30 maggio 2009

MARTEDI 2 GIUGNO 2009 A NOVARA

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO GLI F-35

L’iter parlamentare per l’approvazione dell’insediamento, a Cameri (NO), della fabbrica della morte per l’assemblaggio degli F-35 è ormai definito. A partire dal 2010 inizierà la costruzione del capannone da cui usciranno delle macchine che verranno consegnate a diversi stati che li utilizzeranno per bombardare ed uccidere.
Tale impresa industriale-militare viene condotta, con ampio dispendio di denaro pubblico, dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin in associazione all'italiana Alenia Aeronautica (del gruppo Finmeccanica) e coinvolgerà una serie numerosa di fabbriche di armi e di morte collocate qua e là sul nostro territorio. Insomma, il riarmo come via d’uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni ‘30 e con la Grande Depressione di fine ‘800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo, l’impiego dei nuovi bombardieri nelle missioni “di pace” produrrà distruzione, morte e sofferenza.
Di sicuro gli F-35 sono i perfetti strumenti operativi di una sorta di gendarmeria mondiale in via di perfezionamento: una volta costruiti non faranno certo la ruggine in qualche hangar italiano o olandese, bensì saranno presto adoperati per uccidere e distruggere in svariate guerre, sia attuali sia future.
Gli F-35 ci costeranno un sacco di soldi: circa 600 milioni di euro per costruire e attivare la fabbrica di Cameri, circa 13 miliardi di euro (a rate, fino al 2026) per l'acquisto dei 131 aerei che l'Italia vuole possedere. Del resto è stato già speso o impegnato quasi un miliardo di euro. E ciò risulta ancor più impressionante se si considera la grave crisi economica in corso. Nessuno può ignorare che, con una spesa di questa entità, si potrebbero senza alcun dubbio creare ben più dei miseri 600 posti di lavoro promessi all'interno dello stabilimento di Cameri. Si potrebbe altresì intervenire in vario modo per migliorare le condizioni di vita di tutti: per esempio ampliando e migliorando la qualità della spesa sociale, tutelando davvero territori e città (basti pensare agli effetti del terremoto abruzzese), investendo in fonti energetiche rinnovabili e ridistribuendo reddito.
E poi vogliono costruire gli F-35 proprio ai confini del parco naturale del Ticino, che dovrebbe quindi sopportare l'impatto dei collaudi di centinaia e centinaia di aerei rumorosissimi e certamente inquinanti, con le relative gravi conseguenze per la salute e la qualità della vita degli abitanti della zona, mentre si potrebbe riconvertire il sito militare ad uso civile.
In definitiva, siamo contro gli F-35 perché ci ostiniamo a pensare che sia possibile vivere in un altro modo: senza aggredire gli altri popoli, senza militarizzare il territorio ed i rapporti sociali, operando perché cessi davvero la terribile guerra permanente che l'occidente dei ricchi conduce contro i poveri del nord e del sud del mondo.
Tutti a Novara, quindi, il 02 giugno 2009 alle ore 15.00, davanti alla stazione ferroviaria in piazza Garibaldi. Da lì partiremo per percorrere le strade della città e per gridare forte la nostra opposizione all'ennesima impresa di morte.
Contro la militarizzazione dei territori, contro le fabbriche della morte, contro tutte le guerre, per la riconversione dei siti militari ad uso civile, per un diverso modello economico.


ASSEMBLEA PERMANENTE NO F-35
http://www.nof35.org/
Per adesioni: adesione@nof35.org

Per info: info@nof35.org

28 maggio 2009

A questo regime non basta l'arma dei media per drogare i cervelli, si arma fisicamente per controllare il possibile dissenso di massa


La soluzione alla crisi? il nuovo fucile antisommossa della Beretta

In queste ore si è riunito il Consiglio supremo della Difesa con a capo il Presidente Napolitano per discutere le risorse finanziarie per coprire le diverse operazioni militari all’estero e supportare adeguatamente quei programmi di “ammodernamento” delle forze armate ritenuti indispensabili e che rischiano di essere cancellati a causa dei tagli della Finanziaria L’esercito e le aziende ad esso collegate reclamano la priorità della salvaguardia del programma Soldato Futuro, tenendo conto che alcuni prodotti(che hanno avuto un iter decennale complesso con l’approvazione dei governi di centrodestra e centrosinistra che sino succeduti), sono stati collaudati ed attendono solo di avere gli ordini di preserie per le ultime modifiche ed aggiustamenti a seconda delle esigenze degli utenti( Forze armate, forze di polizia, ecc) per poi passare alla produzione di massa.
Il popolo ha fame? Dategli da mangiare un po’ di proiettili di gomma!
Tra questi prodotti in prima fila vi è l’avveniristico Fucile antisommossa LTL X-7000 della Beretta, dichiarato da molti la soluzione finale contro Black-Block e sovversivi capipopolo che potrebbero, approfittando del prolungarsi o del peggiorare della crisi economica, scatenare violente sommosse di piazza con catastrofici effetti di emulazione in tutti luoghi del Pianeta. Un fucile che ha avuto il plauso del corpo dei Marines , che intenderebbero utilizzarlo al più presto in Iraq ed in Afghanistan, per ridurre l’uso di armi mortali contro civili inermi , ma anche dalla Direzione Generale degli armamenti terrestri dell’Esercito Italiano che ritiene esso l’arma idonea per i soldati italiani che nel prossimo futuro dovranno condurre sempre più spesso delicate operazioni di polizia militare sia all’estero che in Italia. Lo vedremo in spalla ai soldati delle prossime operazioni STRADE SICURE? In queste ore di discussione tra i vertici militari e il presidente Napoletano si potrebbe parlare anche di questo, viste le pressioni della Beretta e della Galileo attraverso mirate campagne pubblicitarie su gli ultimi prodotti d’eccellenza:
il fucile ARX-160 , quello capace di sparare da dietro i muri ( vedi http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/futuro_militarizzato_8.htm
Il fucile LTL X-7000 il castigamatti delle megalopoli in rivolta, l’arma non letale con proiettili in poliuretano indurito, capace di calibrare la potenza del colpo a seconda se i manifestanti hanno indosso protezioni o no, onde ridurli a più miti intenzioni semplicemente variando dei parametri ottici…

L’intero articolo e foto su http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/beretta_fucile_antisommossa.htm

ANTONIO CAMUSO OSSERVATORIO SUI BALCANI DI BRINDISI
osservatoriobrindisi XaT libero.it www.pugliantagonista/osservatorio.htm
Brindisi 27 maggio 2009

27 maggio 2009

Ne compriamo 131. Lo hanno deciso Prodi, poi D'Alema e ora Berlusconi


Quanto bombardano bene gli F-35 E l'acquisto (15 mld) è bipartisan

Avremo il più bel bombardiere del mondo, evviva. Lo ha deciso pochi giorni fa la commissione Difesa di Camera e Senato (Pd timidamente astenuto), affare fatto. L'ex Italia stracciona ne acquisterà 131 esemplari, al modico prezzo di 150 milioni l'uno; il conto finale, tutto compreso, fa 15 miliardi (di euro), che volete stare a guardare il capello? A farci entrare nel business guerresco del secolo, lanciato direttamente dal Pentagono, in principio fu Prodi, pronubo il suo ministro della Difesa del tempo, Beniamino Andreatta; era il 1996; poi ci mise la sua firma il governo D'Alema (ricordate la sindrome della "guerra umanitaria"?), 1998; quindi è Berlusconi che, per due volte, ribadisce il progetto, 2002 e 2004; successivamente, un nuovo diligente governo Prodi lo riprende concretamente in mano sganciando un primo finanziamento di 903 milioni di dollari. E siamo infine arrivati ad oggi: il contratto che sarà firmato tra pochi mesi ci impegna, per i suddetti miseri 15 miliardi, sino al 2026; e non in nome della "difesa nazionale", assolutamente no; ma solo ed esclusivamente in conto preventivo e futuro di «missioni internazionali». Sapete, quelle "normali" che si fanno coi caccia bombardieri...
Il bombardiere più bello del mondo , dunque, di nome fa Jsf. Joint Strike Fighter Lightening II, F-35per gli amici , e non è un nome qualsiasi. Sorbole. Per scovarlo, il nome adatto, ci fu un intenso brainstorming di alti gradi militareschi, e vennero scartati altri nomignoli via via pensati, com Kestrel, Phoenix, Piasa, Black Mamba, Spitfire II. No, si scelse F-35 Lightning II in onore «degli «storici P-38 Lightning e English Electric Lightning che hanno operato rispettivamente nella Seconda guerra mondiale e nella Guerra Fredda». Ottime referenze.
Quel monstre dell'F-35. Ma che cos'è, esattamente? Andiamo sui manuali del ramo, vediamo. Trattasi di un caccia multiruolo di quinta generazione - cioè furtività, agilità, versatilità, insomma il più avanzato e capace caccia multi-ruolo sul mercato internazionale - monoposto, supersonico e stealth (cioè, invisibile ai radar) che può essere usato per «supporto aereo ravvicinato, bombardamento tattico e missioni di superiorià aerea». Tradotto: trattasi di un super-caccia da combattimento. Lungo quasi 16 metri, apertura d'ali di 11, dotato di "turbofan Pratt & Whitney F135", da 40mila libbre, il motore più potente mai istallato su un caccia. Pesa 13 tonnellate, che però possono diventare oltre 27 al decollo: già, perché l'F-35 non è certo nato per stare negli hangar, ma per piombare non visto là dove occorre colpire uccidere distruggere; e quindi decolla armato come si conviene.
Lo illustra bene l'apposita, precisa scheda. L'F-35 porta con sé: un cannone a quattro canne da 25 mm, con 220 colpi; due missili aria-aria; due armi aria-terra; da due a quattro bombe in ogni stiva; munizioni a grappolo. «E possono essere alloggiati altri missili, bombe e serbatoi di carburante ai quattro piloni alari e nelle due posizioni sulle punte delle ali», dice sempre la scheda. A bordo dello stupefacente mostro, un solo pilota. Una specie di superman, dotato di un «sistema di visualizzazione sull'elmetto», nonché di un «sistema di riconoscimento vocale che gli permette di aumentare le capacità di interagire con il velivolo»; nonché di un «sistema che gli consente lo sgancio delle armi in modo del tutto facile» (anzi naturale...).
Quelli che se ne intendono, per esempio "Controallarmi", lo definiscono «il primo sistema d'arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova "gendarmeria mondiale", quella siglata Usa e Nato. Creatura con imprimatur statunitense, il monstre è considerato uno dei più ambiziosi programmi militari della difesa americana, destinato a sostituire diversi modelli oggi in circolazione, sia dell'US Navy che dei Marines. Progettazione e costruzione affidata a un consorzio industriale di cui è magna pars fondamentalmente la nota Lockheed Martin, Texas: anima e mente yankee, dunque. Ma non solo.
Alla creazione del prezioso F-35 collabora infatti mezzo mondo: Inghilterra, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia, Danimarca e naturalmente Italia (hanno detto no grazie Francia e Germania, invece collaborano Israele e Singapore). Onore e oneri: agli otto Paesi partner è richiesto un massiccio impegno finanziario e industriale, un totale di quasi quattro miliardi di dollari nella sola fase di sviluppo (i costi totali sono previsti del livello di 40 miliardi di dollari); l'Italia ha contribuito, come si è visto, con un miliarduccio (sempre di dollari).
Bravi, detto fatto. Progettato nel 2000, l'F-35 si è alzato in volo per la prima volta il 15 dicembre 2006, «dando il via a quello che sarà uno dei più intensi programmi di collaudo della storia militare», dicono i suoi estimatori con le stellette. Bravo F-35, «si è comportato magnificamente, ha addirittura superato tutti i parametri di progetto»», ha dichiarato dopo il volo il capo pilota collaudatore, al secolo l'americano Jon Beesley; e comunque il portento invisibile è stato sottoposto ad almeno 12mila ore di collaudo. Perfetto. Magnifico. Il Migliore!!!.
Scemi. Un recente studio della Rand Corporation afferma che la contraerea cinese già è in grado di identificare e abbattere il super F-35. E che anche i russi hanno già pronto il loro "contro F-35", le tecnologie, si sa, corrono veloci. Peggio, secondo ultime e fondate voci, gli hacker cinesi che nei mesi scorsi hanno violato i sistemi del Pentagono, avrebbero carpito appunto tutti i segreti-segreti del super F-35...
Scemi.

