28 marzo 2009


Ecco il simbolo per le europee che è stato presentato alle ore 12.00 nella conferenza stampa cui hanno partecipato: Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti Italiani, Cesare Salvi, coordinatore nazionale di Socialismo 2000 e Bruno De Vita del Movimento dei Consumatori Uniti. Ha sottolineato Paolo Ferrero che tutte le forze politiche dell'alleanza si riconoscono nel Gruppo Unitario della Sinistra al Parlamento europeo e che la lista è fortemente connotata su una critica forte al sistema capitalistico e al liberismo moderno.

Il governo stravolge il Testo Unico varato da Prodi. Paolo Ferrero, segretario Rifondazione Comunista: «Vergogna»

C’è «licenza di uccidere».
Meno regole e più soft per
la sicurezza al lavoro

Mille e cento morti. Ogni anno. Destinati a diventare di più, molti dipiù. Perché è accaduto che la destra, la destra che governa questopaese, con un colpo di mano abbia deciso, ieri, di attenuare le normeantinfortunistiche e, soprattutto, abbia deciso di ridurre le sanzionicontro le imprese che non rispettano gli standard di sicurezza. D’orain poi chi «risparmia» sulla salute, sulla vita dei dipendentidovrebbe andare incontro ad una sanzione. Ad una multa. Massimo,ottomila euro. Le sanzioni penali, se mai ci saranno, sarannocircoscritte ai casi gravissimi. Per capire: con le nuove norme forsesarebbe stata condannata solo la Thyssen. Forse.Tutto è avvenuto ieri, si diceva, al consiglio dei ministri. Ilresponsabile del Welfare, Sacconi ha presentato un decreto - il cuitesto comunque ancora non è stato reso pubblico -, correttivo dellalegge che regola la materia. Legge che fu l’ultimo atto del governoProdi. L’esecutivo di centrosinistra, già sfiduciato dalle Camere, loapprovò in fretta e furia, per superare le resistenze dellaConfindustria. Era un impegno che le forze di sinistra avevano presocol sindacato ed era evidente a tutti che, se non fosse statoapprovato subito, non lo sarebbe stato mai più. Così, fu dato il vialibera ad un insieme di norme. Alcune però scritte davvero troppovelocemente. Prodi decise allora di varare una «legge delega» percorreggere alcune contraddizioni.Ed è proprio sfruttando questa «delega» che il centrodestra ha varatoieri le nuove norme. Che stravolgono l’impianto, la «filosofia» delleleggi - raccolte nel Testo Unico - volute dal centrosinistra. Conun’aggravante: questa procedura non prevede passaggi parlamentari.Della mostruosità legislativa - non è un’esagerazione, un po’ tuttigli osservatori l’hanno definita così - non si discuterà in aula,insomma. Ci sarà al massimo un confronto con le forze sociali, poidiventerà operativa.Degli aspetti più aberranti, s’è già detto. Ma c’è molto altro. Coldecreto deciso ieri la «competenza» delle questioni che riguardano lasicurezza dovrebbe essere tolta alle strutture sindacali di base. Nonsaranno più le Rsu ad occuparsene, insomma. Le aziende tratterannosolo col delegato alla sicurezza. E solo con lui.E ancora. Di ancora più «meschino», sempre per usare le espressioniutilizzate ieri. D’ora in poi, grazie alle nuove leggi delcentrodestra, sarà possibile «demansionare» un lavoratore. Sì, perchéanche attraverso questo decreto, il governo interviene perregolamentare al ribasso la contrattazione sulle condizioni di lavoro.Prima, infatti, la legge individuava una serie di attività«pericolose» dalla quale dovevano essere esclusi alcuni soggetti. Checomunque non potevano essere dequalificati. Ora invece se undipendente non può svolgere una mansione pericolosa, potrebbe esseretranquillamente «retrocesso» nel mansionario. Conserverà solo ilvecchio salario ma potrà essere impiegato in qualunque altra attività.Infine, naturalmente, la parte che più fa gridare allo scandalo:quella che si riferisce alle sanzioni. Prima, davanti alleinadempienze delle imprese, era il giudice a decidere se dare corso adun procedimento penale o elevare una multa. D’ora in poi non sarà piùcosì: basterà pagare. Tranne, s’è detto, casi gravissimi (di cuimanca, per altro, ancora la definizione dettagliata).Ce n’è quanto basta, insomma, perché tutti urlino il proprio sdegno.Urlare è il verbo giusto comunque: stavolta non si pesano tanto leparole, non si va per il sottile. Così c’è il segretario della Cgil,Epifani, che parla di «errore grave. Incomprensibile». Più esplicitoil segretario della Fiom, Cremaschi - che è anche responsabile dellasicurezza dell’organizzazione - che senza tanti giri di parole diceche «per colpa del governo ci saranno più morti». E c’è - sul versantepolitico - il segretario del Prc, Ferrero. Anche lui diretto:«Vergogna. La vita dei lavoratori a parere del governo non è degna diessere tutelata. Il governo protegge gli interessi dei padroni allafaccia della sicurezza dei lavoratori».Di più. L’ex ministro Fabio Mussi, ora uno dei leader di Sinistrademocratica, mette in parallelo la legge che vieta il testamentobiologico e il decreto di ieri. Per dire che siamo di fronte ad unavera e propria «due giorni delinquenziale: giovedì - in nome dellavita - il corpo di malati estremi privi di coscienza vienestatalizzato contro la loro volontà; il venerdì - in nome del profitto- si amplia la libertà di uccidere lavoratori vivi e coscienti».E assieme a queste dichiarazioni, c’è quella più «nel merito» diPatta, ex sottosegretario del governo Prodi, uno degli estensori dellanormativa: «Le modifiche contrastano coi principi della direttivaeuropea e con lo Statuto dei lavoratori». E, una volta tanto, al corosi uniscono anche i dirigenti del piddì. Primo fra tutti l’ex ministroDamiano: il governo ha scelto di abbassare la guardia su un tema cosìrilevante.Si potrebbe continuare a lungo, ma il senso è chiaro. Resta da direche il decreto - e anche questo basterebbe a valutarlo - è statosalutato positivamente dalla Confindustria. E resta da dire dellaCisl. La seconda confederazione ha parlato attraverso il segretarioRenzo Bellini, responsabile della sicurezza. Che usa parola gravi:«Ora che il consiglio dei ministri ha formalizzato la posizione delgoverno si deve avviare al più presto la fase di concertazione con leparti sociali per trovare il massimo di condivisione possibile.Durante questo confronto porteremo proposte per migliorareulteriormente il testo». A lui, insomma, quel decreto non dispiace. Maè davvero l’unico a pensarla così. Oltre agli imprenditori, naturalmente.





Liberazione


del 28/03/2009

23 marzo 2009

America latina, dove la sinistra antagonista continua a vincere in tutto il continente

EL SALVADOR. CONTINUA L'ONDA LUNGA LATINO AMERICANA

Il Salvador è stato per decenni in mano alle oligarchie più reazionarie e sanguinose dell'America
latina. Il fatto che la sinistra governi ora quel Paese, con la vittoria nelle ultime elezioni presidenziali da parte di Mauricio Funes e del Fronte Farabundo Marti, e dopo quasi 20 anni dagli accordi di pace che posero fine alla sanguinosa guerra civile, non è semplicemente un'alternanza.
Nella storia del Salvador non c'è stata solo la fase della guerriglia del Fmln. E' una lunga storia di
repressione e dittature, le cui vittime sono stati innanzi tutto i comunisti e le forze progressiste di
quel Paese. Comunista era il leader carismatico del Fmln, il Comandante Shafik Handal, leader del Partito Comunista che costruì, insieme ad altre formazioni rivoluzionarie, l'organizzazione guerrigliera, oggi partito politico maggioritario. Un marxista di origine palestinese, nato da una di quelle famiglie che hanno animato le lotte per la terra e la riforma agraria. Come quelle che negli anni '30, il generale Martínez represse brutalmente, assassinando in pochi mesi quasi trentamila contadini.
Insieme al Nicaragua sandinista, negli anni '80 El Salvador ha rappresentato il paradigma della
sistematica ingerenza statunitense. Prima con massacri e bombardamenti, poi con la cosiddetta
"guerra di bassa intensità" di Washington, attraverso la creazione degli "squadroni della morte"
(poi trasformati in partito, Arena), braccio armato del terrorismo di Stato e principale responsabile delle violazioni dei diritti umani durante la guerra civile (1980-1992). Fra le vittime delle centinaia di omicidi politici, tutti ricordano l'Arcivescovo Oscar Romero, assassinato il 24 marzo del 1980. Ma con la fine del conflitto armato (con quasi 80mila morti), l'ingerenza statunitense non è certo finita.
La sua presenza è continuata, con un peso asfissiante nel tessuto socio-economico. La misura più
emblematica è stata la scomparsa della moneta nazionale, sostituita dal dollaro. E l'ingerenza statunitenseè proseguita fino ad oggi.
A parte la Colombia, negli ultimi 20 anni, in America Latina nessuno ha seguito più disciplinatamentei diktat statunitensi. Per tutte questa ragioni, non siamo di fronte a una vittoria qualunque. E la conferma dell'onda lunga della primavera latino americana. Di quella che vede paese dopo paese scegliere una via d'uscita da sinistra ai decenni bui del neoliberismo. La vittoria del Fronte è il riscatto delle decennali battaglie per l'emancipazione di un popolo.
Oggi l'Fmln e il neo-presidente Mauricio Funes si trovano ad affrontare una situazione difficilissima sul piano sociale ed economico. I dati ufficiali del governo parlano di una povertà al 38%. Ma se si tiene conto della disparità tra il costo della vita (circa 350 dollari al mese in città) ed il salario minimo (circa 200 dollari), ciò significa che il 60-70% della popolazione vive in una situazione di povertà.
E' questa la causa principale dell'enorme emigrazione (tra le 500 e le 700 persone al giorno, di
cui circa tre milioni negli Usa) che invia rimesse che rappresentano il 17% del Pil.
El Salvador è uno dei Paesi più violenti al mondo con un altissimo tasso di omicidi. Fino ad oggi il
governo aveva incolpato le "pandillas", ma molti di quegli omicidi sono stati commessi dai vecchi e nuovi squadroni della morte e l'aumento allarmante della criminalità si è avuto proprio durante la gestione dell'ex-capo della Polizia Nazionale, Rodrigo Avila, il candidato presidenziale di Arena. A questo si aggiunge una corruzione dilagante che ha svuotato le casse pubbliche e un'evasione
fiscale alle stelle.
Governare in queste condizioni per l'Fmln sarà una sfida non facile. Ma i popoli latino-americani
dimostrano che si può cambiare, anche eleggendo governi di sinistra che si battono contro il neoliberismo del passato, dando vita a processi di sviluppo autonomo, di democratizzazione, di integrazione e unità regionale. Liberando la terra da chi imprigiona i sogni. I sogni, di chi come Shafik Handal, scomparso due anni fa dopo aver celebrato in Bolivia un'altra storica vittoria della sinistralatinoamericana, quella di Evo Morales in Bolivia, oggi stanno diventando realtà.

di Fabio Amato e Marco Consolo
Rifondazione Comunista
Dipartimento Internazionale

21 marzo 2009

Le tragiche magie del leghista Maroni, fa "scomparire" persone in carne, ossa e sofferenza

