bombardamenti e dalle operazioni dell’esercito sionista, mentre la superficie di terre agricole danneggiate raggiunge i 627.175 ettari.
A conclusione della relazione vengono citate le indagini effettuate da al-Mizan e da varie istituzioni nazionali e internazionali, che dimostrano come sia stato commesso un gran numero di gravi e sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario, altrimenti definibili come crimini di guerra contro l'umanità, in base a quanto è scritto nella Carta del Tribunale internazionale e nella IV Convenzione di Ginevra.
Il centro specifica che “tra questi crimini sono inclusi il bombardamento di case con civili al loro interno, le sparatorie contro civili che sventolavano bandiere bianche, l'uso indiscriminato della forza distruttiva delle armi nelle zone civili, il bersagliamento di civili senza distinzione, l'uso dei civili come scudi umani, il bersagliamento del personale medico, l’ostacolamento delle ambulanze e il bersagliamento delle sedi e dei dipendenti delle Nazioni Unite”.
Il rapporto riferisce inoltre che a tali crimini bisogna aggiungere le pratiche delle forze di occupazione ai danni della popolazione locale, come ad esempio le punizioni collettive, la distruzione della rete dell’acqua e delle linee elettriche, l’interruzione e la devastazione delle strade che collegano le province della Striscia di Gaza (un gesto gravissimo in quanto comporta problemi nei rifornimenti di cibo e medicine, che si sommano a quelli provocati dall’assedio) e la sofferenza psicologica causata dalle aggressioni massicce contro le zone residenziali.
Tutto questo, secondo al-Mizan, ha fatto sì che, per l’intera durata del conflitto, non esistesse nemmeno un posto in tutta la regione che permettesse ai civili di restare al sicuro.

L'Italia si conferma un paese senza dignità nazionale, al soldo dei guerrafondai USA, anche con Obama

Pettegolezzi in cucina

Nei luoghi dove la servitù del palazzo di riuniva per attendere gli ordini che arrivavano da uno scampanellio o da un citofono interno attraverso la voce del maggiordomo o della governante si commentava la vita dei "padroni", si diffondevano pettegolezzi, si esprimevano naturalmente con molta, moltissima circospezione, opinioni sugli avvenimenti della vita del signori, non importa se nobili o soltanto ricconi, dei quali si era a servizio, si facevano difficili esercizi di decifrazione, di interpretazione dei fatti del giorno. A leggere i giornali di oggi ed a sentire i commenti sulla gita a Washinton del Presidente del Consiglio sembra appunto di essere nella stanza della servitù dei palazzi padronali di una volta come ci sono stati tramandati dalla letteratura e dal cinema. La servitù si divide tra il gruppo capeggiato dal facinoroso Feltri e l’angelico Giordano che danno il là a tutti i pennivendoli del Regime ( ieri questo ruolo era assolto dal Foglio di Ferrara ma oramai considerato inadatto alla brutalità dello scontro in corso dal capo delle batteria massmediatica) che sostiene il pieno successo dell’incontro americano, le pacche sulle spalle, i sorrisi, il clima di cordialità mentre un’altra parte della servitù sostiene che l’incontro è stato freddo, che è durato poco, si è svolto quasi in piedi, Berlusconi non è stato invitato a pranzo ed altre cose di questo genere. La servitù analizza le fotografie, le parole ad una ad una, si chiede se Berlusconi si è visto o no con la fist lady Michelle Obama , il fatto che l’incontro sia stato l’ultimo del giro del neo Presidente americano e si chiede quali riflessi avrà sulla politica italiana. Insomma un battito di ciglio, un tono di voce, una risata di Obama sono decisivi per l’Italia! La classe dirigente italiana non da sempre è stata tanto morbosamente dipendente dalla Corte Imperiale Usa. Da De Gasperi a Craxi l’atlantismo è stato praticato complessivamente con dignità naturalmente nello ambito di una subalternità spesso assai accentuata. D’Alema per farsi accettare come Primo Ministro ex PCI ha addirittura bombardato Belgrado dentro una guerra tra le più discutibili che la Nato ha combattuto contro la Jugoslavia ed in particolare contro la Serbia. Paradossalmente il Berlusconi che si è presentato tremebondo ad Obama timoroso per l’offesa che gli aveva arrecato e bisognoso della sua benevolenza è il primo Ministro Italiano dopo Moro a sfuggire alle direttive della Casa Bianca: ha aperto verso la Russia proponendone addirittura l’ingresso nell’Unione Europea ed ha chiuso il contenzioso coloniale con la Libia diretta da uno "segnato" come Gheddavi, personaggio che gli USA hanno tentato di uccidere diverse volte bombardandolo o inseguendolo sui cieli d’Italia. Insomma, dalla destra italiana si vuole dimostrare agli USA una fedeltà canina, acritica, priva di ritegno e di pudore mentre dall’opposizione si manda un messaggio pure di fedeltà totale e si lascia capire che i dirigenti del PD sono più seri, garantirebbero meglio gli interessi americani con la dignità della nuova fase ispirata da Obama e dal suo stile di comando.


Pietro Ancona



L'Italia è in guerra: Berlusconi la dichiara, il Parlamento complice tace

La barbarie avanza tra noi
Alcune settimane fa il ministro La Russa diede notizia che erano state inviate in Afghanistan Forze Speciali e la Folgore; aggiunse però che nulla mutava nelle regole di ingaggio dei nostri militari. Ebbi qualche reazione di incredulità, data la natura delle truppe inviate, ma non volevo essere quella che si allarma sempre.
Seguirono a ritmo sempre più ravvicinato notizie di scontri a fuoco tra forze armate italiane e "miliziani", anche con qualche ferito nostro e "perdite maggiori" degli avversari. Il linguaggio si faceva sempre più bellicoso, fino a ricordare il tristemente famoso lessico dei bollettini di guerra come è a me ben noto.
Mi aspettavo notizie della convocazione delle Camere, su richiesta di qualche gruppo politico che abbia a cuore la Costituzione, ma non mi pare che ce ne siano state. Ancor più mi aspettavo reazioni delle varie famiglie pacifiste: ma non si è mosso niente. Sia passività, disperazione, disattenzione, sia disinformazione fomentata da un assetto spesso servile di parte della stampa, tutto ciò è già molto preoccupante, segnala un altro avanzamento della barbarie tra noi.
Ma adesso la notizia ulteriore è che Berlusconi, andando a Washington per invitare Obama al G8 di luglio a L'Aquila, presenterà anche richiesta di entrare a pieno titolo nella guerra afgana. Può darsi che Obama abbia fatto sapere di essere favorevole allo scambio G8-Afghanistan e che si incomincino a vedere le prime ricadute in armi delle sue misure anticrisi neokeynesiane.
Il fatto è che sarebbe la prima volta che una guerra di invasione e di aggressione viene palesemente dichiarata da noi senza alcuna foglia di fico. E non si può davvero tacere, sia per la gravità della cosa in sé, sia perché "si può spiegare" quasi solo come un segno che Berlusconi intende favorire La Russa rispetto a Fini nel suo partito e chiudere a suo favore la mano della partita in corso tra aree del Pdl e Lega.
E' una cosa abietta? Lo è. Ci vanno di mezzo vite umane? Certamente e non faccio gerarchie sul valore di esse. Ci va di mezzo la Costituzione? Sì, e con una manovra avvolgente che la sostituisce con una costituzione materiale neonazionalista, neoimperialista e neocoloniale. Ho appena bisogno di ricordare che dal Dal Molin e da Aviano possono alzarsi in volo aerei verso l'Afghanistan senza nemmeno bisogno che sia chiesto il permesso al governo italiano.
Ricominciare a chiedere le dimissioni del governo, manifestare, studiare un testo per una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre l'empeachment mi sembra il minimo. Anche perché, se non ci si attrezza ad usare tutte le forme legali di lotta in modo proprio, serio e convinto ci si può facilmente rendere conto di quale mirabile argine alla illegalità sarebbe un parlamento scelto da un capo eletto plebiscitariamente (e quindi non sfiduciabile) e che lo stesso capo può licenziare a volontà, se già questo, di parlamento, è così facilmente asservito.

