29 novembre 2008

Smettiamola con l'ipocrisia politica e sindacale, lavoratori e pensionati sono alla fame, disoccupati e studenti non hanno futuro.

SI USA LA CRISI PER COSTRUIRE UNA SOCIETA' PIU' INGIUSTA E PIU' FEROCE

Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono presi. Per ora non c'è un solo paese occidentale che abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare i licenziamenti. Anche Obama tace sul salario minimo di legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte le decisioni che vengono concretamente varate servono a sostenere le banche, la finanza, i programmi d'investimento, di ristrutturazione, di licenziamento delle imprese. Sotto l'onda dell'emergenza globale si affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e propria economia di guerra. E anche gli investimenti militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando l'elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del governo, un milione e duecento mila persone.
C'è del metodo in questa follia. Si usa la crisi per selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola e l'Università. Le controriforme del governo sono state scritte su dettatura della Confindustria e partono dall'assunto che è impossibile avere una scuola di massa pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme alle imprese, l'élite per il mercato e per il profitto. In Alitalia si è fatto lo stesso. L'intervento pubblico è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal contenitore della vecchia società il meglio delle rotte, delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi non ci sta attenta all'interesse nazionale.
Il Sole 24 ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati, che pretendono di difendere il proprio status. La macina del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a suo sostegno nell'ottobre del 1980, le fecero vincere la vertenza contro gli operai. Oggi si parla tanto di merito, ma tutte le categorie professionali subiscono gli effetti di un'organizzazione del lavoro sempre più parcellizzata e autoritaria, mentre l'unico merito che davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e dell'obbedienza.
L'amministratore delegato della Fiat vuole che la sua azienda somigli sempre di più alla catena di supermercati Wall-Mart. Si dice che Ford abbia installato le prime catene di montaggio ispirandosi a come si lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il modello giapponese a sua volta nasce copiando la logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia un futuro copiato dalla più grande catena di supermercati a basso costo. Ma Wall-Mart è anche una società brutalmente antisindacale, che schiavizza i propri dipendenti. Il programma di Marchionne è dunque anche un programma sociale, che prepara ulteriori assalti all'occupazione e ai diritti dei lavoratori Fiat.
Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o altro che l'impedisca. E così la tutela contro i licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette di essere almeno dichiarati come esuberi. E i soliti commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che con tanto precariato, i privilegi non si possono più difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino e con lui tutti i suoi famigliari.
E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata nell'economia reale e non solo in quella finanziaria, lo dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si licenziano o si mettono in cassa integrazione i dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta della Borsa.
Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi. Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore dell'economia, hanno una funzione "creatrice". Esse servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro, a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la salvezza di un altro. La riforma del modello contrattuale vuole suggellare questa situazione. Distruggendo il contratto nazionale e limitando la contrattazione aziendale al rapporto tra salario e produttività, essa punta a selezionare una nuova specie di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super impauriti. E per il sindacato resta la funzione della complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.
Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana sta delineando la possibilità di distruggere ogni base materiale dei principi contenuti nella Costituzione della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione sociale che sta avanzando sotto la spinta della Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12 dicembre non può concludere, ma deve dare l'avvio a un ciclo di lotte in grado di imporre un'altra agenda politica e sociale. Alla triade privato, mercato, flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e l'estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei salari. E l'Europa di Maastricht è nostro avversario così come il governo Berlusconi. C'è sempre meno spazio per quella cultura riformista che pensava di coniugare liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi sull'economia sociale di mercato di tanti benpensanti di centrosinistra e centrodestra.
Solo un cambiamento radicale nell'economia e nella società può sconfiggere il disegno reazionario dei poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi. O si cambia davvero, o si precipita in una società mostruosa che avrà come necessario corollario l'autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la dimensione e la brutalità delle alternative che ci spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il momento di avere coraggio.

Giorgio Cremaschi
Segretario nazionale Fiom-Cgil

27 novembre 2008

NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE PER I RIFUGIATI PALESTINESI

Nel disinteresse quasi totale dell'opinione pubblica, e con la complicità dei cosiddetti paesi democratici , in Palestina continua a consumarsi la tragedia di un popolo privato dei suoi diritti elementari, primo fra tutti il diritto ad una vita degna per sé e per i propri figli. (…)
Le priorità sono quelle degli ultimi anni, anche se col passare del tempo la situazione è andata sempre più peggiorando. La manifestazione del 29 novembre chiede:

- La fine dell'occupazione e del furto delle risorse naturali, in primis l'acqua
- Il diritto al ritorno, nella Palestina storica , per i rifugiati palestinesi.
- La fine del blocco economico contro la popolazione di Gaza..
- La distruzione del muro
- Lo smantellamento degli insediamenti colonici israeliani.
- La liberazione dei prigionieri, innanzitutto.
- Per uno stato palestinese con Gerusalemme capitale


Campagna nazionale 2008 anno della Palestina
Per informazioni : http://www.forumpalestina.org/

26 novembre 2008

LE MISERIE DI UNA DELLE CASTE PARASSITARIE CHE CALCANO IL PALCOSCENICO DI QUESTO PAESE TRAGICOMICO

L'ennesimo falso scoop, stavolta del Vaticano
Gramsci convertito in fin di vita? La Storia fatta con le barzellette

«La sai l'ultima? Gramsci si è convertito in punto di morte!» Sì, è proprio l'ultima! L'ultima barzelletta, in ordine di tempo. Perché quasi ogni giorno ce n'è una, di barzelletta sul comunista sardo. Tramontate le barzellette su Totti, le barzellette su Gramsci continuano a essere una moda nazionale. Non si tratta qui di riscrivere la storia, ma semplicemente di fregarsene, della storia. Di farne carne da porco. Basta spararne una "carina", che ovviamente abbia una qualche valenza anticomunista, e subito il "Corrierone" la rilancia sul suo sito, i giornali di destra ci faranno pagine e pagine, e qualche craxiano di ferro (esistono ancora) presto ci scriverà addirittura un libro («il libro delle barzellette su Gramsci»). Così, dopo Gramsci che organizzava orge nel sanatorio russo in cui era ricoverato, dopo Gramsci che in carcere si iscrisse al Psi, dopo Gramsci che in realtà era liberale, dopo Gramsci che si è suicidato buttandosi dalla finestra della clinica Quisisana, dopo Gramsci che è stato ucciso da Togliatti e da Stalin mascherati da Diabolik nella stessa clinica (tutto questo - si badi bene - è veramente già stato detto!), ecco ora Gramsci che si è convertito alla religione cattolica nei giorni precedenti alla morte, avvenuta il 27 aprile 1937. Sempre alla Quisisana di Roma, ovviamente, un posto che avrebbe potuto ispirare Le Carrè o Agata Christie.
«Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un'immagine del Bambino Gesù», ha affermato, sprezzante del ridicolo, l'arcivescovo sardo Luigi de Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, in occasione della presentazione di un nuovo catalogo dei santini. Per anni si è accusato Togliatti e il Pci di voler fare di Gramsci un santino, ora lo si vuol fare entrare - sempre come santino - in un'altra squadra, neanche si trattasse di una figurina Panini. «Il mio conterraneo Gramsci - ha detto l'anziano presule - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: "Perché non me l'avete portato?" Gli portarono allora l'immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia», ha concluso De Magistris.
Fin qui le cronache, al limite della barzelletta, come si vede. Ma le barzellette, per essere gustose, devono essere nuove. Quella raccontata invece ieri in Vaticano è vecchia come il cucco, risalendo almeno al 1977. Già allora un gesuita, padre Della Vedova, anche in quella occasione ripreso e diffuso dal "Corrierone", cercò di perorare l'idea del Gramsci convertito in extremis. Spalleggiato da una certa signora Lina Corigliano, intervistata da Gente . Già dieci anni prima, però, Arnaldo Nesti, un docente universitario fiorentino, aveva ricostruito con serietà la vicenda degli ultimi giorni di Gramsci, raccogliendo le testimonianze insospettabili di tre suore della Quisisana e del cappellano della casa di cura, Giuseppe Furrer. Senza inizialmente sapere bene chi fosse «il dottor Gramsci», il giovane sacerdote vi aveva riconosciuto una personalità fuori dall'ordinario e ogni pomeriggio, se le condizioni di salute del "prigioniero" lo consentivano (Gramsci riacquistò la piena libertà solo pochi giorni prima della morte, e comunque si alternavano intorno a lui squadre di poliziotti e carabinieri, che non lo perdevano mai di vista), amava trascorrere un po' di tempo conversando con lui. «Il dottor Gramsci - testimoniò ammirato il sacerdote - rivelava una conoscenza specialistica dei padri della chiesa, specialmente di sant'Agostino, conosceva bene anche san Tommaso e in particolare Rosmini».
L'illustre malato non rinunciava a denunziare i limiti della chiesa cattolica, che così acutamente aveva indagato nei Quaderni , dicendo ad esempio al sacerdote: «Non posso capire che voi preti abbiate una conoscenza così limitata della vita umana... siete fuori della realtà».
Anche le tre suore rimasero colpite da Gramsci, in particolare dalla sua gentilezza. E cercarono ovviamente in tutti i modi di salvargli l'anima. Nel Natale 1936 due bambini vestiti di bianco fecero il giro delle stanze per far baciare la statuetta di Gesù. Gramsci - gentile sempre coi bambini - non si sottrasse. Certo, se avesse saputo che questo semplice gesto di quieto vivere sarebbe stato rivenduto settanta anni dopo come "conversione", ci avrebbe pensato due volte... Ma cosa si vuol rimproverare a un uomo ridotto allo stremo, sempre più vicino alla morte, ucciso piano piano dalla mancanza di cure a cui lo aveva condannato il Tribunale speciale e il regime carcerario? Un altro testimone d'eccezione, allora ragazzo, Luciano Barca, in seguito dirigente del Pci, economista, deputato di lungo corso, ci ha fornito un racconto toccante della situazione di Gramsci, che egli incontrò alla Quisisana, dove si recava a trovare la madre ricoverata: «Quello che ci passa accanto senza dar mostra di vederci è un uomo basso, spettinato, con il corpo deformato da due gobbe. Cammina lentamente quasi facendosi guidare da un dito che striscia nel muro di fronte alle porte delle stanze... Arriva fino all'estremità del lungo corridoio, poi si gira e torna indietro. Noi intanto ci siamo spostati verso la sua stanza, incapaci di nascondere la nostra sfacciata curiosità e anche un po' di emozione. E questa volta non ci ignora. Prima di entrare nella stanza ci guarda e ci sorride».
Il 25 aprile 1937 il comunista sardo è colpito da emorragia cerebrale. Don Furrer e le tre suore si mobilitano, preparano il secchiello con l'acqua benedetta. «Non ricordo - scrive il sacerdote - se gli ho amministrato o meno l'assoluzione sotto condizione». Il che già dice tutto. Ma anche contro questi poveri tentativi di salvare l'anima al comunista sardo insorse Tania, la cognata di Gramsci, suo principale contatto con il mondo esterno in tutti gli anni del carcere (altra barzelletta: Tania carceriera di Gramsci per conto di Stalin... già sentita anche questa). E, aldilà dei ricordi dei testimoni, sempre da verificare, sempre da accogliere col dubbio dello storico, è proprio da Tania e dagli altri amici e parenti più vicini a Gramsci (la moglie Giulia a Mosca, il fedele amico Piero Sraffa, che viveva a Cambridge e che lo era andato a trovare più volte alla Quisisana, aiutandolo a redigere la domanda per potersi ricongiungere con la famiglia in Unione Sovietica, una volta riacquistata la libertà piena - cosa che avvenne solo pochi giorni prima della morte) che viene la conferma del fatto che la conversione di Gramsci sia una ipotesi senza fondamenti. Perché manca del tutto, nella loro corrispondenza privata, resa nota solo molti decenni dopo i fatti, un qualsiasi cenno a una conversione di Gramsci alla fede religiosa. Non vi è in archivio, cioè, una sola carta, un solo documento che vada in questa direzione, una lettera che contenga una qualsiasi confidenza, da sorella a sorella, da sorella ad amico. Persino il fratello Carlo, non inserito nel movimento comunista, fa cenno a nulla di ciò, scrivendo ad esempio ai parenti in Sardegna. Si è di fronte alla mancanza di una qualsiasi traccia.
Ma davvero - dirò qualcuno - si vuole fare noiosamente storia con i documenti, le testimonianze, le indagini serie? Ma questa è tutta roba da professori universitari, nuova genia di fannulloni e infingardi ormai quotidianamente additati al pubblico ludibrio. Molto meglio riempire con la fantasia i vuoti, veri o presunti, che la storia ha lasciato, le pagine bianche che la storiografia non sa riempire. Molto meglio raccontare barzellette. «La sai l'ultima? Gramsci...»