IL MINISTERO DELL'INTERNO DA’ I NUMERI

Questa volta il ministro Maroni dà proprio i numeri. Secondo una agenzia ANSA del 18 marzo, “dal 1 gennaio al 15 marzo in Puglia e Calabria non si sono registrati arrivi”. Evidentemente la prassi dei respingimenti “informali” adottati dall’Italia nei confronti dei potenziali richiedenti asilo afghani ed iracheni che da Patrasso raggiungono i porti dell’Adriatico, Brindisi, Bari, Ancona e Venezia, permette agli esperti di statistica del ministero dell’interno di “fare scomparire” le centinaia di migranti, anche minori di età, che vengono respinti settimanalmente verso l’inferno di Patrasso. E dovrebbe essere a tutti noto , anche in base all’ultimo Rapporto del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa Hammarberg, che in Grecia, per un afghano o un iracheno, è impossibile presentare con qualche probabilità di successo una domanda di asilo o di protezione internazionale. Persino il Consiglio di Stato se ne è accorto e con una recente ordinanza ha sospeso la operatività del Regolamento Dublino, bloccando la riammissione di un richiedente asilo che era giunto in Italia e che il Ministero dell’interno- Unità Dublino voleva rispedire in Grecia. In questo modo il Consiglio di stato ha confermato che i rilievi critici dell’Alto Commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati, stilati in un rapporto del 15 aprile 2008, sono ancora fondati e che in Grecia non sono garantiti né il diritto di chiedere asilo, né, tantomeno, una procedura equa ed imparziale, come sarebbe richiesto dalle Direttive comunitarie che pure la Grecia ha attuato nel proprio ordinamento. Di tutto questo sembra non accorgersi solo Maroni che, per rassicurare gli italiani che lo premiano con il loro consenso, continua a fare “scomparire”, persino dalle statistiche, i migranti in fuga dalla Grecia che raggiungono i porti dell’Adriatico. In realtà, come confermato dalle agenzie ANSA del 7 e del 9 marzo scorsi, che seguono, in soli due giorni di questo mese, alle frontiere portuali pugliesi sono giunti più di sessanta immigrati “irregolari”. Per il Ministro sarebbero semplicemente “azzerati”. Qualche volta la coperta è davvero troppo corta, e le statistiche di comodo, che dovrebbero nascondere il fallimento delle politiche del governo in materia di immigrazione ed asilo, sono già smentite dalle stesse fonti di informazione che le propagandano. Tra breve vedremo sul territorio e non solo nelle dichiarazioni e nella contabilità dei politici, quali saranno gli effetti degli accordi tra Italia, Libia e Tunisia. Di certo sono già numerosi i migranti irregolari che, dopo avere ricevuto un provvedimento di respingimento o di espulsione, vengono rimessi in libertà con l’intimazione a lasciare entro cinque giorni il territorio nazionale, perché dopo il prolungamento a sei mesi del periodo di detenzione amministrativa i posti nei CIE. E il peggio deve ancora avvenire, con l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza che introduce il reato di immigrazione clandestina, che aprirà la stagione della delazione di massa, magari ad uso e consumo di caporali e padroncini, determinando un aumento esponenziale degli immigrati che dovrebbero essere rinchiusi nei CIE, quando non potranno essere rimpatriati immediatamente. Una politica che sbarra le vie di ingresso legale, come si è verificato con il blocco dei decreti flussi per lavoro non stagionale, una politica che in nome della sicurezza e della difesa degli egoismi, scatena la guerra tra poveri e si risolve in scelte che producono effetti criminogeni, in quanto il proibizionismo sta moltiplicando il potere ed i guadagni delle mafie che speculano sull’immigrazione irregolare. Peccato che si diano i numeri sbagliati e che quando si interviene con azioni repressive i primi a pagarne le conseguenze siano proprio gli immigrati che sono stati “costretti” all’ingresso”clandestino” dall’assenza di vie di accesso legali, persino se sono minori o richiedenti asilo. Come succede regolarmente alle frontiere portuali dell’Adriatico.

Fulvio Vassallo
Paleologo Università di Palermo

IMMIGRAZIONE: SCOPERTI IN PORTO BARI AFGHANI NASCOSTI SU TIR
- BARI, 9 MAR - Agenti di polizia di Frontiera hanno scoperto nel porto di Bari 42 immigrati clandestini di nazionalità afghana nascosti in un autoarticolato, con targa tedesca, guidato da un cittadino greco, Efstathios Chrysafidis, di anni 36, che è stato arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il mezzo era appena sbarcato dalla motonave 'Blue Horizon' in arrivo dal porto di Patrasso. Uno degli immigrati ha detto di aver pagato 7000 dollari ai componenti di un'organizzazione che gestisce il traffico illecito. A quanto si è saputo, gli agenti hanno sospettato qualcosa quando si sono accorti che, nonostante il mezzo trasportasse 40 quintali di pesce, il rimorchio frigo era spento: nel corso di un'ispezione hanno visto che le cassette di pesce erano disposte in modo tale da lasciare spazio ai clandestini e questi ultimi avevano anche delle coperte. Nel corso delle operazioni di controllo, gli agenti hanno arrestato anche un cittadino olandese nato nello Sri Lanka, Sithamprapillai Sakhatv, di 48 anni, che trasportava nella propria Ford Escort, con targa olandese, un altro cittadino dello Sri Lanka che aveva un falso documento d'identità.(ANSA).

IMMIGRAZIONE: CLANDESTINI NASCOSTI SU TIR IN PORTO A BRINDISI
7 MAR - Un gruppo di 18 clandestini di nazionalità irachena, palestinese e afgana è stato scoperto nel porto di Brindisi da agenti della polizia di frontiera. Alcuni di loro erano nascosti su alcuni camion, altri addirittura tra le ruote motrici dei mezzi pesanti: sono stati tutti respinti alla frontiera. Alcuni di loro avevano con sè lamette da barba spezzate a metà. Gli investigatori non escludono gli immigrati avessero in animo di servirsene per procurarsi delle ferite in caso di necessità e farsi così ricoverare in ospedale da dove poi poter fuggire in maniera relativamente facile. (ANSA).

Italia, paese razzista e schiavista, ora non lo denunciano solo i comunisti

IMMIGRATI, PAROLE ONU INEQUIVOCABILI FRUTTO DI DESTRA RAZZISTA E XENOFOBA AL GOVERNO

Le parole che l’Ilo, agenzia internazionale dell’Onu, usa per descrivere il trattamento che gli immigrati e i rom ricevono in Italia e la conseguente violazione di diverse norme di diritto internazionale non potrebbero essere più nette e definitive.
“È evidente e crescente l’incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia.
Nel paese persistono razzismo e xenofobia anche verso richiedenti asilo e rifugiati, compresi i Rom”, scrive l’Onu, e in questo modo segnala platealmente quello che come Rifondazione e associazioni antirazzismo denunciamo da tempo: la destra più becera, razzista e xenofoba è al governo e questi sono i risultati della sua azione di governo.

Paolo Ferrero
Segretario nazionale Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

19 marzo 2009

L'articolo è l'introduzione al libro «I padrini del Ponte» di Antonio Mazzeo, ancora inedito.

Il Ponte sullo Stretto
e le mafie

Pubblichiamo un articolo di Umberto Santino, del Centro di documentazione Peppino Impastato, a proposito degli interessi che ruotano attorno all'affare Ponte sullo Stretto.

Durante la campagna per le elezioni politiche e regionali del 13 e 14 aprile 2008 il fantasma del Ponte sullo Stretto di Messina è tornato a materializzarsi assumendo un ruolo centrale sia nei programmi di Berlusconi che in quelli di Lombardo, candidato alla presidenza della Regione siciliana dopo le dimissioni di Cuffaro. Con il trionfo di entrambi si parla di affrettare i tempi per la posa della prima pietra. Ci sono già le date: nel 2010 dovrebbero iniziare i lavori, e dovrebbero essere ultimati nel 2016. Rischiano così di essere spazzate via tutte le osservazioni che sono state mosse alla costruzione della megaopera: il Ponte è inutile, è dannoso, si inserisce in un’area tra le più sismiche del pianeta, è una voragine di soldi che potrebbero essere spesi per promuovere un reale sviluppo della Sicilia e della Calabria. Il Ponte vogliono farlo, sia Berlusconi che Lombardo, perché sarebbe qualcosa come le piramidi per i faraoni, un monumento con cui consegnarsi alla storia. E, tenendo conto di come sono fatti tali personaggi, l’immagine delle piramidi sembra fatta su misura per loro. Ma è un’immagine che può andare benissimo non solo per la grandiosità del progetto ma soprattutto perché esso è una summa ancora più grande di interessi.

Solo pizzi e dintorni?
Sul ruolo che la mafia, le mafie, potrebbero avere nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina sono apparsi in questi ultimi anni articoli, resoconti di ricerche e di inchieste, considerazioni all’interno delle relazioni della Direzione investigativa antimafia. Eppure il quadro che emerge da gran parte di queste prese di posizione può considerarsi inadeguato. Poiché inadeguata è l’idea di mafia che sta alle loro spalle. Una mafia che al più potrebbe esercitare la vecchia pratica dell’estorsione-protezione, rispolverata da analisi di successo, nonostante la loro evidente infondatezza o parzialità; potrebbe accaparrarsi subappalti, fornire materiali, reclutare manodopera, lucrare in mille modi ma comunque limitarsi a un ruolo parassitario-predatorio. Questo libro, sulla base di una documentazione rigorosa, dà un’immagine diversa, poiché parte da un’idea di mafia molto più complessa. Non solo e non tanto la cosiddetta “mafia imprenditrice” di cui si è parlato a partire dagli anni ‘80, in base a un’analisi frettolosa e superficiale, ma una mafia finanziaria, forte di un’accumulazione illegale sviluppatasi esponenzialmente e quindi in grado di giocare un ruolo da protagonista e non da parente povero dei grandi gruppi imprenditoriali. La stampa ha parlato di personaggi come l’anziano ingegnere Zappia, ma scorrendo le pagine di questo libro si incontrano gruppi e figure che non lasciano dubbi sulla loro natura e sulle loro intenzioni. In primo luogo la mafia siculo-canadese, dagli storici Caruana e Cuntrera a Vito Rizzuto, poi i signori del petrolio, tutti personaggi indicati con nomi e cognomi e sulle cui disponibilità finanziarie non si possono nutrire dubbi. E questo campionario non è il frutto di una sorta di chiamata di correo general-generica ma poggia sulla base di relazioni ricostruite con puntigliosa precisione attraverso una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, anche se non definitive.