Maria R. Calderoni

Liberazione

26/05/2009

26 maggio 2009

Lo stupidario incoerente dei leghisti ha rimpolpato il vecchio napoleone malato


Lo stupidario leghista Formidabile! Gli rubano dalle tasche centinaia di euro al mese, li fregano con cartelli assicurativi e petroliferi. Le banche riversano su di loro i debiti di mezzo mondo e rubano le loro pensioni e i TFR. Pagano istruzione, sanità e ticket ospedalieri e loro che fanno?? Si incazzano coi “negher” come fossero quelli la causa di tutti i mali che affliggono la “Penisola degli sfigati”.

Da dopo il terremoto il berlusconismo ha quadrato il cerchio e si trova ad agire in completo controllo dei meccanismi e delle procedure di potere economico politico e comunicativo senza essere più disturbato se non da flebili voci contrarie .
E’ riuscito ormai a raccogliere quei frutti sperati da decenni dopo aver tanto seminato ed ora l’anestesia locale e generale dei corpi e delle menti italiche é tale che ci si sente veramente come quei pochi umani in mezzo agli alieni ne “La invasione degli ultracorpi “.
Solo il vecchio Napoleone malato può autodistruggersi , gli altri al massimo possono istigarlo al suicidio.
Ed allora fra una maledizione ed uno scoramento mi è venuto in mente quel che pensava e diceva la Lega circa un decennio fa , quando ancora il potere berlusconico era di là da venire sebbene se ne scorgessero tutti i presupposti.
Si tratta di accuse ed argomentazioni pesanti che non traggo da qualche articolo dell’Unità o del Manifesto , ma dalla totalità delle edizioni della Padania 1998-1999
Si tratta di dieci domande , molto più forti e pressanti di quelle che La Repubblica non è riuscita a fargli qualche giorno fà perché Napoleone non gradiva…
leggete pure , altro che santoro e luttazzi …Berlusconi mafioso
Chissà se poi qualche leghista é mai riuscito a fargliele queste domande
La lega é comunque il blocco più unito , hanno in origine un’anima popolare e sono i meno sensibili alle campane berlusconiche ( non a caso invece Fini é rimasto senza esercito , gli é stato tolto da sotto il culo mentre faceva immersioni o convegni per ripulirsi l’immagine di fascista , i vari gasparri e la russa essendo berluscones dalla nascita) .
Sono la parte più “politica” del governo , credono nel loro capo Bossi in maniera fedele ma funzionale al progetto – il federalismo – e quindi senza quella completa carta bianca messianica che i mediolungo concedono a berlusconi.
Inoltre rappresentano l’ultimo partito della prima repubblica.
Nel senso di strutturato , territoriale e popolare.
Ma questo non significa credere che se staccati dal berlusca diventino bravi e buoni ovvero una costola della sinistra come diceva e forse crede tutt’ora quel grande stratega di D’Alema.
Anzi.
Questo significa che i leghisti sono ancor più colpevoli proprio per questi aspetti normali e popolari , perché hanno portato i loro stupidi germi fascisti e razzisti a sposarsi con quelli federalisti e riformisti fino alla operazione più cinica e bieca , perché consapevole , quella di render vergine e rimpolpare di anima una delle più grandi mignotte dello statalismo mafioso e corrotto dell’era socialista e democristiana , Berlusconi , che dopo la sconfitta del 1996 era a terra battuto ed era ancora di plastica , nella fase precaria ed ancora reversibile della costruzione del consenso.
Su questo aspetto condividono le responsabilità con D’Alema che anzi ne ha di più gravi e prima o poi occorrerà parlarne .
Comunque il leghismo ha giocato di sponda con questo gnomo di plastica e lo ha condotto rimpolpandolo fino a diventare napoleone , dandogli sangue e sudore ed anima ed appoggio popolare , dall’incontro del 1994 con Bossi in canottiera in poi.
Tranne quella fase di ripensamento che coincide con quegli anni del BERLUSKAISER MAFIOSO e delle 10 domande : evidentemente era solo un ammiccamento estorsivo , un tentativo poi riuscito di alzare il prezzo.
E poi da allora si sono di nuovo reincontrati ed i leghisti hanno avuto qualche briciola ed ora stanno a cuccia.
Hanno preso gusto al potere , li vedi a Roma far la fila davanti ai ristoranti “giusti “, sono ormai diventati come quelli di roma ladrona che tanto disprezzavano, ma in mano non gli é rimasto nulla dell’ideale cercato, del federalismo e del liberismo antistatalista.
Tutto il contrario é invece accaduto e certo ci abbiamo rimesso noi e la loro coerenza perché l’avvento del piccolo napoleone malato - a dire della moglie – é stato accompagnato non dalla crescita di una Italia federalista e responsabile ma solo da corollari razzisti pericolosi che a furia di ripetersi sono divenuti normalità, come anche una certa stupidità ed incultura che aleggia puzzolente nell’aria.
Ci siamo dovuti sorbire quello che, con il suo “staff” vagava per i treni con detersivi disinfettanti e faceva alzare donne marocchine per pulire il posto dove erano sedute, a volte spruzzando il prodotto anche sulla persona stessa. Borghezio quello che, per coloro che emigrano, vuole i “vagoni piombati”o che ha proposto di sparare a vista agli scafisti. E’ quello che nel 2000, a Torino, sempre con il suo staff di padani, sotto un ponte dette fuoco a un dormitorio di stranieri, incendiando il “letto di paglia” dove dormiva un rumeno, e per questo condannato a due mesi e 20 giorni in appello. Nel 1993 prese una multa di 750.000 lire per aver picchiato un bambino marocchino.
Per non dire della loro coerenza , in tema di ambiente ad esempio.
Mirabile, in tal senso, la sparata della Lega contro il termovalorizzatore di Latina: un no gigantesco che campeggia sui manifesti e sul sito del Carroccio. Salvo che per la stessa Lega lo stesso tipo di impianto sia invece indispensabile ad Acerra o nelle località settentrionali dove gli uomini di Bossi guidano comuni e province. “No al termovalorizzatore, trattati da Terzo Mondo” si legge sui manifesti firmati Lega Nord Lazio. C’è da restare allibiti. Ma come, un partito di governo, espressione del nord portato a modello durante la crisi sui rifiuti di Napoli, che si batte contro la realizzazione di un termovalorizzatore dopo che lo stesso governo ha aperto quello di Acerra?
E sugli immmigrati ? Predicano male e razzolano malissimo
Nel vicentino ad esempio , effetto boomerang clamoroso per chi predica la legge dei “paròni in casa nostra “e razzola la propaganda anti-immigrati.
Renato Zanetti, 57 anni, assessore alle attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, nel vicentino, «ospitava» nel capannone di famiglia il più classico dei laboratori «made in China».
E’ l’imprenditoria tipica del Nordest che sbraita in difesa del modello indigeno e dimentica allegramente la coerenza di fronte ad un po’ di schei.
Ecco i giornali locali :” Scoperti otto lavoratori «schiavi» nel capannone di famiglia di un assessore del Carroccio a Cartigliano Un laboratorio con le finestre oscurate, dormivano in una botola, al lavoro giorno e notte”
Per non dire del sindaco di Verona, Tosi, che ha sistemato la moglie , già dipendente regionale , come segretaria della neoassessora che lo ha sostituito in giunta.
Un bel salto vero? e l’hanno fatta passare come un esempio di grande risparmio…
Sempre per la coerenza
In parlamento qualche settimana fà hanno votato contro un emendamento che prevedeva di lasciare il 20% dell’IRPEF ai comuni . Su Malpensa hanno fatto il diavolo a quattro contro Prodi per poi abbassare le penne ed abbozzare oggi ottenendo dal berlusca molto meno di quello che avrebbero prima ottenuto.
L’unico risultato vero qual’e’?
Che berluskaiser é diventato napoleone e dobbiamo sperare che la moglie sappia quel che dice e che quindi prima o poi il malato in un raptus di autoesaltazione si suicidi…

Crazyhorse70

22 maggio 2009

Come nel ventennio fascista, il regime della destra italiana ha il consenso masochista di milioni di poveracci...socialmente parlando

Forti con i deboli, deboli con i forti

Chi voglia direttamente documentarsi, vada a leggere nel sito del ministero della Funzione pubblica. E' una lettura istruttiva. Vi troverà il testo integrale del Dl governativo intitolato "Delega al governo finalizzata all'ottimizzazione del lavoro pubblico e alla trasparenza ed efficacia della pubblica amministrazione", dove, accanto all'esproprio, ex lege , di materie che erano prerogative della contrattazione, come i criteri di distribuzione del salario accessorio, è meticolosamente normato il sistema sanzionatorio teso a colpire senza pietà i cosiddetti "fannulloni". Vale a dire coloro che dovessero assentarsi dal lavoro producendo false certificazioni o rendendosi protagonisti di altre macchinazioni fraudolente, con o senza la correità di medici compiacenti. I quali ultimi - e se ne può capire bene il motivo - preferiranno mandare al lavoro persone malate, piuttosto che rischiare di vedere contestato il proprio operato ed incorrere nei rigori della nuova legge. Ma di cosa si tratta? Il lavoratore, la lavoratrice colti in fallo, saranno licenziati, dovranno pagare una multa (da 400 a 1600 euro) e inoltre risarcire l'amministrazione del danno patrimoniale arrecato, di importo pari alla retribuzione che sarebbe stata da loro percepita qualora avessero lavorato. Vale solo la pena di ricordare che queste misure si aggiungono a quelle già varate dal ministro Brunetta con il taglio di parte del salario nei primi giorni di malattia e l'obbligo di presenza continuativa nella propria abitazione (per 11 ore su 12 al dì) fino al rientro al lavoro: una sorta di domiciliazione coatta che rende impossibile - è facile intenderlo - la vita. Ma non finisce qui. La novità è la sanzione penale che, in un crescendo rossiniano, si abbatte come un colpo di maglio sul dipendente "incastrato"; vale a dire l'arresto e la prigione, da uno a cinque anni. Un'enormità. Tanto sta scritto - nero su bianco - nell'articolo 7, comma 2, lettera b) del decreto in questione. Ora, si raffrontino questo rigore draconiano, questa vis punitiva animata da intenti dichiaratamente moralizzatori verso (per ora) i dipendenti pubblici con quanto, nelle stesse ore, sta accadendo al piano più alto dell'edificio politico. Una sentenza del tribunale di Milano dice che il presidene del Consiglio è un corruttore e che egli pagò un teste chiave, l'avvocato David Mills, perché questi testimoniasse il falso in atti giudiziari per nascondere i traffici di Berlusconi finalizzati all'evasione fiscale e all'elusione delle norme antitrust.
Di fronte ad un fatto di tale gravità, Berlusconi reagisce rabbiosamente, di nuovo straparla di congiura delle toghe rosse, si smarca dal responso processuale minacciando il giudice che ha osato pronunziare un verdetto a lui "ostile", dice che parlerà alle Camere, ma solo per rovesciare sulla magistratura l'accusa di ordire un complotto politico nei suoi confronti. E per far sapere che "Lui" non consentirà a quei nemici giurati di processarlo. Non uno dei suoi genuflessi cortigiani ha provato ad assumere un atteggiamento anche soltanto di cauta prudenza. Eccoli, tutti quanti, come un sol uomo, votati a difendere l'indifendibile. Il lodo Alfano, ora non più virtualmente, produce i suoi effetti. Lo scudo giudiziario, la legge per mettere l'uomo più ricco e potente d'Italia al di sopra della legge diventa pienamente operativa. E mostra, drammaticamente, quale violenta torsione si stia imprimendo all'architettura istituzionale del Paese, allo stato di diritto, alla divisione dei poteri o, più semplicemente, al mortificato sentimento della giustizia. In un ormai irrefrenabile delirio di onnipotenza, l'uomo cui è consentito di trasformare la più plateale bugia nel suo opposto, si comporta, né più né meno, come quel Luigi XIV che tre secoli fa sentenziava: «l'état c'est moi!». Senza che la più anemica delle opposizioni riesca ad emettere più che qualche flebile balbettio. E mentre il Paese, sempre più assuefatto, si avvia - un giorno dopo l'altro, un passo dopo l'altro - verso l'abisso, verso l'accettazione di quella che, con buona pace delle astratte dispute nominalistiche, si sta configurando come una cripto-dittatura. Si rifletta sul punto da cui siamo partiti. Si ragioni sulla macroscopica asimmetria fra l'onnipotente impunità del caudillio, come anche Umberto Eco ormai lo definisce, e la revoca di diritti fondamentali che colpisce ogni semplice cittadino, pardon , suddito. E si capirà bene per quale crinale stiamo velocemente ruzzolando.