Guido Liguori
Liberazione
26/11/2008

25 novembre 2008

Bonus e social card: l'elemosina del governo al popolo plebeo, mentre i parassiti delle varie caste continuano ad arricchirsi senza vergogna.

Venerdì il decreto con le misure anti-crisi per famiglie e imprese. Il segretario di Rifondazione Ferrero: pannicelli caldi

«L'ottimismo è il profumo della vita!». Parafrasando (magari non involontariamente) il Tonino Guerra del famoso spot pubblicitario, domenica il premier Berlusconi ci ha spiegato che se la crisi economica colpirà duro sarà stato per colpa nostra (cioè di noi cittadini-consumatori) che non abbiamo comprato abbastanza. «Noi saremo gli arbitri della nostra fortuna - ha spiegato - La profondità della crisi è quindi determinata dai consumatori. Se le famiglie cambiano lo stile di vita e si lasciano contagiare dall'idea della catastrofe ci troveremo in una crisi». Concetti che lo stesso ministro dell'economia ha ripreso ieri, lanciando un appello all'«unità» per il bene del paese: «Essere realisti - ha detto Tremonti - è la cosa giusta. Abbiamo previsto la crisi ma non possiamo cadere nel circolo vizioso del pessimismo, che genera rassegnazione e povertà materiale e civile».
Sarà. Intanto, però, entrambi si rendono conto che senza soldi non c'è ottimismo che tenga. Ecco perché il governo si appresta a varare un pacchetto di "misure anti-crisi". Il guaio è che, per dirla con Paolo Ferrero (segretario del Prc), si tratta di «pannicelli caldi», che non cambiano la situazione visto che, come ci è stato spiegato per tutta la campagna elettorale, da un pezzo ormai non si arriva a fine mese perché salari e pensioni se li è mangiati l'inflazione (quella vera).
Invece - poiché la manovra è stata messa a punto a luglio (quando la crisi, nelle sue dimensioni concrete, era ancora lontana), è pensata per mantenere i conti "in ordine" e non certo per aiutare le persone ed è, proprio per ciò, immodificabile - per far fronte alla crisi (dopo vari tentennamenti dovuti alle resistenze di Tremonti) il governo-montagna ha partorito il topolino: appena 4 miliardi (al netto dei 16 che saranno sbloccati dal Cipe per le infrastrutture «velocizzate») da dividere tra famiglie e imprese.
Le misure sono state illustrate ieri sera alle parti sociali (presente lo stesso Berlusconi) e si tradurranno in decreto legge nel consiglio dei ministri di venerdì. Dunque, sono ancora suscettibili di modifiche, ma il grosso (si fa per dire) degli interventi è ormai delineato, confermato anche dalle dichiarazioni di alcuni ministri. Il cuore delle misure di sostegno alle famiglie a basso reddito sarebbe una una tantum , detta anche bonus: cioè «soldi freschi» tra i 150 e gli 800 euro a seconda del reddito e della presenza o meno di figli e parenti a carico. Il bonus natalizio (è pensato per sostenere i consumi in un periodo cruciale) si affiancherebbe alla social card, già prevista nella finanziaria di luglio ma che attende di essere varata ufficialmente: una carta che lo stato ricarica di "ben" 40 euro ogni mese spendibili per beni di prima necessità (ma anche per pagare luce e gas) ed è destinata agli ultrasessanticinquenni e ai bambini fino a tre anni in famiglie con indicatore della situazione economica equivalente (Isee) non superiore agli ottomila euro. In pratica: i più poveri tra i poveri, che con la carta avranno pure la certificazione ufficiale di esserlo (con buona pace dell'ottimismo). Probabile, inoltre, la proroga della detassazione degli straordinari (niente da fare per le tredicesime: sarebbe costato troppo). Sul tavolo c'è anche l'ipotesi di ritoccare le accise sui carburanti (sempre con l'idea di agevolare gli spostamenti natalizi) e quella, confermata ieri dallo stesso ministro Sacconi dopo l'allarme della Cgil, dell'estensione degli ammortizzatori sociali ai precari e ai lavoratori atipici.
Sotto la voce famiglie sarebbe dovuta andare anche la riduzione dell'acconto delle imposte dirette. Ma siccome per dipendenti e pensionati è troppo tardi (nella maggior parte dei casi gli acconti sono già stati pagati), della misura si avvantaggeranno soprattutto le imprese. Ma solo per ora, perché i tre punti di sconto dovranno comunque essere versati al saldo di giugno, tanto che in molti si domandano se non fosse meglio, a fronte delle scarse risorse, usare questi soldi per aiutare le "persone fisiche". Confermata, sempre per le imprese, la possibilità di pagare l'Iva non all'emissione della fattura, ma a pagamento ottenuto, mentre dal prossimo anno l'Irap sarà parzialmente detraibile dalle imposte.
Come si vede, a parte quest'ultima misura, non c'è nulla di strutturale, che davvero possa dare sollievo ad un'economia in recessione, mentre i comuni sono sul piede di guerra: minacciano di non approvare i bilanci se la finanziaria non sarà modificata. Pannicelli caldi, appunto, «che non risolveranno di nulla la pesantezza dei problemi» dice Ferrero. Servirebbero, osserva il segretario del Prc, interventi di tutt'altro peso e urgenza, ma che richiedono molte più risorse: «Ecco perché è necessario aumentare la tassazione delle rendite e dei grandi patrimoni, istituendo una vera e propria patrimoniale». Chi glielo dice a Tremonti-sceriffo di Nottingham?

Romina Velchi
Liberazione
25/11/2008

24 novembre 2008

NANI E BALLERINI STRAPARLANO UN GIORNO SI E L'ALTRO PURE, SENZA COGNIZIONE DI CAUSA

LAVORO, PRECARIETA' E DIRITTI: "ESPERTI" NEL SALOTTO DI LERNER

Chi di voi ha assistito lunedì scorso alla trasmissione l’Infedele di Gad Lerner avrà notato l’assenza dei soliti politici (cosa positiva) compensata però da un pletora di esperti (le cui posizioni sono spesso funzionali alle logiche della politica), di un sindacalista come Santini (che esprime posizioni che sono sindacal-politiche) e dei rappresentanti degli imprenditori per i quali non occorre ricordare che rappresentano quei poteri forti che indirizzano e condizionano tutte le scelte politiche nel nostro paese. Vorrei limitarmi a chiarire il ruolo dei cosiddetti esperti e la loro collocazione “politica”.

Nella cosiddetta “sinistra” troviamo il prof. Tito Boeri, esperto di punta che ormai teorizza su tutte le testate giornalistiche e televisive, creatore del sito la "voce.it" insieme ad altri esimi professori (Brugiavini, Fornero, Garibaldi), i prof. Ichino, Rossi e Treu (che siedono in Parlamento), i giornalisti Scalfari e Giannini della Repubblica, solo per citarne alcuni.

Nel centro destra cito il gruppo degli ex-craxiani Brunetta e Sacconi che sono dei politici ma si presentano come esperti di economia e di lavoro, l’ex-sindacalista Cgil Cazzola, e tutti i giornalisti che scrivono di economia sui media del centro destra, primi fra tutti Feltri e Liguori. Per anni, senza grandi differenziazioni, tutti questi personaggi hanno condotto dure campagne di stampa in tema di riforma delle pensioni e di flessibilità da introdurre nel mondo del lavoro.

Sulla previdenza. Dalla metà degli anni ’90 abbiamo letto centinaia di articoli sulla necessità di allungare l’età pensionabile. Nessuna delle pesanti riforme approvate da governi di centro-sinistra e di centro-destra è mai stata considerata sufficiente al punto che ancora oggi gli stessi personaggi chiedono una ulteriore revisione dei criteri di pensionamento. Mai vista o sentita un’analoga presa di posizione per chiedere di andare in aiuto di coloro che perdevano il lavoro a pochi anni dalla pensione e rimanevano senza reddito. Scrissi anni fa al prof. Boeri sollecitando una sua attenzione a questo “piccolo” particolare e lui mi rispose che trovava difficoltà a dialogare con una Associazione per la Tutela dei Diritti Acquisiti dei Lavoratori dato che di acquisito non vi è nulla.

Sulla flessibilità. I soliti personaggi hanno sostenuto con forza l’introduzione del Pacchetto Treu (centro sinistra) prima e della Legge 30 (centro destra) poi, ignorando sistematicamente il problema di chi, lavorando a intermittenza, era costretto ad affrontare lunghi periodi senza reddito. Sulle norme che regolano i licenziamenti. Molti, non tutti, di questi personaggi si sono impegnati in prima persona per l’abolizione dell’art. 18 (licenziamento per giusta causa) al fine di “alleviare” le difficoltà degli imprenditori. Sul mobbing. Alcuni di questi personaggi, Ichino primo fra tutti, dichiarano la loro contrarietà ad una legge sul mobbing in quanto creerebbe ulteriori difficoltà a un sistema impresa in difficoltà.

Oggi, di fronte ad una crisi mondiale le cui previsioni parlano di 2-3 milioni di posti di lavoro in meno in Europa nei primi sei mesi del 2009 e la chiusura del 20% delle piccole imprese, gli esperti - sempre i soliti noti - scoprono la necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali e di strumenti a sostegno del reddito, dopo che per anni si sono spesi in direzione opposta sposando completamente le esigenze delle imprese.

Occorre dire che, accanto a questi esperti di grido, ve ne sono altri (i prof. Gallino, Geroldi, ecc.) che da anni sostengono posizioni ben diverse e molto più attente alle condizioni di disagio sociale presenti nel paese, ma queste “Cassandre” non appartengono ai circhi mediatici, non portano acqua al mulino degli interessi della politica e di tanta parte dell’informazione. Quindi a loro viene negato spazio per evitare che si facessero portatori di visioni troppo pessimistiche che rischiano di disturbare il manovratore.