L’inchiesta Brooklyn e il contesto mondiale
La fonte più significativa è l’inchiesta Brooklyn, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, al cui centro è un’operazione orchestrata dalla mafia siculo-canadese per investire 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga. Giuseppe Zappia e la sua cordata nel 2004 sono stati esclusi dalla gara preliminare per il general contractor e l’ingegnoso professionista si è affrettato a indicare una fonte finanziaria insospettabile: una società in mano alla famiglia reale dell’Arabia Saudita che prenderebbe i soldi dal business del petrolio. Il quadro che emerge dall’inchiesta è uno spaccato significativo del capitalismo reale contemporaneo, in cui l’accumulazione illegale convive con quella legale, accomunate da processi di finanziarizzazione speculativa per cui diventa sempre più difficile distinguere i due flussi. È una prospettiva indicata da tempo da chi scrive, per anni in sostanziale isolamento, e che a lungo andare si è presentata come la più adeguata per capire l’evoluzione dei fenomeni criminali e la permeabilità del contesto economico, politico e istituzionale. Il quadro si amplia ulteriormente se si considerano le vicende belliche recenti e in corso, che hanno fatto degli ultimi anni una micidiale mistura di violenze che consegnano un tragico testimone al nuovo millennio. Se il Novecento è stato il secolo, tutt’altro che breve per chi l’ha vissuto, che ha visto rivoluzioni abortite e totalitarismi tra i più feroci, ma pure tra i più legittimati dal consenso delle folle, della storia dell’umanità, il Duemila nasce all’insegna della contrapposizione tra guerra e terrorismo, entrambi elevati a religione identitaria, in un duello barbarico che impropriamente si definisce “scontro di civiltà” mentre sarebbe più congruo parlare di morte delle civiltà. Cosa c’entra tutto questo con il Ponte? Nelle pagine del libro troviamo vecchi e nuovi personaggi, alcuni notissimi, altri meno, che all’interno del mondo finanziario si incontrano e danno vita a un carosello che sembra fatto per confondere le acque ma in cui tutto sommato è possibile seguire il filo degli interessi e ricostruire il gioco delle parti. I dignitari arabi chiamati in causa da Zappia sarebbero personaggi che direttamente o indirettamente sono legati agli strateghi del terrorismo internazionale. Qualche esempio: risulta che il Saudi Binladin Group opera congiuntamente con Goldman & Sachs che ha una partecipazione del 2,84 % in Impregilo, la società che si è assicurata la costruzione del Ponte, mentre un altro gruppo, l’ABN Amro, sempre in collegamento con la società della Famiglia Bin Laden, ha il 3%. Si dirà: i familiari di Osama non sono direttamente coinvolti nel terrorismo islamico, ma i movimenti islamisti radicali che si ispirano al wahhabismo contribuiscono a costruire e diffondere un credo identitario che costituisce il contesto ospitale per scelte che portano in quella direzione. E gli affari sono affari per tutti, anche se ci si trova ad operare in schieramenti contrapposti. Al di là di credi religiosi, di fedi politiche, il business è una sorta di dio unico di un monoteismo devotamente praticato da chi ha capitali da investire e interessi da far valere. Le grandi opere sono uno dei terreni principali in cui si cementano i blocchi sociali e si formano e consolidano le borghesie mafiose. Non è una novità. Tra le grandi opere spicca per la sua emblematica esemplarità l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, un vero e proprio crocevia in cui si incontrano tutti: grandi imprese, famiglie mafiose, storiche ed emergenti, politici e amministratori di varia estrazione, ormai tutti, o quasi tutti, accomunati dal credo del business a portata di mano. E anche in questi casi non si tratta solo di pagare pizzi, “rispettare” competenze territoriali, ma di cointeressenze, proficue per tutti. Più che di accoppiamenti forzati si deve parlare di matrimoni consensuali. Tutto questo si consuma in un contesto, come quello in cui viviamo, in cui l’illegalità è una risorsa, la sua legalizzazione è un programma, l’impunità è una bandiera e uno status symbol. E il consenso non manca. Un’opera come il Ponte, nonostante le voci contrarie, coniuga perfettamente interessi mirati e diffusi. Fa da collante per una formazione sociale che ha radici storiche e ottime prospettive di futuro. Il libro di Mazzeo delinea questo percorso e rilancia l’allarme. Come tale si inserisce in un dibattito che ha conosciuto momenti significativi ma che da qualche tempo si è assopito. Ed è assente, o quasi, proprio ora che ci si prepara alla liturgia della prima pietra. Quel che mi sembra vada sottolineato è che non si tratta di sposare una visione secondo cui qualsiasi opera, grande o piccola che sia, vada esorcizzata, in nome di un fondamentalismo ambientale che vuole, riuscendoci o meno, sbarrare il passo a qualsiasi intervento umano su una natura che da millenni è ben lontana dall’essere incontaminata. L’ambientalismo non può essere ridotto a una sequela di no, ma dovrebbe essere capace di porsi come alternativa, praticabile e concreta. Ed è proprio questa alternativa che, dopo il crollo delle grandi narrazioni, è venuta a mancare, anche se non mancano proposte credibili. Ma è il quadro generale che non c’è. E non vuol dire neppure bloccare i lavori non appena si sente odore di mafia. Un’opera pubblica, piccola o grande che sia, se è utile, se è necessaria, va fatta e se la mafia cerca di metterci le mani bisogna fare di tutto per tagliargliele. Se c’è la volontà di farlo, è possibile: dovrebbe essere chiaro che non esiste nessuna Piovra, inconoscibile e imbattibile. Ci sono mafie, con uomini in carne e ossa, che è possibile individuare, combattere e sconfiggere. Non certo inviando eserciti, che servono soltanto a simulare un controllo del territorio meramente simbolico e spettacolare. Le mafie si sconfiggono solo se si spezzano i legami che le hanno fatto e le fanno forti. E l’inchiesta in corso di svolgimento sugli interessi mafiosi legati al Ponte può andare a segno solo se non è un fatto isolato, frutto di un atto pilatesco che delega ancora una volta ad alcuni magistrati quello che dovrebbe essere l’impegno di uno schieramento più ampio. C’è da chiedersi se il cantiere per costruire un ponte culturale, sociale e politico, lanciato verso un futuro diverso, sia aperto e operante o faccia parte di un desiderio destinato a rimanere tale.

Umberto Santino
Centro documentazione Peppino Impastato

17 marzo 2009

Governo e padroni affossano il Testo Unico. Serve uno sciopero generale per difendere la sicurezza sul lavoro

Basta morti in nome del profitto
...per una manifestazione nazionale a Taranto il 18 aprile


Dopo la manifestazione del 6 dicembre, in occasione dell’anniversario della strage della ThyssenKrupp (5000 in piazza a Torino) l’assemblea nazionale della Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro lancia un altro appello: il 18 aprile tutti a Taranto!

Il 2009 si è aperto con il solito tragico ritmo di morti e infortuni sul lavoro con cui si erano chiusi gli anni precedenti e, in poco più di due mesi, siamo già a quasi cento morti e migliaia di infortuni. La crisi economica e la precarietà dilagante creano le condizioni di sempre maggiore ricattabilità e instabilità lavorativa che costringe i lavoratori ad accettare condizioni di sfruttamento sempre maggiori. Il governo Berlusconi pensa agli aiuti alle imprese ed alle banche, mentre per i lavoratori non si prevedono neanche i fondi minimi per attuare le norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro o per salvaguardare i salari falcidiati dalla cassaintegrazione.

Al contrario, gli attuali tentativi di cancellazione della contrattazione collettiva nazionale e del diritto di sciopero aumentano la condizione di insicurezza per centinaia di migliaia di lavoratori che, di fronte allo spettro della discoccupazione, si trovano a dover scegliere tra lavori sempre peggiori, meno tutelati e meno pagati oppure a fare la fame.

E’ positivo il fatto che nel processo contro la ThyssenKrupp in corso a Torino, nonostante l’ostruzionismo dei legali della multinazionale, i padroni siano imputati per omicidio volontario e gli operai vengano riconosciuti come parte civile. Ma nell’azione giuridica a tutela della salute sul lavoro gli strumenti a disposizione vengono ulteriormente spuntati dal governo e dai padroni.

Infatti, l’attuale esecutivo ed i suoi ministri stanno conducendo un attacco pesante anche alle più piccole conquiste ottenute nel d.lgs. n. 81 del 9 Aprile 2008 (il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro). Con il decreto cosiddetto “Milleproroghe” sono state rinviate di mesi misure importanti come la valutazione dello stress sul lavoro, l’obbligo di assicurare una data certa al documento sulla valutazione dei rischi (e relative sanzioni), il divieto di effettuare visite mediche preventive prima di assumere un lavoratore (in violazione dello Statuto dei lavoratori) e l’obbligo di comunicazione all’Inail degli infortuni di durata superiore a un giorno.

Non solo. L’ultimo emendamento a questo decreto abolisce addirittura i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) nelle aziende con meno di 15 dipendenti e rinvia di una anno l’applicazione di ogni norma in settori a rischio come il trasporto aereo, marittimo e ferroviario!

E intanto vengono licenziati gli RLS da De Angelis a Pianeta, da Palumbo ai delegati dell’Ilva ....

Con l’aggravarsi di una crisi sempre più pesante per i lavoratori e in un clima di totale restaurazione filo-padronale, le aziende investiranno sempre di meno sulla sicurezza sul lavoro e sulle misure antinquinamento che da loro vengono viste come un mero “costo” su cui risparmiare. Così ai morti sul lavoro si aggiungono i morti per malattie professionali e quelle sul territorio da inquinamento
Di fronte a questo panorama non possiamo restare passivi, dobbiamo mobilitarci!

SABATO 18 APRILE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TARANTO
PER LA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO,
CONTRO LA SALUTE NEGATA E LA PRECARIETA’


A Taranto perchè l'l’ILVA è la fabbrica con più morti sul lavoro d'Italia, perchè è la città simbolo con più infortuni, malattike professionali tumori , inquinamento e devastazione dell'ambiente.

Riva è il padrone con più profitti d’Italia. Il padrone più processato in Italia per omicidi bianchi, inquinamento, truffa ed estorsione, mobbing e per il lager della “palazzina LAF” (operai stipati otto ore al giorno in una palazzina fatiscente, senza lavorare, per spingerli a lasciare ogni tipo di attività sindacale o accettare il declassamento del proprio livello raggiunto dopo anni di duro lavoro).

Una manifestazione ancora una volta da costruire città per città, posto di lavoro per posto di lavoro, con la chiamata a raccolta dei lavoratori, degli RSU e degli RLS, dei sindacati di base e di classe, della FIOM e delle organizzazioni sindacali nazionali e locale, delle associazioni familiari, ispettori, tecnici della prevenzione, medici, giuristi, iintellettuali e artisti; con delegazioni di lavoratori metalmeccanici, chimici, edili, dei porti, delle ferrovie, degli appalti. Le rappresentanze delle vertenze simbolo come la Thyssen, Portomarghera, Fincantieri, la ex-GoodYear, ecc...Con la costruzione unitaria della partecipazione operaia, popolare, associativa di Taranto e di tutta la Puglia.

- Per uno sciopero generale sulla sicurezza sul lavoro.
- Per il rafforzamento e l’elezione diretta degli RLS in ogni luogo di lavoro indipendentemente dalla sua dimensione.
- Per l’estensione di tutti i diritti e le tutele minime ai lavoratori precari e a tutta la catena degli appalti e delle esternalizzazioni.
- Contro la distruzione e per il rafforzamento del Testo Unico sulla Sicurezza.
- Contro l’attacco alla contrattazione nazionale ed al diritto di sciopero.


Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
Le adesioni vanno inviate a: manifestazione18aprile@gmail.com

13 marzo 2009

Con il consenso degli italioti vanificano indisturbati tutte le garanzie costituzionali annullando anche il diritto alla parola attiva dello sciopero

Così la Lega mobilita i sentimenti «cattivi» della popolazione

Stiamo assistendo ormai da mesi a un ripetitivo e pericoloso gioco a tre in materia di immigrazione e sicurezza che coinvolge la Lega, i media e il governo. E' sempre più difficile fare un elenco esauriente di tutte le proposte e le iniziative che hanno via via attirato l'attenzione del pubblico ed alimentato servizi informativi, dibattiti e talk show: dalle classi differenziate dei giovani immigrati alla denuncia dei clandestini che ricorrono alle cure mediche, alla castrazione chimica ai pedofili, alle tasse di soggiorno per gli immigrati. La Lega esercita tutta la sua creatività per inventare iniziative e misure sempre più crudeli e raffinate per punire in modo esemplare alcuni tipi di reato ma soprattutto per rendere impossibile la vita degli immigrati nel nostro paese. I media gestiscono alcuni episodi di cronaca nera in modo tale da diffondere, al di là delle loro intenzioni, le emozioni e il clima di opinione più favorevole per giustificare il continuo rilancio delle proposte leghiste. Il governo Berlusconi prima annuncia e poi - almeno in parte - fa approvare decreti e disegni di legge che recepiscono e legittimano la sostanza delle proposte inventate dal Carroccio. Si tratta di un gioco a tre che si autoalimenta e si ripete con lo stesso formato, producendo effetti sempre più profondi e duraturi sull'opinione pubblica, il senso comune e sui valori su cui si fonda la convivenza civile. Un gioco che crea le premesse per chiamare alla mobilitazione i cittadini non solo per firmare petizioni ai gazebo ma anche per promuovere ronde e spedizioni punitive contro gli immigrati, i rom e chiunque appaia diverso agli occhi del senso comune.
Il partito di Bossi non ha cambiato la sua identità e le sue parole d'ordine, che conosciamo da venti anni: si è sempre presentato come rappresentante dei ceti popolari del nord con una identità etnoregionale, proponendosi come alternativa anche se non in contrapposizione diretta alla sinistra. Ma ha deciso, volta per volta, nelle diverse congiunture politiche e sociali su quali temi era opportuno insistere e costruire le sue campagne. La Lega ha abbandonato l'indipendentismo sostituendolo con un progetto di federalismo fiscale favorevole alle regioni del nord. Su questo terreno la Lega ha dovuto fare compromessi e subire talvolta sconfitte. Il federalismo resta ancora un punto di domanda: una politica redistributiva verso il nord richiederebbe innanzitutto un consenso più ampio, una convergenza con il Pd, anche perché la proposta trova opposizione anche nel centrodestra.
Nell'ambito della coalizione guidata da Berlusconi, la Lega è riuscita a ritagliarsi uno spazio più dinamico e aggressivo presentandosi come il partito più sensibile alla domanda di sicurezza che nasce dall'impatto della globalizzazione sulla vita sociale e dalla crescita dell'immigrazione. Questo filone di campagne leghiste prescinde totalmente dalla questione settentrionale e rappresenta il terreno su cui la Lega ha avuto più successo nell'ultimo anno. Un successo che per ora è soprattutto simbolico, legato all'adozione di provvedimenti che non sarà facile tradurre in politiche, ad esempio la possibilità dei medici di denunciare i clandestini non raccoglierà molti consensi ma avrà l'effetto di spingere gli immigrati a non farsi curare. La Lega è così riuscita a dimostrare che «bisogna essere un po' cattivi» come ha detto Maroni e che è necessario usare anche metodi coercitivi, al limite violenti (come la castrazione chimica).
Questa campagna può segnare una svolta fondamentale per il nostro paese perché si contrappone frontalmente a una tradizione in cui erano egemoni i discorsi solidaristici dei cattolici da una parte e i discorsi di solidarietà sociale proposti dalla sinistra dall'altra. La chiave del successo della Lega può essere quella di riuscire a mobilitare i sentimenti "cattivi" che esistono nella popolazione insieme ad altri naturalmente positivi. Si tratta delle paure della gente che si tenta di scaricare su possibili bersagli rappresentati dagli immigrati che hanno altri usi e costumi rispetto alle popolazioni autoctone. La Lega da un lato legittima questi sentimenti, dall'altro li mobilita. La gente potrebbe spontaneamente desiderare la scomparsa dei campi rom. La Lega la mobilita per intervenire direttamente con manifestazioni e altre forme di protesta.
Il gioco condotto dalla Lega può svilupparsi indisturbato anche perché sono tuttora molto limitate le reazioni delle altre forze politiche, che non sono riuscite finora a innescare una adeguata mobilitazione dell'opinione pubblica democratica. Hanno ottenuto qualche attenzione dai media solo le prese di posizione del presidente della Repubblica e del presidente della Camera Fini. Gli interventi di alcuni cardinali e di alcuni esponenti del mondo cattolico rispetto alle proposte del governo in tema di sicurezza sono state sempre delegittimate dall'intervento del Vaticano che non intende rompere i buoni rapporti con l'attuale presidente del consiglio. Le prese di posizione contrarie ai provvedimenti governativi da parte di esponenti del partito democratico sono state in molti casi prudenti, spesso smentite dalle iniziative degli amministratori a livello locale che hanno cercato di imitare e riproporre alcune delle proposte leghiste.