Dino Greco

Direttore di Liberazione

19 maggio 2009

Una elementare considerazione dal nord padano ripropone l'annosa domanda: almeno metà del popolo che abita lo stivale è italiota?

Formidabile! Gli rubano dalle tasche centinaia di euro al mese, li fregano con cartelli assicurativi e petroliferi.
Le banche riversano su di loro i debiti di mezzo mondo e rubano le loro pensioni e i TFR.
Pagano istruzione, sanità e ticket ospedalieri e loro che fanno??
Si incazzano coi "negher" come fossero quelli la causa di tutti i mali che affliggono la "Penisola degli sfigati".
vignetta e testo a cura di Tubal e Sibilla, collaboratori di Lavoro e Salute
www.controcorrentesatirica.com

Per la ripubblicizzazione dell’acqua in tutti gli Enti Locali

Per un’Europa dell’acqua pubblica e dei beni comuni.
Il popolo dell’acqua in mobilitazione.

Nel prossimo mese di giugno si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Contemporaneamente in moltissimi paesi, città e province del nostro Paese si rinnoveranno le amministrazioni locali.
Nel pieno di una crisi economica e finanziaria, ambientale e sociale, politica e di democrazia, le diverse coalizioni fanno a gara per richiedere il voto, dai più interpretato come una nuova delega, una nuova autorizzazione a procedere.
Ben pochi sono i segnali di una vera inversione di rotta sulle politiche liberiste degli ultimi vent’anni, vera causa della crisi globale che ha investito il pianeta.
Da tempo, nei territori e a livello nazionale, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua contrasta le politiche di privatizzazione, costruisce percorsi per la ripubblicizzazione dell’acqua e la riappropriazione sociale dei beni comuni, esige e prova a praticare forme di partecipazione democratica dal basso, inclusiva e plurale.
Da tempo il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua chiede che la propria proposta di legge d’iniziativa popolare, sottoscritta da più di 400.000 firme, venga discussa e approvata dal Parlamento italiano. Il quale, al contrario, persegue ulteriori politiche di privatizzazione dei beni comuni, che, con l’Art. 23 bis della Legge n. 133/08, vorrebbe rendere irreversibili.
Nel frattempo, diverse decine di lotte territoriali proseguono la loro resistenza alle privatizzazioni e la loro mobilitazione per la ripubblicizzazione dell’acqua e la difesa dei beni comuni.
Il popolo dell’acqua esiste ed ogni giorno si allarga a nuove esperienze di mobilitazione e di conflittualità sociale.
La dimensione europea è un contesto fondamentale per il contrasto delle politiche liberiste, per la riaffermazione dei diritti sociali e per la riappropriazione dell’acqua e dei beni comuni.
Dopo la nascita della Rete Europea per l’Acqua Pubblica al Forum Sociale Europeo di Malmoe del settembre scorso, dopo la riuscita contestazione del Forum Mondiale dell’Acqua (organismo gestito dalle multinazionali) del marzo scorso ad Istanbul, chiediamo un’Europa dell’acqua pubblica, dei beni comuni e dei diritti sociali, da rendere non negoziabili e da sottrarre alle leggi del mercato. A maggior ragione ora vista la recente approvazione da parte del Parlamento Europeo di una risoluzione in cui si torna a sostenere la natura economica del bene acqua, un passo indietro rispetto alla risoluzione approvata nel 2006.
La dimensione locale è un luogo fondamentale per la riappropriazione sociale dell’acqua, per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, per la gestione partecipativa dei beni comuni.
Dalle decine di esperienze di mobilitazione in corso nei diversi territori, chiediamo enti locali che dichiarino l’acqua come bene comune, il servizio idrico integrato “privo di rilevanza economica” e mettano in campo le premesse per la ripubblicizzazione dell’acqua e la partecipazione alla gestione dei cittadini e dei lavoratori.
Sulla base di queste esperienze e per realizzare questi obiettivi, abbiamo deciso di lanciare per il 25 -1 giugno 2009 una settimana di mobilitazione per l’acqua pubblica in tutto il paese.
Saremo nelle piazze e nei luoghi pubblici di ogni città. Costruiremo carovane per mettere in comunicazione le diverse lotte territoriali, produrremo iniziative creative e sensibilizzazione sociale. Sarà questo il nostro modo di attraversare la campagna elettorale. Proponendo contenuti concreti a fronte di chi pensa solo all’immagine, costruendo partecipazione a fronte di chi chiede solo un’ulteriore delega.
Perché indietro non si torna. E il futuro sta nella riappropriazione dell’acqua e dei beni comuni. E nella partecipazione di ciascuno.


FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

Dai giovani comunisti di Gorizia: viviamo in un territorio a perdere.

Contro il nucleare ci aspetta una lotta dura

Anche se il Governo Berlusconi non ne da notizia, impedendo ai canali d'informazione ufficiali di parlarne, i siti per la collocazione delle prime centrali nucleari in Italia sono già noti da tempo. La notizia sarà data ufficialmente dopo le elezioni Europee di Giugno, perché Berlusconi teme che questa notizia possa sottrarre voti al PDL.

Certo ritrovarsi una centrale sotto casa non è il massimo,anche per un elettore di centro-destra. Mentre la Germania dismette il nucleare e va verso il solare, l'Italia pensa alla costosa e pericolosa energia nucleare. Sicuramente in Germania c'è molto meno sole (intendo giornate di sole e orario) che in Italia, o no?

Ma perché il primo impianto non lo costruiamo ad Arcore?Le centrali saranno pronte nel 2020 quando gli scenari economici attuali saranno mutati in chissà quale cosa.

Questi i siti ufficiali (già scelti da un'apposita Commissione):
Oristano - Sardegna; Palma (Agrigento) - Sicilia; Mola di Bari - Puglia; San Benedetto (AP) - Marche; Termoli (CB) - Molise; Scanzano Jonico (Matera) - Basilicata; Garigliano - Lazio; Latina - Lazio; Ravenna - Emilia-Romagna; Scarlino - Toscana; Chioggia (PD) - Veneto; Fossano (CN) - Piemonte; Caorso (PC) - Emilia-Romagna; Monfalcone (Gorizia) - Friuli Venezia Giulia.

17 maggio 2009

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea: Boldrini non è di Rifondazione, ma saremmo onorati se lo fosse

e La Russa è un fascista maleducato

Gli attacchi scomposti e volgari di La Russa al rappresentante dell'Alto commissariato per i rifugiati in Italia Laura Boldrini sono quelli di un fascista arrogante e maleducato. La Boldrini non è iscritta a Rifondazione comunista, anche se sarei molto onorato che lo fosse perché una persona come lei e il lavoro che svolge servono a cercare di mantenere civile, democratico e tollerante il nostro Paese.

In ogni caso, essere figli di partigiani è da considerarsi un onore per tutti, in Italia, evidentemente tranne che per La Russa e i fascisti come lui ma proprio La Russa dovrebbe ringraziare i partigiani perché se essi avessero perso la guerra di Liberazione oggi vivremmo in un regime reazionario, fascista e razzista, che ha prodotto le leggi razziali e ci ha condotti a una guerra mondiale, regime di cui però evidentemente La Russa continua a sentirsi degno erede. Il ministro della Difesa, dopo frasi così ingiuriose e offensive, ha solo due strade: chiedere immediatamente e pubblicamente scusa alla Boldrini e all'Onu oppure dimettersi da ministro della Repubblica.

sabato 16 maggio 2009

Come nel ventennio: abbiamo una macchietta o una tragica maschera come capo del governo?


La crisi dell’impero...? Un fattore psicologico !

