29 gennaio 2009

A TORINO SOTTO LA SEDE DEL GRUPPO REGIONALE DEL PD (in occasione di una visita di Veltroni) – ORE 12,00 VIA SAN FRANCESCO D'ASSISI 35

IN TUTTA ITALIA PRESIDI PER LA DEMOCRAZIA
Clamorosa iniziativa del segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero che, per protestare contro il possibile accordo tra maggioranza e Pd di imporre la soglia del 4% di consensi per accedere al parlamento europeo, ha convocato una conferenza stampa di protesta proprio davanti alla sede del partito Democratico, al Nazareno.

“Siamo di fronte a un mercimonio tra Berlusconi e Veltroni – ha rilevato il segretario rispondendo alle domande dei giornalisti - in cui Berlusconi sceglie di salvare Veltroni a scapito della democrazia del paese, in cambio probabilmente di posizioni più morbide sulle intercettazioni, sul federalismo o sul rinnovo del Cda della Rai”. E “Veltroni sta appoggiando lo sbarramento al 4% perché sa che il Pd elettoralmente è in caduta libera. Non si rende conto che creando un bipolarismo tra simili ed escludendo le sinistre, consegnerà il governo al centrodestra per i prossimi 40 anni”.
Sull'ipotesi di un cartello elettorale di tutte le sinistre, Ferrero ha osservato: “La legge non è stata ancora approvata. Quindi non dobbiamo correre. Il paziente è ancora in sala di rianimazione, non è ancora morto”.
Il segretario del Prc non intende però boicottare le alleanze nelle elezioni amministrative: “Le due cose vanno tenute separate”. E alla domanda se non teme uno sbarramento anche per le amministrative, Ferrero ha denunciato che “già lo stanno facendo. Nel Parlamento siciliano, su iniziativa di un deputato del Pd, e' stato approvato lo sbarramento al 5%'.
Tornando sulla questione delle elezioni europee, il leader del Prc ha detto che si tratta di una “legge ad personam inaccettabile”. “La cosa folle poi – ha sottolineato – è che chi in Europa voterà Pd, Di Pietro e Berlusconi sosterrà lo stesso governo, l'unica opposizione siamo noi quindi in Italia ci sarà solo un gran teatro”.
“E' un vulnus nel sistema democratico – ha detto concludendo - per questo abbiamo chiesto in una lettera inviata stasera di essere ricevuti dal Capo dello Stato per chiedere un intervento”.

Roma, 28 Gennaio 2008

28 gennaio 2009

I soldi non danno la felicità? Sarà, ma banchieri, manager, imprenditori, finanzieri e simili fanno a gara a chi se ne mette più in tasca

Manager come cavallette, guadagnano 500 volte più dei comuni lavoratori

«All'alba del 6 maggio 2004 l'ingegner Giancarlo Cimoli ricevette una telefonata destinata a cambiare la sua vita professionale e il suo conto in banca. A chiamare era Gianni Letta, sottosegretario a Palazzo Chigi nel governo Berlusconi, che gli chiedeva la disponibilità a prendersi cura dell'Alitalia. La compagnia aerea pubblica stava precipitando».
La stranezza della mattiniera telefonata stava in questo: che il medesimo Giancarlo Cimoli, ingegnere chimico di Fivizzano (Massa Carrara), dal 1996 alla guida delle Fs, lasciava un'azienda coi conti disastrosamente in rosso e, nonostante ciò, gli veniva affidato il compito di rimettere in sesto la compagnia di bandiera, anch'essa con paurosi buchi di bilancio. Una stranezza davvero.
Infatti, come volevasi dimostrare, si sa come è andata a finire. L'Alitalia è colata a picco, ma a lui è andata benissimo, balzando al primo posto nella lista dei manager più pagati d'Europa: uno stipendio in media di oltre due milioni e mezzo di euro per ciascuno dei tre anni di incarico (praticamente il doppio di quanto percepito dell'amministratore delegato della Lufthansa, compagnia, peraltro, in utile per 453 milioni).
Il caso Cimoli è noto, sbattuto in prima pagina e anche finito all'attenzione della Corte dei Conti per via della strabiliante liquidazione - 7 milioni di euro - graziosamente elargitagli dalle Fs, ancorché uscite assai malconcie dalle sue cure. Ma, oltre a lui, lo strapagato sfascia-aziende Cimoli soprannominato Diesel?
Mica è un'eccezione, proprio no. Cavallette chiamate manager succhiano stipendi non cinquanta, non cento, ma cinquecento volte maggiori di quelli dei comuni lavoratori dipendenti (tutti noi).
E' un diluvio di milioni e stramilioni, ti escono dalle orecchie, questo urticante libro di due giornalisti - Gianni Dragoni e Giorgio Meletti - che ha per titolo "La paga dei padroni" e per sottotitolo "Banchieri, manager, imprenditori. Come e quanto guadagnano i protagonisti del capitalismo all'italiana" (Chiarelettere, pag. 268, Eur 14,60); arrivato alla fine ti ritrovi piuttosto arrabbiato, c'è qualcosa di storto, nel mondo.
Niente commenti, comunque; mai come in questo caso bastano le cifre. Famiglie vampire. Al top della classifica dei manager più pagati d'Italia, uno su quattro appartiene ai «cognomi blasonati» delle Dinasty familiari: «Tronchetti Provera, Pesenti, Caltagirone, Ligresti, Moratti, Romiti, Colaninno, Benetton, De Benedetti».
Scendiamo in qualche "dettaglio". Il Marco Tronchetti Provera, in cinque anni (2001-2006) da presidente di Telecom Italia e Pirelli ha percepito 34 milioni di euro, cioè 13 miliardi di lire all'anno, sic. Il Gian Luigi Gabetti, gran manager di casa Agnelli, presidente di Ifi e Ifil, nel solo 2005, a ottantun anni, ha intascato 22 milioni di euro.
Il Cesare Romiti, classe 1923, anche lui supermanager Fiat dal 1974 al 1998, si è portato a casa la somma più alta mai pagata in Italia sottoforma di liquidazione: 101,5 milioni di euro, insomma 200 miliardi!!! (e tu lavora e suda, popolo bue...).
Il Paolo Fresco, chiamato dagli Agnelli a sostituire Romiti, lui si becca subito 5 milioni e 220 mila euro come premio d'ingaggio; poi 6 milioni per cinque anni di stipendi (1998-2003); infine un bel pacchetto di "stock option" Fiat, che nel 2007 gli fruttano un guadagno netto di 3 milioni e mezzo di euro (e crepi la social card coi suoi 40 euro mensili).
Il Gabriele Galateri di Genola, presidente di Mediobanca, nel 2007 ha avuto un compenso di 3 milioni di euro, con una buonuscita di 8 milioni quando ha lasciato, dopo solo quattro anni di "lavoro". Il Vittorio Colao, amministratore delegato della Rcs dal 2004 al 2006, ha avuto nell'ordine: un bonus d'ingresso di 2 milioni di euro; stipendio fisso di un milione all'anno; 4 milioni e 800 mila euro di buonuscita.
E la signorina Jonella, chi era costei? Jonella Francesca Ligresti, 41 anni, la primogenita di suo padre, il costruttore-finanziere Salvatore Ligresti. Ovvero «la manager donna più pagata d'Italia, oltre 5 milioni di euro l'anno».
Quanto al fido Fedele Confalonieri, numero uno di Mediaset, nel 2007 ha preso di solo stipendio 3 milioni e 300 mila euro; mentre il Francesco Caltagirone junior (suo padre Francesco Gaetano è uno degli uomini più ricchi d'Italia, un patrimono di 2 miliardi di euro) ha guadagnato, sempre nel 2007, come presidente della Cementir, 5 milioni e 155 mila euro.
E via elencando. In fondo al libro si può consultare l'accecante elenco dei 100 manager più pagati, li trovate tutti. Matteo Arpe, Capitalia, liquidazione di euro 37.405.285 (31 maggio 2007); Cesare Geronzi Capitalia, liquidazione di euro 24.023.266 (30 settembre 2007); Corrado Passera, Intesa San Paolo, 3.503000 l'anno; Paolo Scaroni, Eni, 2.785.000 l"anno; Giorgio Zappa, Finmeccanica, 2.751.000 l'anno... E così via.
I soldi non danno la felicità? Sarà, ma come si desume dal benemerito listone, banchieri, manager, imprenditori, finanzieri e simili fanno a gara a chi se ne mette più in tasca. Così freddamente e scandalosamente, poi, da far perdere le staffe anche a Bruxelles, dove, all'ultimo tavolo Ecofin in data 24 maggio 2008, il commissario Almunia ha denunciato (il fenomeno non è solo italiano) il bubbone delle retribuzioni manageriali «completamente irresponsabili». E ci si è arrabbiato pure Tremonti: «Abbiamo difficoltà a tenere bassi i salari avendo al vertice delle aziende e delle banche signori che straguadagnano» (eh sì, ma il ministro dell'Economia è lui...).
Sapete niente di tal Alessandro Profumo, 52 anni, amministratore delegato di Unicredit? Ebbene, è uno che, nel "solo" 2007, ha guadagnato 9 milioni 426 mila euro, vale a dire «oltre 25mila euro al giorno», sì sì avete capito bene. Tuttavia, per non lasciare dubbi, i due autori chiariscono: «Secondo l'Ires, il centro studi della Cgil, nel 2007 i lavoratori dipendenti italiani hanno percepito in media 24.890 euro lordi. Dunque il numero uno dell'Unicredit ha incassato ogni giorno quanto un lavoratore medio in un anno». Dal che si evince («Ho studiato matematica, signor Galilei») che «un normale operaio o impiegato, per mettere insieme quanto Profumo in dodici mesi, dovrebbe lavorare 365 anni. In altri termini, una dinastia di lavoratori medi impiegherebbe almeno dieci generazioni a pareggiare il conto».
Incazziamoci.


Maria R. Calderoni
Liberazione
28/01/2009

27 gennaio 2009

Contro l'accordo capestro di Cisl-Uil-confindustria e governo, la parola passi ai lavoratori

Rispondiamo in maniera forte ed unitaria, prepariamo ed organizziamo lo SCIOPERO GENERALE !
L’accordo separato firmato da governo, Confindustria, Cisl, Uil, Ugl, non è un evento inaspettato preceduto come è stato dalla lunga serie di accordi separati di categoria. Tanto meno lo è dopo l’offensiva lanciata nei giorni scorsi da Confindustria, Cisl e Uil, e le dichiarazioni di Walter Veltroni. Ma è fortissimo il senso dello strappo, per l’accelerazione che si è prodotta, come per la gravità estrema di quanto è accaduto. Berlusconi cerca di realizzare nuovamente l’obiettivo che segnò il suo governo nel 2002, quando con il Patto per l’Italia puntò ad isolare e marginalizzare la Cgil. Lo vuol fare, oggi come ieri, per realizzare un disegno "costituente" che mira a determinare in senso fortemente regressivo non solo la condizione materiale del mondo del lavoro, ma natura e ruolo dei soggetti sociali e dunque lo statuto della democrazia nel nostro paese. Un disegno persino esibito dalla coincidenza temporale della firma dell’accordo e del primo via libera dato dal parlamento al federalismo. Entrambe scelte "costituenti" che puntano a dividere e frammentare, mettere in contrapposizione i territori come i lavoratori, distruggere i residui elementi universalistici e solidaristici del nostro modello sociale. Entrambe scelte che hanno registrato l’assenza grave dell’opposizione parlamentare.