La morale di questa frettolosa analisi è quella di non farci prendere per i fondelli. La televisione, i nani e le ballerine che la infestano, rappresentano un veicolo formidabile per ingannare gli spettatori.


Armando Rinaldi

CON QUESTA CLASSE POLITICA, EX SINISTRA, NEL TEMPIO DELLA CASTA, IL CAVALIERE NERO PUO' DORMIRE SONNI TRANQUILLI

VIVA L'IDENTITÀ

Recentemente, Massimo D'Alema, impegnato a contrastare la solipsistica (e autolesionistica) presunzione con cui Walter Veltroni aveva reciso ogni rapporto alla sinistra del Pd, ha svolto il seguente ragionamento. Il Pd è l'erede del più fecondo patrimonio politico e culturale del Pci: il riformismo. Il Prc, soprattutto quello uscito da Chianciano, rappresenterebbe invece la vocazione minoritaria, la fuga nell'estremismo protestatario, sterile di politica, unito all'arroccamento identitario, figlio di un'altra storia che, in ogni caso, del Pci fu la parte più caduca.

D'Alema è propenso a concedere una 'chance' al Prc purché esso sia disposto ad interpretare il ruolo di una sinistra "compatibile", enzima edulcorato, stimolo di un centrosinistra rigorosamente imperniato sul Pd, utile soltanto in quanto necessario ad evitare che quest'ultimo sia ricacciato nel ruolo duraturo di una strutturale opposizione. Insomma, un Prc visto tutt'al più come contrappeso alle pulsioni più moderate che albergano nel partito di Veltroni. Ma niente di più. La sinistra, per D'Alema, o è subalterna ad un disegno riformista o non serve a niente.

Ora, alla disinvoltura con cui D'Alema avoca a sé la migliore tradizione comunista si dovrebbe rispondere che non c'è identitarismo più sterile e malato di quello che si nasconde dietro il termine "riformismo", artifizio letterario verso il nulla, scorciatoia verso la più indeterminata delle formule: la modernità, vero equivoco ideologico. O, per meglio dire, espressione della sudditanza ad un pensiero e ad una pratica politica essi sì ossificati, perché interamente racchiusi nella realtà data, assunta come immutabile nelle sue strutture portanti. Un pensiero di risulta, parassitario, rinunciatario, capace solo di mitigare, correggere, blandire lo stato di cose presente: è il "menopeggismo", fatalmente nemico non solo del comunismo, nel senso marxiano del termine, bandito dalle categorie dalemiane come un'aporia, ma refrattario ad ogni ipotesi di radicale trasformazione.

Peraltro, la teoria dell'arroccamento identitario ha reclutato molti proseliti, anche a sinistra. Mi sono a lungo interrogato, anche per ragioni di biografia familiare, sul senso di questa urlata crociata antidentitaria. E mi scuso in anticipo se - per farmi capire - ricorro proprio ad un riferimento personale. Sulla parete rocciosa di Ponte Casletto in Valgrande (Verbania) è posta una lapide che ricorda l'uccisione di Luigi Abbiati, mio nonno materno, combattente nella brigata Valdossola, ucciso dai nazifascisti nel rastrellamento del '44. Lì si trovano, accanto al nome, tre sole parole: operaio, comunista, partigiano.

Operaio specializzato, cioè capace di usare le mani come prolungamento di una intelligenza creativa; comunista, sin dalla fondazione del partito, delegato bresciano per la corrente ordinovista al congresso di Lione, in quanto convinto che la soggettività operaia potesse esprimere una speciale qualità politica, quella di saper guardare al tutto dal punto di vista di una parte, di saper progettare e costruire un nuovo mondo; impegnato per vent'anni nella militanza clandestina, quando tutto sembrava perso e il nome comunista non suscitava certo fra i giovani e fra i meno giovani più 'appeal' di quanto non ne riscuota oggi; infine, partigiano, nella certezza di unire, in quell'ingaggio totale, lotta di liberazione e lotta di classe.

Questo profilo identitario che fu di una generazione e che transitò in non piccola parte nella Costituzione antifascista ha rappresentato per decenni il crogiolo di un grande processo di innovazione politica democratica. Quella spinta propulsiva, che tanto ha dato all'Italia, si è progressivamente esaurita, non per interna consunzione, ma per l'incapacità di portare avanti quella trasformazione democratica dell'economia, della politica, della cultura che solo una forte innovazione teorica e strategica avrebbe potuto consentire.

Le soluzioni trovate si sono mosse entro le colonne d'Ercole dello statalismo sovietico e della socialdemocrazia. Al crollo del primo e alla progressiva afasia della seconda è corrisposta la planetaria affermazione di un capitalismo ormai libero di sprigionare i suoi spiriti animali, totalmente autoreferenziale, unico orizzonte pensabile, culturalmente egemone, soprattutto in occidente. Ma mentre di là dall'Atlantico, nel continente centro e sud americano, le dirompenti contraddizioni sociali hanno innnescato un ripensamento profondo e un'attiva ricerca di strade e soluzioni alternative, sorrette da un esteso consenso popolare e da forme nuove di partecipazione democratica, ad ovest, e in particolare in Europa, il ristagno di ogni forma di pensiero critico ha steso una fitta coltre di conformismo adattivo, che ha irretito, in diversa misura, tutte le forze politiche e sociali che avevano nel passato incarnato un'idea di cambiamento.

Il cosiddetto riformismo è il punto estremo cui è giunto questo processo di straniamento, di degenerazione trasformistica approdata a forme di vera e propria abiura ideologica, di "fuga nell'opposto" (si pensi a cosa imputridisce sotto l'ideologia securitaria …). Il riformismo non ha bisogno di declinazioni identitarie, da un lato perché si propone come pragmatismo, come pura navigazione a vista ma, più profondamente, perché il suo profilo fondamentale è già perfettamente inscritto nella bella realtà che ci circonda. Si guardi al modesto perimetro categoriale che ispira la politica riformista. Non vi si troverà più l'uguaglianza ma, al contrario, la meritocrazia, appena temperata dalla necessità, più evocata che praticata, di assicurare pari opportunità di partenza nel gioco competitivo. Perché la corsa competitiva è il vero architrave, l'alfa e l'omega: traslata dai rapporti fra le imprese, fra i sistemi economici, fra gli stati, a tutte le relazioni umane. Non vi si troverà alcun riferimento al lavoratore, dissolto nella aclassista dimensione del cittadino o in quella sublimata del consumatore. Vi si troverà, invece, l'impresa, essa sì riconosciuta ed elevata, insieme al mercato, a fattrice positiva dell'ordine sociale.

Lo stesso concetto di democrazia subisce una violenta torsione: il cittadino è spogliato di reale sovranità, che non sia quella di vestire, per un giorno solo, quello delle elezioni, "la pelle del leone", per poi subito reimmergersi nella passività. Il leaderismo, la selezione (anch'essa ridotta a rito plebiscitario) delle oligarchie dirigenti è divenuto il solo modo di concepire la contesa politica fra schieramenti antagonistici ma ormai assimilabili per cultura, orizzonte progettuale, persino per i propri vizi autoritari, per le proprie degenerazioni burocratiche. Un'implosione che ha del grandioso, che ha esteso il suo contagio alle organizzazioni di massa, a non piccola parte dei sindacati, in progressiva transizione verso una strutturale subalternità del lavoro al capitale.

Ora, l'impresa ricostruttiva di un pensiero critico è faticosa, perché non vi sono ricette pronte per l'uso e perché serve vincere una incallita pigrizia intellettuale. Dobbiamo fare da noi, dice Marco Revelli. Dobbiamo fuoriuscire da una concezione puramente redistributiva della ricchezza (proprio mentre non rinunciamo a combattere per salari più alti e per migliori condizioni di lavoro). Dobbiamo far vivere l'idea (e quindi la prassi vivente) secondo cui le merci e i servizi prodotti attraverso il lavoro sociale non possono più essere un affare privato del padrone, una pura derivata delle esigenze di riproduzione del capitale.

Dobbiamo elaborare una critica del concetto di sviluppo, sottraendolo all'idea malsana che lo fa coincidere con la crescita ininterrotta e indifferenziata del Pil e dei consumi. Dobbiamo conquistare alla cultura della sinistra la consapevolezza che la lotta contro la compromissione dell'equilibrio ambientale, la questione ecologica, la "rinaturalizzazione dell'umano" non è un'ubbìa da perditempo, ma una condizione essenziale non solo per la trasformazione dei rapporti sociali, ma per la stessa sopravvivenza della specie umana. Dobbiamo ridare spessore alla battaglia per la riappropriazione dei beni comuni, per rovesciare la corsa alla privatizzazione che altro non è se non l'espropriazione, la mercificazione, la messa a profitto dei diritti sociali e di tutto ciò che esiste in natura. Dobbiamo aggredire le politiche razziste e di apartheid che si stanno radicando a macchia d'olio in una società fondata sul privilegio militarmente protetto e sull'esclusione.

Tutto questo non lo si fa stando chiusi in un laboratorio asettico, ma per immersione. La diatriba fra autonomia del politico e autonomia del sociale è una disputa bizantina, che non porta da nessuna parte: niente è autonomo da niente. Ma è certo che senza uscire dai palazzi, dalle camere stagne dove spesso si consumano le nostre discussioni, non c'è possibile percezione della realtà, non c'è materiale su cui seriamente lavorare. E non c'è possibile risonanza con le masse, con i problemi, con i bisogni cui intendiamo dar voce e fare valere, non c'è una vera 'chance' di riaggregazione di ciò che è frantumato e ripiegato in una dimensione privata. Perché altrimenti anche i sussulti sociali, i conflitti, quando pure riescono ad esprimersi, finiscono per spegnersi come fuochi fatui.