Il Pil italiano nel primo trimestre del 2009 è crollato: il calo è del 5,9% su base annua, dice Istat) rispetto al primo trimestre del 2008 e segna una riduzione del 2,4% in confronto ad ottobre-dicembre 2008. E’ il risultato peggiore dall’80, anno di inizio delle serie storiche confrontabili, e comporta un calo già acquisito per l’intero anno del 4,6%: questo sarà cioé il calo del Pil annuale se le variazioni dei prossimi 3 trimestri saranno pari a zero. Le ultime stime del governo, invece, prevedono una riduzione della crescita del 4,2%.
Il premier Silvio Berlusconi, dice che è un dato "atteso". L’Italia non è comunque l’unico paese a soffrire della crisi economica: dati negativi per il prodotto interno si registrano infatti anche in Germania (-3,8% nel primo trimestre), in Francia (-1,2%), in Olanda (-4,5%), Austria (-3,6%). E il segno meno si registra per i paesi della zona euro che chiudono il primo trimestre con un -2,5%.
E il ministro della P.A., Renato Brunetta, ipotizza che le cose andranno meglio: "nella seconda parte dell’anno ci avvieremo verso tassi negativi più ridotti, che andranno verso lo zero, e poi dallo zero si andrà verso il segno più".
Insomma, secondo le ipotesi di Brunetta lo zero va verso il più, la x verso il 2 e la j : a più. Se qualcuno non l’ha capito dopo le elezioni c’è tempo di spiegare meglio, magari a Porta e Sporta. Tanto la crisi è lunga… Pace all’anima di chi muore di fame. I precari, i disoccupati, i cassaintegrati e i pensionati, prima muoiono e meglio è per i nostri politicanti. Tranne che si sveglino dal letargo e comincino ad arrangiarsi. Proprio oggi è stato arrestato un rapinatore il quale ha detto agli agenti di essere stato costretto perchè da sei mesi in cerca di lavoro che non ha trovato. Questa si che è SICUREZZA! E poichè l’occasione fa l’uomo ladro chilosà quanti ne arresteranno ancora. Dove li mettono poi, non si sa. A Padova i carcerati stanno facendo lo sciopero della fame, pare che in una cella singola ne vogliono mettere tre. E così prendi tre e paghi uno. Tanto ora viene l’estate e così non hanno bisogno di fare la sauna. Quello che mi rode è il fatto che le Forze dell’ordine, più ne arrestano e tanti di più ne devono prendere. Sembra un gioco cinese ma è tutto italiano.
Berlusconi intanto tranquillizza tutti: "La crisi esiste, i dati diffusi oggi erano quelli che sapevamo. Siamo nella peggiore crisi mai capitata" ma "tutti i contatti con le aziende ci dicono che c’é un miglioramento della situazione". Secondo il premier inoltre "nella crisi il fattore massimo è quello psicologico e per questo nostro compito è infondere fiducia e ottimismo".
Il problema è il popolo, no quello della Libertas ma quello “cretino” che non capisce niente. Quando non si può vivere più si deve andare in letargo. Prima di questa crisi i ricercatori potevano scoprire qualcosa….con i lauti stipendi che guadagnano.
Poi attacca la grande opposizione. D’Alema: "Abbiamo un governo che fa demagogia e confusione di fronte ad una situazione drammatica del Paese: i dati di oggi dicono che siamo al crollo, tra l’altro il crollo dell’economia italiana è nettamente superiore alla media europea, e abbiamo il presidente del consiglio che si trastulla “-Parole sue.
Insomma dai nostri governanti solo: demagogia, annunci, strumentalizzazioni e falsità alla ricerca di voti. E poi, avete visto che anche loro si sono accorti della crisi globale? Prima o poi dovevano “arrivarci”. Però ora si faranno le regole(per loro) e vedremo come faranno a farci comprare industrie senza soldi o come vendere ancora qualcosina a qualche amico degli amici.
Fra poco saremo capaci di rovinare tutta l’Europa. Insegneremo a quei bonaccioni europei come si governa una Nazione e in primis ci penserà Mastella, gli amici di Cuffaro e di qualche pregiudicato che siede in Parlamento.

Salvatore Fassari


15 maggio 2009

Nucleare, una scelta folle. Una legge pessima, sicurezza sacrificata a favore del profitto

Rischio sismico, enorme bisogno di acqua per il raffreddamento, rifiuti tossici
Il Senato vara il ritorno alle centrali cancellate dal referendum popolare del 1987


Senza troppo rumore il Senato ha approvato i tre articoli di legge (14;15;17 "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia") che resuscitano il nucleare in Italia e ciò indubbiamente dispiace vista la rilevanza della materia. Tuttavia non bisogna stupirsi più di tanto considerato che quando si trattò (nel 1996-97) di porre fine all'unica esperienza di nazionalizzazione realizzata (con grande sforzo) nell'Italia repubblicana - quella dell'industria elettrica - non si fece nemmeno un dibattito parlamentare: e a governare era la sinistra. Oggi l'impegno profuso dall'opposizione (in commissione e nell'aula del Senato) per contrastare e/o mitigare le conseguenze di questi articoli di legge, è stato facilmente respinto e a questo punto non resta che spostare il confronto fuori del parlamento.

Fare presto (e male)
Dagli articoli approvati emerge insistentemente la necessità che l'iter autorizzativo per la costruzione dei nuovi impianti sia il più celere possibile, anche a scapito della sicurezza. In questo senso va interpretato il rigetto di tutti gli emendamenti che proponevano di ancorare i criteri di localizzazione dei siti, le norme tecniche e le procedure di licencing (istruttoria per la validazione del progetto, sitizzazione etc) alla normativa Iaea. Si è arrivati al punto di respingere un emendamento che vietava la costruzione di nuovi impianti sui vecchi siti nucleari, prima che fosse completato il decommissioning delle strutture esistenti. Di più è stato imposto che la futura Agenzia di sicurezza «istituisca una procedura di revisione e di ricorso in appello avverso le proprie decisioni nel rispetto delle esigenze di sicurezza nucleare e di celerità dell'iter autorizzativo» (comma 5, art.17) decisione tanto furba quanto nefasta perché tra l'esigenza di rispettare la sicurezza nucleare (e ci mancherebbe altro che un'Agenzia per la sicurezza non la rispetti!) e quella di non ritardare l'iter autorizzativo, c'è il rischio che prevalga quest'ultima e non c'è materia come quella nucleare dove il presto è nemico del bene.
Se a ciò si aggiunge che tutti gli impianti nucleari (centrali, depositi temporanei e definitivi per i rifiuti) sono soggetti ad autorizzazione unica (ovvero semplificata, fatte salve le procedure di Via e Vas) con relativo esautoramento della potestà dei comuni, ci si rende conto di quanto poco contino gli aspetti della sicurezza a fronte della tutela degli interessi dei costruttori.

L'Agenzia per la sicurezza nucleare
(art.17) I compiti della costituenda Agenzia non sono sufficientemente individuati in primo luogo perché le linee guida e i criteri per il suo funzionamento sono stabiliti dal governo, e ciò inficia il criterio base della normativa Iaea secondo cui l'autorità di sicurezza deve essere un organismo indipendente dal potere politico. Inoltre non è espressamente previsto tra i suoi compiti quello di stabilire le modalità di svolgimento del licencing che, viceversa, viene surrettiziamente introdotto all'art.14 stabilendo che i progetti validati in paesi membri della Nea-Ocse (Nea, Nuclear Energy Agency dei paesi Ocse che non ha compiti di regolamentazione e controllo come l'Iaea) sono ritenuti validi anche in Italia. Tradotto in parole semplici ciò significa che si rinuncia ad approntare un sistema di regole (norme, specifiche tecniche e procedure) organico e congruente con gli standard dettati dall'Iaea, e ci si affida di volta in volta ai criteri adottati in altri paesi senza tener conto, ad esempio, che l'Epr francese potrebbe non essere adatto a soddisfare tutti i requisiti della situazione italiana. Non è un caso infatti che questo reattore (di cui si è tanto parlato in relazione all'accordo Berlusconi-Sarkosy) non sia stato ancora validato dalla Nrc (autorità di sicurezza Usa). Quanto alle risorse economiche ed umane sono decisamente insufficienti perché il funzionamento dell'Agenzia viene stabilito senza maggiori oneri per lo stato (niente stanziamenti ad hoc) e con l'apporto di soli 50 tecnici dall'Ispra e 50 dall'Enea.

Aspetti economici
Nella trattazione in commissione la maggioranza ha messo a segno alcuni colpi di mano a dir poco sconcertanti. Al comma 1 dell'articolo 14 ("Delega al Governo in materia nucleare") sono stati introdotti gli impianti per la fabbricazione del combustibile nucleare, non presenti nel testo licenziato dalla camera. Ciò vuol dire che si ha l'intenzione di riattivare lo stabilimento della Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo, che invece figura ancora tra i siti in decommissioning . Al comma 2 lettera m) vengono stabilite garanzie a carico dello stato sui rischi derivanti dalla costruzione degli impianti, mentre al comma 4 viene corretta la legge 79/1999 (decreto Bersani) introducendo l'energia nucleare tra le fonti che, dopo le rinnovabili, hanno priorità nel dispacciamento di energia (vendita) e ciò assicura un grosso vantaggio ai produttori, alla faccia del libero mercato. Ulteriori misure di favore (da definire successivamente) sono previste nell'art.15 a favore dei costruttori/produttori organizzati in consorzi, ai quali è destinata probabilmente la cospicua dote proveniente dallo scorporo delle attività della Sogin, decisione questa che è "nascosta" nel comma 6 dell'art.16 ("Misure per la sicurezza e il potenziamento del settore energetico"). E' noto infatti che il valore aggiunto della Sogin non sta tanto nelle sue attività, quanto nel fatto che essa è proprietaria dei siti nucleari (vecchie centrali e depositi) che costituiscono un onere dal punto di vista del decommissioning , ma diventano di grande valore nel momento in cui ci si intende costruire sopra un nuovo impianto.
Dulcis in fundo, all'art.15 è stato inserito un nuovo comma che autorizza il governo a prelevare 100 milioni di euro l'anno (a partire dal 1° gennaio 2009) dal conto della componente tariffaria A2 (oneri nucleari) presente nella bolletta, senza che sia data motivazione di questo prelievo di autorità.

Giorgio Ferrari
Coordinamento antinucleare, salute-ambiente-energia)

Liberazione
14/5/2009
nella foto: Una perdita da una centrale nucleare in Giappone dopo un terremoto - Reuters/Nhk

14 maggio 2009

Intervista a Haidi Gaggio Giuliani, candidata al parlamento Europeo nella lista comunista e anticapilastica

«Non possiamo più permetterci di pontificare e sperare»

«Qualunque cosa si possa fare contro questa destra e il suo carattere autoritario va fatta». Quindi per Haidi Giuliani, candidata nella circoscrizione nordovest, alle prossime europee «anche andare a votare è importante». Perché «non dobbiamo permettere che, nonostante i suoi errori, la sinistra sparisca o che venga definito di sinistra chi approva i respingimenti degli immigrati e le politiche securitaria come fanno in Europa il Pd e Di Pietro».

L'Europa da una parte viene chiamata in causa come paravento per i provvedimenti contro gli immigrati e dall'altra condanna l'Italia. Qual è allora il suo vero volto politico?
In Italia si ha la capacità di peggiorare ogni cosa. Quindi ci si rivolge all'Europa con aria anche arrogante per sostenere che ha ragione il governo italiano, richiamando nello stesso tempo alcune direttive comunitarie.

Perché in effetti la politica europea non è così indulgente…
No, anzi si manifesta con un volto abbastanza feroce. Del resto, è sempre accaduto che il più ricco si difendesse dal più povero o, più precisamente, da chi è stato impoverito. Siccome al giorno d'oggi la forbice si allarga sempre di più, il dramma diventa ogni giorno più ampio e più profondo. Da questo punto di vista sarebbe importante riuscire a fare in modo che il parlamento europeo diventi finalmente un parlamento a tutti gli effetti, con potere legislativo, che non si occupi solamente di economia ma anche di garantire i diritti alle persone.

Proprio in materia di immigrazione anche i socialisti del Pse hanno adottato posizioni restrittive, come purtroppo dimostra la Spagna di Zapatero…
I socialisti in Europa sono ondivaghi. Si schierano di volta in volta a seconda della convenienza del momento. Perciò noi rivendichiamo giustamente di far parte del Gue, il gruppo della sinistra europea, che è molto chiaro e coerente nelle sue posizioni, dove non si è mai detta una cosa per poi farne un'altra. C'è un solo gruppo che ha cercato di contrastare queste politiche securitarie ed è il Gue. Francamente non comprendo chi dice di voler andare in Europa schierandosi apertamente in contrasto con Berlusconi ma per poi andare a sedere in gruppi diversi che spesso adottano le stesse politiche del governo italiano.

Ti riferisci al Pd ma anche a Sinistra e libertà?
Mi riferisco a tutti quelli che non indicano con chiarezza quali sono i loro obiettivi e le loro intenzioni in Europa. Da questo punto di vista io ho già fatto un'esperienza che mi ha fatto molto soffrire quando sono stata eletta in senato su un programma che poi è stato disatteso nella gran parte di quanto era in esso affermato. Questo non è ammissibile: non si può parlare in un modo e poi fare cose diverse.

