31 agosto 2008

Il segretario del Prc: «Il partito ci starà a suo modo: nella lotta di popolo, decidendo assieme»

Val di Susa, assemblea No -Tav Ferrero: Rifondazione è con voi

Bussoleno (To).
Un progetto che era e rimane «l'ennesima spartizione tra le lobby del cemento e del tondino», ma per la valle è soprattutto «momento fondante di una collettività che nella lotta è rinata», ricorda dal palco Nicoletta Dosio, portavoce dei comitati dalla prima ora. Bellone ha strappato il consenso di circa un migliaio di valsusini, affollati in serata nel Centro polivalente di Bussoleno per l'incontro con i movimenti No Tav convocato da Rifondazione comunista, proprio perché alla fine del confronto quel documento l'ha rispedito al mittente. Un gesto, il suo, che secondo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e ospite "di riguardo" della serata insieme al parlamentare europeo Vittorio Agnoletto, «consente di dire anche agli altri colleghi amministratori che è arrivato il momento di fermare la Tav una volta per tutte». Anche perché, ricorda Antonio Perini, altro noto referente dei 64 comitati nei 23 comuni della valle, «solo un terzo delle amministrazioni ha ratificato la proposta del governo, un'informazione che facciamo molta fatica a far passare sui media».La maggior parte dei sindaci, secondo Ferrero, era in buona fede quando ha cercato di superare la fase del muro contro muro con le forze dell'ordine. C'è anche chi, come il primo cittadino di Bussoleno, Giuseppe Joannas, ha manifestato fin dall'inizio, e ci tiene a ricordarlo alla città, la propria indisponibilità «ad uscire dalla linea della netta contrarietà ai tunnel sulla quale si basava il mio programma elettorale, partecipando a tavoli di concertazione anche locali». Oggi, per di più, le condizioni sono mutate, spiega con uno sguardo a Bruxelles Agnoletto: «Se i sindaci si illudono con la controproposta Fare, come spiegano nel documento de La Riposa, di utilizzare i soldi dell'Europa per trasferire le merci dalla gomma al ferro, di ripensare la mobilità locale e di rafforzare il nodo ferroviario di Torino, prendono un abbaglio. L'Europa sta per conferire all'Italia 630 milioni di euro, il 60% dei quali destinati ai lavori dei tunnel. E quando è stato presentato il progetto del nodo di Torino, la Commissione Ue lo ha respinto perché non di interesse internazionale». «Che cosa chiediamo a Rifondazione? - ha replicato al segretario Giovanni Vighetti, tra i più attenti commentatori dei documenti ufficiali - La finanziaria 2007 valeva 31 miliardi di euro. Nello stesso anno il rosso coperto per il progetto dell'Alta Velocità a livello nazionale ammontava a 13,5 miliardi. Solo la tratta Torino-Milano è costata 70 milioni al chilometro. Ti chiediamo una posizione senza contraddizioni contro la nostra Tangentopoli». Ferrero scalda la platea quando conferma che il lavoro che i sindaci hanno condotto per rendere più vischioso il percorso della Tav e bloccarlo di fatto, «Ha prodotto una situazione confusa che le istituzioni nazionali ed europee hanno utilizzato per far partire i finanziamenti. E' stato giusto provarci - ha ribadito il segretario del Prc - ma oggi è il tempo di fare chiarezza: la valle nel suo complesso è favorevole o contraria agli 8 punti fissati dal Governo Berlusconi? Li vuole questi 150 chilometri di buchi, da 50 chilometri ciascuno?». Il movimento, suggerisce sommessamente, dovrà riorganizzarsi, contro-informare e contrastare le delibere che arriveranno a settembre per tradurre in atto la dichiarazione della Riposa nei consigli comunali, e per sventare scorciatoie meno visibili. «Il partito ci starà a suo modo: nella lotta di popolo, decidendo assieme». Sarà l'occasione per praticare un'idea di Paese diverso: «ricostruendo legami sociali, facendo opposizione, sostenendo le vertenze, ma ricostruendo anche forme di mutualismo - conclude Ferrero - il partito deve porsi il problema di come le persone affrontano la vita quotidiana tra una manifestazione e l'altra, dai treni dei pendolari fino alla spesa». Per di più nel 2009 ci saranno le amministrative, e i No Tav aspettano le buone intenzioni al varco: «Dobbiamo dimostrare alla nostra gente che la sinistra serve a qualcosa - conferma il segretario - a costo di perdere qualche rappresentante».