Lidia Menapace
Liberazione

16/06/2009

15 giugno 2009

Dalla crisi economica e di civiltà possono nascere organi di decisione dal basso capaci di innescare future conflittualità?

IL CRACK DELLA FINANZA
Un certo Harry Braverman, operaio americano e redattore della Monthly Review, scrisse nel 1974 un libro eccellente: Lavoro e capitale monopolista (Einaudi, 1975). In esso sosteneva che Monsieur Le Capital rimodella di continuo le classi subalterne, secondo le sue convenienze. A volte sono il classico proletariato di fabbrica. Altre volte si tratta di soggetti apparentemente autonomi (dagli impiegati, ai precari con partita IVA, ai "collaboratori esterni" così diffusi ai nostri tempi). Comunque è sempre la classe operaia ribattezzata in vari modi, senza che la sua subalternità venga meno. Gente coinvolta nella valorizzazione del capitale, in maniera diretta o indiretta, a seconda delle fasi storiche. Lungo filiere di produzione che si propagano territorialmente, nel paese d'origine o altrove.
Il "decentramento produttivo" degli anni Settanta ha avuto il suo corollario nella "delocalizzazione" degli anni Duemila. Grazie alla cosiddetta "globalizzazione", cioè alla vittoria del capitalismo soprattutto americano sul socialismo "reale", ogni padrone ha potuto cercare altrove manodopera a minor costo. L'ha trovata in Asia, in America Latina, nei paesi dell'Europa orientale. Operai che si accontentano di un salario da due soldi, tanto per non patire la fame (sono oltre 18.000 le imprese italiane impiantate in Romania). Salari ridicoli, da filiali georgiane, moldave, polacche, persino ceche (la Cecoslovacchia, quando era unita, fu un po' il fiore all'occhiello, sul piano della produzione industriale, del sistema sovietico).
E' ritornello insistente quello che la classe operaia sia in via di sparizione, che il lavoro "immateriale" abbia preso il suo posto, che non rimangano altro che declinazioni della classe media. In realtà, su scala mondiale, gli operai si sono moltiplicati, con una distribuzione geografica dipendente dal luogo in cui si insediano le attività produttive. Il falso lavoro autonomo, invece, prospera in tutto l'Occidente (Usa, Europa, Giappone, oltre a Canada e Australia).
Monsieur le Capital, a questi primi risultati, stappa bottiglie di champagne. Trova manodopera in condizioni quasi schiavistiche qui e là per il mondo, può dissolvere lentamente la forza-lavoro interna, "esternalizzare" rami produttivi in sovrappeso, frullare in pezzettini la classe a lui antagonista, in modo che non abbia nemmeno più la percezione di essere una classe. Soggetti sparsi, isolati, privi di identità e di connessioni, dediti alla concorrenza reciproca. Producono senza corrispettivi adeguati, e dunque consumano sempre meno. A ciò rimedia l'economia astratta, puramente monetaria. Lì finiscono i profitti. La produzione di merci a mezzo di nulla. Vuoti indici bancari o borsistici, totalmente slegati dall'economia reale. La quale resta la fucina del proletariato. Ciò che si è fatto immateriale è il capitale, non le classi subalterne!
Chi si domanda dove siano oggi "gli operai di un tempo", in realtà si sta domandando dove sia finita la forza che questi avevano per un secolo e passa accumulato. Perché dove siano gli operai è facile scoprirlo, se si guarda al di là dei confini nazionali, oppure se, nell'ambito della stessa nazione, si getta un'occhiata nelle sedi delle infinite agenzie per il reclutamento di lavoratori interinali, sorte a ogni angolo di strada. Per non parlare del lavoro nero, o anche di larghi settori del lavoro impiegatizio, di quello detto "autonomo", di quello terziario, del comparto dei servizi. E' lì la classe operaia, in una fase in cui non è più conveniente radunarla in grandi complessi industriali. Oppure vive nelle mansioni semi-servili degli immigrati, variabile moderna dell'antico bracciantato senza averne la storica compattezza.
E' stato ripetuto fino all'ossessione che asse centrale dell'odierno assetto produttivo sarebbero le "classi medie". Operose, diligenti, risparmiatrici. Oggetto di libidine per tutte le forze politiche: di destra, ovviamente, ma anche di centrosinistra, di post-sinistra, persino di "sinistra radicale". Poi basta una scommessa sbagliata dell'economia finanziaria, ed ecco che quelle classi medie si trovano con il culo per terra. Pronte a cadere, con il loro pugno di azioni che non valgono più nulla, con fondi di investimento diventati inaffidabili, con i loro mutui ormai impagabili, con generi di prima necessità dai prezzi impazziti, nel baratro sottostante.
Attenzione: non in una "classe" sottostante. Le classi esistono oggettivamente; però, soggettivamente, per esistere, bisogna che abbiano consapevolezza di se stesse. Per un lungo periodo, dal 1980 a oggi, la piccola e media borghesia ne ha avuta, certo più forte di quella degli operai e dei proletari in genere, che andava declinando. Le trombe suonate da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher chiamavano a raccolta, echeggiate dal triccheballacche di Bettino Craxi, dubbio socialista, e più tardi dall'ancor peggiore Tony Blair. Si apriva l'era storica della middle class, riluttante alla solidarietà con chi le stava sotto i piedi. Il suo valore supremo, a parte il denaro, era l'egoismo considerato virtù. La non-solidarietà. In Italia fu epocale, nel 1980, la marcia dei 40.000 quadri e impiegati della Fiat di Torino contro l'occupazione della "loro" fabbrica da parte dei lavoratori di rango inferiore, nell'ambito di una vertenza sindacale. Noi siamo "classe media", che cazzo volete da noi? Perché mai dovremmo sentirci partecipi dei vostri problemi? Da qui partirono il craxismo e il suo figlio deforme e cattivissimo, il berlusconismo (nella sua prima versione neoliberista, non in quella attuale, populo-fascista).
Torno al filone serio del discorso, e cioè al baratro improvviso che si può spalancare, e si spalanca in questi giorni, sotto i piedi della classe media, non solo negli Usa. La turbolenza è forse solo transitoria, ma i suoi effetti si protrarranno. Un'economia astratta, fattasi troppo astratta (cioè troppo lontana da là dove il lavoro dà valore alle merci), per tenersi in piedi sottrae liquidità all'economia reale. Richieste imprenditoriali di crediti per l'investimento resteranno deluse. Conseguenza, per quell'orologio impazzito che è di norma il capitalismo, rallentamento dell'innovazione e dei profitti, rivalsa sul costo del lavoro, licenziamenti, calo dei consumi (chi ha perso il suo posto di certo consuma meno), domanda bassa, discesa dei prezzi produttivi (a cominciare da quelli delle materie prime), ascesa dei generi di prima necessità (le esigenze di una forza-lavoro in crisi si spostano su beni necessari alla sopravvivenza: pane, riso, pasta, fagioli ecc., a seconda dei continenti).
Proiettiamo la cosa su scala intercontinentale. E' una tragedia umana. Lo scemo di turno continuerà a ripetere che il capitalismo ha arricchito il mondo intero, in pochi anni di dominio assoluto. In realtà lo ha solo esposto alla capricciosità di un sistema fatto di simboli, e in cui ogni uomo è un avatar, separato dalle sue esigenze di vita. Finché il tutto non si blocca, e la finanza, in crisi debitoria, si rivale bloccando il credito alla produzione.