A questo proposito anche l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro è incredibilmente contraddittoria: in Italia si presenta come la forza più agguerrita contro Berlusconi, ma in Europa sostiene in gran parte le stesse posizioni…
Non vedo differenza tra gli obiettivi effettivi di Di Pietro e quelli delle destre. Adesso Di Pietro grida allo scandalo perché sono stati cacciati indietro i barconi senza riconoscere il diritto di asilo, però non mi pare che sia mai stato il paladino di una politica di accoglienza. Io poi con dell'Italia dei Valori ho un pessimo ricordo per la commissione di inchiesta sul G8 di Genova.

Bocciata proprio con il voto determinante del partito di Di Pietro…
Appunto. Una persona che si riempie la bocca con la giustizia eppoi nega una commissione di inchiesta che dovrebbe fare luce su quel che è accaduto veramente. Questo è esattamente il contrario della giustizia. Ed è quel che ha fatto Di Pietro.

Eppure anche a sinistra c'è chi guarda all'Italia dei Valori perché è più intransigente nell'opporsi a Berlusconi…
In Italia si cerca sempre l'uomo della provvidenza. E allora per contrastare l'omino della provvidenza di destra ci si rivolge a un altro omino della provvidenza. E' la dimostrazione della gran confusione che c'è a sinistra. E che forse è stata provocata anche dai partiti di sinistra e dal loro comportamento.

A che tipo di comportamento ti riferisci?
Alla mancanza di chiarezza e di coerenza, al fatto che bisogna essere credibili, senza fare affermazioni velleitarie che poi sono irrealizzabili ma anche senza venir meno a se stessi. Io penso da sempre che a sinistra, qualunque sinistra, si dovrebbe esprimere chiaramente i propri obiettivi e poi riunirsi per raggiungerli. Non credo sia più il momento di discutere di scissioni o di nuove aggregazioni, di fare partiti nuovi o dividersi in tanti pezzetti. Si tratta invece di lavorare. Chi vuole davvero l'unità lo faccia lavorando sui problemi concreti e non sulle chiacchiere.

Invece la sinistra si presenta ancora una volta divisa e forse non raggiunge neanche la meta…
Probabilmente non abbiamo ancora toccato il fondo, come si suol dire. Si vede che non è sufficiente il disastro in cui ci troviamo per capire che bisogna smetterla con le grandi dichiarazioni di intenti e identitarie. Perché non possiamo più permetterci di pontificare e sperare: dobbiamo fare tutto quello che è umanamente possibile per contrastare questa deriva autoritaria di destra che ormai si è affermata. Quindi qualsiasi cosa che si possa fare va fatta. Anche un gesto semplice come votare.

Cosino Rossi
Liberazione
13/05/2009

12 maggio 2009

Storia, economia e politiche del capitalismo in un saggio di Samir Amin. Socialismo o la barbarie di un sistema di guerra ai popoli

USCIRE DALLA CRISI DEL CAPITALISMO O USCIRE DAL CAPITALISMO IN CRISI?

Le tesi presentate in questo articolo sono state sviluppate nell’opera "La crise, sortir de la crise du capitalisme ou sortir du capitalisme en crise", ed. Le Temps des Cerises, Parigi, 2009

Il principio dell’accumulazione senza fine che definisce il capitalismo è sinonimo di crescita esponenziale ed essa – come il cancro – porta alla morte. Stuart Mill, che l’aveva capito, immaginava uno “stato stazionario” che avrebbe posto fine a questo processo irrazionale. Keynes condivideva questo ottimismo della ragione. Ma né l’uno né l’altro erano attrezzati per capire come poter realizzare il necessario superamento del capitalismo. Marx invece, facendo posto alla nuova lotta di classe, poteva immaginare di rovesciare il potere della classe capitalistica, concentrato oggi nelle mani dell’oligarchia.
L’accumulazione, sinonimo anche di pauperizzazione, disegna il quadro oggettivo delle lotte contro il capitalismo. Ma essa si esprime soprattutto con il contrasto crescente fra l’opulenza delle società del centro, beneficiarie della rendita imperialistica, e la miseria di quelle delle periferie dominate.
Questo conflitto diventa di fatto l’asse centrale dell’alternativa “socialismo o barbarie”. Il capitalismo storico “realmente esistente” è associato a forme successive di accumulazione per spossessamento, non soltanto all’origine (l’accumulazione primitiva) ma in tutte le tappe del suo sviluppo. Una volta costituito, questo capitalismo “atlantico” è partito alla conquista del mondo e lo ha ridisegnato sulla base del permanere dello spossessamento delle regioni conquistate, che diventavano così le periferie dominate del sistema.
Questa mondializzazione “vittoriosa” si è dimostrata incapace di imporsi in modo durevole. Solo mezzo secolo dopo il suo trionfo, che sembrava già inaugurare la “fine della storia”,essa veniva messa in discussione dalla rivoluzione della semiperiferia russa e dalle lotte (vittoriose) di liberazione in Asia e Africa, che hanno fatto la storia del XX secolo – la prima ondata di lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli.
L’accumulazione per spossessamento prosegue sotto i nostri occhi nel tardo capitalismo degli oligopoli contemporanei. Nei paesi del centro, la rendita di monopolio di cui beneficiano le plutocrazie oligopolistiche è sinonimo di spossessamento dell’insieme della base produttiva della società. Nelle periferie, questo spossessamento pauperizzante si manifesta nell’espropriazione dei contadini e con il saccheggio delle risorse naturali delle regioni interessate. Entrambe le pratiche costituiscono i pilastri essenziali delle strategie espansionistiche del tardo capitalismo degli oligopoli.
In questo spirito, io pongo la “nuova questione agraria” al centro della sfida per il XXI secolo. Lo spossessamento delle società contadine (in Asia, Africa e America Latina) costituisce la forma contemporanea più saliente della tendenza alla pauperizzazione (nel senso che dava Marx a questa “legge”) associata all’accumulazione. La sua attuazione è indissociabile dalle strategie di captazione della rendita imperialistica da parte degli oligopoli, con o senza agrocombustibili. Ne deduco che lo sviluppo delle lotte su questo terreno, le risposte che saranno date all’avvenire delle società contadine del Sud (circa la metà dell’umanità) determineranno ampiamente la capacità o meno dei lavoratori di progredire sulla strada della costruzione di una civiltà autentica, liberata dal dominio del capitale, per la quale io non vedo altro nome che quello di socialismo.
Il saccheggio delle risorse naturali del Sud necessario per proseguire il modello di consumo basato sullo spreco a beneficio esclusivo delle società opulente del Nord annulla ogni prospettiva di sviluppo degno di questo nome per i popoli interessati, e costituisce perciò l’altra faccia della pauperizzazione a livello mondiale. In questo spirito, la “crisi dell’energia” non è il prodotto della rarefazione di certe risorse necessarie per la sua produzione (naturalmente si parla del petrolio), e neppure il prodotto degli effetti distruttivi delle forme energivore di produzione e di consumo oggi in vigore. Questa descrizione – peraltro corretta – non va oltre le evidenze banali e immediate. Questa crisi è il prodotto della volontà degli oligopoli dell’imperialismo collettivo di assicurarsi il monopolio dell’accesso alle risorse naturali del pianeta, più o meno rare, per appropriarsi della rendita imperialistica, anche nel caso in cui l’utilizzo di queste risorse restasse com’è (energivora e di spreco) oppure fosse soggetto a nuove politiche correttive “ecologiste”. Ne deduco inoltre che se la strategia di espansione del tardo capitalismo degli oligopoli continuerà in questa maniera, provocherà necessariamente la crescente resistenza delle nazioni del Sud.
La crisi attuale non è dunque una crisi finanziaria, e neppure la somma di crisi sistemiche multiple, ma è la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli, il cui potere esclusivo e supremo rischia di venir messo in questione, ancora una volta, con le lotte dell’insieme delle classi popolari nonché dei popoli e delle nazioni delle periferie dominate, anche se in apparenza “emergenti”. E’ nello stesso tempo una crisi dell’egemonia degli Stati Uniti. Capitalismo degli oligopoli, potere politico delle oligarchie, mondializzazione barbara, finanziarizzazione, egemonia degli Stati Uniti, militarizzazione della gestione della mondializzazione al servizio degli oligopoli, declino della democrazia, saccheggio delle risorse del pianeta e abbandono delle prospettive di sviluppo del Sud sono tutti fenomeni indissociabili.
La vera sfida è dunque questa: queste lotte riusciranno a convergere per aprire la strada – o le strade – sul lungo cammino verso la transizione al socialismo mondiale? Oppure resteranno separate le une dalle altre, o addirittura in conflitto, e perciò inefficaci, in modo da lasciare l’iniziativa al capitale degli oligopoli?

Da una lunga crisi all’altra
Il crollo finanziario del settembre 2008 probabilmente ha colto di sorpresa gli economisti convenzionali della “mondializzazione felice” e ha disarcionato qualche costruttore del discorso liberale che trionfava dal tempo della caduta del muro di Berlino, come si usa dire. Se invece l’evento non ha sorpreso noi – noi l’aspettavamo (senza certo averne predetto la data) – è semplicemente perché per noi esso si iscriveva naturalmente nello sviluppo della lunga crisi del capitalismo in fase di senescenza fin dagli anni 70. E’ opportuno tornare a riflettere sulla prima lunga crisi del capitalismo, che ha forgiato il XX secolo, tanto è impressionante il parallelo fra le tappe di sviluppo delle due crisi.
Il capitalismo industriale trionfante del XIX secolo entra in crisi a partire dal 1873. I tassi di profitto crollano, per le ragioni evidenziate da Marx. Il capitale reagisce con un doppio movimento di concentrazione e di espansione mondializzata. I nuovi monopoli confiscano a loro profitto una rendita prelevata sulla massa di plusvalore generata dallo sfruttamento del lavoro. Essi accelerano la conquista coloniale del pianeta. Queste trasformazioni strutturali permettono una nuova ascesa dei profitti e aprono la “belle époque” – dal 1890 al 1914 – che è segnata dal dominio mondializzato del capitale dei monopoli finanziarizzati. I discorsi allora dominanti fanno l’elogio della colonizzazione (la “missione civilizzatrice”), fanno della mondializzazione il sinonimo di pace, e la socialdemocrazia operaia europea si unisce a questo coro.
La “belle époque”, annunciata come la “fine della storia” dagli ideologi del tempo, termina con la guerra mondiale, come solo Lenin aveva previsto. Il periodo che segue, fino all’indomani della seconda guerra mondiale, sarà un periodo di guerre e rivoluzioni. Nel 1920, isolata la rivoluzione russa (l’“anello debole” del sistema) dopo la sconfitta delle speranze rivoluzionarie in Europa centrale, il capitale dei monopoli finanziarizzati restaura contro venti e maree il sistema della “belle époque”.
Una restaurazione, denunciata allora da Keynes, che è all’origine del crollo finanziario del 1929 e della depressione che comporta fino alla seconda guerra mondiale.
Il lungo XX secolo – 1873/1990 – è dunque il secolo della prima profonda crisi sistemica del capitalismo senescente (al punto che Lenin pensa che quel capitalismo dei monopoli costituisca la “fase suprema del capitalismo”) e nello stesso tempo quello di una prima ondata trionfante di rivoluzioni anticapitalistiche (Russia, Cina) e di movimenti antimperialistici dei popoli d’Asia e Africa.
La seconda crisi sistemica del capitalismo si apre nel 1971, con l’abbandono della convertibilità in oro del dollaro, quasi esattamente un secolo dopo l’inizio della prima. I tassi di profitto, di investimento e di crescita crollano (non ritroveranno mai più il livello che avevano raggiunto nel periodo 1945-75). Il capitale risponde alla sfida come nella crisi precedente facendo un doppio movimento di concentrazione e mondializzazione. Instaura così delle strutture che definiranno la seconda “belle époque” (1990-2008) di mondializzazione finanziarizzata che permette ai gruppi oligopolistici di prelevare la rendita di monopolio. Gli stessi discorsi di accompagnamento: il “mercato” garantisce la prosperità, la democrazia e la pace; è la “fine della storia”. Stesso allineamento dei socialisti europei al nuovo liberismo. Eppure questa nuova “belle époque” viene accompagnata fin dall’inizio dalla guerra, quella del Nord contro il Sud, iniziata fin dal 1990. E appunto come la prima mondializzazione aveva provocato il 1929, la seconda ha prodotto il 2008. Siamo giunti oggi al momento cruciale che annuncia la probabilità di una nuova ondata di guerre e rivoluzioni. Tanto più che i poteri attuali non sanno prevedere altro che la restaurazione del sistema come era prima del crollo finanziario. L’analogia fra lo sviluppo delle due lunghe crisi sistemiche del capitalismo senescente è impressionante. Ci sono peraltro delle differenze la cui portata politica è importante.