L’accordo firmato riprende, solo sintetizzandolo, il documento di Confindustria che aveva già visto convergere Cisl e Uil. Il contratto nazionale di lavoro viene svuotato di ogni ruolo: non serve a redistribuire la produttività, non serve nemmeno a difendere salari e stipendi dall’inflazione reale. E’ viceversa lo strumento della generalizzata e ulteriore riduzione dei salari, legati ad un’indice dell’inflazione "depurato" dall’aumento dei costi dell’energia importata. La contrattazione aziendale, che riguarda meno del venti per cento delle imprese, consente aumenti salariali solo in relazione alla "produttività" e "redditività" delle imprese, all’aumento dello sfruttamento e della fatica del lavoro, ad ulteriori sgravi fiscali e contributivi per le imprese, che si esige diventino "strutturali, certi, facilmente accessibili". Il contratto nazionale potrà essere derogato solo in peggio, mentre nulle sono le garanzie per la stragrande maggioranza dei lavoratori che non accedono alla contrattazione di secondo livello. Si rimanda ad altra sede la definizione delle "modalità per garantire la tregua sindacale", ma la sostanza resta quella di sanzionare e limitare pesantemente il diritto di sciopero. Viene reiterata la previsione di "ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento dei servizi integrativi di Welfare", nodo centrale anche del Libro Verde del ministro Sacconi. Il sindacato non è più, secondo l’accordo, il rappresentante autonomo degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, organizzazione di conflitto e contrattazione. E’ insieme alle imprese il gestore di servizi, di uno stato sociale che vede ritrarsi ruolo e garanzie pubbliche e viene consegnato a logiche privatistiche, a quegli enti bilaterali in cui si sostanzia il ridisegno neocorporativo dell’insieme delle relazioni sociali. Non è un caso che il governo abbia varato in agosto un taglio micidiale delle risorse per sanità, enti locali, istruzione, lavoro pubblico. L’accordo separato è destinato ad aggravare la situazione economica e sociale complessiva, perché impoverisce ancora di più i lavoratori, in una crisi che è determinata esattamente dall’acuirsi delle disuguaglianze, da quel "mondo di bassi salari" prodotto da un trentennio di politiche neoliberiste. La partita non è tuttavia chiusa. Non lo è come non lo fu nel 2002, sebbene sia evidente il quadro peggiore di oggi rispetto a ieri, per la sconfitta della sinistra, per la collocazione del Pd. Non lo è in virtù della tenuta decisiva che la Cgil ha avuto. Non lo è in virtù della disponibilità alla lotta che le lavoratrici e i lavoratori hanno dimostrato, aderendo il 12 dicembre allo sciopero generale della Cgil e dei sindacati di base. Diventa decisiva l’attivazione di una risposta forte nei luoghi di lavoro e nei territori. Una risposta adeguata alla gravità di quanto avvenuto, alla volontà di riscrivere le relazioni sindacali e i rapporti sociali contro la più grande organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, impoverire e dividere ulteriormente il mondo del lavoro, distruggere ruolo e autonomia del sindacato. Crediamo sia necessaria la costruzione di un nuovo sciopero generale. Crediamo sia obbligatorio il pronunciamento delle lavoratrici e dei lavoratori sull’accordo. Per parte nostra ci saremo. E’ in gioco il futuro dei diritti del lavoro e della democrazia.

Partito della Rifondazione Comunista - segreteria nazionale

25 gennaio 2009

QUESTA LA VERITA' SUL MASSACRO DEI PALESTINESI? CENTINAIA DI BAMBINI, ANZIANI E DONNE INERMI SACRIFICATI AGLI INTERESSI DI UN GOVERNO MILITARE

Guerra e gas naturale: l'invasione israeliana e
i giacimenti di gas offshore di Gaza

L’invasione militare della Striscia di Gaza da parte delle forze israeliane riguarda direttamente il controllo e la proprietà di giacimenti strategici di gas offshore.
E’ una guerra di conquista. Enormi riserve di gas, scoperte nel 2000, giacciono al largo delle coste di Gaza.
Ai sensi di un accordo firmato con l’Autorità palestinese, nel novembre del 1999, di 25 anni di validità, sono state accordate delle licenze di sfruttamento degli idrocarburi British Gas Group e al suo partner di Atene, Consolidated Contractors International company (CCC) di proprietà delle famiglie libanesi Sabbagh e Koury.
Le quote della licenza sui giacimenti di gas offshore sono rispettivamente del 60% per BG, del 30% per CCC e del 10% per il Fondo d’investimento dell’Autorità palestinese (cfr. Haaretz, 21 ottobre 2007). L’accordo PA-BG-CCC prevede l’allestimento e la costruzione di un gasdotto (Middle East Economic Digest, 5 gennaio 2001).
La licenza di BG copre tutta la zona marittima al largo di Gaza che è contigua a numerose piattaforme di gas offshore israeliani (vedi piantina). Si noti che il 60% delle riserve di gas lungo la costa di Gaza e di Israele appartengono alla Palestina.
Il Gruppo British Gas ha trivellato due pozzi nel 2000 : Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2. British Gas valuta le riserve in oltre 39 miliardi di metri cubi dal valore di circa 4 miliardi di dollari. Sono i dati pubblicati da British Gas, ma le dimensioni delle riserve di gas palestinese potrebbero essere di gran lunga superiori.

Chi è proprietario dei giacimenti di gas.
La questione della sovranità sui giacimenti di gas di Gaza è cruciale. Dal punto di vista giuridico essi appartengono alla Palestina. Ma la morte di Yasser Arafat, le elezioni di Hamas al governo e il crollo dell’Autorità palestinese hanno consentito a Israele di prendere il controllo de facto sulle riserve offshore di Gaza.
E mentre British Gas (BG Group) ha trattato con il governo di Tel Aviv, quello di Hamas è stato boicottato per quel che riguarda le licenze di esplorazione e di produzione dei giacimenti.
L’elezione del Primo ministro Ariel Sharon nel 2001 ha rappresentato una svolta cruciale. La sovranità della Palestina sui giacimenti di gas offshore è stata contestata alla Corte suprema israeliana dove Sharon dichiarò, senza mezzi termini, che "Israele non accetterà mai di acquistare il gas dalla Palestina" lasciando intendere che le riserve di gas al largo di Gaza appartenevano a Israele.
Nel 2003 Ariel Sharon ha opposto il veto a un primo accordo che avrebbe permesso a British Gas di alimentare Israele in metano con le riserve offshore di Gaza (cfr. The Independent, 19 agosto 2003). La vittoria elettorale di Hamas nel 2006 ha favorito la dismissione dell’Autorità palestinese che è stata accantonata alla Cisgiordania con il mandato di Mahmoud Abbas.

Nel 2006, British Gas "era sul punto di firmare un accordo di pompaggio di gas per l’Egitto" (cfr. Times, 28 maggio 2007). Secondo i resoconti, l’allora Primo ministro britannico Tony Blair intervenne per conto d’Israele perché l’accordo con l’Egitto non approdasse. L’anno successivo, nel maggio 2007, il gabinetto israeliano ha approvato una proposta del Primo ministro Ehud Olmert "di acquisto di gas dall’Autorità palestinese". Il contratto proposto era di 4 miliardi di dollari con utili di 2 miliardi di dollari, di cui un miliardo per i palestinesi. Tuttavia, Tel Aviv non aveva nessuna intenzione di dividere i proventi del gas con la Palestina. Il Gabinetto israeliano ha allora costituito una squadra di negoziatori israeliani per finalizzare un accordo con la BG, scartando sia il governo di Hamas sia l’Autorità palestinese: "Le autorità della difesa israeliana desiderano che i Palestinesi siano pagati in beni e in servizi e insistono perché non sia corrisposta alcuna somma in denaro al governo controllato da Hamas."
L’obiettivo era essenzialmente di annullare il contratto firmato nel 1999 tra il Gruppo BG e l’Autorità palestinese di Yasser Arafat.
Ai sensi dell’accordo proposto nel 2007 con BG, il gas palestinese dei pozzi offshore doveva essere convogliato da un gasdotto sottomarino verso il porto israeliano di Ashkelon, in tal modo trasferendo il controllo sulla vendita di metano a Israele.
Ma l’accordo non approda e le trattative vengono sospese: “Il Capo del Mossad Meir Dagan si è opposto alla transazione per ragioni di sicurezza, temendo che i proventi potessero finanziare il terrorismo". (cfr. Deputato del Knesset Gilad Erdan, Allocuzione al Parlamento su "L’Intenzione del vice Primo ministro Ehud Olmert di acquistare gas dai Palestinesi anche se i pagamenti servirebbero ad Hamas" 1 Marzo 2006, citato in Lt. Gen. (ret.) Moshe Yaalon, Does the Prospective Purchase of British Gas from Gaza's Coastal Waters Threaten Israel's National Security? Jerusalem Center for Public Affairs, Ottobre 2007)
L’intenzione di Israele era di evitare l’ipotesi che fossero corrisposte le royalties ai Palestinesi. Nel dicembre del 2007, il Gruppo BG si è ritirato dai negoziati con Israele e nel gennaio 2008 è stato chiuso l’ufficio in Israele. (BG website).

Il piano di invasione in preparazione
Stando a fonti militari israeliane, il progetto d’invasione di Gaza chiamato "operazione Piombo fuso" è stato iniziato nel giugno 2008: “Fonti della Difesa hanno dichiarato che il Ministro della Difesa Ehud Barak aveva incaricato le forze della difesa israeliana IDF di preparare l’operazione da più di sei mesi [giugno o prima di giugno], nonostante Israele avesse cominciato a negoziare un accordo di cessate il fuoco con Hamas.” (cfr. Barak Ravid, Operazione “Cast Lead”: L’attacco aereo israeliano avviene dopo mesi di pianificazione, 27 dicembre 2008).
Quello stesso mese le autorità israeliane hanno ripreso contatto con British Gas, al fine di riprendere i negoziati cruciali per l’acquisizione del metano di Gaza: “Sia il direttore generale del Ministero delle Finanze Yarom Ariav, sia il direttore generale del Ministero delle Infrastrutture nazionali, Hezi Kugler, hanno concordato d’informare BG del desiderio d’Israele di rinnovare le trattative. Le fonti hanno aggiunto che BG non ha ancora risposto ufficialmente alla richiesta d’Israele ma che alcuni dirigenti dell’azienda potrebbero recarsi qualche settimana in Israele per portare avanti i colloqui con alcuni funzionari del governo.” (cfr. Globes online-Israel’s Business Arena, 23 juin 2008).
La decisione di accelerare i negoziati con British Gas (BG Group) coincide cronologicamente con la pianificazione dell’invasione di Gaza, avviata a giugno. Sembrerebbe che Israele fosse ansioso di giungere a un’intesa con BG Group prima dell’invasione, in fase avanzata di pianificazione.
Inoltre i negoziati con British Gas sono stati guidati dal governo di Ehud Olmert che sapeva che l’invasione militare era allo studio. Verosimilmente, è stato anche previsto dal governo israeliano il riassetto post bellico politico territoriale della Striscia di Gaza.
Di fatto nel mese di ottobre 2008 i negoziati tra British Gas e i responsabili israeliani erano ancora in atto, due/tre mesi prima dell’inizio dei bombardamenti il 27 dicembre. A novembre 2008, il ministero israeliano delle Finanze e il ministero delle Infrastrutture incaricavano la Israel Electric Corporation (IEC) di avviare negoziati con British Gas per l’acquisizione di metano proveniente dalla concessione di BG al largo di Gaza. (Globes, 13 novembre 2008).
“Yarom Ariav, direttore generale del Ministero Finanze e Hezi Kugler, direttore generale del Ministero Infrastrutture Nazionali hanno scritto recentemente al presidente di IEC, Amos Lasker, per informarlo della decisione del governo di permettere ai negoziatori di andare avanti conformemente alla proposta quadro approvata precedentemente. Qualche settimana fa il consiglio di amministrazione di IEC, diretto dal presidente Moti Friedman, ha approvato i principi della proposta quadro. Le trattative con il Gruppo GB inizieranno non appena il consiglio di amministrazione avrà approvato l’esenzione dell’obbligo di gara” (Globes, 13 novembre 2008)