E' quella che viene detta "recessione". Portato per vocazione di classe a colpire i soggetti subalterni, Monsieur Le Capital insisterà perché gli operai siano pagati meno, perché possano rivalersi solo attraverso gli straordinari (e cioè amplificando all'estremo la loro giornata lavorativa), perché rinuncino a tutto ciò che prima avevano di garantito: casa (con molti dubbi sul grado di garanzia), scuola, posto fisso di lavoro, pensione in età ancora attiva, assistenza medica e sociale. Si accuserà di fannullaggine chi godeva di qualche salvaguardia dal licenziamento immotivato. Tutto ciò che era gratis, perché ritenuto socialmente utile, per non dire spettante di diritto, dopo sarà messo in vendita. Servono liquidi da immettere sul mercato finanziario. La scuola, dalle elementari all'università, il pubblico impiego, l'elevazione dell'età pensionabile, il passaggio dal lavoro sicuro al precariato (accompagnato da opportuni slogan che esaltino la "flessibilità") diventano oggetti di risparmio monetario, perché la finanza possa ripartire. Perché possa risanare, con i suoi tuffi e le sue giravolte, con la sua inconsistenza di fatto, le incongruenze di un dominio di classe. Unico fattore concreto in tutta questa vicenda.
Dunque, si dirà con scandalo, le classi esistono ancora. Certo che esistono. Cambiano forma e localizzazione perché così vuole il vero "fabbricante di classi". Il capitale? Sì, ma non direttamente.
Il capitale ha una sua estensione pratica. Il proprio "gabinetto d'affari": lo Stato. Più i vari conglomerati statuali transnazionali che hanno preso vita nel corso dei decenni, su scala continentale e intercontinentale, a spese della democrazia. Tipo una Banca Europea che non è eletta da nessuno, e tuttavia regge attualmente il "sistema Europa", decidendo direttamente, senza censure possibili, cosa sia meglio per i suoi cittadini. Una funzione ribadita dal recente progetto di Costituzione Europea, che santificava il libero mercato. Progetto respinto dalle cittadinanze di vari paesi (Francia, Danimarca, Irlanda), tra le poche chiamate a un voto diretto; e, poiché quel voto non era quello auspicato dalle classi dominanti, rimandate a votare come scolaretti colti in fallo, oppure aggirate a colpi di decreto e di maggioranze parlamentari. In nome della democrazia.
Si dirà: ma lo Stato è democrazia. I cittadini votano i loro rappresentanti, e costoro operano scelte in nome della pubblica utilità, per il bene di tutti. Non è affatto così. Lo Stato è anzitutto economia.
Può scegliere di intervenire o non intervenire, sono scelte sue. A seconda delle decisioni, attraverso i propri organi interni o collaterali, rimodella o rinomina le classi sociali, amplia o contrae i servizi, indirizza l'imposizione fiscale e, attraverso il monopolio dell'uso della forza, reprime o neutralizza i segmenti riluttanti alla sua disciplina. Lo Stato è come un lombrico: contrae o prolunga il proprio corpo. Si proclamerà in ritirata nei periodi di prosperità del capitale, si allungherà nei momenti in cui il capitale va protetto dall'ennesima turbolenza. Se la crisi è grave per davvero, si spingerà fino a nazionalizzare i settori da proteggere e salvaguardare. Fase nella quale i commentatori meno avveduti parleranno di uno Stato neoliberista che si fa keynesiano, o addirittura "socialista".
Stronzate. Marxisti e post-marxisti, o anche marxisti "eretici", non hanno mai parlato di "nazionalizzazione", bensì di "socializzazione" dei mezzi di produzione. La nazionalizzazione è un mezzo fra i tanti in mano al capitale. Per fare un esempio, la Corea del Sud, durante la crisi delle "tigri asiatiche", nazionalizzò temporaneamente il sistema bancario, che poi cedette (con lucro) ad acquirenti privati. La "socializzazione" è qualcosa di molto diverso, e implica una capacità decisionale dal basso, dagli operai che partecipano alle scelte strategiche di una direzione eletta dalla base, e dunque revocabile.
Attualmente nessuna delle due alternative, nazionalizzazione o socializzazione, appare praticabile; salvo la prima, applicata occasionalmente in circostanze d'emergenza dallo stesso Stato capitale.
Ma perché insisto nel rendere indissolubile questo binomio, Stato e Capitale? Perché ritengo che entrambi diano corpo, congiuntamente, al "fabbricante di classi"? Non è lo Stato la proiezione diretta della volontà degli elettori, che, scegliendo i propri parlamentari, avvia, nei sistemi democratici, la sustanziazione di un potere decisionale che interpreta la volontà collettiva?
No, non lo è. Intanto, l'autonomia degli eletti dagli elettori è postulata da quasi tutta la scienza politica contemporanea (Ralf Dahrendorf, Anthony Giddens e molti altri). Si rimproverano spesso gli eletti quando questi si adeguano alla volontà di chi li ha mandati in parlamento (a volte ciò è chiamato "populismo"), dando per scontata e auspicabile l'autonomia del ceto dirigente dai votanti che lo esprimono. Inoltre, sottili meccanismi di selezione, capacità diseguali di modellare l'opinione pubblica, influenze collettive di stampo culturale e/o mediatico, pure e semplici menzogne (si veda il recente studio di Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso, Derive / Approdi, 2008), conducono a una "rappresentazione" della democrazia ben diversa da come essa stessa ama definirsi, cioè proiezione di una volontà comune.
Aveva ragione Marx quando, ne La questione ebraica, poneva in rilievo la fondamentale ipocrisia del sistema detto impropriamente "rappresentativo": fingere che tutti i soggetti titolari di voto abbiano eguali diritti, mentre non è affatto così. Chi è in posizione subalterna non ha modo di condizionare o di alterare il processo elettorale, mentre chi gode di uno status sovraordinato lo ha, naturalmente.
Il Diritto con la D maiuscola, nel sancire che tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge,
sancisce la "menzogna democratica": l'uguaglianza che afferma di fatto non esiste, la comunicazione è in mano ai privilegiati che possono comprarsela e dominarla. Non esiste oggi nessuna democrazia reale, né in oriente né in occidente. Nella seconda fetta del mondo c'è ancora libertà di parola, però non tocca alcun serio processo decisionale. Si può dire di tutto (lo sto facendo), ma le parole liberamente espresse non smuovono più vento di un battito d'ali di farfalla. Sono lasciate volare perché innocue.
Lo Stato non è la democrazia all'opera. E' invece la sede di pianificazione del capitale dove, da una prospettiva più ampia di quella aziendale, si disegnano i progetti di sfruttamento di grande portata.
Si potrà decidere se stringere o allentare le redini, se è il caso di nazionalizzare o dprivatizzare.
Il "fabbricante di classi" non è neutrale, sa lui come gestire la subalternità e far guadagnare i fantini. Ogni tanto cade di sella, è vero. Ma nessuno si illuda che in quel momento - le crisi – batta davvero la testa, e si converta alla causa dei ronzini.
Esiste un solo evento che fonda la democrazia diretta e la fa duratura. E' quello della lotta, quando la classe operaia, pur scomposta nelle svariate denominazioni in cui il capitale l'ha frammentata (operai veri e propri, precari, impiegati "fannulloni", ceto medio alla fame, nugoli di senza casa, lavoratori autonomi che autonomi non sono per niente, studenti riluttanti a entrare in questo bel mondo, fornitori di servizi "esternalizzati", migranti vittime di un nuovo schiavismo, ecc.), scende nella piazza e se la tiene. La fase acuta durerà poco, ma sedimenterà. Possono nascerne organi di decisione dal basso capaci di innescare future conflittualità. E' minoranza? Può darsi, ma è maggioranza tra chi è attivo, e se ne frega del voto e degli equilibri parlamentari. Contrapposto a chi è passivo e, contento di votare ogni cinque anni, per eleggere rappresentanti incontrollabili, vive solo in sondaggi regolarmente consensuali. Di peso politico e democratico analogo a chi, col televoto, decide chi resterà nell'Isola dei Famosi.