USCIRE DALLA CRISI DEL CAPITALISMO O USCIRE DAL CAPITALISMO IN CRISI?
Dietro la crisi finanziaria, la crisi sistemica del capitalismo degli oligopoli
Il capitalismo contemporaneo è soprattutto e anzitutto un capitalismo di oligopoli nel senso pieno del termine (finora non lo era che in parte). Intendo dire che gli oligopoli da soli dominano la riproduzione del sistema produttivo nel suo complesso. Essi sono “finanziarizzati” nel senso che essi soli hanno accesso al mercato dei capitali. Tale finanziarizzazione presta al mercato monetario e finanziario – il loro mercato, quello su cui si fanno concorrenza fra loro – lo status di mercato dominante, che a sua volta forgia e domina i mercati del lavoro e dello scambio dei prodotti.
La finanziarizzazione mondializzata si esprime con una trasformazione della classe dirigente borghese, divenuta ora plutocrazia redditiera. Gli oligarchi non sono solo russi, come troppo spesso si dice, ma molto di più statunitensi, europei e giapponesi. Il declino della democrazia è il prodotto inevitabile di questa concentrazione del potere a beneficio esclusivo degli oligopoli.
E’ importante d’altra parte precisare la nuova forma della mondializzazione capitalistica, che corrisponde a questa trasformazione, in contrapposizione a quella che caratterizzava la prima “belle époque”. Io la esprimo in una frase: il passaggio dall’imperialismo declinato al plurale (quello delle potenze imperialistiche in conflitto permanente fra loro) all’imperialismo collettivo della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone).
I monopoli che emergono in risposta alla prima crisi del tasso di profitto si sono costituiti su basi che hanno rafforzato la violenza della concorrenza fra le maggiori potenze imperialistiche del tempo, e hanno portato al grande conflitto iniziato nel 1914, proseguito attraverso la pace di Versailles e poi con la seconda guerra mondiale fino al 1945. Ciò che Arrighi, Frank, Wallerstein e io stesso avevamo definito fin dagli anni 70 come la “guerra dei trent’anni”, termine ripreso poi da altri.
Invece la seconda ondata di concentrazione oligopolistica, iniziata negli anni 70, si è costituita su basi totalmente diverse, nel quadro di un sistema che ho definito “imperialismo collettivo della triade” (Stati Uniti, Europa, Giappone). In questa nuova mondializzazione imperialistica, il dominio dei centri non si esercita più per mezzo del monopolio della produzione industriale (come era il caso prima) ma con altri mezzi (il controllo delle tecnologie, dei mercati finanziari, dell’accesso alle risorse naturali, dell’informazione e della comunicazione, delle armi di distruzione di massa). Il sistema che ho definito di “apartheid su scala mondiale” implica la guerra permanente contro gli Stati e i popoli delle periferie recalcitranti, guerra iniziata nel 1990 con il controllo militare del pianeta da parte degli Stati Uniti e degli alleati subalterni della Nato.
La finanziarizzazione del sistema è indissociabile, nella mia analisi, dal suo carattere oligopolistico.
Si tratta di un rapporto organico fondamentale. Questo punto di vista non è quello dominante, non solo nella voluminosa letteratura degli economisti convenzionali, ma anche nella maggior parte degli scritti critici sulla crisi in corso.

Il sistema è tutto ormai in difficoltà
I fatti sono noti: il crollo finanziario sta già producendo non una “recessione” ma una vera, profonda depressione. Ma oltre a questo, sono emerse al livello della pubblica opinione altre dimensioni della crisi del sistema, ancor prima del crollo finanziario. Se ne conoscono le grandi linee – crisi energetica, crisi alimentare, crisi ecologica, cambiamenti climatici – e vengono quotidianamente presentate varie analisi, alcune pregevoli, di questi aspetti delle sfide contemporanee.
Io rimando comunque critico circa questo modo di trattare la crisi sistemica del capitalismo, che isola le diverse dimensioni della sfida. Ridefinisco quindi le “crisi” diverse come sfaccettature della stessa sfida, quella del sistema della mondializzazione capitalistica contemporanea (liberista o meno) fondato sul prelievo che la rendita capitalistica opera su scala mondiale, a profitto degli oligopoli dell’imperialismo collettivo della triade.
La vera battaglia si combatte su questo terreno decisivo fra gli oligopoli che cercano di produrre eriprodurre le condizioni che gli permettono di appropriarsi della rendita imperialistica e tutte le loro vittime – lavoratori di tutti i paesi del Nord e del Sud, popoli delle periferie dominate, condannati a rinunciare ad ogni prospettiva di sviluppo degno di questo nome.

Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?
La formula era stata proposta da André Gunder Frank e da me nel 1974. L’analisi che noi proponevamo della nuova grande crisi che giudicavamo già iniziata ci aveva portato a concludere che il capitale avrebbe risposto alla sfida con una nuova ondata di concentrazioni, sulla cui base avrebbe proceduto a delocalizzazioni di massa. Cosa ampiamente confermata dalle ulteriori evoluzioni.
Il titolo di un nostro intervento a un colloquio organizzato dal “Manifesto” a Roma in quella data (“Non aspettiamo il 1984”, con riferimento all’opera di George Orwell tratta dall’oblio in quell’occasione) invitava la sinistra radicale dell’epoca a rinunciare a correre in soccorso del capitale con la ricerca di “uscite dalla crisi”, per impegnarsi invece in strategie di “uscita dal capitalismo in crisi”. Ho continuato su questa linea di analisi con un'ostinazione che non rimpiango.
Io proponevo di teorizzare le nuove forme di dominio dei centri imperialistici fondandosi sull’affermazione di modi nuovi di controllo che si sostituivano al vecchio monopolio dell’esclusiva industriale, cosa confermata poi dall’ascesa dei paesi poi definiti “emergenti”. Io definivo la nuovamondializzazione in costruzione come “apartheid su scala mondiale”, che esigeva la gestione militarizzata del pianeta, e che perpetuava con nuove condizioni la polarizzazione indissociabile dall’espansione del “capitalismo realmente esistente”.

LA SECONDA ONDATA DI EMANCIPAZIONE DEI POPOLI: UN REMAKE DEL XX SECOLO O QUALCOSA DI MEGLIO?
Non ci sono alternative alla prospettiva socialista
Il mondo contemporaneo è governato dalle oligarchie. Oligarchie finanziarie negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, che dominano non soltanto la vita economica, ma anche la politica e la vita quotidiana. Oligarchie russe a loro immagine che lo Stato russo cerca di controllare. Statocrazia in Cina. Autocrazie (a volte nascoste dietro qualche apparenza di democrazia elettorale “a bassa intensità”) inquadrate in questo sistema mondiale altrove, nel resto del pianeta.
La gestione della mondializzazione contemporanea da parte delle oligarchie è in crisi. Le oligarchie del Nord non si sentono minacciate e pensano di restare al potere, una volta passato il tempo della crisi. Invece la fragilità dei poteri delle autocrazie del Sud è ben visibile. L’attuale mondializzazione si presenta per questo molto fragile.
Sarà rimessa in discussione dalla rivolta del Sud, come nel secolo passato? Probabile. Ma triste. Giacché l’umanità si impegnerà sulla via del socialismo – sola alternativa umana al caos – solo quando i poteri delle oligarchie, dei loro alleati e dei loro lacchè saranno sconfitti sia nei paesi del Nord che in quelli del Sud. Viva l’internazionalismo dei popoli contro il cosmopolitismo delle oligarchie.
E’ possibile che il capitalismo degli oligopoli finanziarizzati e mondializzati torni in sella?
Il capitalismo è “liberista” per natura, se per “liberismo” si intende non quella cosa bella che il termine ispira ma l’esercizio pieno e intero del dominio del capitale non solo sul lavoro e l’economia, ma su tutti gli aspetti della vita sociale. Nonesiste “economia di mercato” (espressione volgare per indicare il capitalismo) senza “società di mercato”. Il capitale persegue ostinatamente questo obiettivo unico: il denaro, l’accumulazione per se stessa. Marx, ma dopo di lui altri teorici critici come Keynes, l’avevano capito perfettamente. Non i nostri economisti convenzionali, inclusi quelli di sinistra.
Questo modello di dominio esclusivo e totale del capitale era stato imposto con ostinazione dalle classi dirigenti per tutto il lungo periodo della crisi precedente, fino al 1945. Solo la triplice vittoria della democrazia, del socialismo e della liberazione nazionale dei popoli aveva permesso – fra il 1945 e il 1980 – di sostituire a questo modello permanente dell’ideale capitalistico, la coesistenza conflittuale dei tre modelli sociali regolati quali sono stati il welfare state della socialdemocrazia a ovest, i socialismi realmente esistenti a est e i nazionalismi popolari al sud. Successivamente, l’indebolimento e poi il crollo dei tre modelli ha reso possibile un ritorno al dominio esclusivo del capitale, definito neoliberista.
Ho associato questo nuovo “liberismo” a un complesso di nuove caratteristiche di ciò che mi è sembrato meritare la definizione di “capitalismo senile”. Il libro così intitolato, pubblicato nel 2001, era fra i pochi scritti che in quell’epoca, lungi dal vedere nel neoliberismo mondializzato e finanziarizzato la “fine della storia”, analizzava il sistema del capitalismo senescente evidenziandone l’instabilità che lo destinava al crollo, precisamente a partire dalla sua dimensione finanziarizzata (il suo “tallone d’Achille”, come ho scritto).
Gli economisti convenzionali sono rimasti ostinatamente sordi a ogni tentativo di mettere in discussione i loro dogmi. Al punto da esser stati incapaci di prevedere il crollo finanziario del 2008. Coloro che i media dominanti hanno presentato come “critici” non meritano molto la definizione. Stiglitz resta convinto che il sistema qual era – il liberismo mondializzato e finanziarizzato – può tornare in sella, a patto di qualche correzione. Amartya Sen predica la morale senza osar pensare il capitalismo realmente esistente qual è necessariamente.
I disastri sociali che il liberismo – “l’utopia permanente del capitale”, come ho scritto – non avrebbe mancato di provocare hanno ispirato molte nostalgie del passato recente o lontano. Ma le nostalgie non servono per rispondere alla sfida. Esse sono il prodotto di un impoverimento del pensiero critico teorico che si era a poco a poco vietato di capire le contraddizioni interne e i limiti dei sistemi del dopoguerra, in cui le erosioni, le derive e i crolli sono apparsi come cataclismi imprevisti.
Tuttavia, nel vuoto creato da questi arretramenti del pensiero teorico critico, una presa di coscienza delle nuove dimensioni della crisi sistemica di civiltà ha trovato il modo di aprirsi la strada. Mi riferisco qui agli ecologisti. Ma i Verdi, che hanno preteso di distinguersi radicalmente sia dai Blu (conservatori e liberali) che dai Rossi (i socialisti) si sono rinchiusi in un vicolo cieco, incapaci di integrare la dimensione ecologica della sfida con una critica radicale del capitalismo.
Tutto era a posto dunque per assicurare il trionfo – di fatto passeggero, ma vissuto come “definitivo” – dell’alternativa detta della “democrazia liberale”. Un pensiero misero – un autentico non pensiero – che ignora ciò che Marx aveva detto di decisivo riguardo alla democrazia borghese, che ignora che coloro che decidono non sono coloro che sono toccati dalle decisioni. Coloro che decidono godono della libertà rafforzata dal controllo della proprietà, e sono oggi i plutocrati del capitalismo degli oligopoli e gli Stati che sono loro debitori. Per forza di cose i lavoratori e i popoli interessati non sono altro che le loro vittime. Ma quelle sciocchezze potevano sembrare credibili, per un breve momento, per via delle derive dei sistemi del dopoguerra, quando la miseria del dogmatismo non riusciva più a capire le origini. La democrazia liberale poteva allora sembrare il “migliore dei sistemi possibili”.
Oggi i poteri attuali, che non avevano previsto nulla di ciò, si sforzano di restaurare lo stesso sistema.
Il loro eventuale successo, come quello dei conservatori degli anni 20 – che Keynes denunciava senza allora ottenere ascolto – potrà solo aggravare l’ampiezza delle contraddizioni che
sono all’origine del crollo finanziario del 2008.
Non è meno grave il fatto che gli economisti “di sinistra” si sono allineati da tempo sulle tesi dell’economia volgare e hanno accettato l’idea – sbagliata – della razionalità dei mercati. Essi hanno concentrato i loro sforzi sulla definizione delle condizioni di tale razionalità, abbandonando Marx – che aveva da parte sua rivelato l’irrazionalità dei mercati dal punto di vista dell’emancipazione dei lavoratori e dei popoli – giudicato ormai “obsoleto”. Nella loro prospettiva, il capitalismo è flessibile, si adegua alle esigenze del progresso (tecnologico e anche sociale), se viene obbligato. Questi economisti di “sinistra” non erano preparati a capire che la crisi che è scoppiata era inevitabile. E sono ancor meno preparati a fronteggiare le sfide che i popoli hanno oggi di fronte. Come gli altri economisti volgari, essi cercheranno di riparare i guasti, senza capire che per riuscirvi è necessario intraprendere un’altra strada, quella del superamento delle logiche fondamentali del capitalismo. Invece di cercar di uscire dal capitalismo in crisi, pensano di poter uscire dalla crisi del capitalismo.