L’occupazione militare di Gaza si prefigge di trasferire la sovranità sui giacimenti di gas a Israele, in violazione del diritto internazionale.
Che cosa si può prevedere sulla scia dell’invasione? Quali sono le intenzioni di Israele per quel che riguarda le riserve di gas della Palestina? Un nuovo accordo territoriale con il posizionamento di truppe israeliane e/o la presenza di “forze di mantenimento della pace”? La militarizzazione di tutto il litorale di Gaza che è strategico per Israele? La confisca pura e semplice dei giacimenti di gas palestinese e la dichiarazione unilaterale della sovranità israeliana sulle zone marittime della Striscia di Gaza? Se dovesse essere il caso, i giacimenti di gas di Gaza sarebbero integrati agli impianti offshore di Israele che sono adiacenti.
Queste diverse piattaforme offshore sono anche collegate al corridoio di trasporto energetico israeliano che arriva fino al porto di Eilat, terminale petrolifero, sul mar Rosso fino al terminale marittimo dell’oleodotto di Ashkelon, e verso nord ad Haifa, e si collegherebbe eventualmente grazie ad un oleodotto turcoisraeliano “proposto” fino al porto turco Ceyhan. Ceyhan è il terminale dell’oleodotto del Caspio Baku Tbilisi Ceyhan (BTC). "Si prevede di collegare l’oleodotto gasdotto BTC al pipeline israeliano Eilat-Ashkelon, anche noto con il nome Israel Tiplinel". (Cfr Michel Chossudovsky, The War on Lebanon and the Battle for Oil, Global Research, 23 juillet 2006).

di Michel Chossudovsky
(Traduzione di Nicoletta Forcheri)




8/01/09

22 gennaio 2009

L'autore di questa denuncia è un veterano dei corpi di artiglieria dell'esercito israeliano e membro fondatore di Breaking the Silence

Io artigliere ho usato fosforo bianco
di Simcha Leventhal

Ho servito come artigliere nella divisione M109 dell'esercito israeliano dal 2000 al 2003 e sono stato addestrato a utilizzare le armi che Israele sta usando a Gaza. So per certo che le morti di civili palestinesi non sono una sfortunata disgrazia ma una conseguenza calcolata. Le bombe che l'esercito israeliano ha usato a Gaza uccidono chiunque si trovi in un raggio di 50 metri dall'esplosione e feriscono con ogni probabilità chiunque si trovi a 200 metri. Consapevoli dell'impatto di queste armi, le gerarchie militari impediscono il loro uso, anche in combattimento, a meno di 350 metri di distanza dai propri soldati (250 metri, se questi soldati si trovano in veicoli corazzati). Testimonianze e fotografie da Gaza non lasciano spazio a dubbi: l'esercito israeliano ha usato in questa operazione bombe al fosforo bianco, che facevano parte dell'arsenale quando anche io servivo nell'esercito. Il diritto internazionale proibisce il loro uso in aree urbane densamente popolate a causa delle violente bruciature che provocano: la bomba esplode alcune decine di metri prima di toccare il suolo, in modo da aumentarne gli effetti, e manda 116 schegge infiammate di fosforo in un'area di più di 250 metri. Durante il nostro addestramento, i comandanti ci hanno detto di non chiamare queste armi «fosforo bianco», ma «fumo esplosivo» perché il diritto internazionale ne vietava l'uso. Dall'inizio dell'incursione, ho guardato le notizie con rabbia e sgomento. Sono sconvolto dal fatto che soldati del mio paese sparino artiglieria pesante su una città densamente popolata, e che usino munizioni al fosforo bianco. Forse i nostri grandi scrittori non sanno come funzionano queste armi, ma sicuramente lo sanno le nostre gerarchie militari. 1300 palestinesi sono morti dall'inizio dell'attacco e più di 5000 sono rimasti feriti. Secondo le stime più ottimiste, più della metà dei palestinesi uccisi erano civili presi tra il fuoco incrociato, e centinaia di loro erano bambini. I nostri dirigenti, consapevoli delle conseguenze della strategia di guerra da loro adottata, sostengono cinicamente che ognuna di quelle morti è stata un disgraziato incidente.Voglio essere chiaro: non c'è stato alcun incidente. Coloro che decidono di usare artiglieria pesante e fosforo bianco in una delle aree urbane più densamente popolate del mondo sanno perfettamente, come anche io sapevo, che molte persone innocenti sono destinate a morire. Poiché conoscevano in anticipo i prevedibili risultati della loro strategia di guerra, le morti civili a Gaza di questo mese non possono essere definite onestamente un disgraziato incidente.Questo mese, ho assistito all'ulteriore erosione della statura morale del mio esercito e della mia società. Una condotta morale richiede che non solo si annunci la propria volontà di non colpire i civili, ma che si adotti una strategia di combattimento conseguente. Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un'area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale.

il manifesto - 22/01/2009

21 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN COMPAGNO. TUTTI A TEATRO

Guido Rossa,
trent'anni fa


Debutterà venerdì 23 Gennaio alle ore 11.30 per le scuole genovesi in prima nazionale lo spettacolo "Guido oltre le vette" scritto da Franco Stagnaro e Ivano Malcotti, in programma al Teatro Duse di Genova. Un racconto per le giovani generazioni che restituisce la forza dell'operaio sindacalista ucciso dalle Br 30 anni fa

Lo spettacolo, prodotto dall'associazione culturale arte in campo con il contributo della CGIL, è un omaggio al sindacalista, all'operaio, all'uomo Guido Rossa nella ricorrenza dei trent'anni dal suo assassinio da parte delle Brigate rosse.

"Guido oltre le vette" è lo spettacolo delle riflessioni, e sottolinea molto chiaramente l'inconciliabilità della pratica della violenza con il progetto di una società liberata da essa. E' una messa in scena molto precisa e agevole anche per un pubblico giovane che per ragioni anagrafiche non ha conosciuto il contesto storico di quegli anni.

Una piece che pone il problema del valore della memoria, una memoria storica collettiva sugli anni dello stragismo e del terrorismo, perchè un paese senza memoria è un paese confuso e smarrito, privo di Identità civile.

Lo spettacolo ha il grande merito di informare e sensibilizzare il pubblico su un periodo drammatico della nostra storia recente e di interrogarsi sulle conseguenze del terrorismo, un fenomeno che si è lasciato dietro una scia interminabile di sangue innocente, ed è stato un fattore, di forte contrasto al processo di sviluppo democratico e sociale del nostro paese.

"Guido oltre le vette" è un testo pensato per investire sulle nuove generazioni. e creare le condizioni di una riflessione sul terrorismo,su ciò che ha rappresentato e su ciò che drammaticamente può ancora rappresentare.

La colonna sonora originale degli Agarthi Sound Factory, che suoneranno dal vivo, è un rock progressive molto potente, ma con virate classiche di grande suggestione.
I testi delle canzoni sono firmate dal poeta Ivano Malcotti.
Il testo è interpretato da: Enrico Aretusi, Yuki Assandri, Davide Quillico, Luciano Rotella, Nadia Simonetta. La regia è di Enrico Aretusi. La direzione artistica è di Franco Stagnaro.

LO SCHIERAMENTO DEL GRANDE BUCO...... ALLE TASCHE PUBBLICHE E SULLA SALUTE DEI CITTADINI, SI ALLARGA

LA TAV HA UN'ALTRO POTENTE SPONSOR POLITICO, LA CHIESA

Il cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino ha dichiarato che "la Nuova Linea Torino Lione è indispensabile. L'opera deve essere costruita e deve essere fatta bene. La Chiesa ha il dovere di educare e quindi deve spiegare e far capire ai fedeli l'utilità di questa grande opera pubblica". Il tema è stato accennato in un incontro tra il cardinale e gli amministratori pubblici torinesi, a Pianezza (Torino), incentrato soprattutto sulla crisi economica.

Stranamente il TG3 regionale, la sera del 17 gennaio, nel servizio relativo all'incontro non ha riferito di questa nuova sponsorizzazione piuttosto evidente a favore della Torino Lyon, ad opera del Cardinale di Torino. Abbiamo invece visto quasi tutti i politici torinesi, provinciali e regionali che ascoltavano e qualcuno, tra loro prendeva perfino appunti.
Anche il Cardinale Severino Poletto ovviamente , può, come ogni cittadino, occuparsi della Torino Lyon, ciò che stupisce è che lo faccia nell'ambito della sua missione sacerdotale, mentre l'argomento andrebbe affrontato prima di tutto a livello tecnico ed economico.
In ogni caso, senza nessuna velleità polemica vogliamo sintetizzare, a beneficio di chi tecnico non è, come il Cardinale, alcuni dati comunemente reperibili che possono essere utili qualora si intendesse approfondire il tema avendo a disposizione qualche elemento oggettivo in più:
- Quest'opera ha una complessità tecnica senza precedenti, lo scrissero ufficialmente l'anno scorso perfino i Ministri Di Pietro e Perben presentando il dossier alla UE.
- Nei 20 anni necessari alla eventuale realizzazione, sia i costi che le modalità e le politiche di trasporto possono evolvere in modi oggi sconosciuti , sempre che l'opera sia tecnicamente fattibile, cosa finora ancora tutta da dimostrare.
- Il costo a preventivo oggi, secondo i vertici delle ferrovie (trasmissione EXIT) è di oltre 120 milioni di Euro al chilometro, ma si sa già che prima della eventuale fine dei lavori in genere il costo finale come minimo triplica.
- La linea attuale tra Torino e Lyon è utilizzata solo al 30% della sua potenzialità, ed i lavori di ampliamento della sagoma del tunnel del Frejus stanno per essere conclusi.
- L'opposizione ad una nuova linea da parte dei valsusini e di chi ha a cuore non solo l'ambiente, ma soprattutto il bilancio statale è puntuale, documentata, pacifica mentre cresce la consapevolezza che nonostante la propaganda l'opera non verrà mai realizzata.
- E' molto rischioso sottostimare i problemi presenti nel massiccio d'Ambin, nell'eventuale realizzazione e successiva gestione del Tunnel di Base di 57 km: Uranio, Radon, calore nella montagna fino a 50 gradi centigradi, presenza di grisou, rocce inconsistenti denominate "carniole", decine di falde acquifere sotterranee in pressione.
- L'interesse della criminalità sulle grandi opere è ormai documentato, mentre non è altrettanto evidente il rapporto tra le realizzazione delle grandi opere pubbliche e la creazione di posti di lavoro "buono", intendendo per buono quello stabile, sicuro, retribuito seriamente, in contrapposizione con quello "cattivo"in cui invece si rischia la vita, o che comunque non permette la sopravvivenza.
- Il Tunnel sotto alla Manica, simile per dimensioni, ma realizzato con investimenti privati, è stato un colossale fallimento finanziario che ha fatto scuola, ma non ha inciso sui bilanci pubblici, mentre nel caso della Torino Lyon in caso di fallimento a pagare sarebbe il solito Pantalone italiano...
- Viste le cifre in ballo, tutte pubbliche, e la crisi in atto ci sarebbe da preoccuparsi invece i proponenti accelerano con la scusa di una politica economica "anticiclica".
Finora comunque si tratta solo di tante belle parole, visto che non è stato piantato neppure un chiodo.
La situazione è fin troppo chiara. I grandi costruttori e le grandi imprese si schierano da sempre compatti a favore della Torino-Lyon, ma senza mai mettere mano al portafoglio, i politici ovviamente fanno la "ola" adesso anche il Cardinale Poletto. Il Cardinale ci perdonerà se rivolgiamo due semplici domande:
· Come hanno fatto a convincerLa sulla bontà di quest'opera, vista l'insussistenza economica dell'impresa? Non crederà veramente "alla bufala del presunto "isolamento del Piemonte"!
· In un momento così difficile, signor Cardinale, davvero non si può immaginare un utilizzo più socialmente etico per quelle decine di miliardi che sarebbero investiti in "buchi senza fine"?
La nostra responsabilità di padri di famiglia ci impone in questo momento difficile di valutare attentamente ogni piccola azione, per salvaguardare il futuro dei nostri figli. Anche per questa ragione il NO TAV fa parte del nostro patrimonio culturale, e di credenti. Non stupisca perciò se la presa di posizione del Cardinale Poletto a favore del TAV ha veramente meravigliato tante persone di cui siamo qui indegni portavoce.