di Valerio Evangelisti
dal sito http://www.unaltraeuropa.eu/
(seconda e ultima parte - la prima parte è stata pubblicata su Lavori in Corso n° 152 - periodico online dell'associazione culturale PuntoRosso- http://www.puntorosso.it/

14 giugno 2009

E' morto il compagno Ivan Della Mea

Ivan Della Mea se ne è andato.
Ha cantato le sofferenze e le speranze dei proletari e dei comunisti per mezzo secolo. Le ha cantate anche quando, in questi anni, la parabola discendente della sinistra pareva non far presagire nulla di buono. Lo ha fatto con l'ottimismo della volontà, lo ha fatto da militante per il comunismo. La nostra commozione è tanta nel ricordarlo, nel salutarlo e nel promettergli che la sua lotta era ed è la nostra e che... continua.
Ciao Ivan!

12 giugno 2009

Enrico Berlinguer, attualità di una grande lezione politica

Probabilmente è nel destino delle persone che hanno lasciato una grande impronta di sé trovare dei cattivi o addirittura pessimi biografi. Capita frequentemente, nelle epoche di decadenza, quando, per incomprensione o per rimozione (che, a ben vedere, sono la stessa cosa), si smarrisce la capacità critica e vi si sostituisce un giudizio sommario, liquidatorio. O, peggio, assai peggio, caricaturale. C’è forse, in questo, una propensione un po’ vigliacca e un po’ infantile, ad attribuire le proprie miserie a chi è venuto...........

continua...

Dino Greco
Liberazione 11 Giugno 2009

Facciamo fallire il referendum contro quel poco che resta della democrazia italiana

SPECIALE REFERENDUM:
BOICOTTIAMOLO!

Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito.L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano. A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento.Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile. Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini. Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale.Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza. Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e.
appello lanciato da:
Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni

per adesioni: fs.russo@tiscali.it

Un favore ai criminali che truffano lo Stato, corrompono, devastano l'ambiente e attentano alla salute o alla vita dei cittadini e degli operai

NO ALLA INTERCETTAZIONI DELLA MAGISTRATURA, GIUSTIZIA IMBAVAGLIATA
La mafia ringrazia

Il vero problema per le intercettazioni telefoniche era quello della loro pubblicazione e, quindi, del rispetto della privacy di persone che, seppur non implicate nelle indagini, venivano sbattute in prima pagina, spesso a causa della loro notorietà. Il governo però ha preso al volo l'occasione per regolare i conti con il sistema stesso delle intercettazioni, con i magistrati e con la stampa, uniti in una specie di «grumo eversivo» che in questi ultimi anni tanto danno ha fatto agli affari berlusconiani, pubblici e privati.
In un Paese afflitto da una cronica elusione delle leggi, la maggioranza di centrodestra sta rendendo ulteriormente complicato i controlli di legalità e, procedendo a colpi di voti di fiducia, oggi frena le indagini e imbavaglia la stampa come antipasto al già depositato progetto di riforma del processo penale che lo allungherà in ossequio alla certezza non della pena, ma della prescrizione.
Le modifiche alle intercettazioni prescindono, innanzitutto, dal necessario carattere d'urgenza e tempestività richiesto dalle circostanze. La richiesta del pm infatti deve essere vistata dal procuratore capo e inviata non più al gip del tribunale competente, ma al gip del tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello nel cui ambito ha sede il gip competente che, poi, dovrà decidere in composizione collegiale. Cioè se, per esempio, il gip competente è quello di Agrigento, la richiesta va inviata al gip del tribunale di Palermo che, appunto, è il tribunale del capoluogo del distretto. Alla sicura perdita di qualche settimana di tempo, si deve aggiungere che l'intercettazione può essere disposta solo se vi sono «gravi indizi di colpevolezza» ed è «assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini»: ma ciò attiene già ad una fase di acquisizione di prove abbastanza tranquillizzante per l'accusa e, pertanto, l'intercettazione sarebbe assolutamente superflua.
Le intercettazioni non possono durare più di trenta giorni, prorogabili per altri trenta giorni in due volte, ma per una serie di reati gravi i termini possono essere prorogati per tutta la durata delle indagini preliminari e basta che ci siano sufficienti indizi di reato. E' abbastanza chiaro che queste modifiche restrittive comporteranno gravi intralci alle indagini, specie per i reati dei «colletti bianchi» che, a questo punto, saranno pressoché impossibili per il combinato disposto dei gravi indizi di colpevolezza e della tagliola temporale.
Seppur intralciate, di esse comunque non se ne potrà avere notizia «anche se non sussiste più il segreto, fino a che non siano concluse le indagini preliminari». Fatte salve le persone non implicate nelle indagini, perché ci deve essere un così pesante vulnus per il diritto all'informazione afferente, per giunta, anche a fatti sui quali non c'è nemmeno il segreto istruttorio?
I tempi delle indagini preliminari sono a volte lunghi - soprattutto quelli che riguardano la criminalità organizzata - e sulle grandi inchieste calerà un silenzio tombale, rafforzato da pesanti sanzioni sia per i giornalisti (per i quali è addirittura previsto il carcere) che per i magistrati.
E' proprio a partire dall'inizio delle indagini che il diritto all'informazione deve dispiegarsi nella sua interezza se si vuole un vero «controllo sociale» sulla effettività e completezza delle stesse specie ora che si profila all'orizzonte una notizia di reato sottratta ai pm e affidata interamente alla polizia e, cioè, all'esecutivo.
Avremo un paese imbavagliato a maggior gloria dei criminali che truffano lo Stato, corrompono, devastano l'ambiente e attentano alla salute o alla vita dei cittadini o degli operai nei cantieri, tanto per fare qualche esempio esemplificatorio e non esaustivo. A chi giova tutto ciò se non ad una maggioranza di governo che nell'illegalità diffusa trova un grande bacino di consenso sociale ed elettorale?
C'è però, ed è necessario che monti e si rafforzi, una altrettanto grande area di opposizione sociale ed istituzionale a queste norme liberticide, a partire dai magistrati, dalle forze di polizia e dalla stampa, fino ai «semplici» cittadini, tutti espropriati dal diritto-dovere di contrastare l'illegalità e di essere informati sulle malefatte del potere: la sinistra, dovunque essa sia, ha una ulteriore occasione di ritrovare compattezza intorno ai valori di legalità così palesemente calpestati.