Roberto Biorcio
Liberazione
13/03/2009

la vignetta è del collaboratore di lavoro e salute, Ferdinando Gaeta

12 marzo 2009

stato di povertà, stato di salute, stato della democrazia in Italia, uno Stato allo sfascio.

RICCHI, DA FRANCESCHINI PROPOSTA DI ELEMOSINA DI STATO UNA TANTUM

Di fronte ad una crisi enorme, che deriva da anni di speculazione finanziaria e di distribuzione del reddito tutta favorevole ai ricchi, crisi che produce un impoverimento della maggioranza della popolazione, Franceschini propone l’elemosina di stato, per giunta una tantum.
Si tratta di una foglia di fico tanto per far finta di esistere, che non ha alcuna relazione con la soluzione della crisi economica e con il crescente disagio sociale. In Italia la distribuzione del reddito si è spostata in modo criminale verso i profitti e le rendite a scapito di stipendi e pensioni: 10 punti di PIL negli ultimi 25 anni, vale a dire 160 miliardi di euro tolti ai poveri e dati ai ricchi.
Di fronte a questo Franceschini propone una inconsistente elemosina di stato.

Al contrario serve una operazione organica che preveda, oltre alla lotta all’evasione fiscale, l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie (quello deciso dal governo Prodi e mai diventato legge anche grazie all’ostruzionismo fatto da Franceschini nella sua qualità di capogruppo alla Camera); la tassa sulla ricchezza per i patrimoni sopra i 500.000 euro; la tassa di successione per i patrimoni sopra i 500.000 euro; la Tobin tax per bloccare la speculazione finanziaria; l’aumento strutturale delle aliquote dei redditi sopra 70.000 euro.
Queste misure vanno chieste al governo, al fine di ricavare i miliardi necessari per fare una operazione vera di redistribuzione del reddito a partire dall’aumento di salari e pensioni e dell’istituzione del salario sociale per i disoccupati.

DROGA, FALLITA STRATEGIA DELL’ONU E DELLA SUA AGENZIA UNODC. NELLA DIREZIONE GIUSTA PROPOSTA 500 ECONOMISTI INGLESE PER LIBERALIZZAZIONE

Anni di presunta lotta alla droga hanno solo determinato l’aumento di persone che fanno uso di droghe pesanti, cocaina in primis, e regalato alle organizzazioni criminali centinaia di miliardi grazie al narcotraffico.

La lotta al narcotraffico serve solo da copertura alla guerra in Afghanistan e agli interventi statunitensi in Colombia ma non ha portato ad alcun risultato, come ha brillantemente dimostrato alcuni giorni fa lo studioso Sandro Donati, sottolineando l’infondatezza dei dati forniti dall’agenzia Unodc delle Nazioni Unite, guidata dall’italiano Antonio Costa.

Le politiche proibizioniste servono solo ad ingrassare le organizzazioni criminali e la loro prosecuzione è folle. Va invece nella direzione giusta la proposta dei 500 economisti inglesi partita dall’economista della Harvard University Miron, che chiede di liberalizzare la droga e usare gli introiti strappati in questo modo ai grandi cartelli di narcotrafficanti per rafforzare controlli, prevenzioni e lotta alla grande criminalità.

CORTEI, PRC NON FIRMA PROTOCOLLO NUOVE REGOLE. SI VUOLE LIMITARE IL DIRITTO DI MANIFESTAZIONE

Il protocollo sulla disciplina delle manifestazioni che è stato firmato questa mattina in Prefettura a Roma è l’ennesimo strumento di cui il Governo si dota per mettere la mordacchia a chi protesta contro le sue politiche. Nella sostanza, il protocollo recepisce in toto le indicazioni impartite dal ministro Maroni riguardanti la necessità di limitare fortemente cortei e manifestazioni perché queste creerebbero disagi ai cittadini. Si legittima così una tesi non costituzionale, che vede contrapposto il manifestante al cittadino, con il primo che “per professione” crea disagi ed il secondo che è costretto a subirli. Rifondazione Comunista non firmerà questo protocollo perché la possibilità per i cittadini di manifestare oltre che un diritto costituzionalmente inviolabile è indice della maturità di una democrazia e qualunque tentativo di limitarla va fermamente osteggiato. Dalle limitazioni al diritto di sciopero a quello di manifestazione, la strada di limitare i diritti costituzionali è quella scelta da questo governo, una scelta contro cui ci opporremo fino in fondo, compresa la disobbedienza civile, se necessario.

dal blog di Paolo Ferrero
segretario nazionale di Rifondazione Comunista

10 marzo 2009

Ci avviamo verso la fine della democrazia parlamentare o nei fatti siamo già in uno Stato di monarchia istituzionale?

Anno XVI al tempo di Berlusconi
Per interpretare e descrivere l’esercizio del potere di Berlusconi si può provare a usare il concetto di «accumulazione»: Berlusconi costruisce un potere cumulativo. Un potere cumulativo è un potere dinamico: si esercita per accumulazione e per l’accumulazione: quanto più ne ha, tanto più ne necessita...
A novembre 2007 sono i giorni dei gazebo per la raccolta delle firme contro il governo Prodi, la cui risicata vittoria elettorale era stata contestata prima, e poi ostinatamente negata in attesa d’una caduta, perseguita con ogni mezzo, da un momento all’altro – in piazza San Babila a Milano Berlusconi strappa con i suoi alleati e le loro incertezze e «fonda» un partito: è il Popolo delle Libertà, la cui «investitura è democratica perché tra la gente». È il momento che Giuliano Ferrara battezza come «la rivoluzione del predellino». Da allora, «regolate le cose» con i propri alleati – Casini e l’Udc si allontanano ondivaghi, la Lega blinda il patto a doppia mandata, Fini cerca un proprio profilo personale mentre Alleanza nazionale viene risucchiata nel partito unico –, dal punto di vista elettorale a Berlusconi va bene una cosa dietro l’altra. Avesse ragione o meno, l’effetto è strabiliante: quello che viene percepito è che la ragnatela delle alleanze necessarie aveva finito con l’imbrigliare la potenza di Berlusconi e solo la sua capacità di spiazzare, ristrutturare, concentrare è garanzia di successi. Prima ancora che verso gli elettori «la rivoluzione del predellino» è cruciale per le macchine politiche intorno Berlusconi e per definire il rapporto fra Berlusconi e il «personale politico» di queste macchine. La leadership di Berlusconi non solo adesso è al riparo da una dialettica politica interna, ma assume un carattere decisamente indiscutibile, «fuori» dalla dialettica politica interna. La crisi politica che investe progressivamente la sinistra, prima quella radicale e poi il Partito democratico che, pure, con l’arrivo di Veltroni aveva inizialmente creato curiosità e attenzione, suggella ulteriormente la potenza di questa leadership.
Sono emblematiche – in preparazione del congresso del Partito unico – diverse dichiarazioni del personale politico del Pdl. Una per tutte, quella del vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello, che dice all’Adnkronos: «Chi aderisce ad un partito ‘carismatico’ democratico qual è il Pdl, non può poi chiedere di eleggerne il leader con uno scrutinio segreto. Si può semmai discutere sull’opportunità o meno di un voto palese. E basterebbe leggersi Max Weber per capire che un partito carismatico il leader non lo elegge per voto segreto, ma lo identifica e lo ‘riconosce’».
Il richiamo al principio del charismatische Herrschaft, del dominio carismatico, è interessante benché questa di Quagliarello, che unisce carismatico e democratico in un ossimoro, suona come una spericolata innovazione concettuale. Ma forse è proprio qui il punto.

Il potere cumulativo
Per interpretare e descrivere l’esercizio del potere di Berlusconi si può provare a usare il concetto di «accumulazione»: Berlusconi costruisce un potere cumulativo. Un potere cumulativo è un potere dinamico: si esercita per accumulazione e per l’accumulazione: quanto più ne ha, tanto più ne necessita. È qui insita e evidente la differenza con l’esercizio democratico del potere, che si basa sull’equilibrio e la distribuzione, ed è reversibile. E sta qui, altrettanto evidente, la differenza anche con le «prese del potere» da putsch, da colpo di stato, o da insurrezione che puntano al presupposto di una precedente accumulazione di una forza apertamente eversiva per un unico momento e una successiva stabilizzazione. La forma di governo che risulta dall’esercizio di questo potere dinamico è quella di un regime che si pone per accumulazione: esso non è mai nettamente distinguibile, non ha assunto un definitivo aspetto costituzionale. Proprio per il suo dinamismo oggi è leggermente diverso da ieri e è sempre ancora possibile che oggi non riesca a accumulare più forza di ieri, ma se accade la forza accumulata domani sarà irreversibile: la distinzione, insomma, è sempre ex post, dopo che il potere ha accumulato una relativa nuova forza e l’ha formalizzata, e nello stesso tempo ne rimane ancora da accumulare. Rimane cioè sempre un margine di democrazia. Su questo margine di democrazia viene progressivamente confinata l’opposizione.
Questo potere assoluto che rimane ancora fuori dal potere relativo già conquistato è la forma stessa della democrazia costituzionale: ma quanto più potere relativo viene conquistato, tanto più la democrazia costituzionale assume l’aspetto di un regime. Definire questo regime rimane un esercizio di categorie per approssimazione, oppure facendo ricorso alle esperienze della storia: ma nell’un caso e nell’altro, il difetto dell’approssimazione rimane grossolano, non si attaglia mai perfettamente, quando non è fuorviante – il regime di Berlusconi non è mai esattamente questo e non è mai esattamente quell’altro – e lascia buon gioco a Berlusconi stesso. Con ogni evidenza questa è tutt’ora una democrazia parlamentare con una costituzione repubblicana. Pure, con ogni evidenza essa è già materialmente diversa dalla cosiddetta Prima repubblica: la differenza principale sta proprio nel ruolo assunto da Berlusconi. E, a mio avviso, essa è già materialmente diversa anche dalla cosiddetta Seconda repubblica: e la differenza principale sta proprio nel ruolo assunto da Berlusconi. Queste differenze materiali non rimangono extra legem, non premono da fuori contra legem: assumono progressivamente aspetti costituzionali. La questione, insomma, della definizione si riassume nel ruolo e nel potere di una persona sola, che si pone nello stesso tempo come fonte di un potere acquisito e come termine di un potere ancora da acquisire.