Ecco, dunque, l'identità possibile, non settaria, non autistica, che dobbiamo ricostruire: essa parla dell'universo simbolico e insieme del progetto: l'uno si specchia nell'altro e se ne alimenta. Ecco come le antiche parole: operaio, comunista, partigiano, continuano ad avere una pregnanza evocativa, una potenza euristica e costituente formidabile. Chi crede di sbarazzarsene nel nome di una farsesca modernità temo sia perduto.




di Dino Greco
(da Liberazione del 18/11)


Adattamento redazionale di Lavori in Corso - periodico di Punto Rosso

23 novembre 2008

22 novembre 2008

IN FRANCIA LO STATO SI RIPRENDE L'ACQUA, RIPRENDIAMOCI IL FUTURO ANCHE IN ITALIA

IL MOVIMENTO RIPRENDE IL CAMMINO CONTRO
LA PRIVATIZZAZIONE DECISA DAL GOVERNO

ACQUA PUBBLICA

La notizia arriva dal cuore dell’Europa : lunedì 24 novembre il Consiglio Comunale di Parigi approverà la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, mandando a casa 25 anni di gestione privata affidata a Veolia e Suez, le due più grandi multinazionali mondiali dell’acqua.
Mentre in Italia destra di governo e opposizione moderata fanno a gara per la messa sul mercato dei servizi pubblici locali –e la sinistra spesso assiste impotente- la giunta municipale parigina osa pensare l’impensabile e praticare l’alternativa : dal 1 gennaio 2010, un ente di diritto pubblico, nel cui comitato di gestione siederanno anche i rappresentanti dei lavoratori e degli utenti, gestirà l’intero ciclo dell’acqua della città di Parigi.
Si tratta di un risultato straordinario, che dimostra come un’inversione di rotta e l’abbandono delle politiche liberiste non siano una pia illusione di movimenti idealisti, bensì scelta possibile.
Qui ed ora.
E’ con questa consapevolezza collettiva che sabato e domenica prossimi il movimento italiano per l’acqua, due anni dopo la sua nascita, terrà ad Aprilia il suo secondo Forum nazionale.
L’evento sarà preceduto venerdì pomeriggio, a Roma, da un importante appuntamento : diverse decine di sindaci costituiranno formalmente il Coordinamento degli enti locali per la ripubblicizzazione dell’acqua, affiancando così la mobilitazione delle municipalità a quella dei cittadini e dei lavoratori.
Il movimento si ritrova ad Aprilia, perché è lì che si è sviluppata e vive una delle più importanti vertenze per l’acqua pubblica. E naturalmente il recentissimo sgombero manu militari del presidio No Turbogas, dà a questa scelta l’immediata occasione di una reciproca solidarietà.
Sono stati due anni intensi e proficui, quelli trascorsi dal movimento per l’acqua in Italia.
Due anni in cui si sono estese e approfondite le diverse decine di vertenze territoriali che lo animano, è stata prodotta una legge d’iniziativa popolare con oltre 400.000 firme raccolte, e costruita la prima manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua e la difesa dei beni comuni, con oltre 40.000 persone per le strade della capitale.
Ma non sarà rivolto al passato lo sguardo del movimento per l’acqua, bensì immerso in un presente la cui drammaticità dà ancora più forza alle ragioni che lo sostengono.
Il mondo è oggi attraversato dalla più importante crisi economica e finanziaria che la storia ricordi, mentre si è approfondita la crisi alimentare globale e si sono definitivamente resi evidenti i primi effetti permanenti dei cambiamenti climatici planetari.
Un modello di ordine mondiale, fondato sul pensiero unico del mercato, sull’accaparramento predatorio delle risorse naturali, sulla mercificazione dei beni comuni e la loro consegna ai grandi capitali finanziari, sullo svuotamento della democrazia e della partecipazione popolare sta dimostrando il proprio completo fallimento.
Giungono al capolinea trenta anni di politiche liberiste, basate sull’assioma “privato è bello”e sulla privatizzazione dei servizi pubblici..
Oggi sono i grandi poteri bancari e finanziari ad invocare l’intervento pubblico e il sostegno statale.
Oggi sono i più sfrontati liberisti a dichiarare il fallimento del mercato.
Con un unico scopo : ottenere un nuovo travaso di risorse dalle collettività ai poteri forti per rilanciare i flussi finanziari mondiali e riprendere le politiche di saccheggio delle risorse.
Così si chiedono sostegni pubblici alle banche, mentre si approvano normative -come l'art. 23 bis della legge 133/08- che perseguono la definitiva messa sul mercato dell’acqua e dei servizi pubblici locali, cercando di determinare un arretramento del movimento per l’acqua e di mettere la parola fine alla battaglia per la sua ripubblicizzazione.
Di questo discuteranno le diverse centinaia di attivisti dell’acqua che giungeranno ad Aprilia, consapevoli di come le resistenze in campo in moltissimi territori in difesa dell’acqua e dei beni comuni oggi possano proficuamente inserirsi nella nuova fase sociale di mobilitazione che l’Onda anomala di uno straordinario movimento studentesco ha riaperto nel paese.
“Noi la vostra crisi non la paghiamo” risuonerà nelle giornate di Aprilia, con la forte richiesta della fine delle politiche liberiste e l’avvio della riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni, la loro gestione democratica e partecipativa, la loro cura per le generazioni future.
Due giornate nelle quali la mobilitazione del movimento per l’acqua amplierà il proprio raggio d’azione, attraverso la costruzione di una piattaforma generale sull’intero ciclo della risorsa, la collocazione delle proprie lotte nella dimensione internazionale, il confronto diretto con gli altri movimenti per i beni comuni, dai rifiuti all’energia, alla scuola, nella consapevolezza della possibilità di importanti sinergie e di nuovi intrecci possibili.
Dalle pratiche comuni di mobilitazione alla costruzione di un nuovo alfabeto dei beni comuni e della partecipazione dal basso.
Perché abbiamo un mondo da cambiare e un futuro da riprenderci. Tutti insieme è possibile.

Marco Bersani (Attac Italia)