di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto del 11/06/2009

11 giugno 2009

Oggi l’Italia è una oligarchia che potrebbe degenerare in un sultanato, da far invidia al capo di Stato libico. Sultani crudeli contro gli ultimi!


Gheddafi e la cialtroneria politica italiana


Con l’ottusità di modesti politicanti molti esponenti del PD a cominciare da Veltroni e Franceschini si sono uniti agli strilli di tanti ipocriti sepolcri imbiancati che contestano a Gheddafi di non rispettare i diritti umani e che stanno trasformando in una grottesca farsa un momento che poteva e doveva essere di risanamento di una gravissima ferita storica costituita dai crimini mostruosi commessi dall’Italia per oltre un trentennio in Libia (dal 1911 al 1943) che causarono la morte atroce di non meno di centomila cittadini libici.

Molti furono deportati in Italia e di loro non resta alcuna traccia. Non se ne è saputo più niente. La superficie della contestazione orchestrata da diversi partiti a cominciare dai radicali e finire a gran parte del PD che ha mostrato in questa occasione di non avere la struttura culturale e politica necessaria per aspirare alla guida del governo è del tutto ipocrita e riguarda i diritti umani e civili che non vengono rispettati dal dittatore libico ma nel profondo emerge l’odio dei colonizzatori che non esitavano a gasare le popolazioni dei villaggi considerandoli essere inferiori o, come amano dire gli ebrei in segno di profondo disprezzo per coloro che odiano "bipedi parlanti. Emerge l’odio dell’Italietta fascista vile e assassina che ieri si è riversata sui popoli nordafricani e che oggi dà vita ad una legislazione orribilmente persecutoria verso i migranti.

Ha sbagliato Gheddafi a offrire collaborazione poliziesca e repressiva all’Italia per i respingimenti e la clausura in Libia dei respinti. Avrebbe dovuto chiedere accordi di cooperazione con l’Europa e sottoporsi a garanzie internazionali per la tutela dei migranti dalle sevizie inflitte dalla sua polizia e dai nostri lagers. Tuttavia Gheddafi si trova in Italia per concludere una operazione iniziata dal governo Prodi e portata avanti dall’attuale governo sia pure allo scopo di crearsi un alleato nella repressione dei clandestini e nel business finanziario che ha innanzitutto il carattere di una riappacificazione alla quale l’Italia è avvantaggiata dal momento che agevola i suoi interessi strategici anche di lungo periodo e dal momento che chiude senza il giusto e opportuno atto di pentimento pubblico un capitolo fascista della nostra infame storia in Africa.

Berlusconi non si è inginocchiato come Willy Brandt difronte al sacrario del ghetto di Varsavia. Probabilmente non esiste in Libia un sacrario per i martiri del colonialismo italiano difronte al quale il nostro governo dovrebbe compiere un rito di riconoscimento dei propri errori ed orrori. E’ stata grave la decisione del Senato di non accogliere Gheddafi dopo averlo formalmente invitato. Ancora più grave la ridicola decisione del gruppo senatoriale del PD di disertare l’aula. Tutto questo strillare per i diritti umani avviene nel giorno stesso in cui il governo chiede ed ottiene la fiducia sulla legge liberticida della stampa e della informazione e sul divieto delle intercettazioni telefoniche ed all’indomani di un successo della Lega che ha fatto le sue fortune elettorali alimentando xenofobia e odio contro gli islamici ed i rom, in una Italia che parla di democrazia mentre ha svuotato di qualsiasi dignità e funzione il proprio Parlamento ridotto ad approvare le leggi ad personam di Berlusconi ed a votare la fiducia praticamente su ogni atto del governo.

L’Italia è stata una democrazia. Oggi non lo è più anche se resta ancora il suo impianto costituzionale seppur svuotato di contenuti e contraddetto da una legiferazione e da un concreto operare del governo autoritari, anti sindacali, antioperai. Diritti civili e diritti sociali sono in parte scomparsi e quanto rimane è in pericolo.

Oggi l’Italia è una oligarchia che potrebbe degenerare in un sultanato. Non si può proprio dire che la gente che grida ha le carte in regola per trattare la Libia da stato canaglia ed il suo rappresentante come un indesiderabile beduino . Il termine beduino non è in sè dispregiativo. Indica un popolo del deserto meritevole di rispetto. Nella bocca di tanti leghisti e di autorevoli giornali che formano il comune sentire della destra italiana beduino è dispregiativo sinonimo di rozzezza, ignoranza, mancanza di igiene
http://www.venceremos.it/primo_piano/colonialismo.htm%20http://www.mascellaro.it/node/21983%20http://www.pasti.org/salerno.html


Pietro Ancona

10 giugno 2009

DOPO ELEZIONI: IL PUNTO

TU FARESTI UN’ALLEANZA CON CHI VORREBBE FARTI LAVORARE 68 ORE SETTIMANALI? FARTI BERE E LAVARE A CARO PREZZO?

In merito ai risultati delle elezioni europee e amministrative provo a fare, sinteticamente, alcune considerazioni di merito, anche il voto è un momento importante di una democrazia parlamentare. Il voto è una delega, quindi la si dà a chi pensi meglio possa rappresentare le tue idee e i bisogni materiali dell'oggi e del domani, quando voto faccio una scelta conseguente e quindi non mi chiedo se il mio voto è sprecato: il mio voto è utile perché ho espresso ciò che voglio io, e non altri.