Il regime «in diretta»
Si è sempre, da più parti, sottolineata l’importanza per il potere di Berlusconi delle sue attività imprenditoriali legate ai mezzi di comunicazione, quindi a un suo potere, per così dire, extra-parlamentare. Lungi dal volerlo sottovalutare, qui però lo si vuole considerare complementare, almeno al momento, tanto quanto di sicuro è stato invece fondamentale e centrale nella fase iniziale della sua ascesa al potere, della sua accumulazione originaria di potere; e complementare non vuol dire insignificante.
Assistiamo adesso, per così dire, «in diretta» a qualcosa di nuovo, ma non per questo meno stupefacente: la crescita del potere di Berlusconi a mezzo, dentro, le forme democratiche, e nello stesso tempo la messa in crisi progressiva di queste stesse forme sotto l’impeto del potere già accumulato e la necessità di un maggiore esercizio, fino alla sua extra-democraticità. Qualunque sia stata l’origine extra-legale del suo potere, e quantunque tracce se ne possano ancora trovare, la progressiva accumulazione l’ha già messo al riparo da ogni iniziativa propriamente legale: la forza «carismatica» si è già costituzionalizzata in autorità e in legge, ma sempre ne esubera.
Soggettivo o meno, cioè volontario, scelto, stabilito, deciso o meno, il meccanismo è implacabile e indefinito: conosce limiti ma non pause. Da questo meccanismo dinamico del potere, i limiti non vengono considerati per quello che sono: regole, norme, fondamenti, ma piuttosto ostacoli. Ostacoli da aggirare, superare, abbattere, nel tempo dovuto per accumulare la forza necessaria per aggirare, superare, abbattere. La «forza» peraltro rimane una sola: Berlusconi non organizza e guida Fasci di combattimento e Squadre d’azione, Sturmabteilungen e Schutzstaffel, ma è incontrovertibilmente sostenuto dalla «opinione pubblica», dal consenso sociale e dal voto democratico. La differenza, la cesura di questo secondo periodo del potere di Berlusconi, di questo «nuovo avvento», con il primo sta però qui: ha verificato che l’opinione pubblica può spostarsi, può abbandonarlo, può tradirlo se non continuamente sollecitata, stressata, chiamata a schierarsi, a mobilitarsi, a pronunciarsi. Il periodo del governo è un periodo «operoso» per il potere dinamico, operoso per accumularne ancora, quindi per costruire le condizioni per il suo rinnovo. È stato paradossale, ma l’ultima vittoria di Prodi – con uno scarto di circa ventimila voti – è stata determinata dagli accorgimenti tecnici di Berlusconi per consentirsi di vincere, un errore che non si ripeterà: gli aggiustamenti tecnici devono essere sostenuti a furor di popolo. Le condizioni per il suo assicurato rinnovo, per l’irreversibilità del mandato, stanno quindi nella deformazione, quando non nella rottura, delle regole democratiche in maniera «partecipata». Insomma, Berlusconi esercita un potere democratico per accumularne extra-democraticità, e alimenta una pubblica opinione perché lo sostenga, lo inciti, lo legittimi: il potere che ha già non è mai sufficiente per potersi esercitare appieno; ne chiede ancora, e ancora, e ancora.

Verso la rovina
Il meccanismo di relazione fra la leadership di Berlusconi e la pubblica opinione passa attraverso la «logica del nemico». A Berlusconi non interessa questo o quel tema, questo o quel problema, ma questo o quel tema e problema solo «in quanto» possa essere utilizzato per scatenare un’offensiva contro il «nemico». Il nemico principale è la «sinistra», anche quando è evidentemente ridotta in pezzi e, soprattutto, la sua opposizione in parlamento è condannata dai numeri a essere solo di testimonianza. Ma nemici possono essere, di volta in volta, la magistratura, i mass media – spesso sovrapposti alla sinistra –, la presidenza della Repubblica, come pure sono stati già i suoi stessi alleati. E non interessa neppure vincere definitivamente su questo o quel tema, quello che conta è l’opportunità di chiedere ulteriore potere in base alla necessità di combattere meglio il nemico.
Quello che questo meccanismo scatena non è però un circolo vizioso che gira su se stesso, o «si scarica» da qualche parte come una presa a terra: tutto al contrario la determinazione impressa al potere dinamico è per sua natura distruttiva, anche perché non ha un fine, un’idea, un progetto, un programma. Nessuno potrebbe e saprebbe spiegare qual è il tipo di economia, società, costume, leggi, che Berlusconi vorrebbe per il nostro paese. Il suo «eclettismo» ideologico – ora ultraliberale, ora statalista – è come un palinsesto televisivo, puoi trovarci di tutto, lo sport e il reality, l’«approfondimento» e il passatempo, basta fare un po’ di zapping. Berlusconi è un flusso, un canovaccio, un blob di pensieri, battute, gag, appelli, interventi, barzellette, decreti di legge, dichiarazioni e smentite, il cui mezzo non sono l’autorevolezza – o quanto meno, non sempre: per tutto il primo periodo, la sua storia di «imprenditore» era la sua autorevolezza esibita e sbandierata – ma un progressivo principio di autorità assoluta. Un principio di autorità fine a se stesso: il berlusconismo inizia, progredisce e si conclude da Berlusconi a Berlusconi. Il programma di Berlusconi per l’Italia è Berlusconi stesso.
Il meccanismo del potere dinamico ha per sua legge la rovina. Il potere di Berlusconi si cheterà solo quando avrà portato il paese alla rovina, perché, indipendentemente dal suo segno sociale, il potere assoluto per accumulazione non può che portare alla rovina. Non solo perché è costretto – per giustificarsi, per esercitarsi – a continui ampliamenti interni e esterni, attraverso la «produzione di nemici», ma per lo stesso progressivo meccanismo di identificazione fra sé e il paese. Anche qui, immaginare la rovina – e non sia detto per iattura, dio solo sa quanto si vorrebbe questi fossero solo sproloqui – è solo un esercizio per approssimazione.
Ben più che un allarme rosso per un futuro vicino o distante, la questione si pone qui e ora. Anzitutto, nei confronti di quell’area di pensiero che elude la questione di Berlusconi, spersonalizzandone il potere e spostando l’attenzione sui fenomeni sociali che esso rappresenterebbe, con le migliori intenzioni di intervenire su questi fenomeni per sgretolare il consenso intorno a Berlusconi. Quello che questa intenzione non prende in considerazione è il carattere specifico proprio assunto adesso dal potere dinamico di Berlusconi: esso, è vero, si alimenta del consenso, ma pure lo produce. Per quanto trasversale il consenso possa essere, per quanto si possa rintracciare in una composizione di interessi privati, esso è univoco e non frammentabile. Semmai, anzi, può dare ascolto, su una specifica questione, a altre voci, ma sempre si riconduce allo stesso potere, alla stessa persona, da cui trae alimento, motivazioni, narrazione, e non c’è nulla di «misterioso» in questo: è un potere personale, riconducibile sempre ai caratteri e alla determinazione e alla volontà di una singola persona. Eludere la questione del potere dinamico e assoluto di Berlusconi è condannarsi all’impotenza nell’opposizione al berlusconismo, e, sostanzialmente, all’assenza reale, adesso, nel «farsi storia» di questo paese.

È ancora possibile l’opposizione?
L’altra questione, ben più importante, è se una opposizione è ancora possibile nelle forme democratiche contro un potere che diventa progressivamente extra-democratico e quindi non si sottopone a quelle regole almeno finché non le controlla, non è sanzionabile a mezzo di quelle regole, visto che le ha già modificate, o se piuttosto siamo apertamente nella fase della resistenza, cioè di una opposizione che sposta il suo asse tutto fuori. Anche qui pesa l’approssimazione: non è mai possibile – se non in termini «morali», mai politici, mai di attività – dichiarare aperta una fase di resistenza contro un potere extra-democratico fin tanto che esso si esercita a mezzo le regole democratiche. Immaginare oggi – ma solo, come dice spesso Berlusconi, per un «esercizio di scuola» – un grande partito di opposizione, come il Pd, che dichiari la resistenza contro Berlusconi, in assenza di leggi e provvedimenti e decreti e operazioni di polizia contro la libera associazione politica, esporrebbe alla perplessità quando non al ridicolo internazionali, anche se, a pensarci bene, a livello internazionale, visto il nessun peso dell’Italia, Berlusconi potrà restare sempre un fenomeno di cui curarsi relativamente. Nello stesso tempo, è l’esistenza stessa di una opposizione democratica a corroborare e testimoniare della democraticità delle regole, che «costituzionalizza», insomma, il potere. La questione insomma non sta nel «tasso» di opposizione: Casini e la sua pattuglia conservatrice-cattolica si sono smarcati dalla leadership di Berlusconi e si barcamenano provando a mantenere un certo radicamento in attesa di momenti migliori; il Pd faceva una opposizione gentile con Veltroni, ce ne vuole una più puntuta con Franceschini o chi verrà dopo; la sinistra radicale rimprovera alla sinistra riformista di non fare mai opposizione reale; Di Pietro rimprovera a ogni altra opposizione di perdersi per strada barattando sopravvivenze, invece di puntare dritto al sodo; Grillo lancia le liste civiche dato che «i partiti sono morti». La questione forse sta nel «luogo» dell’opposizione.
Sembra fondamentalmente che l’opposizione democratica sia ancora convinta di una reversibilità del potere di Berlusconi, quand’anche continui la sua accumulazione progressiva. E sembra pure che questa idea di reversibilità, quindi di crollo del suo consenso, si fondi sulla possibilità di una sua «crisi» verticale, di consunzione fino alla disfatta, che possa avvantaggiarsi di condizioni esterne: prima fra tutte, la crisi economica. Questa posizione squisita sembra però non volere fare i conti con la «natura» stessa del potere di Berlusconi, che è in grado di affrontare, quando non propriamente di sollecitare, situazione di difficoltà, di stress, non per mettersi in discussione ma per rivendicare una espansione del proprio potere, impedito alla soluzione delle difficoltà da regole e formalismi e quindi bisognoso di maggiori scioltezze: le crisi vengono perciò imputate alle regole che frenano il potere, e su questa base, sulla base proprio delle crisi, si cerca e trova il consenso per un aumento cumulativo di potere. D’altra parte, ogni volta che Berlusconi ha governato le condizioni del paese sono peggiorate, come portasse sfiga: ma, a dispetto delle cose, questo ha sempre vieppiù rafforzato la sua leadership. Solo la rovina evidente può far crollare il consenso. Ma nessuna opposizione democratica può volere o favorire la rovina evidente, anche perché sarebbe l’ammissione di una propria inutilità e, a sua volta, ne verrebbe essa stessa travolta.
Il paradosso, insomma, sta qui: è l’accumulazione progressiva di potere assoluto da parte di Berlusconi che rende extra-democratica l’opposizione, mano mano che quel potere si espande a tutta la democraticità – ai suoi principi: l’equilibrio dei poteri, la loro distribuzione –, ma l’opposizione ne è imprigionata: prende atto di volta in volta di avere perduto un pezzo delle regole della democraticità e prova a attestarsi su un’altra linea di difesa della democraticità. L’ultima sarebbe il presidente della Repubblica, almeno l’attuale presidente della Repubblica, come custode delle regole della democraticità, quindi l’attestazione di un potere ultimo – peraltro non basato sul consenso, visto che in Italia non si elegge il presidente della Repubblica, ma è il risultato di una votazione dei partiti parlamentari, e quindi, benché sicuramente costituzionale, fuori dalla portata del consenso sociale e democratico. In certo qual modo, il retropensiero di una irreversibilità accaduta.
Per un verso l’opposizione democratica aumenta il tasso di allarme rispetto l’extra-democraticità di Berlusconi, per un altro si trova a rivendicare e esercitare un ruolo di democrazia virtuale, non avendo i numeri, e progressivamente non trovando più le regole, per fare opposizione democratica e parlamentare reale.