Crisi dell’egemonia degli Stati Uniti
La recente riunione del G20 (Londra, aprile 2009) non ha affatto avviato una “ricostruzione del mondo”. E forse non è un caso che sia stata seguita da quella della Nato, il braccio armato dell’imperialismo contemporaneo, e dal rafforzamento del suo impegno militare in Afghanistan. La guerra permanente del Nord con il Sud deve continuare.
Già si sapeva che i governi della triade – Stati Uniti, Europa, Giappone – perseguono l’obiettivo esclusivo di ripristinare il sistema come era prima del settembre 2008, e non bisogna prendere sul serio gli interventi a Londra del presidente Obama e di Gordon Brown da una parte, quelli di Sarkozy e di Angela Merkel dall’altra, destinati a divertire la platea. Le pretese “differenze” rilevate dai media, prive di reale consistenza, rispondono solo al bisogno dei vari leader politici di farsi valere di fronte alle rispettive opinioni pubbliche sprovvedute. “Rifondare il capitalismo”, “moralizzare le operazioni finanziarie”: molte parolone per evitare le questioni vere. Ripristinare il sistema non è impossibile, ma non risolverà i problemi, ne aggraverà piuttosto la portata. La “commissione Stiglitz” convocata dalle Nazioni Unite, si inquadra in questa strategia di costruzione di un trompe l’oeil. Evidentemente non ci si può aspettare altro dagli oligarchi che controllano i poteri reali e dai loro debitori politici. Il punto di vista che ho sviluppato, ponendo l’accento sui rapporti fra il dominio degli oligopoli e la necessaria finanziarizzazione della gestione dell’economia mondiale – che sono indissociabili – è ben confermato dai risultati del G20.
Risulta invece più interessante il fatto che i leader dei “paesi emergenti” invitati siano rimasti in silenzio.
Nel corso di quella giornata di gran circo, solo una frase intelligente è stata pronunciata dal presidente cinese Hu Jintao che, quasi di sfuggita, senza insistere e con un sorriso (ironico?), ha fatto osservare che bisognerà ben cominciare a prendere in considerazione l’ipotesi di un sistema finanziario mondiale non fondato sul dollaro. Alcuni rari commentatori hanno immediatamente fatto il confronto – corretto - con le proposte di Keynes nel 1945.
Questa “osservazione” ci riporta alla realtà: che la crisi del sistema del capitalismo oligopolistico è indissociabile da quella dell’egemonia degli Stati Uniti, ormai allo stremo. Ma chi gli darà il cambio?
Certo non l’“Europa”, che non esiste al di fuori dell’atlantismo e non nutre alcuna ambizione di indipendenza, come ha dimostrato ancora una volta l’assemblea della Nato. La Cina? Questa “minaccia”, che i media invocano a sazietà (un nuovo “pericolo giallo”) indubbiamente per legittimare l’allineamento atlantico, è senza fondamento. I dirigenti cinesi sanno che il loro paese non ne ha i mezzi, e loro non ne hanno la volontà. La strategia della Cina si limita a operare per dare avvio a una nuova mondializzazione senza egemonia, cosa che né gli Stati Uniti né l’Europa giudicano accettabile.
Le possibilità di uno sviluppo che vada in questo senso riposano ancora totalmente sui paesi del Sud. E non è un caso che la Cnuced sia la sola istituzione delle Nazioni Unite che abbia preso iniziative molto diverse da quelle della Commissione Stiglitz. Non è un caso che il suo direttore, il tailandese Supachai Panitchpakdi, considerato finora come un perfetto liberista, nel suo rapporto intitolato "The Global Economic Crisis" del marzo 2009, abbia osato fare delle proposte realistiche e avanzate, nella prospettiva di un secondo momento di “risveglio del Sud”.
La Cina da parte sua ha avviato la costruzione – progressiva e controllata - di sistemi finanziari regionali alternativi e indipendenti dal dollaro. Iniziative che completano sul piano economico le alleanze politiche del “gruppo di Shanghai”, il maggiore ostacolo al bellicismo della Nato.
L’assemblea della Nato, riunita nell’aprile del 2009, ha confermato la decisione di Washington di non avviare il disimpegno militare, ma invece di accentuarne l’ampiezza, sempre sotto il fallace pretesto della lotta al “terrorismo”. Il presidente Obama usa dunque tutto il suo talento per tentare di salvare il programma di Clinton e poi di Bush di controllo militare del pianeta, unico mezzo per prolungare l’egemonia americana ormai minacciata. Obama ha ottenuto dei risultati facendo capitolare senza condizioni la Francia di Sarkozy – la fine del gollismo – che è tornata nel comando militare della Nato, cosa rimasta difficile finché Washington parlava con la voce di Bush, sprovvista d’intelligenza ma non di arroganza. Per di più Obama è salito in cattedra, come Bush, senza preoccuparsi di rispettare “l’indipendenza” dell’Europa, per invitarla ad accettare l’integrazione della Turchia nell’Unione Europea.