La riduzione delle rappresentanze politiche è una perdita secca di diritti di cittadinanza per gli elettori

la democrazia espropriata
L’Italia era un paese democratico fino a quando, in nome della governabilità che sarebbe stata impedita dal pluralismo delle rappresentanze politiche, non è cominciato un processo di progressiva espropriazione del cittadino-elettorale dei suoi diritti che sono stati compressi, deformati, limitati fino quasi all’annullamento. Questo processo che chiamerei di autoritarismo pseudo democratico si basa su quattro cose fondamentali: il premio di maggioranza, lo sbarramento del 3 o del 4 o addirittura del 5 per cento (Sicilia), la elezione diretta del Sindaco o del Presidente della Provincia o del "Governatore" della Regione, la eliminazione del voto di preferenza. La legge regionale siciliana presenta inoltre particolari mostruosità come il listino del Presidente che consenta la elezione di alcuni personaggi soltanto perchè indicati dallo Stesso Presidente e l’attribuzione alla minoranza che supera il cinque per cento di un terzo dell’assemblea regionale.
Le conseguenze di queste norme sono una democrazia azzoppata e drogata dalle scelte delle segreterie dei partiti e la prevaricazione della maggioranza sulle minoranze che non vengono ammesse nelle istituzioni o cancellate dalle stesse se hanno la disgrazia di scendere anche solo di qualche frazione dalla linea di sbarramento. Sullo sfondo di questo scempio oramai quasi ventennale del sistema elettivo e della legittimità delle rappresentanze sta la scelta del maggioritario e la volontà di mettere la camicia di forza del bipolarismo allo scopo di ridurre la qualità e la diversità degli apporti politici e culturali. Il risultato è che questa degenerazione e regressione verso semplificazioni autoritaristiche hanno reso ingordo il centro-destra che governa l’Italia al quale non basta una maggioranza assoluta nel Parlamento e ricorre alla decretazione sistematica con richiesta di voto di fiducia tutte le volte che vuole imporre la sua arbitrarietà.

Bisognerebbe percorrere all’indietro la strada delle cosidette "riforme" e tornare alla proporzionale pura lasciando un premio di maggioranza per la coalizione o il partito che risultano vincenti. La proporzionale pura dal momento che nessun cittadino può essere privato del diritto di vedere rappresentato il suo voto nella assise degli eletti anche se largamente minoritario. All’indomani del voto per le europee abbiamo oltre il dieci per cento dell’elettorato privato del suo diritto di eleggere la propria rappresentanza con un vulnus politico-culturale notevole della scomparsa obbligata di partiti fondamentali come socialisti, verdi, comunisti. .

La questione della non sommabilità del premio di maggioranza e dello sbarramento che consente un ingiusto vantaggio ai vincitori dovrebbe essere sollevata anche davanti la Corte Costituzionale non ignorando l’appropriazione delle liste vincenti dei rappresentanti che sarebbero toccati agli esclusi come possiamo vedere subito dalla attribuzione del 72 seggi italiani al Parlamento Europeo.

La democrazia è limitata e manomessa dal sistema maggioritario e dai marchingegni che ho denunziato. La riduzione delle rappresentanze politiche è una perdita secca di diritti di cittadinanza per gli elettori. La crisi della politica e della governabilità non può essere attribuita allo strumento tecnico della legge elettorale quanto a processi politici spesso di disfacimento morale o di blocchi sociali che feriscono l’integrità delle maggioranza. La DC non finì a causa del sistema elettorale maggioritario quanto per il disfacimento della sua politica.

Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
http://www.spazioamico.it/

8 giugno 2009

La situazione dei diritti umani in 157 paesi e territori nell'anno precedente




Il rapporto 2009 di Amnesty: Israele e i TPO

Qui di seguito riporto le note salienti che riguardano la situazione in Israele e nei Territori Occupati, l'ennesima, dura denuncia dei crimini di guerra commessi da Israele a danno del popolo palestinese, nella sconcertante indifferenza dei governo occidentali.

Va ricordato che gran parte dei crimini commessi dall'esercito israeliano durante l'operazione "Piombo Fuso", ivi inclusi i massacri di civili innocenti e l'uso indiscriminato di armamenti proibiti, tra cui soprattutto il fosforo bianco, non formano oggetto del rapporto in quanto accaduti nei primi giorni del 2009.

Israele e Territori Palestinesi Occupati
Le forze israeliane hanno lanciato un'offensiva militare di una portata senza precedenti - dal nome in codice "Operazione piombo fuso" il 27 dicembre nella Striscia di Gaza, uccidendo molti civili e distruggendo abitazioni e altre proprietà civili. Fino ad allora, l'anno era stato segnato da una forte impennata di uccisioni di civili e altri soggetti da parte sia delle forze israeliane sia dei gruppi armati palestinesi in Israele e Territori Palestinesi Occupati (TPO) prima del raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco nel mese di giugno (cfr. Autorità Palestinese).

Tra i 425 palestinesi uccisi nella prima metà dell'anno, vi erano anche circa 70 bambini.
Oltre alla distruzione su vasta scala di abitazioni e proprietà nella Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno distrutto anche decine di abitazioni palestinesi in Cisgiordania, e nei villaggi beduini del sud di Israele. Per tutto l'anno l'esercito israeliano ha mantenuto rigide restrizioni di movimento per i palestinesi nei TPO, compreso un blocco nella Striscia di Gaza, che ha provocato un livello di crisi umanitaria senza precedenti e ha di fatto reso prigioniera l'intera popolazione di 1,5 milioni di abitanti della Striscia di Gaza. Questa situazione è risultata ulteriormente esacerbata dall'offensiva israeliana lanciata il 27 dicembre.

A centinaia di pazienti in condizioni mediche critiche che necessitavano di cure non disponibili negli ospedali locali è stato negato il passaggio per uscire da Gaza; diversi sono morti. Centinaia di studenti non hanno potuto spostarsi per raggiungere le università all'estero perché non autorizzati a lasciare Gaza, dove molti indirizzi di studio non sono disponibili. La maggior parte degli abitanti di Gaza sono dipesi dagli aiuti internazionali, ma il blocco imposto da Israele ha ostacolato la capacità delle agenzie delle Nazioni Unite di fornire assistenza e servizi.

In Cisgiordania il movimento dei palestinesi è stato fortemente limitato da circa 600 posti di blocco e barriere israeliane, e dal muro/recinzione di 700 km che l'esercito israeliano continua a costruire principalmente all'interno della Cisgiordania. L'espansione degli insediamenti israeliani illegali sui terreni confiscati ai palestinesi è aumentata a un livello mai visto dal 2001. I soldati e i coloni israeliani che si erano resi responsabili di gravi abusi nei confronti dei palestinesi, comprese uccisioni illegali, aggressioni e attacchi a proprietà, nella maggior parte dei casi hanno goduto dell'impunità. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane; le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti sono risultate frequenti, ma le indagini su questi episodi sono state rare. Circa 8.000 palestinesi continuavano a essere detenuti nelle carceri israeliane, molti in seguito a processi militari iniqui. (…..)