La redazione del sito internet http://www.ambientevalsusa.it/

19 gennaio 2009

LA SFACCIATAGGINE DELL'IMPRESA, ASSISTITA DALLO STATO, PARASSITARIA, FALLIMENTARE E STRAGISTA. Intervista a Edoardo Sanguineti


Addio ugualitarismo,
viva la meritocrazia

Addio ugualitarismo, viva la meritocrazia. Questo sarebbe lo slogan più efficace per riassumere il condensato filosofico di un inserto pubblicato sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore. «Appare tramontata un'idea egualitaristica sul lavoro: nei suoi confronti primeggia nettamente un orientamento volto a garantire pari opportunità a tutti in fase di partenza, poi però ciascuno deve darsi da fare autonomamente. Gli fa eco un atteggiamento meritocratico, mentre una visione egualitarista sul lavoro raccoglie poco più della metà dei consensi».


Queste righe accompagnavano a titolo di commento i risultati di un sondaggio sui lavoratori dipendenti e sulla rappresentazione che questi hanno della loro professione (rapporto nazionale della Fondazione Nord Est). E, accanto all'essaltazione del merito e alla rottura delle tutele, non poteva mancare un attacco alla rappresentanza sindacale, dipinta come uno degli aspetti più vischiosi al cambiamento. Ci sono, in questi rapidi cenni, i capisaldi di una filosofia aziendalista, l'unica che le classi dirigenti mostrano d'avere dinanzi alla crisi economica. Si può riassumere così: dal collasso dell'economia reale si esce soltanto smantellando il sistema di regole e tutele universali dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale. Come se una volta eliminata l'uguaglianza dei diritti potessero liberarsi i meriti personali. D'incanto si sprigionerebbe la creatività dei lavoratori e la produttività schizzerebbe in alto. "Meritocrazia" è una brutta bestia. E' la parola magica che ha accompagnato tutte le controriforme degli ultimi anni. Non a caso, anche la cosiddetta "riforma" della scuola trova la giustificazione ideologica nel voler smantellare un'università che non "premia i migliori". E quale sarebbe una scuola meritocratica? Una scuola dove per uno che passa, un altro non ce la fa. Una scuola improntata, per l'appunto, al modello azienda e a uno schema di competizione che si risolve in un gioco a somma zero: io vinco se tu perdi. La meritocrazia - che sia riferita al mondo del lavoro o a quello scolastico è lo stesso - è tutta ripiegata sulla dimensione individuale dove la misura del proprio successo è determinato dalla sconfitta altrui e viceversa. E' il contrario della cooperazione, tanto del sapere come impresa collettiva quanto del lavoro come opera sociale. Sta di fatto che negli ultimi anni la parola "meritocrazia" ha scavato nell'immaginario ed è entrata nel senso comune come l'unica ricetta possibile a un paese come l'Italia notoriamente afflitto da clientelismi e corporazioni.


A Edoardo Sanguineti, scrittore, critico letterario e intellettuale storico della sinistra italiana, abbiamo chiesto di tracciare un percorso tra i termini della questioni, a partire dalla crisi economica e dall'invisibilità del lavoro per arrivare alla trasformazione delle università in fondazioni private.

Ogni volta che spunta una controriforma - si tratti dello smantellamento della scuola o delle tutele contrattuali del lavoro - salta fuori la filosofia della meritocrazia. E anche nel senso comune è passata l'idea che l'ugualitarismo, cioè la garanzia di diritti universali, sia sinonimo di piattume e depressione. Ma è proprio questa la via d'uscita alla crisi economica?
E' un vecchio problema. Il diritto formale borghese è fondato su questo principio: la legge sia uguale per tutti e poi vinca il migliore. Se vivessimo nel paese della cuccagna o in uno Stato dove non ci fossero distinzioni di classi, potremmo anche starci. Ma il guaio del diritto formale è proprio quello di prescindere dalle divisioni sociali ed economiche che in ultima istanza decidono delle nostre esistenze concrete. Se davvero tutti partissero alla pari la legge funzionerebbe splendidamente. Ma se invece c'è una parte della società che può permettersi di mandare i figli a frequentare l'università all'estero e un'altra no, se una parte può curarsi nelle migliori cliniche e all'altra questa possibilità è preclusa e via così di esempio in esempio, è evidente che c'è una condizione di ingiustizia. Sarebbe molto bello, per restare in tema di università, se tutti gli atenei funzionassero sul modello della Normale di Pisa. Lì si accede per concorso, quindi in base al merito. La Normale è un vero campus, si ha diritto a vitto e alloggio e si ha la possibilità di frequentare con agio tutti i corsi. Ma altra cosa è la trasformazione degli atenei in fondazioni private in concorrenza tra loro - che mi pare il principio ispiratore della riforma universitaria. La libertà di uno studente di scegliere l'università migliore è una libertà solo formale, sulla carta. Non tutti possono permettersi di andare a studiare in un'altra città e di sostenere il costo di una stanza vista la speculazione degli affitti nelle città universitarie. Si può filosofeggiare quanto si vuole sul merito e sulla bellezza delle fondazioni private, ma se non hai una famiglia che ti sostenga alle spalle non c'è nessuna libertà di scegliere l'università migliore.

Questa meritocrazia assomiglia molto alla competitività modello aziendale. Qualcuno vince perché c'è un altro che perde. E' la ricetta confindustriale: mettere i lavoratori in guerra tra loro. Non è così?
Abbiamo una Costituzione fondata sul lavoro che tutela chi produce. Ci stiamo allontanando da quella Carta. Si capisce che Confindustria invochi in nome degli interessi imprenditoriali il criterio del merito ma questo non è possibile in una situazione di ineguaglianze sociali. In questa società cominciano a essere in dubbio persino i diritti fondamentali a partire da quello della casa. Per anni le banche hanno comprato pezzi intere di città e hanno prestato denaro con molta disinvoltura fino al punto di strangolare le persone con l'innalzamento dei tassi dei mutui. Il risultato è la concentrazione della ricchezza nelle mani delle banche. Si può dire, senza forzature, che tutta la nazione sia ormai improntata al modello aziendale. L'azienda-Italia, per l'appunto. Ma la meritocrazia che sta al fondo di questa mitologia della produttività è il contrario della concorrenzialità. E', piuttosto, la via maestra al monopolio e alla concentrazione. Da un lato, calano gli investimenti e chiudono le fabbriche, dall'altro, aumentano gli sportelli bancari.

La crisi non è solo finanziaria ma colpisce anche l'economia reale. Scomparirà la decantata società dei ceti medi?
Sarà che sono un vecchio materialista storico ma mi pare che si restringe la base sociale della piccola borghesia. Il conflitto si restringe fra una élite di iperricchi e una massa di sventurati in difficoltà. La globalizzazione ha esportato in tutti i paesi precariato e instabilità dell'esistenza. Tutto il resto è mitologia. Tra questi due poli la piccola borghesia è schiacciata ed è destinata a sparire assieme a tutte le fantasie su una ipotetica terza forza. Non dimentichiamo che da questo gruppo sociale sono venuti in gran parte gli insegnanti delle scuole, di quelle elementari e medie soprattutto. La crisi della scuola è legata anche alla crisi d'identità di ceti medi e piccola borghesia. Anche quelli che una volta si chiamavano colletti bianchi non possono chiamarsi fuori dall'insicurezza generale. Anche un direttore di banca può essere spedito da un momento all'altro a dirigere una filiale in un'altra città abbandonando patria e famiglia. E se non accetta entra in esubero.

Nel senso comune è passata l'idea che l'uguaglianza opprime la libertà e impedisce a chi è creativo di emergere. Basta con le tutele per tutti i lavoratori e basta con la scuola uguale per tutti. Non è questo il messaggio predominante?
Continuo a fare riferimento alla Costituzione. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. A me piace dire che il lavoro è la condizione centrale nella vita di ognuno. Fin da bambini compiamo un lavoro gigantesco per passare dalla condizione "naturale" a una condizione sociale che è la premessa per l'integrazione nella vita produttiva. Oggi l'etica del lavoro e l'universalismo dei diritti sono messi a dura prova. Quel che accade nella scuola è sintomatico. Pensiamo alla spinta del Vaticano perché lo Stato finanzi scuole private cattoliche. E' una filosofia che contraddice il principio costituzionale di una una scuola pubblica per tutti indipendentemente da provenienze sociali e culturali. E' come se proponessimo scuole elementari comuniste o rivendicassimo la presenza di insegnanti comunisti. Sempre per rimanere sul terreno dell'istruzione, un altro elemento che smantella il sistema dell'ugualitarismo è il conflitto tra dimensione nazionale e istanza regionalistica. D'accordo che le scuole abbiano l'autonomia di decidere il calendario di apertura e chiusura in base a esigenze locali, ma altra cosa è modificare i programmi nazionali. C'è una parcellizzazione dell'insegnamento, una regressione alle storie locali, si inventano genealogie che risalgono all'età della pietra. A tutto questo si aggiunge la precarizzazione degli insegnanti.