La cronaca annunciata
E si potrebbe pure dire che il nocciolo sta qui: se Berlusconi esercita questo potere è, sostanzialmente, perché ne ha i numeri, come dire, il popolo lo vuole – al momento non sappiamo dire se anche dio ha in merito una sua esplicita preferenza, anche se tutto lascia pensare che si sia già espresso.
Più prosaicamente, l’insistenza, intorno al caso Englaro, sulla decretazione d’emergenza per snellire le procedure di governo e renderle efficaci, l’abbozzo di modifica della Costituzione che certo non è «intoccabile», l’approvazione del lodo Alfano, il pressing forte contro la magistratura, lo svillaneggiamento continuo dei sindacati e l’insofferenza, le tirate contro i mass media quasi tacciati di «tradimento della patria» e di alimentare il loop della crisi economica parlandone e scrivendone, danno la percezione che qualcosa si sia definitivamente corrotto.

Lanfranco Caminiti
[9 Marzo 2009]
http://www.carta.org/

9 marzo 2009

SABUR - RACCONTI D’AMORE E DI MASSACRO

Un libro che racconta in versione letteraria l’esperienza diretta dell’autrice dall’interno dell’assedio di Sarajevo durante quattro anni di guerra e durante il dopoguerra, visti nella prospettiva dei giorni nostri.
***
Pulizia etnica e qualità della vita:
il caso Bosnia
Improvvisamente dopo 15 anni si riparla molto di Sarajevo: libri, film, spettacoli.

Mia interpretazione:
Sarajevo è una città che sa vivere perché sa convivere. A Sarajevo ancora oggi, malgrado tutto, si lotta per salvare la qualità della vita, cioè la qualità dei rapporti umani. Tutto questo è racchiuso nella parola SABUR che dà il titolo al libro. Sabur significa per il musulmano pazienza, tolleranza, autodisciplina. I musulmani di Bosnia non cercano vendetta, chiedono giustizia.
Questo libro è nato dall’esperienza di quattro anni passati all’interno dell’assedio di Sarajevo, il peggiore massacro avvenuto in terra d’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Sono stata a fianco della popolazione civile. Non ho fatto domande e sono stata accettata.
A Sarajevo la vita convive con la morte perché gli innumerevoli cimiteri si mescolano con le case senza soluzione di continuità. In una città dove ognuno ha tanti morti in famiglia, tanti parenti dispersi per il mondo, il valore della convivenza con gli altri diventa la vera ricchezza. E’ la convivenza con il vicino di casa, ma anche l’incontro con gente di tutto il mondo attirata dai numerosi festival, del cinema, della poesia, del jazz, del teatro.
Mentre noi siamo assillati dai listini di borsa, dal fatto che abbiamo comprato tre case quando ce ne bastava una, e ora non sappiamo a chi rivenderle, chi dispone a malapena di un reddito integrato dalle rimesse dall’estero non chiede molto per poter dimenticare per un momento problemi angoscianti: apprezza la buona cucina fatta in casa, la gita sulle montagne vicine, l’ospite in visita, il caffè con gli amici, lo humour che è il sale di una buona conversazione. La qualità della vita non è direttamente proporzionale alla ricchezza, come molte persone sembrano credere da noi.
La famiglia rimane tuttora il nucleo di riferimento: non la famiglia-fortezza contro l’esterno, ma la famiglia-avlija: avlija è il cortile di casa che si apre agli amici, mentre il cuore della casa, il luogo dell’amore, dei bambini, è qualcosa di intimo, che non si mette in piazza. Valori umani così profondamente radicati permettono oggi ancora di convivere più serenamente che altrove e attirano a Sarajevo tanti giovani da tutto il mondo.
A livello governativo, gli ingenti finanziamenti ufficiali finiscono per disperdersi in mille rivoli nella rete della triplice rappresentanza serbi-croati-musulmani imposta dagli accordi di Dayton, che favorisce funzionari collocati dai partiti giù giù dai livelli superiori di governo fino al piccolo municipio locale. Questo sistema rafforza la suddivisione in tre etnie separate pur pretendendo di superarle.
Un sistema pianificato per creare la paralisi in quanto questa struttura triplice può venire bloccata da uno dei tre rappresentanti del governo ai vari livelli.
Laddove il funzionariato compensa la mancanza di lavoro, la tendenza al clientelismo ne è la conseguenza evidente e va a rafforzare il voto per i partiti nazionalisti. A chi lavora non arriva niente, così il paese è sempre più costretto a dipendere dal mercato estero secondo le consolidate ricette del neocolonialismo che la Jugoslavia di Tito e i paesi non allineati avevano cercato di superare. La Jugonostalgjia e il dilagare delle foto di Tito non servono a cancellare il risultato economico della pulizia etnica.
Pulizia etnica voluta dall’artefice degli accordi di Dayton, Richard Holbrooke. Egli ha applicato nei fatti le teorie proclamate dai responsabili appunto dell’aggressione stessa ai danni della popolazione musulmana. Perché? Nella logica della pulizia etnica i musulmani di Bosnia vanno puniti proprio perché profondamente laici, come dimostra il gran numero di matrimoni misti, non solo passati ma attuali. Per laica intendo una società in cui non si fa carriera politica servendosi della religione.
Sull’aggressione alla Bosnia in chiave di pulizia etnica da parte dei due stati confinanti Croazia e Serbia e sulle colpe dell’ONU fanno testo tre documenti fondamentali: l’inchiesta voluta da Kofi Annan segretario dell’Onu, pubblicata nel 1999, “SREBRENICA REPORT”: il memoriale di Hrvoje Sarinic, che racconta dei suoi 40 viaggi come emissario del presidente croato Franjo Tudjman presso il suo collega Slobodan Milosevic durante tutti i quattro anni dell’aggressione alla Bosnia per concordarne la divisione tra i due stati confinanti, “SVI MOJI TAJNI PREGOVORI SA SLOBODANOM MILOSEVICEM 1993-1995 (98)”- Globus 1998; recentemente sono state pubblicate anche le sbobinature dei colloqui telefonici tra i due dittatori. E infine la denuncia della portavoce della procura del tribunale dell’Aja, Florence Hartmann, dei condizionamenti che gravarono sui giudici durante il processo a Milosevic, “PAIX ET CHATIMENT” - Flammarion 2007. Per avere scoperto le carte, Florence Hartmann rischia 7 anni di prigione e una multa enorme.

Simbolismo delle date
28 giugno 1386: battaglia di Kosovo Polje, diventata il simbolo del popolo serbo difensore
dell’Europa cristiana contro l’Islam
28 giugno 1914: attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo
28 giugno 1989: raduno oceanico di serbi sulla piana di Kosovo Polje convocati da Slobodan
Milosevic “Dove c’è una tomba serba quello è Serbia”
6 aprile 1941 Ante Pavelic, alleato dei nazifascisti, occupa Sarajevo
6 aprile 1945: i partigiani di Tito liberano Sarajevo
6 aprile 1992: inizia l’assedio di Sarajevo da parte degli ultranazionalisti serbi, guidati da Radovan Karadzic, che durerà 1400 giorni (più dell’assedio di Leningrado
Altra data simbolica
26 agosto 1992, incendio della Vijecnica, simbolo della cultura di una nazione. Sedici anni dopo il bombardamento, sono cominciati i lavori di restauro della Biblioteca di Sarajevo. Le autorità cittadine, tuttavia, hanno deciso di modificarne la destinazione d'uso.
Storia di un palazzo simbolo di una città, e della sua distruzione.
Buona notizia: stanno per restaurarla. Cattiva notizia, la stiamo perdendo di nuovo.
Il Consiglio municipale di Sarajevo ha deciso di iniziare il restauro della Biblioteca Nazionale e Universitaria, meglio conosciuta come la “Vijećnica”. Le autorità hanno stabilito che, in futuro, il palazzo non sarà più Biblioteca, come prima, ma sede degli uffici del sindaco e di altri burocrati municipali.
La Vijećnica è il simbolo della distruzione di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina. Custodiva, prima della guerra, un milione e mezzo di libri, tra i quali 155.000 esemplari rari e preziosi e 478 manoscritti.
Era l'unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in, o sulla Bosnia Erzegovina.
Dopo tre giorni di rogo, dalla Biblioteca bruciata sono rimasti solo lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere. “Una grande catastrofe culturale”, cosi il Consiglio di Europa ha definito la distruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. “La pazzia visibile”, così il quotidiano inglese "The Times" intitolava l'articolo sulla devastazione della Vijećnica.
Chi è sopravvissuto a un genocidio non ne parla volentieri
In questo teatro dell’orrore sono gli spettatori esterni quelli che si arrogano il diritto di trovare risposte a tutto. Essi usano di solito due chiavi diametralmente opposte: quella negazionista (no 200.000 morti e la distruzione di un’intera nazione, genocidio sì ma solo a Srebrenica, 7000 morti in base alle cifre fornite dagli aggressori cetnici! E accettate dall’Europa. Alla faccia delle fosse comuni). L’altra chiave è quella buonista: poveri piccoli musulmani, continuate a recitare il vostro copione di vittime che vi abbiamo assegnato noi, così possiamo offrirvi l’elemosina e sentirci buoni, ma guai a voi se fate valere i vostri diritti di cittadini a pari merito di una nazione membro dell’ONU.
La qualità della vita regge tuttora, ma non so fin a quando. Dobbiamo tener conto che i musulmani di Bosnia, vittime di un genocidio, vengono trattati come criminali, nel senso che è loro praticamente impossibile ottenere un visto per l’estero che non sia Croazia e Turchia. Questo influisce molto sul morale soprattutto dei giovani. Fondamentalismo chiama fondamentalismo, dappertutto al mondo. Dobbiamo imparare a guardarci in casa propria, a volte guardarci personalmente allo specchio, prima di giudicare gli altri.
Il rasoio
Razzismo, pulizia etnica, genocidio hanno colpito negli ultimi anni in particolare paesi di cultura laica, crogiuoli di convivenza pacifica tra culture e religioni diverse: palestinesi musulmani e cristiani, libanesi di 12 religioni diverse, iracheni dal tempo di Kassem i più laici del Medio Oriente, israeliani che si oppongono al loro governo lottando per una convivenza pacifica con gli arabi. Per tutti questi Sarajevo vale tuttora come paradigma dei meccanismi della distruzione ma anche tuttora della convivenza. E questo spiega il rinnovato interesse alla sua testimonianza.
Poesia
Ai diecimila bambini uccisi durante l’assedio ed ai tanti bambini nati negli ultimi anni, ai loro occhi innocenti, vorrei dedicare questo racconto. Nel libro si parla non solo di serbi-croati-musulmani secondo una pessima abitudine molto generalizzata, ma si parla di zingari, come la madre che piange sulla figlia venduta a La Spezia, di croati persone normali e di ustascia, come quelli descritti nel racconto del musulmano di Caplina, di serbi persone normali come Fedzja o Miki del teatro Kamerni, e di cetnici, come il piccolo teppista locale che diventa direttore di lager, di cose che sono successe allora e di conseguenze di oggi, come il bambino di Srebrenica che 15 anni dopo diventa un serial killer. Cose che leggiamo tutti i giorni ma che Sarajevo rappresenta come simbolo di una società che si trova alla svolta storica tra razzismo e società civile.
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SABUR - racconti d’amore e di massacro”, di Alda Radaelli, edizioni Infinito, prefazione di Maria Pace Ottieri, postfazione di Mario Boccia, uscito in libreria nel settembre del 2008 - pagine 144 - prezzo euro 12 - Isbn: 978-88-89602-38-6.
Sul sito della casa editrice http://www.infinitoedizioni.it/ c’è una intervista all’autrice.
Alda Radaelli si occupa di giornalismo e fotoreportage sul tema dei diritti umani. Ha una lunga dimestichezza con la ex Jugoslavia e l’Albania, da dove nel 1965 ha pubblicato i primi reportage per Il Giorno. Ha vissuto dentro la città di Sarajevo dal 1993 al 1997, nel corso e dopo la fine dell’aggressione alla Bosnia.
Dopo molte presentazioni già avvenute, il libro verrà presentato
• A Cinisello Balsamo, nella primavera 2009, presso la biblioteca di villa Ghirlanda, in occasione della settimana dedicata alla casa editrice INFINITO in aprile 2009
• A Trieste, presso la libreria In Der Tat, via Diaz 22, il 3 aprile 2009
• A Milano, presso la biblioteca di Baggio, il 9 aprile 2009. Introduzione Andrea Caroni.