Crisi umanitaria alimentata dal blocco di Gaza e da altre restrizioni
Il blocco continuo della Striscia di Gaza ha esacerbato una già spaventosa situazione umanitaria, con problemi di ordine sanitario e fognario, povertà e malnutrizione per i suoi 1,5 milioni di abitanti. L'offensiva militare israeliana lanciata alla fine di dicembre ha portato le condizioni sull'orlo della catastrofe umanitaria. Anche prima di allora, l'economia locale risultava paralizzata dalla mancanza di prodotti di importazione e dal divieto di esportare. La carenza di disponibilità dei beni di prima necessità ha alimentato l'aumento dei prezzi, rendendo circa l'80% della popolazione dipendente dagli aiuti internazionali. Le Nazioni Unite e altre organizzazioni di aiuti e di assistenza umanitaria si sono confrontate con ulteriori restrizioni che hanno ostacolato la loro capacità di fornire assistenza e servizi alla popolazione di Gaza e ne hanno accresciuto i costi operativi. I progetti di ricostruzione delle Nazioni Unite per fornire alloggi alle famiglie le cui abitazioni erano state distrutte dall'esercito israeliano negli anni precedenti sono stati sospesi a causa della mancanza di materiali da costruzione. Pazienti in condizioni gravi che necessitavano di cure mediche non disponibili a Gaza e centinaia di studenti e lavoratori che desideravano studiare o viaggiare per lavoro all'estero sono rimasti intrappolati a Gaza a causa del blocco; un numero relativamente esiguo ha potuto lasciare la zona su autorizzazione delle autorità israeliane. Diversi pazienti cui era stato negato il passaggio al di fuori di Gaza sono in seguito deceduti.

*Mohammed Abu 'Amro, un paziente malato di cancro di 58 anni, è morto a ottobre. Egli aveva cercato di ottenere il permesso per lasciare Gaza sin da marzo. Il permesso gli era stato negato per non ben specificati «motivi di sicurezza» ma era stato alla fine concesso una settimana dopo la sua morte.

*Karima Abu Dalal, una 34enne madre di cinque figli affetta dal linfoma di Hodgkin, è morta a novembre per mancanza di cure. Le autorità israeliane le avevano ripetutamente negato il permesso di viaggio per raggiungere l'ospedale di Nablus, in Cisgiordania, sin dal novembre 2007.

In Cisgiordania, circa 600 posti di blocco militari e barriere israeliane hanno limitato il movimento dei palestinesi, ostacolato il loro accesso ai posti di lavoro, di istruzione e alle strutture sanitarie e ad altri servizi. L'esercito israeliano ha continuato la costruzione del muro/recinzione di 700 km, per lo più all'interno del territorio della Cisgiordania. Questo ha separato decine di migliaia di contadini palestinesi dalle loro terre; essi hanno dovuto obbligatoriamente ottenere permessi per poter accedere ai loro terreni ma questi sono stati frequentemente loro negati.

Ai palestinesi è stato inoltre negato l'accesso ad ampie zone della Cisgiordania vicine agli insediamenti israeliani stabiliti e mantenuti in violazione del diritto internazionale, ed è stato loro impedito di accedere, se non in maniera strettamente limitata, alla rete di 300 km di strade utilizzate dai coloni israeliani.

*A febbraio, Fawziyah al-Dark, di 66 anni, ha visto negato il permesso di attraversare un posto di blocco militare israeliano per accedere all'ospedale di Tulkarem in seguito a un attacco di cuore. La donna è morta poco dopo.

*A settembre, soldati israeliani si sono rifiutati di permettere a Naheel Abu Rideh di attraversare il posto di blocco di Huwara e raggiungere l'ospedale di Nablus sebbene fosse in pieno travaglio. La donna ha partorito nell'auto del marito al posto di blocco; il suo bambino è poi deceduto.

Uccisione di civili palestinesi inermi
Circa 450 palestinesi sono rimasti uccisi e migliaia di altri feriti nel corso di raid aerei israeliani e in altri attacchi, la maggior parte dei quali sono stati condotti nella prima parte dell'anno nella Striscia di Gaza. Circa la metà degli uccisi erano civili, compresi circa 70 bambini. Il resto erano membri di gruppi armati uccisi in scontri armati o in raid aerei mirati. Altre centinaia di civili palestinesi sono rimasti uccisi e feriti negli ultimi cinque giorni dell'anno durante l'offensiva militare israeliana, alcuni in seguito ad attacchi diretti contro civili o edifici civili, altri in attacchi indiscriminati e sproporzionati.

Molte uccisioni di civili palestinesi durante la prima metà dell'anno e nel corso dell'offensiva militare di dicembre sono avvenute in risposta ai lanci di razzi e di mortaio da parte di gruppi armati palestinesi dalla Striscia di Gaza contro le vicine città e villaggi israeliani e contro le postazioni dell'esercito israeliano lungo il perimetro della Striscia di Gaza. Sei civili israeliani e diversi soldati sono rimasti uccisi in questi attacchi e altri 14 civili israeliani, tra cui quattro diciassettenni, sono stati uccisi in sparatorie e in altri attacchi per mano di palestinesi a Gerusalemme e in altre località del Paese.

*Nel corso di un'incursione militare di quattro giorni nella Striscia di Gaza alla fine di febbraio le forze israeliane hanno ucciso più di 100 palestinesi, circa metà dei quali erano civili estranei al combattimento, compresi 25 bambini. Tra le vittime vi era la sedicenne Jackline Abu Shbak e suo fratello di 15 anni, Iyad. I due sono stati entrambi uccisi da un unico proiettile esploso alla testa davanti alla loro madre e ai fratelli più piccoli, nella loro abitazione a nord della Città di Gaza il 29 febbraio. I colpi sono stati sparati da una casa che era stata occupata da soldati israeliani proprio di fronte all'abitazione dei ragazzi.

*Il 16 aprile le forze israeliane hanno ucciso 15 civili palestinesi, tra cui 10 bambini di età compresa tra 13 e 17 anni e un giornalista, in tre attacchi separati, in cui sono rimasti feriti decine di altri civili, nella zona di Jouhr al-Dik, nel sud-est della Striscia di Gaza. Dapprima, il fuoco del carro armato israeliano aveva ucciso sei bambini, 'Abdullah Maher Abu Khalil, Tareq Farid Abu Taqiyah, Islam Hussam al-'Issawi, Talha Hani Abu 'Ali, Bayan Sameer al-Khaldi e Mohammed al-'Assar. Poi, soldati israeliani da un carro armato hanno sparato granate flechette contro Fadel Shana', un cameraman della Reuters, uccidendolo, mentre stava riprendendo il veicolo militare. Un'altra granata sparata subito dopo ha ucciso altri due bambini, Ahmad 'Aref Frajallah e Ghassan Khaled Abu 'Ateiwi, ferendone altri cinque. Due di loro, Ahmad 'Abd al-Majid al-Najjar e Bilal Sa'id 'Ali al-Dhini, sono morti tre giorni dopo.

Sistema di giustizia militare
Detenzioni
Centinaia di palestinesi, tra cui decine di minorenni, sono stati detenuti dalle forze israeliane nei TPO e molti sono stati trattenuti in incommunicado per periodi prolungati. La maggior parte sono stati rilasciati senza accusa, ma centinaia sono stati incriminati di reati inerenti la sicurezza davanti a corti miliari, le cui procedure spesso non hanno rispettato gli standard internazionali sull'equo processo. Circa 8.000 palestinesi arrestati nel corso del 2008 o in anni precedenti a fine anno erano ancora incarcerati. Tra questi vi erano circa 300 bambini e 550 persone trattenute senza accusa né processo ai sensi di ordinanze amministrative militari di detenzione, compresi alcuni trattenuti anche da sei anni.