20 novembre 2008

IN CONTINUITA' CON LE MANIFESTAZIONI DI PIAZZA, INIZIA LA DISOBBEDIENZA ISTITUZIONALE ALLA BARBARIE BERLUSCONIANA

Riforma Gelmini.
E noi disobbediamo

Amministrazioni locali, pezzi di sindacato, associazioni, cooperative e reti sociali hanno annunciato la loro disponibilità a sostenere – localmente e in pratica – la protesta del movimento per la scuola pubblica. Carta ha proposto ad enti locali e a organizzazioni sociali di raccontare cosa possono fare per proporre subito interventi alternativi alla «riforma». Ma anche a studenti, docenti e genitori ha chiesto da dove potrebbe cominciare la disobbedienza civile in grado di sostenere la loro lotta. Per aderire o inviare suggerimenti per disobbedire alla legge Gelmini scrivete a carta@carta.org.Ecco alcune opinioni e suggerimenti a proposito di questa campagna promossa da Carta.
Nichi Vendola, Presidente della Regione Puglia «Come Regione Puglia partecipiamo alla campagna promossa da Carta per disobbedire alla ‘riforma’ Gelmini, impegnandoci a preparare e approvare quanto prima una legge regionale contro il maestro unico. E propongo ad altre Regioni di fare lo stesso. Credo che si possa disobbedire anche con piccoli provvedimenti, ad esempio, riducendo il prezzo del trasporto pubblico per favorire la mobilità degli studenti».
Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma «Disobbedisco. A costo di finire commissariato, non tocco le scuole della mia provincia. Credo che il governo debba assumersi le proprie responsabilità. Non può pensare di imporre agli enti locali l’applicazione dei tagli alla scuola pubblica arrivando a minacciare il commissariamento per chi non si adegua. In questo atteggiamento c’è un dirigismo centralista inaccettabile, la negazione del federalismo. Disobbedire è l’unica possibilità che abbiamo per rivendicare i nostri diritti. Una risposta forte, unitaria, degli enti locali può ancora cambiare le cose».
Paolo Beni, presidente di Arci nazionale «L’Arci, che ha promosso un appello in difesa della scuola pubblica con Acli e Legambiente, proporrà ai circoli di appoggiare azioni di disobbedienza civile. La scuola, la formazione, le politiche educative non sono temi per addetti ai lavori. Gli strumenti messi in gioco dall’Arci saranno l’informazione e il fare rete con altri pezzi di società».
Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil «Organizziamo una campagna per incentivare le famiglie a iscrivere i bambini al tempo pieno e promuoviamo una giornata con centinaia di assemblee nelle scuole, nelle piazze e nei consigli comunali, anche per cominciare a mobilitarsi per una legge di iniziativa popolare».
Norma Bertullacelli, insegnante di Genova «Come insegnanti, possiamo rifiutare qualunque aumento di orario di insegnamento. Brunetta ha detto di voler pagare di più gli insegnanti che accetteranno di lavorare di più, ma noi lavoriamo già abbastanza. Fino ad ora, quando in una scuola si procede al taglio di un posto, agli insegnanti viene chiesto di consegnare un certificato di servizio per individuare chi cambierà sede. Quando ci verrà richiesto il certificato di servizio per tagliarne 87 mila possiamo dichiarare la nostra contrarietà alla legge e rifiutarci di farlo per un certo periodo. Prima di proporre o di intraprendere ciascuna di queste azioni sarebbe necessaria una informazione su ciò che rischia chi vi aderisce. L’appoggio dei sindacati confederali sarebbe gradito».
Sbilanciamoci «Meno marescialli, più maestri, disobbediamo contro Gelmini e Tremonti, salviamo l’istruzione pubblica». Comincia così il comunicato diffuso dalla rete Sbilanciamoci! che ha aderito alla campagna di Carta che invita orgnizzazioni sociali e amministratori locali a promuovere iniziative di disobbdienza nonviolenta per sostenere localmente il movimento per la scuola e l’università pubblica.Ecco alcuni stralci del messaggio diffuso da Sbilanciamoci!.«La campagna Sbilanciamoci! sostiene le mobilitazioni messe in atto in queste settimane dal movimento studentesco e dalle organizzazioni aderenti alla campagna come l’Unione degli Studenti, la Rete degli Studenti, l’Unione degli Universitari, nonché dalle organizzazioni sindacali.Dobbiamo salvare la scuola e l’università pubblica, fermare i tagli di Gelmini e Tremonti e la progressiva distruzione del sistema pubblico dell’istruzione.Le proposte di Sbilanciamoci! sono note: invece di tagliare 87mila docenti precari tagliamo 40mila marescialli sovrapagati e inutili oltre che alle Forze Armate anche al paese; invece di tagliare i fondi al diritto allo studio, tagliamo 732 milioni di sussidi alle scuole private; invece di tagliare i fondi all’università tassiamo di più il business dei diritti televisivi dello sport spettacolo e del mercato monopolistico e distorsivo della raccolta pubblicitaria.Manifestazioni, scioperi, assemblee, raccolte di firme, referendum: Sbilanciamoci! partecipa attivamente e invita le altre organizzazioni aderenti a fare altrettanto.Sbilanciamoci! invita anche a sostenere tutte le iniziative di disobbedienza civile promosse in questi giorni e che il settimanale Carta che aderisce alla campagna sta raccogliendo e rilanciando (per informazioni e adesioni: www.carta.org).Vanno sostenute le occupazioni delle scuole e delle università e l’organizzazione alternativa della didattica in segno di protesta contro i provvedimenti del governo.Vanno sostenute le amministrazioni locali che disobbedendo alla Gelmini continueranno a finanziare e a tenere aperte le piccole scuole che il governo vorrebbe tagliare.Vanno sostenute le organizzazioni sindacali e le associazioni dei genitori che propongono l’iscrizione in massa dei bambini al tempo pieno.Vanno sostenuti gli insegnanti che potranno rifiutarsi di esibire il certificato di servizio quando si cominceranno a tagliare 87mila addetti nelle scuole.Vanno boicottate attivamente se verranno introdotte le classi “differenziali” per i bambini migranti, iscrivendo e facendo partecipare tutti i bambini alle lezioni in queste classi.
Massimo Rossi, presidente della Provincia di Ascoli Piceno [Prc] e vicepresidente dell’Unione delle Province italiane «Anche la Provincia di Ascoli non approverà gli atti che riguardano la ‘riforma’. Siamo pronti al commissariamento. Intanto, dobbiamo garantire i finanziamenti tagliati dal governo. Noi stiamo studiando il Piano di sviluppo rurale per sfruttare fondi Ue: del resto, la chiusura di decine di scuole nei paesi dell’entroterra costringerà tante persone ad abbandonarli per migrare nelle caotiche città della costa, favorendo i disastri ambientali che si riscontrano in tutte le piccole località di emigrazione. Proponiamo anche di moltiplicare i consigli comunali e provinciali aperti: un modo per diffondere informazioni e coinvolgere i cittadini.
Silvia Facchini, assessore all’istruzione della Provincia di Modena [Pd]«Il paradosso, per chi ha responsabilità di governo locale, è che fare bene gli amministratori, ad esempio non abbandonando le scuole come chiede la Costituzione significa disobbedire. La qualità della scuola pubblica modenese è nota in tutto il mondo, cercheremo di tutelarla trovando i fondi per gli educatori dei ragazzi con disabilità e per l’inserimento di quelli di origine straniera. Dobbiamo aiutare i ragazzi a capire quali saranno le conseguenze della ‘riforma’ favorendo la partecipazione nelle assemblee delle scuole e scrivendo con i ragazzi ‘proposte di legge’ per immaginare un’altra scuola. Questo movimento, diciamo la verità, ha sorpreso tutti».
Giulia Rodano, assessore alla cultura della Regione Lazio [Sd] «Pensa che sia possibile evitare una parte degli effetti del provvedimento. Gli strumenti a disposizione non mancano: favorire il referendum abrogativo, sostenere le scuole di montagna, promuovere una battaglia politica contro i tagli previsti dalla Finanziaria, tutelare il movimento da intrusioni politiche e da interventi delle forze dell’ordine. Una volta si chiamava vigilanza democratica».
Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom di Torino«Nella nostra città registriamo una presenza molto diffusa di delegati del nostro sindacato nelle scuole, perché sono genitori che si interessano del futuro dei loro figli. Ecco, ciò che davvero ci unisce al movimento della scuola, più dello scambio di presenze alle assemblee e ai cortei che pure c’è stato o il volantinaggio di ragazzi presso alcuni cancelli di Mirafiori, è la domanda di futuro. Di certo, nelle fabbriche continueremo a diffondere volantini per raccontare gli effetti della legge Gelmini».
Paolo Serventi Longhi, Rassegna sindacale [il settimanale fondato da Giuseppe Di Vittorio]Aderisco volentieri all’iniziativa di Carta, anche perchè ora il problema di tutti noi è di fare il possibile per dare continuità e forza al movimento, a partire dagli studenti e non solo. Anche la Flc sta promuovendo iniziative e incontri con gli enti locali. Presto pubblichiamo questa campagna anche su Rassegna».
Giovanni Russo Spena, Prc nazionale «La proposta di Carta è importante perché è costruita su caratteristiche di fondo di questo movimento: rompere quelle ‘solitudini’ sociali che si sono consolidate negli ultimi anni nel nostro popolo. Chiederemo ai nostri eletti negli enti locali di battersi perché i bilanci e le risorse locali siano orientate in una direzione precisa: sarà il tessuto delle strutture democratiche decentrate a costruire un fronte di resistenza e di disobbedienza a favore di una istruzione repubblicana, costituzionale e ‘meticcia’, contraria al razzismo istituzionale delle classi differenziate».
Enzo Mazzi, comunità di base dell’Isolotto di Firenze Ci voleva ancora una volta una realtà connotata al femminile, Carta, per affermare il valore della disobbedienza e del dissenso creativo. Non è solo il nome che porta il segno della femminilità ma la cultura da cui Carta è pervasa che è la cultura dell’autonomia da qualsiasi sistema di potere e di alienazione e in particolare da quello patriarcale. Carta che si pone sulla linea marcata dalla disobbedienza creativa di Eva e di Pandora? Carta che ripropone e attualizza i due momenti forti destinati, nell’ambiguità del mito, a inaugurare l’evoluzione umana: il gesto di mangiare il frutto, proibito da Dio, dell’albero della conoscenza e il gesto, negato da Zeus, di aprire il vaso della consapevolezza? Non è affatto esagerato pensarlo. È avvenuto tante volte nella storia. I miti antichi sono utopie in senso proprio, senza luogo e senza tempo. Somigliano in qualche modo alle cellule staminali: generati ai primordi dell’umanità, restano sempre attuali. Sono l’espressione di un essere umano allo stato generativo prima che la civilizzazione lo avesse modellato e forse almeno in parte alienato. Sono quindi importanti per una ricerca sui fondamenti della nostra esistenza e sul cammino della liberazione. Lévi Strauss che si è dedicato alla interpretazione strutturale del pensiero mitico, nel suo libro «Il pensiero selvaggio» afferma che il pensiero mitico è come una specie di bricolage di simboli, allusioni, metafore e talvolta contraddizioni, capace di adattarsi alle varie situazioni, rivelando la trama su cui s’innesta l’ordito della vicenda umana, l’ordine profondo che regola la vita e la morte. La disobbedienza civile proposta da Carta si colloca in questo ordito della storia rivelato da mito di Eva e Pandora, in questo ordine di radice, più fondamentale di ogni ordinamento generato dal potere.L’obiettivo più intrigante della strategia restaurativa è quello di annebbiare la fiducia nella visione della esistenza personale e della storia come tracciato non sempre lineare ma dotato di senso, passo dopo passo: dalla schiavitù al riscatto, dalla oppressione alla liberazione, dalla alienazione alla responsabilità. E noi dobbiamo scoprire l’inganno. E vedere l’onda lunga da cui vengono i due lampi che ci ridanno luce e forza: a livello nazionale l’esplosione del movimento per la scuola di tutti per tutti e sulla scena mondiale il movimento dal basso che ha portato all’elezione di Obama.
Franco Zunino, assessore all’ambiente della Regione Liguria [Prc], «Come obiettori di quella legge, dopo un incontro con i movimenti locali No Gelmini siamo riusciti a far approvare un ordine del giorno al consiglio regionale contro la riforma, che chiede al governo di riaprire quanto prima un confronto serio con enti locali, studenti e docenti. Hanno votato a favore anche alcuni consiglieri dell’opposizione e la cosa non è piaciuta al governo, mentre abbiamo ricevuto una lettera di ringraziamento da alcune associazioni che si occupano di ragazzi con disabilità».
Cinzia Bottene, consigliera comunale di Vicenza Libera. «Ho depositato una mozione che propone alla giunta di appoggiare il movimento studentesco perché, come i grandi movimenti territorali emersi in questi ultimi anni, difende un bene comune, il diritto al sapere».
Associazione Rete del Nuovo Municipio Aderiamo a invitiamo gli amministratori della Rete a promuovere iniziative di disobbedienza.
Domenico Ticozzi «Sicuramente un segnale forte, che non potrà essere negato, saranno le dimissioni per protesta con questa politica scolastica, con questa ministra con cui non si può collaborare, di tutti gli organi collegiale elettivi: consiglio di circolo, consiglio di istituto. Ogni volta dovrà nominare u commissario straordinario e si dovranno indire nuove elezioni, che andranno deserte. Vuole fare come vuole, beata ignoranza, faccia fio in fondo. E intanto far ritirare la legge con la raccolta firme, la lotta permanente e il referendum.
Marco Magni Per me, che sono da sempre contro il voto di condotta e che sono, ovviamente, contrarissimo ai voti ai bambini piccoli, la disapplicazione di queste cose è naturale: ad esempio, i voti in condotta rimangono quelli di prima, o 8 o 9; il voto alle elementari è sempre 10 e poi a parte si scrive ai genitori se il bambino sa le tabelline, sa leggere, ecc.
SoniaGli assessori minacciati di commissariamento entro il 30 novembre se non applicano la legge possono farsi commissariare, rallentando il lavoro e facendo sì che sia il commissario ad andare a dire ai genitori che gli chiude la classe.
Francesco Noto Si protrebbero anche iscrivere ottantenni per salvare le scuole di paese: ad Acquaformosa [Cs] si sono resi disponibili, con il sostegno dell’amministrazione, già trenta «alunni» con i capelli bianchi.
Angelo Rimondi, docente di scienze «Propongo: uno, il rifiuto di scrivere sulle schede il voto di condotta; due, il rifiuto di usare sulle schede i voti numerici; tre, il rifiuto, da parte delle insegnanti dell’infanzia, di gestire bambine e bambini al disotto dei tre anni, con informazione ai genitori della propria incompetenza, in attesa che il ministero promuova un lungo e articolato percorso di formazione; quattro, il rifiuto, da parte delle insegnanti della scuola primaria di insegnare aree e argomenti sui quali manca una preparazione seria e prolungata, con informazione ai genitori che gli alunni e le alunne rischiano di rimanere scoperti nell’area logico-matematica o in quella linguistica , fino a quando il ministero non procederà ad un lungo e vasto processo di formazione».

La vignetta è del collaboratore di Lavoro e Salute Ferdinando Gaeta

18 novembre 2008

CIVILTA' DEL LAVORO, SICUREZZA SUL LAVORO, SALARI ADEGUATI AL COSTO DELLA VITA

Contro la direttiva sull'orario di lavoro,
a Strasburgo corteo
il 16 dicembre

Il 16 dicembre a Strasburgo ci sarà la manifestazione europea indetta dalla Ces (confederazione EU sindacati) contro le 65 ore previste dalla direttiva sull'orario di lavoro. Il 17 si voterà in aula il testo della direttiva stessa, in seconda lettura, quando, cioè, ogni modifica richiede la maggioranza assoluta dei voti, 394.
La partita é, dunque, molto dura e difficile. Anche per questo la manifestazione é straordinariamente importante. Non é stato facile arrivarci, ma la determinazione che ci abbiamo messo come sinistra europea alla fine é stata premiata. L'Italia ha spinto molto, a partire dalla Fiom e dalla sinistra sindacale. Quando l'altro giorno, alla riunione del Gue, ho sentito la mia compagna capogruppo della Linke dire, a proposito della manifestazione, che in Germania lo stesso sindacato la attribuiva alla forte spinta italiana, sono stato un po' orgoglioso.Come dicevo, non é stato facile.
La gestazione é stata lunga e sono stati molti i sindacati nazionali che hanno espresso perplessità sulla riuscita. C'é da interrogarsi sul perché.Ad esempio, sulla Bolkestein, la pubblicazione é stata più facile. Sembra quasi che sia più semplice mobilitarsi su terreni di difesa delle prerogative nazionali, piuttosto che su elementi chiave dell'organizzazione del lavoro e della struttura contrattuale che chiedono una capacità nuova di piattaforma europea. E, infatti, la vicenda orario é maledettamente intricata. E, purtroppo, assai compromessa da provvedimenti già esistenti. Il primo é l'opt out, cioè la possibilità di accordi individuali in deroga a quelli collettivi, prevista in molti paesi a partire da quelli anglosassoni. Il secondo é la direttiva già esistente che prevede le tredici ore di lavoro giornaliero, che passò qualche anno fa, senza il contrasto necessario. La nuova direttiva interviene in questo quadro già esistente.
La sua storia, come ho già scritto, é lunga e complessa. In realtà, si é partiti dall'esigenza di rispondere a sentenze della corte sul calcolo del tempo di guardia. Il Parlamento europeo in prima lettura, tre anni or sono, partorì, su iniziativa socialista, una sorta di compromesso che prevedeva la fine dell'opt out (già votata altre volte) e 48 ore massime settimanali, in cambio, però, di un calcolo annuale dell'orario in forma contrattata collettivamente. Noi fummo molto critici per questa sorta di scambio tra opt out e annualizzazione. Poi si bloccò tutto al Consiglio, cioè al livello dei governi, perché molti di essi volevano sia l'opt out che l'annualizzazione. E altri, fra cui Prodi, giustamente si opposero. Poi, ci fu la sentenza Laval, che indebolì i contratti, il cambio di Prodi con Berlusconi e i governi hanno licenziato un testo orribile con tutto l'opt out, tutta l'annualizzazione, il tempo di guardia calcolato a metà, i riposi posticipati e altre nefandezze. Saltava il compromesso.
E' iniziata così una ripresa di mobilitazione che culminerà con la manifestazione del 16. Intanto, in Parlamento, in commissione lavoro, si sono votati emendamenti che cancellano i peggioramenti del Consiglio. Noi abbiamo insistito anche sul rigetto totale, proprio per la critica che abbiamo fatto al primo compromesso. La partita resta durissima, perché non é facile che i governi cambino, in aula ci vuole la maggioranza assoluta per cambiare e poi c'é la codecisione con i governi stessi. Se cambia qualcosa, si va alla terza lettura, altrimenti il testo é approvato così. C'é anche il rischio di qualche mini - aggiustamento di facciata.
Siamo, dunque, in una battaglia difensiva. Se é indispensabile bloccare la liberalizzazione degli orari, non basta per dichiararsi soddisfatti che si possano contrattare gli sfondamenti alle 48 ore. Il no alle 65 ore vale sia con la liberalizzazione che con la loro contrattazione.
Bisogna difendersi oggi, ma occorre risalire la china. La fine dell'opt out é importante. Ma le tredici ore giornaliere sono inaccettabili. Le 48 ore, sono troppe, vanno considerate massime e da ridurre. E l'annualizzazione lede l'effettivo controllo sociale dell'orario. Purtroppo, in seconda lettura, gli emendamenti sono presentabili solo sui punti modificati dal consiglio e, dunque, la battaglia parlamentare é condizionata tra rigetto ed emendamenti migliorativi del testo modificato. La faremo puntando a vincere. Ma la mobilitazione deve riprendere a fondo. Sull'orario, come su tutto ciò che riguarda il lavoro.
Qui c'é il vero banco di prova della sinistra europea: costruire una dimensione europea dell'agire sociale, senza la quale non c'é futuro.