Da un lato c'è l'esaltazione dell'inglese, dall'altro andiamo verso una scuola chiusa sul localismo e le piccole patrie. Nella circolare Gelmini che sta per arrivare negli istituti scopriamo che scompare la seconda lingua comunitaria.Come sarà la scuola del futuro?
Mio dio, dove troveremmo tutti questi insegnanti per l'inglese? E poi quale inglese, quello che si parla in Australia o in Canada? Abbiamo già tante difficoltà per stabilire qual è l'italiano, se sia quello della televisione o degli sms o che altro. C'è poi questa visione utopica che sarebbero le famiglie a dover scegliere l'orario e se vogliono l'insegnante unico o no. Ma la verità è che le loro richieste non potranno essere garantite perché gli istituti non hanno né personale né risorse a sufficienza. A prevalere, al di là dei principi dichiarati, saranno i tagli. La crisi economica comincia a far sentire gli effetti anche a partire dalla scuola. E nella società si scatenerà una corsa al lavoro, quale che sia, non importa quanto bassa sarà la retribuzione. Questo significa che non vengono privilegiati i lavori qualificati o creativi, come ci raccontano. Un laureato, quando va bene, si accontenta di fare il custode in un museo. Magari in attesa di vincere un dottorato di ricerca. In questa situazione si sceglie di disinvestire e smantellare scuole e università. Questo sistema economico non ha bisogno di formare laureati. Il peggio è che queste politiche si ammantano del termine "riforma" che un tempo era una parola di sinistra. I conservatori oggi si presentano come innovatori.

Tonino Bucci

Liberazione
18/01/2009

18 gennaio 2009

A Roma vasta e articolata la partecipazione alla manifestazione indetta dalle comunità e dai movimenti

Oltre centomila per dire che a Gaza è un massacro

Un cartello più di altri restituisce il dramma di Gaza. Dice che oggi i palestinesi sono "vittime delle vittime" e chi lo porta al collo sa di sopportare una sofferenza, antica e attualissima, molto più grande di lui e dei centomila che stanno per sfilare dal luogo simbolo della multietnicità di una metropoli come Roma, Piazza Vittorio, allo spazio, altrettanto simbolico, che che vide l'inizio della resistenza romana l'8 settembre del '43, Porta S.Paolo, dove risuonerà, dopo il tramonto, la voce registrata di Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano testimone del massacro di civili che Tel Aviv ha ribattezzato Piombo fuso. Lungo tutto il percorso, Choukri dell'Udap, sinistra laica arabo-palestinese, non ha smesso un attimo di denunciare la complicità dei governi occidentali e il silenzio delle Ong.
Prima dello striscione d'apertura - "Fermiamo il massacro dei palestinesi", tre donne rappresentano altrettante generazioni di donne cresciute sotto l'incubo di una guerra d'occupazione. Vengono dalla diaspora palestinese, aprono la manifestazione con altri quattro bambini vivi, e con un bambolotto insanguinato di vernice. All'ora stabilita, all'altezza del Colosseo, le bandiere palestinesi serviranno da tappeto per la preghiera musulmana. Più avanti, un minuto di silenzio avvolgerà il palazzo della Fao, di fronte al Circo Massimo. Il gioco dei numeri vede immutate le parti: la questura a dividere per dieci la cifra, forse ritoccata, gridata dai promotori entusiasti del risultato. «Roma ha detto che la popolazione è contro il massacro di Gaza. Il crimine è di chiamarla guerra», spiega all'arrivo Sergio Cararo del Forum Palestina.
Dai territori, la mobilitazione s'è finalmente trasferita a Roma, con un bel po' di ritardo rispetto a quanto accaduto in altre capitali europee. «E nei territori dovrà tornare - commenta ai microfoni di Liberazione, Claudio Grassi della segreteria di Rifondazione comunista - per estendere il boicottaggio dei prodotti israeliani. In una fase come questa, è necessario ricorrere a questa forma di lotta non violenta.
L'ossatura del corteo è data dalle reti di solidarietà col popolo palestinese e dalle comunità arabe e islamiche di tutta Italia. Il gioco dei cartelli vede citatissimi dalle agenzie e dai siti quelli a favore di Santoro colpito dagli strali bipartisan per aver mostrato le sofferenze dei palestinesi. Qualcuno scova due (2) svastiche sovrapposte alla Stella di David e Repubblica riesce a farci un titolo. In realtà tutto fila liscio, senza pagliacciate di alcun tipo. Per trovare un po' di tensione bisognava stare al Ghetto dove, di ritorno dalla manifestazione, un maestro cobas di Cagliari, Nicola Giua, s'è trovato circondato e spintonato da decine di ragazzi della comunità fermati da quelli che parevano i capi. La sua colpa: indossare una kefia. Poco prima, nel cuore della comunità romana, s'era tenuto un presidio anti-Santoro.
Più degli slogan, a caratterizzare la partecipazione massiccia dei migranti erano le foto che ciascuno mostrava. Le foto del massacro in corso nella Striscia. A promuovere la partecipazione sono state spesso le comunità che si raccolgono intorno alle moschee. E' lì che avviene l'organizzazione della solidarietà concreta, racconta Ibrahim Djallo, senegalese quarantaduenne, da 18 a Brescia e da 10 in Cgil. Lui è a Roma, il suo sindacato ad Assisi e a lui dispiace. Ma dalla cittadella umbra arrivano buone notizie. Non c'era molta gente ma i contenuti erano buoni, dice Raffaella Bolini dell'Arci una volta giunta nello spezzone di Arci, Fiom, Un Ponte per, Rete 28 Aprile, Donne in nero e altri, che vuole rappresentare un ponte con l'altra manifestazione. C'è Alessandra Mecozzi della Fiom che, di fronte alla grandezza e all'articolazione, dice che sì, che può essere una premessa per la ripresa del movimento. Che ci sia bisogno di politica lo dicono tanto in questo spezzone quanto l'ambasciatore palestinese, Sabri Ateyhe: gli aiuti umanitari non siano la foglia di fico per coprire l'assensa di un orizzonte politico. «La relazione con le comunità migranti - spiega Raffaella Bolini - sarà cruciale per tirare la questione fuori dalla gabbia della geopolitica». Se si domanda a un pacifista israeliano o a un pacifista palestinese cosa potremmo fare qui, si sente rispondere che Venezuela e Brasile hanno dato l'esempio rompendo le relazioni diplomatiche con Israele. A parlare, anche lui appena arrivato da Assisi, Iohav Goldring, giovane consigliere comunale a Tel Aviv per il Partito comunista israeliano. Accanto a lui, Fabio Amato, responsabile esteri del Prc: «Servono atti concreti, anche le sanzioni, per ripristinare la legalità».
«Gli immigrati sentono moltissimo questa guerra - conferma Andrea Alzetta, consigliere in Campidoglio per l'Arcobaleno - e il gesto di Chavez ha saldato le comunità arabe con quelle sudamericane«. Il corteo continua a dipanarsi. Ovunque tracce della presenza dei sindacati di base e dei partiti della sinistra radicale - da Rifondazione a Sinistra critica, dal Pdci alla Rete dei comunisti - con consistenti segnali di vita dell'Onda che è arrivata in corteo dalla Sapienza all'inizio di questo corteo. Ovunque le foto della «banalità del male di Piombo fuso». Due ore dopo la coda del corteo ancora non mette piede fuori dal luogo dell'appuntamento. Gli spezzoni sono tutti mescolati, comunità cristiane di base con giovani musulmani, lesbiche e femministe con l'Ucoii. «E' una risposta politica alle ipocrisie di questi giorni», commenta Giovanni Russo Spena del Prc. E ora? Il Patto contro la guerra, che ha tenuto un incontro nazionale prima della manifestazione, suggerisce la costruzione di comitati locali che allarghino l'adesione - così spiega la romana Cristina Tuteri - alla scadenza di Stasburgo lanciata dal Fse contro la celebrazione dei 60 anni della Nato nella location dell'Europarlamento.

Checchino Antonini
Liberazione
18/01/2009

17 gennaio 2009

Un milione di morti a est grazie alle riforme-shock

Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell'ex Unione sovietica negli anni '90, secondo uno studio dell'università di Oxford pubblicato ieri dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall'applicazione forsennata delle politiche neoliberiste - e in particolare i programmi di privatizzazione di massa - dopo il crollo dei regimi «socialisti».Nell'insieme dei paesi dell'Europa orientale e dell'ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all'interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti. Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l'arrivo di privati - e con essi di una logica di profitto - alla guida di aziende in cui l'efficienza produttiva era da decenni subordinata all'utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al '91-'92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l'assistenza sanitaria, le vacanze, un'immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l'alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l'avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari. Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c'erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l'aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità - anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita. Il che induce, secondo gli autori dello studio, a trarre delle importanti lezioni sul modo in cui i cambiamenti economici e sociali possono essere introdotti nei paesi dove questi sono ancora in corso, come in Cina, in India o altrove: le «terapie di shock» costano care in termini di vite umane.Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità: la scelta - in Russia, dove si è concentrato il disastro peggiore - di applicare in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo è una scelta che non è venuta dal cielo come la pioggia. Ci sono uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l'allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, ma ancor più di lui che forse non era in grado di capire quel che stava succedendo sono stati gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais (che tuttora ha una posizione di altissima responsabilità) a volerlo e a imporlo ad ogni costo, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, tuttora prodighi di consigli rivolti ai governanti russi (o di critiche per il fatto di non applicare politiche abbastanza «di mercato»). E, naturalmente, non poca responsabilità dovrebbero prendersi i leader che allora tennero sotto l'ala Eltsin, a patto che non si fermasse «sulla strada delle riforme»: il democratico Bill Clinton prima di tutti.


Astrit Dakli
Il Manifesto del 16/01/2009

14 gennaio 2009

I GIUSTI CONTRO IL GENOCIDIO, CONTRO UNO STATO SMEMORATO E CRUDELE

GAZA IN DIRETTA CON Vittorio Arrigoni blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com
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11 gennaio 2009

Le nostre grida fermano qualche bomba? La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese? Pensiamo di sì. Forse non fermiamo una bomba...

Pubblichiamo, tratto dal quotidiano La Jornada di lunedì 5 gennaio 2009, ampie parti dell’intervento del subcomandante Marcos dedicato alla guerra su Gaza. L’articolo è di Hermann Bellinghausen - La Jornada -
[8 Gennaio 2009]



Gaza, Marcos: «Le nostre grida fermano qualche bomba?»

Per gli zapatisti, a Gaza c’è «un esercito professionista che sta uccidendo una popolazione indifesa», come ha detto oggi il subcomandante Marcos dedicando un intervento fuori programma alla nuova guerra in corso.

Il penultimo giorno del Festival Mondiale della Degna Rabbia si è riempito di indignazione per l’attacco contro la Palestina e la repressione a Oaxaca avvenuta poche ore prima, con la cattura di 20 persone che partecipavano a una protesta pacifica contro l’invasione di Gaza, davanti al consolato statunitense.