VERSO UNA SECONDA ONDATA DI LOTTE VITTORIOSE PER L’EMANCIPAZIONE DEI LAVORATORI E DEI POPOLI
Sono possibili nuovi progressi nelle lotte di emancipazione dei popoli?
La gestione politica del dominio mondiale del capitale degli oligopoli comporta necessariamente un’estrema violenza. Per conservare la loro posizione di società opulente, i paesi della triade imperialistica sono ormai costretti a riservare a loro esclusivo beneficio l’accesso alle risorse naturali del pianeta. Questa nuova esigenza sta all’origine della militarizzazione della mondializzazione, che io ho definito come “impero del caos” (titolo di una delle mie opere, pubblicata nel 2001), espressione poi ripresa da altri. Nella scia del progetto di Washington di controllo militare del pianeta. Conducendo perciò “guerre preventive” con la scusa della lotta al “terrorismo”, la Nato si è autopromossa come “rappresentante della comunità internazionale”, emarginando perciò l’ONU, la sola istituzione qualificata per parlare a quel titolo.
Naturalmente non si possono confessare gli obiettivi reali. Per mascherarli, le potenze interessate hanno scelto di strumentalizzare il discorso della democrazia e si sono concesse un “diritto di intervento” per imporre il “rispetto dei diritti umani”! Parallelamente, il potere assoluto delle nuove oligarchie ha svuotato di ogni contenuto la pratica della democrazia borghese.
Mentre nel passato era necessaria la negoziazione politica fra le diverse componenti del blocco egemonico necessario per la riproduzione del potere del capitale, la nuova gestione politica della società del capitalismo oligopolistico, con una sistematica depoliticizzazione, fonda una nuova cultura politica basata sul “consenso” (sul modello degli Stati Uniti), che sostituisce il consumatore e lo spettatore politico al cittadino attivo, condizione di una democrazia autentica. Questo “virus liberale” (per riprendere il titolo della mia opera pubblicata nel 2005) abolisce l’apertura su scelte alternative possibili e vi sostituisce il consenso intorno al solo rispetto della democrazia elettorale.
L’indebolimento e poi il crollo dei tre modelli di gestione sociale evocati prima sono all’origine del dramma. La pagina della prima ondata di lotte per l’emancipazione è stata voltata, quella della seconda ondata non si è ancora aperta. Nella penombra che le separa, si “disegnano i mostri”, come scriveva Gramsci.
Nei paesi del Nord questa evoluzione sta all’origine della perdita di senso della pratica democratica.
L’arretramento viene giustificato ricorrendo al discorso cosiddetto “post-modernista”, secondo cui nazioni e classi avrebbero abbandonato la scena per lasciare il posto all'“individuo”, diventato soggetto attivo della trasformazione sociale. Nei paesi del Sud la scena è occupata da nuove illusioni: l’illusione di uno sviluppo capitalistico nazionale autonomo iscritto entro la mondializzazione, molto sentita fra le classi dominanti e medie dei paesi “emergenti” e confortata dal successo immediato degli ultimi decenni; o le illusioni passatiste (para-etniche o para-religiose) nei paesi rimasti più indietro.
Più grave risulta il fatto che questo corso degli avvenimenti favorisce l’adesione generale alla “ideologia dei consumi”, all’idea che il progresso si misuri sulla crescita quantitativa. Marx aveva
dimostrato che è il modo di produzione che determina quello del consumo, e non l’inverso, come pretende l’economia volgare. Viene così totalmente persa di vista la prospettiva di una razionalità umana superiore, fondamento del progetto socialista. Il gigantesco potenziale che l’applicazione della scienza e della tecnologia offre all’umanità intera, e che dovrebbe permettere agli individui e alle società di fiorire pienamente, al Nord come al Sud, viene sprecato per la necessità di assoggettarlo alle logiche dell’accumulazione del capitale. Più grave ancora, i progressi continui della produttività sociale del lavoro vengono associati a uno sviluppo vertiginoso dei meccanismi di pauperizzazione (ben visibili su scala mondiale, fra l’altro per l’offensiva generalizzata contro le società contadine), come Marx aveva ben capito.
L’adesione all’alienazione ideologica prodotta dal capitalismo non colpisce soltanto le società opulente dei centri imperialistici. I popoli delle periferie –nella stragrande maggioranza esclusi dall’accesso a livelli accettabili di consumo – accecati da aspirazioni a un consumo analogo a quello del Nord opulento, perdono la coscienza che la logica di sviluppo del capitalismo storico rende impossibile generalizzare il modello in questione a tutto il pianeta.
Si comprendono allora le ragioni per cui il crollo finanziario del 2008 è stato il risultato esclusivo dell’acutizzarsi delle contraddizioni interne caratteristiche dell’accumulazione del capitale. Solo l’intervento di forze portatrici di un’alternativa positiva permette di immaginare un’uscita dal caos prodotto dall’acutizzarsi delle contraddizioni interne del sistema (io opponevo la “via rivoluzionaria” al modello di superamento di un sistema storicamente obsoleto con la “decadenza”). Allo stato attuale delle cose, i movimenti di protesta sociale, malgrado la loro notevole ascesa, restano nell’insieme incapaci di mettere in discussione l’ordine sociale associato al capitalismo degli oligopoli, per mancanza di un progetto politico coerente che sia all’altezza delle sfide.
Da questo punto di vista la situazione attuale è molto diversa da quella che prevaleva negli anni 30, quando si affrontavano forze portatrici di opzioni socialiste da una parte e di partiti fascisti dall’altra, producendo qua la risposta nazista e là il New Deal e i Fronti popolari. Non si potrà evitare che la crisi diventi più profonda, anche nell’ipotesi di un eventuale successo – non impossibile – del sistema di dominio del capitale oligopolistico. In queste condizioni la radicalizzazione delle lotte non è un’ipotesi impossibile, anche se gli ostacoli restano notevoli.
Nei paesi della triade la radicalizzazione comporterebbe il mettere in agenda l’espropriazione degli oligopoli, il che sembra escluso per il futuro immediato. Perciò non è possibile scartare l’ipotesi che malgrado le turbolenze provocate dalla crisi, non venga messa in discussione la stabilità delle società della triade. Sembra serio invece il rischio di un remake dell’ondata di lotte di emancipazione del secolo scorso, che rimetta in discussione il sistema a partire da alcune periferie.
Una seconda tappa del “risveglio del Sud” (per riprendere il titolo del mio libro pubblicato nel 2007, che offre una lettura del periodo di Bandung come primo tempo del risveglio) risulta oggi all’ordine del giorno. Nella migliore delle ipotesi, i progressi realizzati in queste condizioni potrebbero costringere l’imperialismo ad arretrare, a rinunciare al progetto demenziale e criminale di controllo militare del pianeta. E in questo caso il movimento democratico nei paesi del centro potrebbe contribuire positivamente al successo di questa neutralizzazione. Inoltre il decremento della rendita imperialistica di cui godono le società della triade, prodotto dalla riorganizzazione degli equilibri internazionali a favore del Sud (in particolare la Cina) potrebbe efficacemente aiutare il risveglio di una coscienza socialista. Ma d’altra parte le società del Sud dovranno sempre affrontare le stesse sfide del passato, con gli stessi limiti posti al loro progresso.

Un nuovo internazionalismo dei lavoratori e dei popoli è necessario e possibile.
Il capitalismo storico è tutto quel che si vuole, tranne che durevole. Non è che una breve parentesi nella storia. Rimetterlo in causa – cosa che i teorici nostri contemporanei non immaginano né “possibile” e neppure “auspicabile” – è peraltro la condizione imprescindibile dell’emancipazione dei lavoratori e dei popoli dominati (quelli della periferia, l’80% dell’umanità). Le due dimensioni della sfida non si possono dissociare. Non si potrà uscire dal capitalismo solo con la lotta dei popoli del Nord e neppure solo con la lotta dei popoli dominati del Sud. Si potrà uscire dal capitalismo solo quando, e nella misura in cui, le due dimensioni della stessa sfida si articoleranno l’una con l’altra. Non è “certo” che ciò succeda, nel qual caso il capitalismo sarà “superato” dalla distruzione della civiltà (al di là del disagio della civiltà, per usare i termini di Freud) e forse anche della vita sul pianeta. Lo scenario di un possibile remake del XX secolo resterà dunque al di qua delle esigenze di un impegno dell’umanità sulla lunga strada della transizione al socialismo mondiale. Il disastro liberista impone un rinnovamento della critica radicale del capitalismo. E’ la sfida cui oggi si confronta la costruzione/ricostruzione permanente dell’internazionalismo dei lavoratori e dei popoli, in contrasto con il cosmopolitismo del capitale oligarchico.
La costruzione di questo internazionalismo passa necessariamente per il successo dei nuovi tentativi rivoluzionari (come quelli iniziati in America Latina e in Nepal) che aprono la prospettiva di un superamento del capitalismo. Nei paesi del Sud la lotta degli Stati e delle nazioni per una mondializzazione negoziata senza egemonie – forma contemporanea dello sganciamento – sostenuta dall’organizzazione delle rivendicazioni delle classi popolari, può circoscrivere e limitare il potere degli oligopoli della triade imperialistica. Le forze democratiche nei paesi del Nord devono pure sostenere questa lotta. Il discorso “democratico” proposto e accettato dalla maggioranza delle sinistre come sono oggi, gli interventi “umanitari” condotti in suo nome, come le pratiche miserabili degli “aiuti”, escludono dalla loro considerazione il confronto reale con questa sfida.
Nei paesi del Nord gli oligopoli sono già visibilmente dei “beni comuni” la cui gestione non può essere affidata ai soli interessi particolari (la crisi ne ha dimostrato i risultati catastrofici). Una sinistra autentica deve avere l’audacia di immaginarne la nazionalizzazione, prima tappa imprescindibile nella prospettiva della loro socializzazione mediante l’approfondirsi della pratica democratica. La crisi in corso permette di immaginare la possibile formazione di un fronte di forze sociali e politiche che raduni tutte le vittime del potere esclusivo delle oligarchie.
La prima ondata di lotte per il socialismo, nel XX secolo, ha dimostrato i limiti delle socialdemocrazie europee, dei comunismi della Terza internazionale e dei nazionalismi popolari dell’epoca di Bandung, l’indebolirsi e poi il crollo delle loro ambizioni socialiste. La seconda ondata, nel XXI secolo, deve trarne le conseguenze. In particolare, bisogna associare la socializzazione della gestione economica con una più profonda democratizzazione della società. Non ci sarà socialismo senza democrazia, ma neppure alcun progresso democratico fuori dalla prospettiva socialista.
Questi obiettivi strategici invitano a pensare alla costruzione di “convergenze nella diversità” (per riprendere l’espressione del Forum mondiale delle alternative) delle forme di organizzazione e di lotta delle classi dominate e sfruttate. E non è mia intenzione condannare aprioristicamente le forme che, alla loro maniera, vogliano riprendere le tradizioni delle socialdemocrazie, dei comunismi e dei nazionalismi popolari, o vogliano abbandonarle.
In questa prospettiva, mi sembra necessario pensare a un rinnovamento del marxismo creativo.
Marx non è mai stato tanto utile e necessario per capire e trasformare il mondo come lo è oggi, ancora più di ieri. Essere marxista in questo senso significa partire da Marx e non fermarsi a lui, a Lenin o a Mao, come hanno teorizzato e praticato i marxismi storici del secolo scorso. Bisogna rendere a Marx quel che gli compete: l’intelligenza di aver iniziato un pensiero critico moderno, critico della realtà capitalistica e critico delle sue rappresentazioni politiche, ideologiche e culturali.
Il marxismo creativo deve avere lo scopo di arricchire senza esitazioni questo pensiero critico per
eccellenza. Non deve temere di integrare tutti gli apporti della riflessione, in tutti i campi, compresi gli apporti che sono stati considerati, a torto, come “estranei” dai dogmatici dei marxismi storici del passato.

Solo una netta sconfitta delle politiche guerrafondaie USA di Bush e ora di Obama avvierà politiche di pace

La sciagura afgana

Il rebus Afghanistan rimane. Quando si rifinanzio’ la missione e ci fu lo sconquasso nel gruppo di Rifondazione nelle due camere, per noi senatrici vi era un’ulteriore difficolta’: le donne afghane delle due organizzazioni la’ esistenti ci avevano chiesto di non far andare via i soldati italiani, perche’ i Talebani erano molto peggio e Karzai un corrotto e inaffidabile (come poi si e’ visto).
Personalmente cercai di dare una risposta al rebus e proposi di rifinanziare la missione con alcune condizioni che ora non mette conto riprendere, ma soprattutto chiedendo che, quando dovessero essere avvicendati i militari italiani, per riduzione del danno si inviasse la Finanza, militari armati ma non combattenti (adesso senza alcun passaggio in Parlamento La Russa ha inviato Corpi speciali e Folgore).
Perche’ avevo proposto la Finanza? Anche e soprattutto perche’ era addxta a tenere sotto controllo il raccolto del tabacco quando in Italia era monopolio di stato e avrebbe potuto tenere sotto controllo il raccolto del papavero da oppio, per rivenderlo alle ditte farmaceutiche per fare antidolorifici legali e garantire ai contadini un guadagno legale a prezzi di mercato.(E’ anche un suggerimento dell’OMS).
Invece i militari americani, dopo essersi riforniti di eroina bruciavano i raccolti, e invece i Talebani li difendevano e difendono: non e’ lampante che l’unica operazione militare (non bellica) e politica era quella di impedire che si stringesse una alleanza tra contadini e talebani? Ebbene adesso dopo altri mesi di guerra cieca e sempre piu’ rivolta anche contro i civili, l’alleanza e’ stretta e organica. Fui molto irrisa e anche insultata allora dai pacifisti e nonviolenti piu’ puri e non disposti a ragionare. Oggi quella soluzione non e’ piu’ proponibile poiche’ l’alleanza tra contadini e talebani e’ fatta e Karzai si mostra in tutta la sua bruttura.
Dall’Afghanistan non si esce senza una palese dichiarata sconfitta degli USA e di Obama. Resta irrisolta anche in questo caso la questione del destino delle Donne che rimarrebbero allo sbando e oggetto di tutte le piu’ atroci vendette.
Si potrebbe proporre di ritirare tutte le truppe straniere, che Karzai si dimetta e si indicano elezioni presto sotto il controllo delle N.U. e che un corpo di caschi bianchi resti comunque a tutela dei diritti delle donne secondo i testi internazionali (Dichiarazione dei diritti umani), dopo che siano state abrogate le leggi che le espongono a una intollerabile condizione di inferiorita’.

Lidia Menapace