Roberto Musacchio
parlamentare europeo Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

16 novembre 2008

Sentenza vergognosa, drammaticamente in linea con quanto successo con altre stragi che hanno insanguinato l'Italia e che sono rimaste impunite

PORCA DIAZ

“Un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove”. (Anonimo tutore dell’ordine, Genova 2001)
Quando viaggiavo ogni giorno da studente pendolare mi capitò di dividere lo scompartimento del treno con due signori che, dai discorsi che facevano, si qualificarono come appartenenti alle forze dell’ordine. Chiacchieravano e si scambiavano i resoconti delle ultime avventure. "Eri di servizio ieri, per la partita?" "Si, quante gliene abbiamo date ai rossi. E domenica sarà ancora meglio. Siamo a Livorno, sai quante zecche rosse potremo menare?" "Te ne toglierai la voglia, eh?" "Puoi scommetterci".
Io ascoltavo e mi chiedevo se fosse normale che dei tutori dell’ordine potessero parlare così, riferendosi per giunta solo ad una partita di calcio. Figuriamoci se si fosse trattato di manifestazioni politiche.
Quando tutti noi abbiamo visto Genova ci siamo resi conto che l’andata al governo delle destre aveva amplificato il problema in senso ancor più drammatico.
Proviamo ad inquadrare il paradosso. Nella scuola Diaz, nella notte cilena di Genova, si scatenò un bel gruppetto di mele marce, tutte rigorosamente selezionate e tutte nere uguali, più lucide delle Melinda, che agirono in assoluta libertà fabbricando prove false, assalendo e ferendo cittadini italiani e stranieri inermi come Mark Covell, lasciando abbondanti pozze di sangue alla fine della loro sortita (definito succo di pomodoro dai giornalacci di regime).
I loro superiori, se dobbiamo credere alla sentenza di ieri, non c’erano o dormivano o stavano giocando a carte con Fini in questura, per passare il tempo. Adda passà a nuttata. Cioè, ripeto, le mele agirono violando una mappata di articoli del codice penale e i loro superiori, ecco il paradosso, ancora a distanza di sette anni non trovano doveroso assumersi la responsabilità di ciò che i loro sottoposti fecero di illegale, pur ammettendo affinità con certi macellai messicani. Vaja con Dios, chingado comunista coño. A ben guardare non sono stati assolti i vertici della polizia e condannate le mele. Sono stati tutti mandati impuniti. Perchè il fatto non sussiste, oltretutto.
In questo paese mostruoso che è l’Italia, in questo tumore piduista abbarbicato al culo dell’Europa, è possibile, è tollerato che, all’interno delle forze dell’ordine, vi sia un vero e proprio allevamento di mele marce, tutte rigorosamente fasciste con "faccetta nera" come suoneria del cellulare, gente che come vede un manifestante in piazza pensa sia una "zecca comunista" e che è capace non solo di agire contro la legge ma con il beneplacito dei suoi superiori.
Immaginiamo se un fatto come quello della Scuola Diaz fosse accaduto in Francia o in Germania, paesi che ho il viziaccio di considerare veramente democratici e civili. Dei poliziotti aggrediscono di notte, pestandoli a sangue, dei manifestanti che stanno dormendo gridando "viva Vichy e Le Pen" o invocando Adolf Hitler, i forni crematori e il Reich millenario. Riuscite a credere che i capi delle rispettive polizie ma non solo, i capi dei governi, non avrebbero reagito con orrore e a colpi di dimissioni ad un tale rigurgito di nazifascismo? Ricordo che in Italia non c’è stata una sola dimissione né volontaria né richiesta, per i fatti di Bolzaneto, della Diaz e di Piazza Alimonda.
E’ una forzatura allora pensare che in Italia il problema è la polizia politicizzata? E non politicizzata e basta ma in senso fascista? Si, perchè nelle forze dell’ordine sono rappresentate tutte le voci politiche e ci sono fior di galantuomini. Non saranno proprio tutti proletari da difendere pasolinianamente ma sappiamo per certo che c’è chi si è vergognato per la mattanza della Diaz. Il guaio è che le mele belle, lucide e sane non parlano e se parlano lo fanno con voce troppo flebile. La polizia italiana non è fascista, sono i fascisti che la inquinano che vorrebbero che lo fosse. Oggi Pasolini direbbe che sta con i poliziotti, ma non con quelli fascisti. E questa Italia gli ricorderebbe sempre più le 120 giornate della sua Salò.

http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
(Nella foto, Mark Covell, cittadino inglese ferito gravemente durante la mattanza della Diaz.)

14 novembre 2008

LA VERGOGNOSA SENTENZA DI ASSOLUZIONE DEI TORTURATORI DEL G8 2001 E QUESTO ATTO AUTORITARIO LA DICONO LUNGA SULLA NATURA DI QUESTA DESTRA AL GOVERNO

Il governo allontana il prefetto di Roma, colpevole di essere troppo fedele alla Costituzione
Cacciato il prefetto Carlo Mosca

(questo regime mica è tanto dolce...)

Quello che si temeva, e si sussurrava da mesi, alla fine è successo: il prefetto di Roma, Carlo Mosca, in carica da poco più di un anno, è stato rimosso. Cacciato via, a dispetto di ogni criterio di efficienza e da ogni valutazione del merito. Il governo di centrodestra e la giunta romana di centrodestra hanno compiuto una scelta non solo grave in sé, ma gravida di conseguenze per il futuro prossimo della capitale.
Ora, di sicuro, qualcuno, anche se fuori dall'ufficialità, dirà che Mosca era un "ribelle". Uno che remava "contro" la politica law and order di Maroni e di Alemanno. Uno che ostacolava i progetti della destra per garantire la "sicurezza". Qualcuno aggiungerà, magari, che Mosca era un uomo di sinistra, giacchè era molto apprezzato proprio dalle persone di sinistra. Nulla di meno fondato e di più strumentale: una figura come quella di Carlo Mosca, che è certo d'ordine e di legge per vocazione profonda, è irriducibile alle categorie politiche tradizionali - è, da un certo punto di vista, "oltre" la politica. Se mai, nella sua Weltanschaung e nella sua azione, ha pesato sempre la fede religiosa: un cattolicesimo per nulla rituale e, credo, molto profondo, che ha determinato in lui una forte sensibilità sociale, una vicinanza naturale agli "ultimi". Come i rom, ai quali ha dedicato mesi e mesi di attività: non soltanto rifiutando di applicare, Costituzione alla mano, il diktat leghista sulle impronte digitali ai minori, ma lavorando con loro, con le persone in carne ed ossa, ad un progetto di soluzione, di miglioramento, di integrazione. L'altra fondamentale bussola di Mosca è stata, appunto, la Costituzione: l'idea forte che nessun diritto umano può essere violato, in nome dell'ordine e della sicurezza - ovvero della paura.
Un approccio che il prefetto ha messo in atto nei confronti dei conflitti sociali e delle contraddizioni che agitano, quasi giocoforza, una metropoli come Roma. Già, a Roma abbiamo vissuto, grazie al prefetto Mosca, una stagione di dialogo tra istituzioni e movimenti - e ne hanno beneficiato la città intera e i suoi cittadini, giacchè nessuno di questi conflitti è degenerato in scontri distruttivi e violenti. Ma adesso? Governo e sindaco "postfascista" hanno scelto di chiuderla, questa stagione, come ha osservato Massimiliano Smeriglio. E proprio nel momento in cui sono in atto, o alle porte, conflitti importanti, determinati sia dalle politiche della destra sia dalla crisi economica ("globale", come dice Tremonti) che già produce una nuova insostenibile crisi sociale. Per chi fa della "governabilità", oltre che dell'ordine, una delle proprie bussole, qual è il senso di una scelta come quella del licenziamento del prefetto Mosca? Quale futuro ha in mente, dal punto di vista delle garanzie di libertà e di serenità alle quali Roma (e non solo) ha diritto?
Ma forse non c'è niente di irrazionale, nella decisione di ieri. Il "caso Mosca" non riguarda certo la sola città di Roma: ha una evidente rilevanza nazionale, e rinvia ad una politica generale. Nella quale, c'è di sicuro, all'opera, una filosofia molto inquietante di "intolleranza" di ogni diversità, e di ogni articolazione, all'interno dell'architettura del potere. Nella quale agisce un'ispirazione totalitaria, "organicistica", insomma, di regime - la stessa che ha prodotto la mortificante condizione attuale delle istituzioni rappresentative, con un Parlamento interamente "nominato" e oramai cancellato nelle sue prerogative essenziali. E nella quale comincia a dominare un'ipotesi di resa dei conti "finale" con tutto ciò che disturba l'equilibrio attuale. Quando un Governo convoca un vertice "segreto" con i sindacati con esso più compiacenti ed esclude dalla sua concertazione (si fa per dire) il sindacato maggiore, la Cgil, per altro messo di continuo sotto accusa ed apertamente avversato come tale, a che cosa mira, quel Governo, se non ad uno scontro frontale? Alla mimesi, per altro assai tardiva, delle res gestae degli anni Ottanta di Reagan e Thatcher? Speriamo di sbagliarci, di esagerare nelle preoccupazioni. Ma, ecco, quando un bravissimo prefetto viene sbattuto fuori, come è capitato a Carlo Mosca, solo perché è uno che fa bene il suo mestiere e lo interpreta secondo le norme della Repubblica e dello Stato di diritto, ci vengono un po' di brividi. Forse siamo stati un po' prudenti quando abbiamo parlato di regime "leggero". Forse la a-democrazia è già qui, in mezzo a noi.