Nelle prime ore di questa domenica, centinaia di partecipanti al festival, che si tiene alla periferia di San Cristóbal, oltre i sobborghi indigeni di La Hormiga, sono arrivati nel centro della città per protestare contro l’invasione e chiedere la liberazione dei fermati della Appo, ottenuta ieri notte. L’inusuale marcia con le torce proveniente dalla Università della Terra ha fatto chiudere le porte agli hotel e ha fatto ricordare ad alcuni coletos [residenti di San Cristóbal, n.d.t.] la prima alba del 1994.
Nel pomeriggio Marcos aveva detto: «Non molto lontano da qui, in un posto chiamato Gaza, un esercito fortemente armato ed addestrato, quello del governo di Israele, continua la sua avanzata di morte e distruzione. Una guerra classica di conquista. Prima un bombardamento massiccio per distruggere postazioni militari nevralgiche e indebolire i punti di resistenza, poi il fuoco intenso di artiglieria sulla fanteria nemica per proteggere l’avanzata delle truppe.

Poi l’accerchiamento e assedio alla guarnigione, e l’assalto che conquisti la posizione annichilendo il nemico».Sulla base delle foto delle agenzie, ha aggiunto Marcos, «i ‘punti nevralgici’ distrutti dall’aviazione israeliana sono abitazioni, capanne ed edifici civili». Allora, «pensiamo che o gli artiglieri hanno una pessima mira o non esistono tali postazioni. Non abbiamo l’onore di conoscere la Palestina, ma supponiamo che in quelle case, capanne ed edifici abita o abitava della gente, uomini, donne, bambini ed anziani, e non soldati».Forse, ha sostenuto Marcos, «per il governo di Israele quegli uomini, donne, bambini e anziani sono soldati nemici, e le capanne, case ed edifici dove abitano sono quartieri che bisogna distruggere.

Sicuramente i fuochi d’artiglieria che questa mattina cadevano su Gaza erano per proteggere da quegli uomini, donne, bambini e anziani l’avanzata della fanteria di Israele, e la guarnigione nemica che vogliono sconfiggere non è altro che la popolazione palestinese che vive lì, e che l’assalto cercherà di annichilire». Con la voce rotta, Marcos ha chiesto: «Le nostre grida fermano qualche bomba?

La nostra parola salva la vita di qualche bambino palestinese? Pensiamo di sì. Forse non fermiamo una bomba, né la nostra parola si trasforma in uno scudo blindato», ma probabilmente riesce ad unirsi ad altre e «si trasforma in mormorio, poi in una voce alta e quindi in un grido che si senta a Gaza. Noi zapatisti e zapatiste dell’Ezln sappiamo quanto sia importante che in mezzo alla distruzione e alla morte si sentano parole di incoraggiamento».

Per il resto, secondo l’analisi di Marcos, «il governo di Israele dichiarerà di aver inferto un duro colpo al terrorismo, occulterà al suo popolo la dimensione del massacro e i produttori di armi avranno ottenuto un guadagno economico».Il popolo palestinese resiste, deve sopravvivere e continuare a lottare, ha detto il portavoce zapatista.

«Forse un bambino o una bambina di Gaza sopravviveranno e cresceranno e con loro cresceranno il coraggio, l’indignazione, la rabbia; forse diventeranno soldati o miliziani, forse affronteranno Israele e là in alto scriveranno allora sulla natura violenta dei palestinesi, faranno dichiarazioni di condanna di quella violenza e si tornerà a discutere di sionismo o antisemitismo. Nessuno chiederà chi ha seminato quello che sta raccogliendo».

(Traduzione del comitato Maribel di Bergamo)
http://www.carta.org/

9 gennaio 2009

NON SI PUO’ RIMANERE A GUARDARE. IN PIAZZA A TORINO


C’è un modo per evitare il massacro di civili. C’è un modo per salvare il popolo palestinese. C’è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C’è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C’è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale: CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE Facciamo appello a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché sia rotto il silenzio e si agisca. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea escano dall’immobilismo e si attivino per imporre il pieno rispetto del diritto internazionale L’Italia democratica faccia la sua parte. Le nostre organizzazioni si impegnano, insieme a chi lo vorrà, per raccogliere e dare voce alla coscienza civile del nostro paese.


ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE, CGIL, AUSER, LIBERA, RETE LILLIPUT, Associazione ONG Italiane – Piattaforma Medio Oriente, Fondazione Angelo Frammartino, Beati i Costruttori di Pace, FIOM, CGIL Funzione Pubblica, Un ponte per…, AIAB, CIES, GRUPPO ABELE, CIPAX – Centro Interconfessionale per la pace, Donne in Nero, A Sud, FAIR, Fairtrade Italia, Forum Ambientalista, UCODEP, Terres des Hommes International, Armadilla Onlus, SDL Intercategoriale, Tavola Sarda per la pace, Famiglia di Angelo Frammartino, Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Luciana Castellina, Giuliana Sgrena, Enzo Mazzi - Isolotto Firenze, Luisa Morgantini, Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Sergio Staino, tanti gruppi locali, docenti, amministratori locali, pacifisti e pacifiste, cittadini e cittadine… Per aderire inviare una mail a bolini@arci.it e a vallesusa@arci.it

Nessun riconoscimento ai repubblichini di Salò. Erano e restano nemici dello Stato democratico

«Ma cosa vogliono ancora? Hanno avuto tutto, l'amnistia di Togliatti, la legittimazione democratica immediata, l'Msi in Parlamento, adesso sono al potere. Eppure vanno avanti, incuranti del fatto che non esiste paese in Europa dove i collaborazionisti del nazismo sono premiati.»
Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, intervista a "la Repubblica" sulla proposta di legge che assegna lo status di combattente a chi aderì a Salò, 9 Gennaio 2009


Riscriverla? L’Alt della Storia sulla Storia
Una proposta di legge assegna lo status di combattente a chi aderì a Salò.
Intervista a Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale

"Che vuole che le dica, la situazione è difficile ma bisogna fare di tutto per far sapere come stanno realmente le cose. Chiarire a chi non l’ha vissuto cosa è stato quel periodo storico". Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, classe 1915, è amareggiato ma non rassegnato. A lui, arrestato e torturato durante il fascismo, il nuovo tentativo di "equiparare" per legge partigiani, deportati e militari ai repubblichini di Salò, proprio non piace.

Per farlo il Pdl ha presentato una proposta che ha come primo firmatario Lucio Barani del Nuovo Psi (schierato con il centrodestra). Un disegno di legge, il numero 1360, con il quale la maggioranza pretende di istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di assegno vitalizio. Assegnandolo indistintamente sia ai partigiani, sia "ai combattenti che ritennero onorevole la scelta a difesa del regime ferito e languente e aderirono a Salò". Un testo che l’Anpi bolla come "l’ennesimo tentativo della destra di sovvertire la Storia d’Italia e le radici stesse della Repubblica" ..."
Nel tempo variano molte cose e tra queste affiora anche la malcelata tentazione di cancellare la Storia, riscrivendola, al fine di ottenere una fedina penale pulita per tutte le atrocità commesse; nei tempi.
Strada facendo leggeremo che un certo "povero" Cristo fu messo ad asciugare su due assi incrociati, dopo essersi fatto un bagno, e che vi morì per il freddo della notte, considerato che si erano dimenticati di lui e dei suoi accompagnatori, lasciati a stendere al sole della Palestina. Altrove, che un certo Hitler altri non era se non un organizzatore di soggiorni in colonie, a vantaggio di intere collettività - con la formula "all inclusive" -; utenti che poi, si bruciacchiavano perché i fruitori della "villeggiatura" invernale, maldestri, erano soliti sostare troppo vicini alle stufe a gas. Che ...
Tra le cose mutate, nel tempo, si vorrebbe non venisse meno la lezione della Storia, quale oramai scritta a chiare lettere e conclamata anche dalla Cassazione riguardo ai repubblichini.

Intervista di Matteo Tonelli

8 gennaio 2009

GRIDO DI DOLORE DI PIETRO INGRAO SUL MASSACRO DI GAZA

Come potete tacere?
Che aspettate?

Sento il bisogno di unire la mia debole voce a quella di coloro che in Italia e altrove hanno espresso in queste ore la loro condanna della guerra d'aggressione condotta da Israele nella tormentata striscia di Gaza. Sono convinto che non è con quella violenza iniqua che Israele può tutelare il suo domani. Anzi credo, temo che con questa aggressione infausta essa seminerà nuovo alimento per gli estremisti disperati di Hamas. E infine io sono allarmato per questo ritorno dell'urto armato di massa nei rapporti tra popoli e nazioni. E ritengo improvvida e cieca l'inerzia con cui tanti, troppi, oggi assistono a questo ritorno delle fiamme crudeli della guerra che già hanno marcato il mio tempo. Se vado a rileggere le pagine di un testo essenziale nella nostra vita democratica - alludo alla Costituzione - ricordo che quel testo ha parole che condannano la guerra d'aggressione. Perché oggi quel ripudio è dimenticato? E tremo dinanzi al riemergere delle morti infinite, delle città arse, dei massacri di massa. E tutto ciò lo vedo come un domani terribile anche per Israele, per la sua storia di esilii di lacrime, di esclusioni. Per tutto questo non capisco l'inerzia di chi oggi ci comanda anche in questa Europa, e in questa mia terra già così amaramente segnata da stragi; e illusa tragicamente - tante, troppe volte - dalla potenza delle armi. E amaramente anelo a un'altra strada. E chiedo ansiosamente a chi governa la mia terra, la mia patria: come potete tacere? che aspettate?

Pietro Ingrao
mercoledì 07 gennaio 2009

7 gennaio 2009

IL RISCATTO DI UN ESERCITO ATTRAVERSO UN MARE DI SANGUE INNOCENTE

LA BATTAGLIA DI GAZA?
TUTTO DA MANUALE!

La battaglia di Gaza, scritta da tempo con analoghe dimostrazioni di inutile forza e ferocia, quando sarà terminata, i giornali guerrafondai la titoleranno come quella in cui l’esercito israeliano ha avuto il suo riscatto (dopo la mancata vittoria di due anni fa contro Hezbollah, in Libano).
Manovre da manuali di guerra urbana A Gaza , oggi si svolgono manovre da manuali di guerra urbana , già viste a Fallujha e affinate nella battaglia di annientamento che l’esercito libanese(appoggiato logisticamente da israeliani, americani, Germania e paesi arabi moderati) condusse contro alcune centinaia di miliziani di un gruppo armato arabo-palestinese Fatah al-islam , asserragliati l’estate del 2007 nel campo profughi palestinese di Nahr el bared Allora, i consiglieri americani reduci da Fallujha, furono determinanti nel condurre alla vittoria l’appena rinato LAF , l’esercito libanese, contro il piccolo e agguerrito gruppo guerrigliero che si era insediato nel campo profughi, sotto protezione ONU, alla periferia di Tripoli Un’operazione che dopo un inutile assedio, durato alcuni mesi, nel giro di pochi giorni portò allo sterminio dell’intero gruppo guerrigliero e di parte delle loro famiglie, donne e bambini compresi. Di questi ultimi, solo una sessantina furono graziati da una tregua umanitaria prima dell’ultimo assalto contro gli irriducibili del gruppo. Alla fine, dei circa 500 guerriglieri, la metà furono ammazzati, schiacciati direttamente sotto il cemento delle case e fortini dove resistevano, e fatti saltare impietosamente dai soldati libanesi con l’artiglieria, gli attacchi aerei, navali o sotto i cingoli dei carri. Solo un piccolo gruppo riuscì a rompere l’accerchiamento ma inseguito da gruppi palestinesi concorrenti e milizie falangiste fu anch’esso sterminato ( vedi http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/nahr-al-bared.htm