*Salwa Salah e Sara Siureh, due ragazze di 16 anni, sono state arrestate di notte nelle loro abitazioni a giugno e a fine anno si trovavano ancora in detenzione amministrativa.

*Mohammed Khawajah, di 12 anni, è stato arrestato da soldati israeliani nella sua abitazione del villaggio di Ni'lin alle 3 del mattino dell'11 settembre. Egli è stato picchiato e detenuto assieme ad adulti in un campo di detenzione dell'esercito fino al 15 settembre, quando è stato rilasciato su cauzione. È stato accusato di aver gettato pietre contro soldati e deferito a una corte militare per essere processato.

*Decine di membri di Hamas facenti parte del Parlamento palestinese e ministri dell'ex governo dell'AP a guida Hamas sono rimasti detenuti senza processo, anche per due anni dopo il loro arresto. Le autorità israeliane li hanno trattenuti apparentemente per esercitare pressioni su Hamas affinché rilasciasse un soldato israeliano trattenuto nella Striscia di Gaza dall'ala armata di Hamas dal 2006.

Quasi tutti i detenuti palestinesi sono stati trattenuti in carceri di Israele in violazione del diritto internazionale umanitario, che vieta il trasferimento di detenuti in territorio della potenza occupante. Ciò ha reso difficile se non impossibile di fatto per i detenuti ricevere le visite dei familiari.

Visite familiari negate
Circa 900 prigionieri palestinesi della Striscia di Gaza hanno visto negate le visite dei loro familiari per il secondo anno consecutivo. Molti parenti di detenuti palestinesi della Cisgiordania hanno anch'essi visto negato il permesso di visitare i loro congiunti per non meglio specificate ragioni di "sicurezza". Molti genitori, coniugi e figli di detenuti non potevano visitare i loro familiari detenuti da oltre cinque anni. Nessun prigioniero israeliano è stato sottoposto a questo tipo di restrizioni. (…..)

Tortura e altri maltrattamenti
Sono aumentate le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti da parte del Servizio generale di sicurezza israeliano (GSS), in special modo durante gli interrogatori di palestinesi sospettati di pianificare o di essere coinvolti in attacchi armati. Tra i metodi citati figurano l'essere legati in posizioni forzate dolorose, privazione del sonno e minacce all'incolumità dei familiari dei detenuti. Percosse e altri maltrattamenti di detenuti sono risultati comuni durante e nei momenti successivi all'arresto e nel corso di trasferimenti tra un luogo e l'altro.

Aumento di violenza da parte dei coloni
Nell'ultimo trimestre dell'anno sono aumentati in modo significativo gli attacchi violenti da parte di coloni israeliani nei confronti di palestinesi e delle loro proprietà in tutta la Cisgiordania, specialmente durante il periodo della raccolta delle olive e quando l'esercito ha tentato di evacuare una casa che era stata occupata da coloni a Hebron. I coloni che hanno condotto gli attacchi spesso erano armati. A Hebron, nel mese di dicembre, un colono ha sparato a due palestinesi, ferendoli.

Impunità
Raramente giudici militari hanno ordinato indagini su accuse di tortura e altri maltrattamenti avanzate da imputati palestinesi durante i processi a loro carico davanti a corti militari, e non sono noti procedimenti giudiziari nei confronti di ufficiali del GSS per aver torturato palestinesi. A ottobre, due associazioni per i diritti umani israeliane hanno sporto denuncia presso un tribunale richiedendo al ministero della Giustizia di rendere note informazioni riguardo alla sua gestione delle querele per tortura e altri maltrattamenti avanzate da detenuti palestinesi nei confronti di ufficiali del GSS.

L'impunità è rimasta la norma per i soldati e i membri delle forze di sicurezza israeliani e per i coloni israeliani che commettono gravi violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi, comprese uccisioni illegali, aggressioni fisiche e attacchi alle loro proprietà. Poche indagini sono state condotte in questo tipo di abusi e la maggior parte sono state chiuse per «mancanza di prove». I procedimenti giudiziari sono stati rari e solitamente limitati a casi resi pubblici da organizzazioni per i diritti umani e dai media; in questi casi, i soldati accusati dell'uccisione illegale di palestinesi sono stati incriminati di omicidio colposo, e non di omicidio volontario, mentre soldati e coloni giudicati colpevoli di abusi nei confronti di palestinesi hanno generalmente ricevuto sentenze relativamente lievi.

*Un soldato che aveva sparato a un manifestante palestinese a un piede mentre quest'ultimo era bendato, ammanettato e trattenuto dal comandante del soldato nel mese di luglio è stato accusato del reato minore di "condotta impropria". A settembre, il procuratore capo dell'esercito ha rigettato una raccomandazione dell'Alta Corte che chiedeva la formulazione di accuse più gravi.



Sgomberi forzati, distruzione di abitazioni palestinesi ed espansione di insediamenti israeliani illegali
Le forze israeliane hanno distrutto molte abitazioni palestinesi così come fabbriche e altri edifici civili a Gaza nei primi cinque giorni dell'offensiva militare lanciata il 27 dicembre, radendo al suolo interi quartieri. In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno demolito decine di abitazioni palestinesi, sfrattando con la forza le famiglie e lasciando centinaia di persone senzatetto. Le abitazioni prese di mira erano prive di permessi edilizi, sistematicamente negati ai palestinesi. Contemporaneamente, le autorità israeliane hanno rapidamente accresciuto l'espansione degli insediamenti israeliani su terreni palestinesi confiscati illegalmente, in violazione del diritto internazionale.

*A febbraio e marzo le forze israeliane hanno distrutto diverse abitazioni e rifugi di animali a Hadidiya, un piccolo villaggio nella zona della Valle del Giordano in Cisgiordania. Circa 65 membri delle famiglie Bisharat e Bani Odeh, 45 dei quali minorenni, sono rimasti senzatetto.

*A marzo, soldati israeliani hanno demolito le abitazioni di diverse famiglie nei villaggi delle Colline meridionali di Hebron: Qawawis, Imneizil, al-Dairat e Umm Lasafa. La maggior parte dei senzatetto erano bambini. Tra quanti hanno perso la propria abitazione vi erano tre fratelli, Yasser, Jihad Mohammed e Isma'il al-'Adra, le loro mogli e i loro 14 figli.

*Nel vicino villaggio di Umm al-Khair, a ottobre le forze israeliane hanno distrutto le abitazioni di 45 membri della famiglia al-Hathaleen, in maggioranza bambini.

Rifugiati, richiedenti asilo e migranti
Ad agosto, l'esercito israeliano ha rimpatriato con la forza decine di rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Egitto senza consentire loro la possibilità di impugnare la decisione e nonostante il rischio che li esponeva a gravi violazioni dei diritti umani in Egitto o nei rispettivi Paesi di origine, tra cui Eritrea, Somalia e Sudan.

http://palestinanews.blogspot.com/2009/05/il-rapporto-2009-di-amnesty.html
Giorgio Forti
Medicina Democratica