Presentazione
Angela Persici – direttrice Istituto Pedagogico della Resistenza
• A Cinisello Balsamo, presso la Villa Ghirlanda, il 14 aprile
• A Milano, presso la Libreria delle Donne, da Renata Sarfati dell’associazione Ebrei contro l’occupazione, in data da stabilire
• A Milano, biblioteca Chiesa Rossa, piazzale Abbiategrasso, il 17 maggio, ore 16,30, con letture di Laura Scarani del Teatro della Ringhiera, e intervalli musicali dal vivo

In Italia, e solo in Italia, una sorta di consegna del silenzio, una fuga dalla realtà. Servilismo dei media verso la destra americana e italiana?

L'Obama cancellato, l'America che non piace ai media italiani


La nuova America di Barack Obama mantiene le promesse riguardo i diritti umani violati a più riprese dall’amministrazione di Bush Jr.
La Commissione di intelligence del Senato americano indagherà a breve sui metodi di interrogatorio e sulle modalità di detenzione messe in atto negli anni scorsi dalla Cia nei confronti di presunti terroristi.
La notizia, per ora riservata, è stata confermata da fonti del partito democratico del Congresso e ovviamente ignorata dalla maggior parte dei mezzi di informazione italiani, anche da quelli che, ritualmente, hanno la faccia tosta di parlare di diritti umani.
Il silenzio è sconcertante, specie se si considera, per esempio, che nel lager di Guantanamo, dove i detenuti erano reclusi in celle simili a stie per polli, dal 2001 al 22 gennaio di quest’anno, quando il nuovo presidente degli Stati Uniti, evidentemente anche lui turbato da questo quadro, ha dato l’ordine di chiuderlo, sono transitati 775 prigionieri dei quali 420 sono stati liberati, dopo torture e offese, senza nessuna accusa o incriminazione.
Un contesto tragicamente simile a quello descritto da Claudio Fava, giornalista, scrittore e parlamentare europeo, presidente della Commissione che ha indagato sulle extraordinary rendition, in un passaggio della prefazione per il libro di Giulietto Chiesa “Le carceri segrete della Cia in Europa”: “Questa storia è anche un viaggio nell’orrore e nel ridicolo: nomi storpiati, abbagli, menzogne. Con un più tragico e grottesco dettaglio: delle venti extraordinary rendition che la Commissione di inchiesta ha ricostruito, almeno diciotto riguardavano casi di persone totalmente innocenti. Catturate, detenute, torturate e infine - un anno dopo, due anni dopo, cinque anni dopo - liberate con un’alzata di spalle “C’eravamo sbagliati”. E’ solo una stolta avventura della Cia? Non credo. Quegli abusi, quelle menzogne, quegli eccessi sono anche i nostri”.
Anche i dati che abbiamo citato sopra sono indiscutibili e fino a qualche tempo fa, perfino nell’Italia democristiana, avrebbero imposto almeno una riflessione di prima pagina.
Ora invece sono letteralmente spariti, anche in quotidiani prestigiosi come il Corriere della Sera che ha ben due vicedirettori che si dichiarano esperti nell’argomento diritti umani, Magdi Cristiano Allam, candidato dell’Udc alle europee, che appena può lancia una fatwa contro il mondo islamico, per lui radice di ogni violenza del mondo moderno, e Pierluigi Battista che, nei suoi fondi, senza nessun rispetto per i lettori, chiama “dittatore” Hugo Chavez, che in dieci anni di governo del Venezuela ha affrontato una dozzina di consultazioni elettorali o referendarie, perdendone una sola, e accettando nell’occasione e senza discussione quel risultato.
Mi viene naturale, allora, ricordare con fastidio le facce stolide di quei presunti esperti di strategie militari che nello studio televisivo di Bruno Vespa, fra il 2001 e il 2003, giocavano a Risiko con i plastici raffiguranti l’Afghanistan e successivamente l’Iraq convinti, in entrambi i casi, che gli Stati Uniti avrebbero archiviato quelle pratiche strategiche in poche settimane e avrebbero “esportato la democrazia”.
Invece l’Afghanistan è nuovamente in mano ai talebani, ai mercanti d’oppio e ai signori della guerra. Mentre nella terra della civiltà babilonese le vittime civili sono ormai 900mila e a Falluja e in altre zone è provato siano state utilizzate dall’armata Usa armi chimiche.
Lo sconcerto, poi, diventa totale leggendo la conclusione preliminare dell’inchiesta voluta da Barack Obama, addirittura all’indomani dell’investitura, che afferma: “Nonostante gli ingenti finanziamenti disposti a partire dal 2003, con i soldi dei contribuenti americani, è impossibile trovare testimonianza di un solo cantiere aperto nella capitale irachena, fatta eccezione per quello del complesso che da pochi giorni ospita la nuova ambasciata Usa”, la più faraonica sede diplomatica del governo nordamericano nel mondo, un complesso di ventuno edifici costato quasi due miliardi di dollari.
In compenso quella che fu la terra della civiltà babilonese è stata inondata di denaro, 125 miliardi di banconote che Paul Bremer, allora scelto da Bush Jr per “ricostruire” un paese appena raso al suolo, aveva preteso in contanti.
Ora l’indagine governativa in corso sta rilevando che la metà dei soldi risulta sparita nel nulla, 57,8 miliardi di dollari, che dovevano essere destinati a scuole, ospedali, strade, abitazioni e a ricostruire i servizi essenziali, e che invece sono finiti nelle tasche degli speculatori internazionali, o fanno parte dei bilanci di ditte come la Hullyburton, creatura cara all’ex vice presidente Dick Cheney, i cui manager arrivavano in Iraq accompagnati da guardie del corpo chiamate contractors e pagate non meno di 15mila dollari al mese.
Al Pentagono, gestito allora dal disinvolto ministro Donald Rumsfeld, che stava conducendo la guerra e aveva già approvato informalmente la pratica della tortura, Bush aveva infatti affidato, senza scrupolo anche l’incarico della ricostruzione. L’ordine era di sospendere sia la legge irachena, sia quella americana.
In questo modo gli investitori hanno potuto godere di una immunità tale da trasformare l’Iraq in una “zona di libera frode”, in cui milioni di dollari in contanti sono stati consegnati a truffatori per opere mai portate a termine.
La stampa occidentale, compresa quella “liberal” nordamericana (era l’epoca dei giornalisti uccisi a Bagdad o a Falluja dal “fuoco amico”) che, nell’occasione, come mi disse Noam Chomsky, aveva abdicato alla sua storia, non ebbe il coraggio e la dignità di denunciare quello scempio.
Paura o cinismo? Forse solo opportunismo.
Certo, ora che la realtà viene a galla, così meschina, così feroce, è sconcertante scoprire che, salvo alcuni casi, l’atteggiamento dell’informazione non è cambiata. Ignorare, eludere, queste notizie continua ad essere la linea dei media occidentali, specie in Italia dove è passato sotto silenzio perfino l’inquietante lavoro di lobby che il presidente Bush nell’estate del 2006 fece con i senatori repubblicani McCain, Warner, Graham e Collins, compagni di partito che, assaliti evidentemente da un sussulto di coscienza, si opponevano all’approvazione della legge che avrebbe autorizzato la tortura, ora subito sospesa da Barack Obama.
Una storiaccia senza morale che avrebbe meritato, allora come adesso, uno straccio di editoriale, due righe di commento, delle penne democratiche del nostro paese o della satolla Europa.
Ma la latitanza morale dei nostri più prestigiosi editorialisti e commentatori tv diventa ancor più colpevole quando, meno di una settimana dopo, è arrivata la notizia che Bush Jr aveva trovato un accordo con i senatori “ribelli”. Ribelli a che cosa? Al cinismo e all’ipocrisia della nazione guida delle democrazie occidentali?
Eppure le conclusioni preliminari dell’inchiesta amministrativa in corso sono esplicite: “L’intero progetto di ricostruzione in Iraq è stato un pieno fallimento. Si è passati da una guerra lampo all’idea di mettere insieme uno stato dalle fondamenta, senza avere un progetto degno di questo nome alle spalle. La Coalition Provisional Authority ha dato prova di cattiva gestione, di assoluta mancanza di controllo, spalancando le porte ad ogni tipo di attività criminale”.
Sono parole che mi fanno venire in mente il bellissimo documentario “Ma dove sono finiti i soldi” del giovane medico e giornalista iracheno Ali Fadhil, trasmesso all’epoca alle undici di sera a “C’era una volta”, il programma di Rai Tre di Silvestro Montanaro, dove si vedevano i marines durante le operazioni di scarico di un aereo in Iraq prendere a calci, come se giocassero a football, i sacchi di dollari inviati per la “ricostruzione”.
Norma Rangeri, nella rubrica sui programmi televisivi che tiene sul Manifesto, si domandò giustamente perché nemmeno una di quelle immagini fosse stata mostrata in un telegiornale e, aggiungo io, nemmeno nei programmi di Vespa, Ferrara, Mentana, Santoro, Floris e Piroso.
Purtroppo i giornalisti liberali o riformisti, come si dice ora, sono in Italia, tendenzialmente, distratti o servili. Non provano nemmeno il disagio che Barack Obama ha espresso già il giorno successivo al suo insediamento, quando ha deciso di chiudere il lager di Guantanamo, fermare le commissioni militari, veri illegali tribunali speciali che vi agivano e mettere al bando l’uso della tortura da parte della Cia.
Insomma, tentando di smontare in pochi giorni alcuni dei passaggi più inquietanti della politica di Bush Jr.
Da noi, invece, gli otto anni nefasti di W., che Oliver Stone, il regista di Platoon, Nato il 4 luglio e JFK, ha accusato pubblicamente di “aver infranto ogni limite morale”, hanno trovato eco solo da pochi giorni nella rubrica del critico televisivo del Corriere della Sera.
Aldo Grasso si è offeso perché Miguel d’Escoto, antico combattente per i diritti dei più poveri e degli esclusi, prete sospeso a divinis dal Vaticano perché aveva accettato l’incarico di ministro degli esteri dell’esausto Nicaragua sandinista, scampato alla guerra sporca dei contras, le milizie del dittatore Somoza, sostenute dal presidente Usa Ronald Reagan, si era augurato, in un collegamento con il Festival di Sanremo, di poter superare l’isolazionismo che aveva caratterizzato la politica nordamericana negli anni della presidenza di Bush Jr.
D’Escoto parlava da New York come presidente (eletto per il suo prestigio internazionale) della 63a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, estemporaneamente intervistato da Paolo Bonolis in una di quelle iniziative spericolate della tv generalista, quando vuole dare prestigio ad un programma nazionale e popolare.
Aveva affermato d’Escoto: “O ci amiamo o affondiamo tutti (…) Cogliamo, con l’aiuto della musica l’occasione di rinnovare lo spirito per lottare tutti insieme per un mondo migliore”, accennando alla speranza di superare l’atteggiamento non collaborativo dell’America di Bush nei riguardi delle Nazioni Unite.
Ma tanto era bastato al critico del Corriere per sollecitare addirittura le alte cariche dello Stato italiano a chiedere scusa agli Stati Uniti.
Scusa di che, Aldo Grasso? Se è vero, come è vero, che d’Escoto ha affermato una verità inconfutabile, specie per un cittadino di un paese latinoamericano, massacrato dalla “guerra sporca” benedetta trenta anni fa da Ronald Reagan?
Questa purtroppo è la nostra informazione. Tutte le notizie non gradite agli Stati Uniti, o che sottolineano una loro sconfitta materiale e morale, vengono eluse, evitate, respinte, quasi fosse il pedaggio da pagare ancora ai vincitori della seconda guerra mondiale, per antonomasia indiscutibili, democratici e liberatori.
Invece, le “gesta” dei nordamericani, nell’ultimo mezzo secolo, sono state spesso anche scorrette, egoiste, poco eroiche. Dalla guerra in Vietnam, per di più persa miseramente, al crudele Plan Condor, voluto dal presidente Nixon e dal segretaio di stato Kissinger per coordinare fra loro le dittature militari latinoamericane degli anni ’70, ed aiutarli ad annientare tutte le opposizioni progressiste del continente, fino alla guerra in Iraq.
Quando si verificano eventi così inquietanti c’è, in Italia, una sorta di consegna del silenzio, una fuga dalla realtà.
Per capire con quale superficialità vengono spesso decisi i nostri destini c’è voluta, per esempio, la testardaggine di Oliver Stone, un vecchio cacciatore di documenti inoppugnabili, che diventano sceneggiature di indimenticabili film di denuncia. Questa volta, raccontando nel film W., le “imprese” del Presidente degli Stati Uniti negli anni in cui è crollato anche il muro del capitalismo, si può permettere perfino il lusso di essere magnanimo e di leggere il catastrofico bilancio del suo governo come la frustrazione di un piccolo uomo schiacciato dalla figura del padre, che fu direttore della Cia, vice presidente di Raegan e a sua volta presidente.
Tutto questo però senza dimenticare di sottolineare la follia di una politica avida, corrotta e guerresca, che solo la malafede della nostra informazione ha continuato pervicacemente a ignorare.