Sotto il silenzio assordante dell’ONU (che era di fatto il proprietario del campo profugh)i e sotto la cui protezione erano i 30.000 abitanti, di esso alla fine della battaglia non c’era un edificio lasciato indenne e 30.000 disgraziati furono deportati presso gli altri campi profughi palestinesi, senza avere la possibilità di riprendere le loro cose. Anche in quel caso la divisione tra i palestinesi, l’ostilità dei paesi arabi contro i gruppi islamici radicali e la paura che nei loro paesi si diffonda il radicalismo, fece sì che nessuno muovesse un dito per fermare questo ennesimo crimine mascherato da grande vittoria contro il “ terrorismo internazionale” Guerra da manuale Nella battaglia di annientamento di Gaza nulla è stato lasciato al caso:

1) la fase informativa come ammesso dai vertici militari israeliani è durata mesi con l’utilizzo di mezzi altamente tecnologici appoggiati dalle informazioni di spie israeliane infiltrate che vivono da anni sotto falsa identità e palestinesi ostili ad Hamas e pronti a rendere la pariglia dopo la cocente sconfitta politica subita da Fatah

2) fase addestrativa: utilizzando le tecniche moderne di guerra urbana sono state riprodotti ambienti urbani simili a quelli di Gaza in località segrete e lì addestrati i commandos e le truppe che in queste ore si stanno facendo tanto “onore”.( ricordiamo che anche l’esercito italiano da anni per le operazioni all’estero ha delle apposite aree addestrative in cui vengono riprodotti gli ambienti in cui i nostri militari inviati all’estero andranno ad operare ed ultimamente anche grazie a software particolari, l’addestramento per il combattimento urbano, per l’Esercito Italiano ha fatto passi da gigante).

3) Fase logistica : i mezzi per l’attacco sono stati scelti con cura, il meglio dei carri armati , blindati, cannoni , aerei, elicotteri e velivoli robot. Una fiera dell’orrore che alla fine di questo massacro produrrà meglio di qualunque Army-Expo ricche commesse alle industrie armiere israeliane, americane ed occidentali.

4) Fase aerea:anch’essa, secondo copione, ha selezionato all’inizio i bersagli grossi, infrastrutture civili e militari in maniera tale da gettare nel caos sia l’apparato militare di Hamas e degli altri gruppi di resistenza palestinese, dall’altro ha colpito la stessa popolazione civile che nel panico diminuisce le capacità di essere un valido sostegno logistico e psicologico alla resistenza armata. Nella seconda fase quella di terra, l’appoggio aereo è diretto a spianare ogni ostacolo all’avanzata dei tank

5) Guerra psicologica e guerra terroristica: l’attacco alle famiglie dei dirigenti politici e militari di Hamas e della resistenza palestinese e la produzione di un alto numero di feriti tra i civili è un moltiplicatore di forza il cui uso da parte degli israeliani è quasi d’obbligo. Anche in questo caso portare al collasso le strutture mediche del campo di battaglia è un mezzo illecito ma che i generali massacratori di tutto il mondo sanno quanto sia importante attuarlo.

6) Fase attacco di terra: dopo la sigillatura della sacca ogni battaglia di annientamento vuole che essa venga spezzettata in sacche più piccole ma che una volta divise non si ricompongano più E una fase necessaria per dividere il sistema logistico e di comando e controllo dell’avversario: ridurre le sue capacità di riorganizzarsi , di rifornirsi dai nascondigli principali di armi e rifornimenti, creare quindi il panico.

7) Fase di logoramento. Questa fase sperimentata su Fallujha e su Nahr el Bared vuole che si proceda molto lentamente nella distruzione dei capisaldi di resistenza . In questa fase i mezzi corazzati israeliani, quelli che in altre guerre son stati capaci di fare centinaia di chilometri in poche ore e sbaragliare in sei giorni quattro eserciti arabi potentemente armati, invece si tramutano in lentissimi bulldozer che a colpi di artiglieria e di fosforo bianco e sotto la copertura dei bombardamenti aerei, spianano ogni edificio, ogni casamatta , ogni bunker. Ogni cunicolo sotterraneo va bonificato facendolo saltare in aria, seppellendo vivi civili o armati che vi abbiano trovato rifugio. Ormai nel combattimento urbano questa è l’attuale “tendenza” ed è la soluzione preferita insegnata nelle alte scuole di alta strategia che si preparano per analoghi scenari di guerra urbana. Sarà la tecnica che verrà usata fra non molti decenni nelle sterminate periferie delle megalopoli del post-crisi globale. Dal Cairo alle banlieu parigine, da Atene ai sobborghi di Napoli. Spianare… demolire…, non cascare nell’errore che fecero i russi a Grozny che si addentrarono tra le macerie di una città bombardata cadendo vittime della resistenza cecena. Non affrettarsi quindi e bonificare metro per metro poi, con apposite squadre di killer professionisti, tutte le macerie, eliminando ogni miliziano rimasto isolato o ferito. Nessuna possibilità di attacchi alle spalle deve essere lasciata al caso! La guerra contro gli Hezbollah lo ha insegnato e l’esercito israeliano ne ha tratto una lezione duratura.

8) Fase SENZA PIETA’:ridotti in sacche sempre più piccole e costretti al convivere in mezzo a bambini e donne insanguinati e piangenti, il morale dei guerriglieri, salvo pochi casi, andrà in frantumi e la voglia di arrendersi in molti prevarrà. Per gli altri , salvo un miracoloso intervento diplomatico internazionale dell’ultima ora, non resterà altro che una difesa da suicidio di massa , lo stesso che abbiamo assistito a Nahr el Bared nel 2007 . Poche note invece si possono fare sulle capacità militari nel campo palestinese.

A) l’assoluta mancanza di capacità nel contrasto aereo anche a bassa quota, ovvero antiarea convenzionale o uso di missili spalleggiabili di nuova generazione capaci di non essere neutralizzati dalle contromisure ECM e infrarosso è uno dei motivi principali dello spadroneggiamento israeliano su Gaza.

B) L’uso “politico” di qualche missile buono solo per i fuochi d’artificio di fine d’anno rappresenta non un punto di forza bensì di estrema debolezza di Hamas. Grave in particolare l’incapacità del gruppo islamico, nella fase “attacco di terra “, di decidere di cambiare bersaglio e di dirigere il lancio dei razzi contro le concentrazioni di truppe israeliani e contro i parchi di artiglieria e non contro obbiettivi civili come le colonie.

Questa ostinazione è, non solo suicidio politico, ma denota una totale ignoranza nell’uso della cosiddetta artiglieria missilistica. Questi ed altri errori di carattere politico e militare saranno messi sul piatto della bilancia quando alla fine di questo massacro il movimento di Hamas dovrà render conto a tutto il popolo palestinese ed Israele di fronte alla coscienza del mondo intero.

note tecniche redatte da
ANTONIO CAMUSO
Osservatorio sui Balcani di Brindisi
osservatoriobrindisi@libero.it
www.pugliantagonista/osservatorio.htm
Brindisi 6 gennaio 2009

4 gennaio 2009

Appello per una giornata di sciopero della fame per chiedere la fine dell’aggressione al popolo di Gaza

9 GENNAIO - SCIOPERO DELLA FAME E PIAZZE ITALIANE PER GAZA
Siamo donne e uomini di diverse sensibilità religiose, idee filosofiche, convinzioni politiche.
Siamo, però, accomunati da una profonda vocazione di pace e di giustizia.
Ieri, è iniziata la fase finale dell’attacco al popolo di Gaza da parte dell'esercito israeliano. Un attacco criminale che fino ad oggi ha già provocato l’uccisione di più di 500 vite umane di uomini, donne e, soprattutto, bambini di Gaza.
Questo non può non gonfiare il cuore di dolore, di rabbia e d'indignazione in tutti gli uomini e in tutte le donne di pace e di giustizia.
A quei sentimenti, già di loro angoscianti, in questi orrendi momenti non può non aggiungersi altresì, in queste persone, in noi tutti una frustrante sensazione di impotenza.
In queste ore, quei sentimenti, ma soprattutto la necessità vitale per molti di "provare a fare qualcosa", stanno facendo sorgere in tutto il mondo comitati spontanei di solidarietà col popolo di Gaza, ma, prima di tutto, di denuncia dell'aggressione e di richiesta ad Israele di cessare il fuoco.
Anche in Puglia si sono costituiti alcuni di questi comitati che hanno già organizzato manifestazioni pubbliche, fiaccolate nelle piazze, gesti di solidarietà concreta.
Ieri, si è svolta a Bari un'importante e partecipata manifestazione regionale.
Temiamo, però, che tutte queste pure significative e rincuoranti iniziative dal basso possano rimanere testimonianze nobili ma isolate e, soprattutto, ignote alla maggior parte delle persone. In quanto tali, sostanzialmente sterili ed inutili alla causa della pace e del popolo di Gaza.
Riteniamo, pertanto, necessario un momento unitario, mediaticamente visibile e, dunque, "politicamente", nel senso più alto, rilevante di questo impegno diffuso.
Vogliamo, però, essere franchi con tutti i destinatari di questo appello e con tutti coloro cui dovesse esser sottoposto, perché crediamo la lotta per la pace inscindibile da quella per la giustizia e per la verità. Reputiamo, in tal senso, che la pace vera e duratura sia solo quella che si costruisce nella verità e nella giustizia.
Noi riteniamo che le responsabilità di questa immane carneficina di uomini, donne e, soprattutto, bambini innocenti siano del governo e dell'esercito israeliano.
Noi denunciamo che la guerra di sterminio che Israele sta conducendo in questi giorni contro un popolo inerme, quello di Gaza, è solo la prosecuzione con altri mezzi della guerra che quello stato, incommensurabilmente più ricco, potente ed armato di quel popolo senza stato, ha condotto con cinica determinazione negli ultimi due anni contro quello stesso popolo con l'embargo sull'energia elettrica, sul carburante, sui medicinali.
I firmatari di questo appello hanno idee diverse sul conto di Hamas e dei suoi metodi di resistenza a quella che è ancora a tutti gli effetti un’occupazione militare israeliana anche della striscia di Gaza.
Comunque la si pensi su Hamas, però, non è Hamas la causa di questa carneficina, né, men che meno, ne è l’obiettivo reale. Al massimo, ne è il criminale pretesto.
L’obiettivo reale, l’enorme, indifeso bersaglio umano di questo attacco, contrario ai più elementari principi del diritto internazionale e, prim’ancora, del senso di umanità, è la popolazione civile di Gaza: gli uomini, le donne, i bambini soprattutto.
Su queste basi, invitiamo tutti gli uomini e le donne di buona e pacifica volontà ad indire e praticare per venerdì 9 gennaio una giornata di sciopero della fame per chiedere:
1) al parlamento, al governo italiano ed alle regioni ogni utile iniziativa e pressione sul governo israeliano per far cessare immediatamente i bombardamenti e l'attacco di terra al popolo di Gaza, anche minacciando, in caso contrario, l'immediata interruzione di ogni rapporto di collaborazione economica e commerciale con Israele;
2) agli enti locali di approvare mozioni ed ordini del giorno di condanna dell'aggressione israeliana e di solidarietà concreta al popolo palestinese e di Gaza in particolare (gemellaggi, adozioni a distanza, invio di strumentazioni mediche e di medicinali ecc....);
3) alla società civile, alle associazioni, ai singoli cittadini e cittadine di avviare ogni iniziativa, individuale ed associata, di pressione sul governo israeliano per far cessare l'aggressione (invio di e-mail di condanna all'ambasciata israeliana, sit-in, manifestazioni pubbliche fino al boicottaggio dei prodotti israeliani e delle imprese che trafficano con quel paese).