Rina Gagliardi
Liberazione
14/11/2008

13 novembre 2008

LA FACCIA TOSTA del piu' pericoloso ministro degli interni e del peggior Presidente della storia repubblicana

Cossiga scrive a Caruso
SUL QUOTIDIANO "IL TEMPO" COSSIGA SCRIVE A CARUSO: CI VUOLE PAZIENZA CON GLI STUDENTI http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/11/10/949912 studenti_vuole_pazienza.shtml

ECCO LA RISPOSTA ALLA LETTERA:
Caro Emerito Presidente, mi permetto di scriverLe sollecitato dalla sua lettera pubblicata su "Il Tempo" di oggi. Innanzitutto vorrei farle presente che non sono il capo dei noglobal o dei blackblok e ancor meno il geniale inventore dello slogan sui morti di Nassirya. Non sono diventato un moderato e un pacifico, in quanto a suo confronto lo sono sempre stato. Del resto mentre io giocavo a tre anni con il mio primo trenino, lei pianificava l’omicidio di Giorgiana Masi, una studentessa di vent’anni uccisa dai proiettili di un agente infiltrato nel corteo del 12 maggio 1977, di cui ancor’oggi in una recente intervista al corriere della Sera lei afferma di conoscerne il nome del barbaro assassino. Le violenze poliziesche con le loro pallottole eternamente vaganti che guarda caso si conficcavano sempre nei cuori di giovani studenti, da Francesco Lorusso a Giorgiana Masi, erano una costante durante il suo mandato di ministro degli interni. E le complicità e le connivenze della burocrazia comunista e sindacale non possono certo essere un’attenuante o ancor peggio una giustificazione a quell’ignobile strategia della tensione che ha insanguinato le strade e le piazze del nostro paese negli anni settanta. Per questo capirà che sentir dire proprio da Lei, che a mio avviso fu non il migliore ma il peggior ministro degli interni della storia della repubblica, alcune esortazioni rivolte ai vertici delle forze dell’ordine sul modo con cui trattare le recenti mobilitazioni studentesche, passando da un "picchiare a sangue professori e studenti" al desiderio perverso di una vittima "preferibilmente una donna o un bambino", capirà il senso di inquietitudine. L’attenuante che molti rivolgono nei suoi confronti di una senilità avanzata e dei suoi inevitabili effetti collaterali, tuttavia non può sminuire il valore storico delle sue affermazioni che ci restituiscono alcuni squarci di una verità che per decenni lei stesso e gli apparati istituzionali hanno sistematicamente negato, cioè come dinanzi alle insorgenze sociali di allora, lo stato scelse di porre in essere una strategia criminale di violenza assassina per sospingere i movimenti sul terreno dello scontro armato. Ripensi alle sue azioni se veramente, come scrive, vuol sforzarsi di "comprendere perché tanti giovani si siano dati alla lotta armata". Alle loro istanze radicali di trasformazione, la risposta furono i suoi carri armati nelle piazze, i carri armati della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Tornando all’oggi però probabimente Lei nemmeno si rende conto della distanza siderale che intercorre tra i suoi schematismi e il mondo reale. Gli studenti in piazza avranno risvegliato in lei nostalgici ricordi, ma il mondo nel frattempo è cambiato, e con esso i movimenti, gli studenti e la lotta. Il movimento contro la Gelmini, con il suo carattere moltitudinario, il suo esodo culturale dalle cosiddette categorie del novecento, la sua irriducibilità alle forme tradizionali e incancrenite della politica, non si riesce a comprimere sul terreno della compatibilità nè tantomeno sconfiggere sul terreno della violenza. Non ci riescono i manganelli che anzichè intimorire e desertificare, rafforzano ed estendono la mobilitazione. Non ci riescono le infiltrazioni neofasciste, che tentano invano di riportare un’altrettanto archeologica strategia degli opposti estremismi. Il movimento inizia a far paura nei palazzi del potere perchè il suo slogan "non pagheremo noi la vostra crisi" allude anche ad una ricomposizione delle figure sociali colpite dai processi selvaggi della capitalismo neoliberista: milioni di persone, disoccupati, precari, studenti, lavoratori, altrochè la saldatura fantasmagorica - perchè di fantasmi e null’altro si parla - tra il movimento studentesco e le frange più di sinistra del sindacato, gli anarco-sindacalisti e le Nuove Br che lei cita nella sua lettera. Dopo i suoi continui appelli alla polizia che dal punto di vista penale rasentano l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato, Lei oggi scrive che nei confronti dell’ "Onda" ci vuole tolleranza e dialogo. In verità dialogare con chi ha una pistola in una mano e il manganello nell’altra non viene proprio naturale. Tuttavia, se ha un pò di tempo, faccia una telefonata a Trenitalia affinchè garantisca il diritto a manifestare per tutti gli studenti in vista del corteo nazionale del 14 novembre a Roma. Però, La prego, sui treni speciali niente bombe. Grazie. Cordialmente

Francesco Caruso
http://altrosud.wordpress.com/2008/11/10/a-cossiga/

12 novembre 2008

LAVORATORI E PASSEGGERI ESASPERATI PER COLPE CAI E GOVERNO.

ALITALIA, CORO CONTRO LAVORATORI
E’ VERGOGNOSO
Il coro politico che si sta alzando contro i lavoratori di Alitalia in lotta contro la Cai e la politica repressiva del governo è vergognoso.
C’è una chiara situazione di esasperazione, da parte dei passeggeri e degli utenti, ma che è dovuta al disastro combinato dalla politica, in tutti questi anni, sulla pelle dei passeggeri come dei lavoratori di Alitalia. All’origine del conflitto attuale in Alitalia vi è, infatti, una trattativa confusa, maldestra - condotta dal governo Berlusconi e benedetta nei suoi esiti dal Pd - e che ha portato a un’esito disastroso per tutti, lavoratori in testa. Prendersela con lavoratori che sono esasperati è troppo facile. Occorre invece riaprire immediatamente la trattativa sul fallimentare piano presentato dalla Cai e garantire gli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori interessati.

Paolo Ferrero
Segretario nazionale Rifondazione Comunista

Novembre 11, 2008

11 novembre 2008

NON BASTANO GLI OMICIDI SUL LAVORO, VORREBBERO AMMAZZARE I LAVORATORI CON L'ORARIO A 65 ORE SETTIMANALI. ORA I SINDACATI NAZIONALI SI MOBILITINO!

Orario di lavoro Ue, la Ces esulta e rilancia

«Non possiamo che dare il benvenuto a questo voto che rappresenta una conquista importante su questo tema». E' improntata a un cauto ottimismo la reazione della Ces, la Confederazione europea dei sindacati, al voto negativo della Commissione occupazione e affari sociali della Ue sulla direttiva sull'orario di lavoro.
La Commissione del Parlamento, in particolare, ha bocciato il passaggio che consentiva l'opt out, ovvero la contrattazione individuale dell'orario di lavoro, stabilendo che la settimana lavorativa non può essere superiore alle 48 ore. Un primo stop, quindi, al tentativo di innalzamento dell'orario di lavoro che, in base alla direttiva approvata a giugno, può arrivare in alcuni casi fino a 72 ore settimanali.
La decisione dei parlamentari sostiene le richieste avanzate dalla Ces, che ha pubblicato immediatamente sul proprio sito le reazioni alla decisione. Una prima vittoria per il sindacato di John Monks che ha commentato: «A questo punto non ci resta che chiedere al Parlamento europeo di adottare una posizione ferma nel voto plenario che si terrà il prossimo 17 dicembre». La Ces comunque ha confermato la manifestazione che terrà il giorno prima a Strasburgo e alla quale sono stati chiamati a partecipare tutti i sindacati europei.
L'emendamento Cercas votato dalla Commissione parlamentare è stato votato a larga maggioranza.
Positiva anche la reazione del parlamentare europeo Roberto Musacchio, del Prc Gue, il quale comunque sottolinea la necessità di una larga mobilitazione in grado di respingere la direttiva soprattutto per quanto riguarda il calcolo annuale dell'orario di lavoro. Il passaggio parlamentare, infatti, non si preannuncia per niente facile e quindi la mobilitazione dei sindacati europei prevista per il 16 dicembre è quanto mai opportuna.
Commenti positivi arrivano anche dalla Cisl che, come sottolinea Giorgio Santini, «sostiene la mobilitazione della Ces per la modifica di un provvedimento potenzialmente dirompente per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e si mobiliterà per l'iniziativa».

Fabio Sebastiani

9 novembre 2008

All’Aquila le opere di oltre cento artisti in mostra per tutto il mese di novembre

Falce e martello, scandalo per
i benpensanti

Diciamo la verità. I simboli hanno la vita più lunga dei partiti. I partiti possono scomparire. Un simbolo, no. Vive di vita propria nell’immaginazione e nelle idee degli individui. All’Aquila si è inaugurata la mostra "La falce e il martello, simboli di ferro", organizzata dal Museo sperimentale d’arte contemporanea del capoluogo abruzzese insieme all’associazione Horti Lamiani (curata da Daniele Arzenta assieme a Giorgia Calò e Roberto Gramiccia). Una mostra insolita, sia per il tema politico, sia per la coralità dell’impresa. Ma, soprattutto, una mostra provocatoria, fuori moda, uno scandalo per i benpensanti. E censurata. Prima di approdare all’Aquila questo lavoro corale sulla falce e il martello è stato rifiutato da tutte le amministrazioni alla cui porta aveva bussato. Una censura passata sotto voce rispetto a casi analoghi di mostre "scomode".

Alla fine ha trovato uno spazio espositivo irrituale. Un luogo alternativo e completamente autogestito, il Muspac. E’ ispirato all’idea dell’arte totale, dell’arte come azione e performance cara alle avanguardie novecentesche. Il suo direttore, Enrico Sconci, guarda agli anni ’70, quando «tra arte e galleria non c’era praticamente distinzione». Oltre cento artisti - molti giovani, altri appartenenti alle generazioni degli anni ’60 e ’70 - si è raccolto attorno a un progetto comune. Ognuno ha rappresentato la falce e martello da una prospettiva diversa e con stili propri, chi con tratti essenziali, chi rifacendosi alla serialità della pop art, chi indugiando nel decorativismo, chi con un semplice rettangolo di colore. C’è Kounellis, Balestrini, Fuksas, Pizzi Cannella, il "transavanguardista" Mimmo Paladino, Franco Mulas (con le sue suggestioni sessantottine). E non mancano i grandi della pop art italiana dell’ultimo quarto del Novecento, come Mario Schifano e Franco Angeli.