6 marzo 2009

Che accade? Una visione non conservatrice, ma reazionaria del modello sociale si sta affermando in Italia

L'Italia sta tornando fascista

In questi ultimi giorni il fantasma sta uscendo allo scoperto senza più alcuna timidezza, ma sembra nessuno voglia vederlo. Non è gentile e neppure simpatico, non è generoso e neanche giocherellone. Tornare indietro con la memoria ad anni che hanno cambiato profondamente l’Italia, tra il 1969 e il ‘73, non è un esercizio inutile di questi tempi. Oggi si ha un’immagine di allora del tutto defomata, nella quale contestatori scalmanati distruggevano tutto. Nente di più falso .

Quel periodo della storia nazionale fu denso di cambiamenti, di conquiste nel mondo del lavoro e dei diritti civili. Ed anche fu il momento nel quale alcuni ambienti economici e politici tentarono di rovesciare l’ordine democratico per tornare ad un regime autoritario, sul modello messo in piedi in quelloa stessa stagione in Grecia dalla dittatura dei colonnelli. Per fortuna il movimento dei lavoratori, i partiti democratici, le istituzioni sconfissero quei piani. Allora, non oggi.

Per i più giovani debbono essere ricordate alcune cose ottenute in quegli anni: la conquista di forme maggiori di democrazia nelle fabbriche, le leggi sul divorzio e sul referendum, lo statuto dei lavoratori, l’abolizione delle gabbie salariali (un meccanismo che permetteva di pagare meno i lavoratori al Sud). Si impose una più profonda e partecipata democrazia, nelle fabbriche e nelle scuole. Sui luoghi di lavoro e nella società si limitò lo strapotere del padronato e della cutura conservatrice.

A chi non piaceva un’Italia che si emancipava venne l’idea di bloccare tutto. C’erano gruppi golpisti, nascosti anche nelle istituzioni e nei servizi segreti ed anche un movimento ’spontaneo’ chiamato ‘Maggioranza silenziosa’. Alla sua articolazione organizzativa diedero vita Adamo Degli Occhi, avvocato milanese, con l’allora vicesegretario cittadino della Dc, Massimo De Carolis e il direttore di ‘Lotta Europea’, Luciano Buonocore.

Bonocore, descrivendo quel periodo ha detto in un’intervista: “La Maggioranza silenziosa nacque nel febbraio del 1971 come reazione al clima di violenza e intimidazione creato dalla sinistra extraparlamentare nelle scuole, nelle fabbriche e nelle piazze. Il 1 febbraio a Milano, nella sede del Movimento Monarchico in Corso Genova, si riunirono i capi dei movimenti giovanili dei partiti anticomunisti, tra cui Gabriele Pagliuzzi per i giovani liberali, Gianpaolo Landi Di Chiavenna per i giovani monarchici, Alfredo Mosini per i giovani socialdemocratici, nonché i Presidenti di alcune associazioni culturali; insieme decisero di indire il 13 marzo una manifestazione alla quale diedero la loro adesione politici e consiglieri comunali, tra cui Antonio del Pennino (Pri, ndr), Paolo Pillitteri (allora Psdi, ndr), Massimo De Carolis (allora Dc, ndr) e persino Bettino Craxi diede la sua disponibilità (cosa non certa, ndr)”.

Deve essere ricordato che allora il Movimento sociale italiano era un partito di derivazione fascista. Il direttore di ‘Lotta Europea’ nella sua intervista diceva ancora: “Ero il coordinatore regionale della Lombardia del Fronte della Gioventù, con l’appoggio di Massimo Anderson mobilitammo gli iscritti lombardi e alla prima manifestazione, il 13 marzo, guidai il primo nucleo di manifestanti, 5000 aderenti del FdG (l’organizzazione giocanile del Msi, ndr) muniti di bandiere tricolori e senza simboli di partito”.

Bonocore, quindi passava alla descrizione delle finalità del movimento che erano “di dimostrare che i comunisti non erano maggioritari nel Paese e che la loro corsa al potere non era irresistibile, inoltre che la voglia di libertà e democrazia era forte e radicata negli italiani: a tal punto che quando il 17 aprile 1971 le forze dell’ordine cercarono di impedire con la forza la seconda manifestazione della Maggioranza silenziosa, la folla continuò ugualmente a manifestare senza paura. Per comprendere il clima unitario che si era creato fra gli anticomunisti vale a ricordare che a seguito di tali fatti, per garantire la tranquillità di svolgimento della successiva iniziativa di maggio, una nostra delegazione ufficiale composta da me, Gabriele Pagliuzzi, Piero Cattaneo, Franco Nodari e Alfredo Mosini fu ricevuta in Parlamento dai capigruppo dei partiti anticomunisti e da due sottosegretari di governo. Questa azione politica di piazza arricchita da proposte serie e determinate sul piano generale come l’istituzione di una repubblica presidenziale e la realizzazione di un sistema elettorale su collegi uninominali, ebbe anche un’indubbia influenza sulla caduta del governo di centro- sinistra sostituito dal Governo Andreotti-Malagodi”.

Alla domanda su cosa quel movimento abbia lasciato il dirigente di destra rispondeva: “E’ evidente che la Maggioranza silenziosa ha anticipato i tempi, ma le condizioni storiche e il clima di guerra fredda in cui vivevamo furono un ostacolo insormontabile perché già da allora si costituisse anche in Italia un polo di centro-destra.

Veniamo rapidamente ad oggi. Quel polo allora sconfitto ha realizzato una serie di ‘riforme’ e favorito il diffondersi di una cultura che ha una concreta matrice fascista. Dalle norme nei confronti degli stranieri al rapporto coi sindacati, dai tentativi di limitazione delle libertà di espressione per i giornalisti alla ‘battaglia per la vita’ (allora era quella contro il divorzio), dall’esercito utilizzato per l’ordine pubblico alle ronde, fino ad attaccare il diritto di sciopero.

In Italia per motivi poco comprensibili la parola ‘fascismo’ non si usa più, cosa che non avviene il altri Paesi del mondo. Eppure la cultura della diseguaglianza, l’idea che solo la maggioranza abbia titoli per decidere e le minoranze (anche politiche) siano di intralcio, l’intransigenza verso altre religioni o razze, la limitazione delle libertà individuali e collettive, l’idea di ‘ordine’, la ‘crisitianità’ intesa come modello con ‘regole superiori’, una visione verticale e presidenziale della struttura dello Stato sono ipotesi di cultura fascista.

La recente discussione sul diritto di sciopero, non per la parte che riguarda il trasposto pubblico, ha mostrato senza veli come non solo il centro-destra, ma anche larghi settori di centro-sinistra e sindacali abbiano adottato alcuni pensieri non conservatori, ma reazionari.

Per esempio, lo sciopero possibile solo per le maggioranze. Per sua natura lo sciopero è un diritto individuale, non collettivo. Non è consentito perchè si è rappresentativi di qualcosa, piuttosto perchè anche un singolo che non ritiene di essere d’accordo con le scelte della propria azienda abbia il diritto di astenersi dal lavoro, di convincere altri, di produrre ‘danni’ (politici ed economici, naturalmente) al datore di lavoro per indurlo ad introdurre miglioramenti di vario genere.

Il presunto ‘diritto alla mobilità’ è una vera propria castroneria, poichè già oggi non solo la legislazione, ma la pratica sindacale italiana non usano più ‘lo sciopero ad oltranza’, (ancora praticato in Inghilterra, dove nessuno si sogna di poterlo limitare) come forma di lotta. Alcune ore di disagio per il cittadino sono da considerarsi nell’humus stesso dell’agitazione, che proprio perchè produce fastidi induce la controparte padronale alla trattativa. Con lo sciopero non si impedisce a nessuno di spostarsi ‘per sempre’ (diritto alla mobilità), ma lo si avverte con congruo anticipo che in un dato giorno lo farà con difficoltà, perchè i lavoratori del settore hanno problemi di salario, di democrazia interna, di altro ancora.

Far passare il principio secondo il quale una astensione dal lavoro non deve produrre ricadute è negare il principio stesso dello sciopero, che è stato ‘inventato’ per costringere all’accordo chi non vuole concedere miglioramenti.

Molti esponenti sindacali e politici (anche di centro sinistra) sembrano non ricordare più queste cose, avviluppati ad una parola strana, ‘riformismo’, che sempre più frequentemente nasconde elementi di cultura fascista.

Tra le tante dichiarazioni, appaiono incredibili le parole dell’ex segretario dei Ds, oggi nel Pd, Piero Fassino, secondo il quale lo sciopero virtuale è una proposta ”di buon senso” e si può fare, ”purchè sia chiaro che non si tratta di mettere la museruola ai lavoratori”. Secondo il politico ‘democratico’ è logico pensare a qualcuno che in stato di sciopero lavori, ma senza percepire stpendio.

Che accade? Una visione non conservatrice, ma reazionaria del modello sociale si sta affermando in Italia. E lo dimostrano il razzismo dilagante, la xenofobia, la tendenza all’esclusione sociale dei più deboli o dei ‘diversi’.

Noi crediamo sia arrivato il momento di cominciare a parlare della costruzione di un modello fascista in questo Paese, senza timidezze o paure. Oggi non c’è più bisogno di mandare gli uomini dell’Ovra (la polizia segreta del fascimo) per arrestare i dissidenti, non sono pensabili il confino o il tribunale speciale. E sufficiente far sparire il dissenso e i dissenzienti dai mezzi di informazione o dar risalto ad altro.

Si guardino con attenzione alcuni telegiornali, che cominciano con un incidente stradale, passano ad un omicidio, poi ad una rapina, quindi allo sgombero di un accampamento di senza casa, lasciando nel dimenticatoio le centianaia di migliaia di cassintegrati, le ragioni di migliaia di profughi, la pericolosità della crisi in atto. E dando l’impressione di un Paese che ha bisogno di ‘pugno di ferro’, di un ‘uomo forte’, di un ‘governo duro’.

Ed ecco che con incredibile semplicità il gioco è fatto. Senza camicie nere e senza manganelli, ma col ‘maggioritario’, con la ‘governabilità’ imposta da una ‘maggioranza’ che mal sopporta di discutere, con la ’semplificazione’ del quadro politico che elimina interi partiti o aree di pensiero. Coi candidati al Parlamento scelti dalle segreterie di tre, quattro partiti in liste bloccate.

Noi assistiamo alla costruzione di un sistema politico e sociale di cultura fascista. Sta accadendo ora, in Italia.

Non volerlo comprendere, non saperlo combattere, rifiutare con spocchia demagogica l’esistenza del dato pur di difendere errori gravissimi di scelta strategica generale (il Partito democratico) vuol dire essere corresponsabili di un disastro che sta uccidendo le libertà democratiche, sostituite dal ‘telefonino di massa’, dal ‘fast food’, dal ‘reality’, dal ‘fascino del berlusconismo’. Da una quantità di cianfrusaglie inutili che dovrebbero dale l’idea del benessere e del progresso.

Un viaggio da incubo è cominciato e non credano i ’saggi’ di poterne uscire facilmente, perchè i cittadini sono disorientati ed in gran parte inconsapevoli del rischio che stanno correndo.

L’auspicio è di cominciare a parlare di questo ‘fascismo rifondato’ senza pudori, per fermarlo prima che sia troppo tardi.

Roberto Barbera
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