Fasano - Brindisi, 4\1\2009
Per adesioni: palmi.ius@avvstefanopalmisano.it

Primi firmatari:
Taysir Hasan – Responsabile comunità palestinese Puglia
Tonio Leone – Educatore
Stefano Palmisano – Avvocato, Presidente di Salute Pubblica
Maurizio Portaluri – Primario di radioterapia Ospedale Perrino Brindisi
Oronzo Mario Schena – Impiegato, Rappresentante RDB Ufficio scolastico provinciale Br
Biagio Grassi – Operaio, Segretario PDCI Fasano
Nino Rubino – Operaio, Coordinatore regionale Sindacato dei Lavoratori
Gino Stasi – Educatore, Presidente Medicina Democratica Brindisi
Giangi Tagliente – Impiegato
Ciccio Lussone – Studente
Francesco Zizzari – Praticante Avvocato
Gennaro Di Ceglie – Chimico
Angelo Semerano – Ingegnere
Riccardo Rossi – Ricercatore Enea Brindisi

IL COMPLICE SILENZIO DELL'ONU E DEI GOVERNI OCCIDENTALI


Isolamento di Israele che ha già perduto l’aggressione a Gaza
ISRAELE AFFOGA NEL SANGUE PALESTINESE!!

Quando gli americani sbarcarono ad Agrigento, mia città natale, la notte del 10 luglio 1943, dopo giorni di intenso bombardamento navale ed una accanita resistenza delle batterie fasciste dislocate lungo la costa,furono accolti da una folla osannante, grata, piena di riconoscenza per i liberatori.
I soldati entrano a Gaza dopo otto giorni di terribili bombardamenti fatti da centinaia e centinaia di missioni aeree notte e giorno, aerei che mitragliavano anche scendendo radenti sui tetti, spaccando per sempre le orecchie dei poveri palestinesi. Non sappiamo ancora che tipo di bombe abbiano usato ma sappiamo che la tecnologia che usano è la più micidiale esistente al mondo, in grado non solo di uccidere una persona ma di ridurla ad una sorta di arbusto carbonizzato. Entrano e portano con loro mostruosi carri armati grandi quanto palazzi e cannoni di portata enorme. Ma non vengono accolti da folle di persone osannanti finalmente liberate dai "fondamentalisti", dai "terroristi". La popolazione si stringe attorno ad Hamas. Hamas è il popolo palestinese!! Non è una escrescenza di fanatici religiosi ! Certamente sarà la battaglia di Davide contro Golia. Quasi le nude mani contro soldati la cui dotazione è di circa cinquanta chili di strumenti sofisticatissimi ed armi di eccezionale potenza. Comunque andranno le cose Israele perderà la battaglia di Gaza. Se vince sarà ridicolo dimostrare il valore della vittoria dal momento che si tratta di un superesercito contro una popolazione civile. Sarà una vittoria che sarà la prova schiacciante della volontà di Israele di non consentire la creazione di nessun Stato palestinese. Anche se farà una sorta di Repubblica di Salò della Gisgiordania (peraltro intensamente popolata da coloni nazisti che hanno un rapporto bestiale con la popolazione) avrà sempre perduto. Tirannie come quelle di Mubarak in Egitto e come quella davvero dei fondamentalisti dell’Arabia Saudita sono destinate ad essere travolte dalla collera popolare. Attorno ad Israele c’è solo l’odio profondo creato dalle sue violenze e dalle sue prepotenze. Come faranno i libanesi a dimenticare che la loro patria è stata distrutta per ben tre volte in meno di venti anni? Tutto il mondo arabo, sebbene oggi diviso, prima o poi ricononsidererà tutta la questione medioorientale e la proposta non sarà la pace ma l’eliminazione di Israele come Stato. L’invasione di Gaza sta dando ragione al Presidente Mahmud Ahmadinejad. Sentivo stamane ( e ieri) a Prima Pagina di radio tre il direttore della gazzetta di Mantova sostenere che gli israeliani, prima di bombardare la casa di un capo di Hamas, gli hanno telefonato (!!!) per avvertirlo. Conclusione: se con il disgraziato dirigente di Hamas è stata uccisa tutta la sua famiglia e in questa di dodici figli piccoletti la colpa è sua!! Avrebbe potuto metterli in salvo? Le menzogne che la stampa occidentale propina ogni giorno anche attraverso "autorevoli" opinionisti pennivendoli non hanno davvero limite! Ho letto che il neopresidente americano Obama "astutamente" sta zitto, aspetta come e dove va a parare. Assistere muti ad una mattanza umana non è certamente segno di intelligenza e di umanità. Sharon si vantava di tenere gli Usa in pugno. E’ vero. Repubblicani e democratici sono la stessa cosa,lo stesso blocco di potere, espressione della stessa finanza che ha truffato l’intero pianeta e che tiene in pugno, con il controllo dei massmedia, l’opinione pubblica occidentale. Obama avrebbe potuto almeno chiedere un corridoio umanitario per fare allontanare da Gaza i bambini e quanti avrebbero voluto mettersi in salvo. Non ha fatto neppure questo.


pietro ancona



1 gennaio 2009

CUBA, DOPO 50 ANNI UN ESEMPIO PER UN MONDO CHE NON VUOLE PIU' ESSERE UNIPOLARE. SE OBAMA LO CAPIRA' NE BENEFICERA' LA DIGNITA' DEI POPOLI

L’imperdonabile Cuba

Se l’1 gennaio 1959 - 50 anni fa domani - la rivoluzione cubana non avesse vinto non ci sarebbe stato il rinascimento democratico e progressista dell’America latina di questo primo decennio del 2000. Se non ci fosse stato l’«anti-democratico» Fidel Castro, oggi non ci sarebbero i Chavez, i Morales, i Correa - i «radicali» - ma neanche i Lula, i Kirchner, i Lugo - i «moderati» - e forse neppure i Vazquez e Bachelet - i pallidissimi.

Senza i 50 anni della rivoluzione cubana l’America latina sarebbe sicuramente diversa e peggiore. E probabilmente anche l’Africa meridionale sarebbe diversa se nel ’75 non fosse partita l’Operazione Carlotta e gli «internazionalisti» cubani non avessero fermato l’avanzata su Luanda delle truppe del Sudafrica segregazionista.

Se non fosse stato per la guerriglia della Sierra Maestra e per gente come Fidel, il Che e Camilo Cienfuegos, Cuba sarebbe ancora, in forme diverse, meno anacronistiche e più «democratiche» che nel primo mezzo secolo di «indipendenza», il casinò e il casino degli Stati uniti. In questi 50 anni Cuba è sopravissuta a 10 presidenti Usa (in attesa di capire cosa farà l’undicesimo), al collasso del Urss e del socialismo reale, alla guerra del crociato Wojtyla contro il comunismo, al blocco economico-politico imposto da Washington.

La popolazione cubana ha pagato prezzi pesantissimi in termini di vita materiale e di libertà individuali. Ma Cuba e la sua rivoluzione hanno retto offrendo un inestimabile esempio di resistenza e di dignità negli anni in cui tutto sembrava perduto (non solo) in America latina. Fidel allora sostenne - in molti casi quasi da solo - alcune delle posizioni che hanno poi portato alla «rinascita» della storia. Quando diceva che il debito estero è impagabile e (soprattutto) illegale o che il neo-liberismo selvaggio e il folle turbo-capitalismo speculativo portavano alla catastrofe economica e all’implosione dell’umanità. Quando rispondeva alle non infondate accuse di comprimere i «diritti umani», individuali e politici, includendo e contrapponendo altri «diritti umani», sociali e collettivi, generalmente misconosciuti (salute, istruzione, inclusione). Inevitabilmente caduto il muro di Berlino, (anche) Cuba ha contribuito a far cadere il muro del capitalismo neo-liberista.

I costi sono stati, e sono, alti. Qualcuno dice troppo alti. La rivoluzione non è un pranzo di gala e la rivoluzione cubana non ha fatto eccezione. 50 anni dopo la rivoluzione a Cuba c’è - inutile negarlo - stanchezza, frustrazione, disincanto, corruzione. L’economia che non funziona, la casa, i trasporti, l’alimentazione, i salari ridicolmente bassi sono l’altra faccia delle conquiste sociali che la rivoluzione ha garantito. Finché c’era Fidel il suo carisma poteva forse tenere in equilibrio questi due piatti della bilancia. Ma ora, uscito di scena lui, il precario equilibrio rischia di saltare e di far cadere l’isola ribelle nelle mani di quelli da cui la rivoluzione l’ ha liberata 50 anni fa.

Il blocco economico e l’incessante attività di destabilizzazione delle amministrazioni Usa (unica parziale eccezione, finora, quella di Carter) hanno pesato e pesano. Ma possono spiegare tutto? Possono spiegare perché Cuba non riesce a rompere il micidiale binomio «dissidenti-uguale-mercenari» (e alcuni di loro di certo lo sono)?

Interrogativi che dopo 50 anni Cuba deve porsi e si devono porre gli amici della rivoluzione cubana (come noi). Gli amici non ciechi. La rivoluzione ha 50 anni e il socialismo cubano deve reinventarsi perché «perfezionarsi» forse non basta più (e i «modelli» tipo quello cinese o vietnamita non sembrano di grande aiuto). Dopo che Fidel ha governato per quasi tutto lo scorso mezzo secolo - troppo anche per un lider maximo qual è stato lui - Raul ha lanciato segnali e suscitato speranze di riforme e rinnovamento. Ma dopo un anno si vedono solo alcuni passi mentre s’intravvede con sempre maggiore chiarezza una contrapposizione crescente con l’ex comandante en jefe convertitosi in lucido e implacabile redactor en jefe. Raul, poco carismatico ma più pragmatico, sa che se non si muove (politicamente) muore. Ma sa che se si muove il rischio è che salti tutto per aria.

Ora si apre l’era dell’afro-americano Obama. Un nuovo capitolo, l’undicesimo, di una storia infinita. Un’occasione e un rischio per entrambi e a patto che entrambi non sollevino solo cortine di fumo. Che Raul, e chi gli succederà, sia fermo ma duttile (ossimoro solo apparente) e che Obama non si riveli un altro Kennedy o un altro Clinton, due presidenti con tanto charme e tanto veleno nella coda (blocco economico, Baia dei porci, legge Torricelli, legge Helms-Burton...).

Per Cuba, per l’America latina, per un mondo che non vuole più essere unipolare, per tutti gli amici della piccola-grande isola ribelle, bisogna augurare e augurarsi che dopo 50 anni il futuro della rivoluzione non sia deciso a Washington ma all’Avana.

Maurizio Matteuzzi
giovedì 1 Gennaio 2009