C’è persino un lavoro di Jean-Michel Basquiat, il pittore writer statunitense, di cui ricorre il ventennale della morte. Se si volesse cercare un precedente la memoria suggerirebbe il movimento della Sots Art (un neologismo nato dalla fusione delle parole "socialismo" e "arte") nato dall’iniziativa di due artisti sovietici underground intorno al 1972, Vitaly Komar e Alexandre Melamid. «Le pratiche sots con ironia, cinismo e con divertimento - scrive la storica d’arte Carla Subrizi nel catalogo della mostra - similmente, ma ben più radicalmente della pop art, si appropriavano di icone, slogan e di ogni motivo utilizzato per la propaganda politica per ridurne, annullarne o trasformarne la retorica, la mitizzazione». Ma se l’arte, da un lato, ci mette in guardia dalla "monumentalizzazione" dei segni e dal feticismo, dall’altro, non smette di inventare nuovi usi dei simboli. L’artista, forse, è l’artefice dell’ultimo, disperato tentativo di sfuggire alla miseria del simbolico del nostro tempo.

La falce e martello è entrata nel quotidiano, è un segno semplice composto di pochi tratti grafici. Ma è anche una condensazione, evoca un patrimonio di idee, di teorie, di ragionamenti politici, oltre che di passioni e sentimenti. Non serve scomodare l’ Estetica di Hegel per dire che i simboli hanno un’eccedenza inesauribile di senso.

Non è stato semplice portare il simbolo dei comunisti in un museo. L’unico a metterci nome e patrocinio è stato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. Ex Pci, ex Sinistra democratica, oggi un «senzapartito». «Sono indignato - racconta - del fatto che nessuno voleva questa mostra. E’ bellissima, in catalogo figurano 136 artisti. L’arte, a meno che non sia becera pornografia, non si può censurare. Questo simbolo è entrato a far parte della storia. Coinvolge idee, sentimenti, passioni. Censurarla sarebbe un’assurdità. Sarà una grande provocazione.

Di falce e martello si continuerà sempre a discutere. C’è chi la vuole cancellare eppure continua a suscitare sentimenti. Sarà un’occasione per ragionare su quello che ha rappresentato. Ancora oggi io conservo tutte le tessere del Pci dal ’70 in poi, fino a quando ho avuto un partito. Su quelle tessere c’era la falce e martello. E’ un pezzo della mia vita». E, poi, per l’Aquila è un’occasione. «Se avessi potuto, avrei ospitato anche la famosa mostra di Vittorio Sgarbi su amore e omosessualità. L’Aquila è sempre stata una città culturale. Qui tra il ’59 e il ’61 si organizzava Alternative attuali. Fu il debutto dell’avanguardia italiana, Burri compreso. C’era Remo Brindisi. Siamo la città italiana con il maggior numero di concerti di musica classica per abitante. E siamo anche la quarta città universitaria. Questa città è pronta a ospitare qualsiasi mostra che abbia problemi di censura».

La mostra non è un’operazione nostalgica, «non è una mostra di partito» - ci tiene a dirlo Enrico Sconci, direttore del Muspac, il museo che ospita l’esposizione per tutto il mese. «Anche perché proprio i partiti sono i più imbarazzati nel discutere di falce e martello». La politica può ben poco nei confronti dei simboli, non può disporne a proprio uso e consumo. Semmai è l’arte che ha, per forza propria, una valenza politica. «E’ l’arte che ingloba la politica. Joseph Beuys diceva fin dagli anni 70 che i partiti avevano perso di significato e che l’arte soltanto era una "scultura sociale" capace di rappresentare idee e sentimenti collettivi. Solo attraverso l’arte si può fare politica, soprattutto nei momenti di crisi. Perciò se si pensa a questa mostra come a una operazione nostalgica e regressiva si sbaglia completamente strada».

Un’opera d’arte sarà sempre "politica" perché «l’arte non imita il mondo. Non è mimesi della realtà. Per questo spiazza le convinzioni e fa cambiare idea su ciò che ritenevamo scontato. Quando i conflitti sociali si riaccendono, diventa una risorsa».

Ma perché la falce e martello ha avuto così tanta fortuna come simbolo? «Perché racchiude un’interpretazione del mondo. Per un artista non si tratta di salvare la falce e martello ma, attraverso questo simbolo, di rimettere in discussione il mondo e cercare una prospettiva alternativa. L’arte è un pronto soccorso per una società malata come la nostra». La politica ha fallito, i simboli e l’arte salveranno il mondo?«Mi immagino cosa si dirà, "oddio, arrivano i comunisti!", però qui non si tratta di salvare un simbolo. C’è da salvare il mondo e la speranza».

Tonino Bucci

7 novembre 2008

Felici per l'elezione di Obama ma ora deve sapere evitare le insidie delle lobbies, le stesse che hanno collaborato a finanziare la sua campagna

Per dare sostanza
al cambiamento ora ci vuole una vera discontinuità

Le elezioni statunitensi del 4 Novembre 2008 passeranno alla storia. Per la prima volta alla Casa Bianca siederà un figlio dell'america che ha origini africane, miste, meticcie. Non più un bianco, come tutti coloro che lo hanno preceduto. In questo Obama è la rappresentazione vivente del sogno americano, come ribadito proprio dalle sue prime parole dopo la vittoria. Un mito che stava crollando fuori dai confini del paese a stelle e striscie. Demolito dalla crisi economica e dal fallimento delle guerre di Bush. Infangato dalle menzogne usate e ripetute per alimentare quel clima di paura permanente, di guerra al terrore, su cui si è retta fino a ieri l'egemonia neoconservatrice degli ultimi 8 anni. Anche McCain infatti ha disperatamente cercato di svincolarsi dall'ingombrante ombra del suo compagno di partito G.W Bush. Ma la sua figura, di veterano del Vietnam, la sua immagine di reduce anche un po' su con l'età, il suo messaggio, non avrebbero ridato speranza. Un'eventuale elezione di McCain sarebbe stata, plasticamente , il segnale al mondo di un impero in declino, come oramai viene riconosciuto universalmente. Non poteva essere McCain colui al quale chiedere di ricostruire un'immagine e una politica per il futuro di un paese alle prese con la più grave crisi economica dal 29 ad oggi ed un declino geopolitico da più parti annunciato. Gli Stati Uniti avevano quindi un disperato bisogno di una figura come quella di Obama, che potesse rimettere in moto questo mito distrutto dagli otto anni di Bush e dei neoconservatori alla Casa Bianca. Dare nuovo smalto all'arrugginito sogno. Indubbiamente, questo è accaduto.. Ma ora lo aspettano prove difficili. E' riuscito a costruire una campagna elettorale, prima per le primarie, e poi per le presidenziali, senza precedenti. Non per i programmi, rimasti vaghi e sullo sfondo, ma per la capacità di suscitare aspettative, speranze, partecipazione. Un vero e proprio movimento che ha portato Obama alla Casa Bianca contro tutti i pronostici alla vigilia della sua sfida. Una vittoria netta e con una partecipazione inedita, che segna una sconfitta giusta e meritata per i repubblicani e per tutto ciò che Bush ha rappresentato in questi anni. I risultati delle presidenziali, come delle elezioni per la Camera e il Senato, sono un segnale chiarissimo della voglia da parte del popolo americano di cambiamento, del desiderio di voltare pagina dopo la lunga stagione della paura dominata dai neoconservatori.
Siamo felici per questa elezione, cosi importante e significativa dal punto di vista simbolico e politico. Sicuramente è al tramonto la lunga fase dell'egemonia conservatrice e neoliberista, che ha avuto il suo epilogo nella nefasta e tragica presidenza di Bush junior, non solo per gli states ma per il mondo intero. Passerà anch'essa alla storia. Come la peggiore in assoluto degli Stati Uniti d'america. La domanda da oggi in poi è se e come davvero gli Usa cambieranno, nella politica estera come in quella economica. Ora Obama dovrà rispondere alle aspettative di cambiamento da lui stesso suscitate. Dovrà scegliere. Ora vedremo, se il cambiamento sarà reale o se rimarrà sulla carta. Su temi come la guerra e la sanità, sulla crisi economica, non basterà la forza simbolica della sua affermazione. Dovrà confrontrarsi con un sistema politico e sociale fondato su potenti lobbies, le stesse che hanno generosamente finanziato anche la sua campagna. Vedremo se sceglierà una via bipartizan, come annunciato, o se darà segnali di discontinuità. Un posto nella storia se lo è comunque conquistato. Barack Hussein Obama proverà a ricostruire un ruolo per gli Stati Uniti nel nuovo secolo. Noi speriamo, come Mandela, che lo farà per un mondo nuovo, e non per mantenere i privilegi, le prepotenze e le ingiustizie di quello di oggi.

Fabio Amato
Responsabile Esteri Prc

vignetta per Lavoro e Salute dal nostro collaboratore Ferdinando Gaeta

6 novembre 2008

VENERDI’ 7 NOVEMBRE 2008 SCIOPERI REGIONALI E MANIFESTAZIONI IN PIAZZA

NO ALL’ACCORDO TRUFFA
CHIAMIAMO TUTTE E TUTTI ALLO SCIOPERO GENERALE

L’attacco condotto nei confronti del Lavoro Pubblico da parte del Governo, RECEPISCE la sostanza dell'accordo tra Confindustria, Cisl e Uil, cancella, di fatto, il Contratto Nazionale di lavoro, danneggia i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori con conseguenti danni ai servizi resi alla cittadinanza, nell’ottica di una pratica tesa a smantellare le pubbliche amministrazioni.
L’accordo quadro e l’intesa recentemente sottoscritta tra il Ministro Brunetta e da Cisl, Uil e Ugl, è una truffa certa per i Lavoratori dei Ministeri e prefigura una situazione ancora più grave per i lavoratori delle autonomie locali con retribuzioni già molto più basse.
N0 ALL’AGGRESSIONE AI LAVORATORI PUBBLICI
34,50 euro medi a regime sullo stipendio tabellare e 6,50 netti sul salario accessorio per un’inflazione programmata 2008 – 2009 del 3,2% a fronte di un’inflazione reale accertata anche dal governo per il 2008 che viaggia sopra il 3,5%.
Già la legge 133/2008 (Brunetta – Tremonti) di cui l’intesa truffa non ha modificato assolutamente nulla, ha imposto misure discriminatorie (malattia, part-time, taglio delle varie indennità) e ha previsto il licenziamento di 54..000 precari della pubblica amministrazione.
Và assolutamente respinta questa vera e propria aggressione ai lavoratori pubblici condotta dall’arroganza governativa che assieme a confindustria si prepara a far pagare i costi della crisi al mondo del lavoro. Per questo riteniamo fondamentale la riuscita dello sciopero del pubblico impiego del 7 novembre. Tale sciopero si collega alle mobilitazioni in atto nel mondo del lavoro e della scuola, come la grande giornata del 30 ottobre contro la controriforma Gelmini, che ha portato in piazza in tutta Italia più di un milione di studenti, insegnanti e genitori. E’ un ulteriore e importante passaggio nella crescita del movimento che si oppone alle politiche liberiste e autoritarie del governo Berlusconi e di confindustria.
Lottiamo per conquistare un contratto dignitoso che recuperi e rafforzi il potere d’acquisto di salari e stipendi, erosi in questi anni dall’inflazione.
Lottiamo per difendere l’istituto del contratto nazionale di lavoro, l’unico in grado di assicurare a tutti i lavoratori e le lavoratrici diritti certi e migliori condizioni economiche.
Lottiamo contro il licenziamento e per la stabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici precari/e presenti nella Pubblica Amministrazione.
Lottiamo contro lo smantellamento dei servizi pubblici e a favore del loro potenziamento e riqualificazione.