Liberazione
31/08/2008

30 agosto 2008

ANCHE DI FRONTE AI MORTI QUOTIDIANI NELLE LORO FABBRICHE, GLI INDUSTRIALI HANNO LA SPUDORATEZZA DI NEGARE FATTI E NUMERI. GENTE SENZA SCRUPOLI!!!!!!!!

Lettera aperta al direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta : non è vero che il 50 % degli infortuni mortali è in itinere.

Egregio direttore Generale di Confindustria Maurizio Beretta, leggendo la notizia di ieri dell'agenzia Asca
"INCIDENTI LAVORO: BERETTA, 500 MORTI L'ANNO MENO DI FRANCIA E GERMANIA", e guardando il video dell'intervista su Youtube "Beretta: Morti sul lavoro, in Italia il 50% in itinere": http://it.youtube.com/watch?v=tvE5n5JyOEc, vorrei dirLe, come ho detto a suo tempo (sempre tramite lettera) al Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che non è assolutamente vero che il 50% degli infortuni mortali sul lavoro sono in "itinere", cioè nel tratto casa/lavoro- lavoro/casa, ma sono molti meno.
Al seguente link era stata pubblicata la tabella con i dati degli ultimi 10 anni sugli infortuni sul lavoro, quindi compresi quelli in itinere (mortali e non):
http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N670419722/Andamento_storico.pdf

Però adesso, "stranamente", non è più possibile aprire tale tabella. Sarà un caso?!
Cmq, non problem, io mi ero già ricopiato, a suo tempo, i dati sugli infortuni mortali in itinere:
- anno 1997 (1392, in itinere 104, con una percentuale del 7,5%),
- anno 1998 (1442, in itinere 104, con una percentuale del 7,2 %),
- anno 1999 (1393, in itinere 102, con una percentuale del 7,3 %),
- anno 2000 (1401, in itinere 53, con una percentuale del 3,8%),
- anno 2001 (1546, in itinere 296, con una percentuale del 19,1 %),
- anno 2002 (1478, in itinere 396, con una percentuale del 26,8 %),
- anno 2003 (1445, in itinere 358, con una percentuale del 24,8 %),
- anno 2004 (1328, in itinere 305, con una percentuale del 23 %),
- anno 2005 (1280, in itinere 279, con una percentuale del 21,8 %),
- anno 2006 (1341, in itinere 266, con una percentuale del 19,8%).

Mentre per quanto riguarda i dati per l'anno 2007, gli infortuni mortali sono stati 1210 (dati provvisori), e quelli in itinere 296, quindi con una percentuale del 24,5%.
Quindi ben lontani dal dato fornito da lei del 50 %. Inoltre, mi suona nuova la cosa, che le imprese investano 12 miliardi di euro in sicurezza sul lavoro, proprio non la sapevo.
Ritornando agli infortuni mortali in itinere, secondo me è giusto che vengano considerati
infortuni mortali sul lavoro, perchè un lavoratore non va a divertirsi ma va a lavoro o torna da lavoro.
Sembra quasi che la maggior parte della colpa degli infortuni mortali sul lavoro sia da reputare alle strade e non alle imprese, ma le cose non stanno proprio così caro direttore Beretta.
Inoltre, morire in un cantiere stradale, quello non è un morto sul lavoro?!
Infine, come fa a dire 500 morti sul lavoro all' anno, meno che in Francia e Germania?
Basta aprire il rapporto annuale Inail per l'anno 2007, al seguente link:

http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N1488850399/RappoAnnuale2007%20OK%20(2).pdf

Andare a pagina 12, e leggere cosa c'è scritto nella tabella "Infortuni mortali avvenuti negli anni 2006-2007 per gestione e tipologia di accadimento:

Nell'anno 2007, c'è scritto, in occasione di lavoro: 874, e non 500!!!
Nell'attesa di una sua risposta, La saluto.

Marco Bazzoni-Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
Email: bazzoni_m@tin.it

26 agosto 2008

LETTERA APERTA ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI

TFR nei Fondi Pensione : FLOP di adesioni, FLOP di rendimenti

E' appena passato un anno dalla "campagna" per la generalizzazione dei Fondi Pensione. Vi invitiamo a ricordare quel clima di unanime ottimismo per le "sorti magnifiche e progressive" dei Fondi Pensione: Partiti e Sindacati, economisti bocconiani e giuslavoristi con trascorsi (molto trascorsi) di vicinanza ai sindacati dei lavoratori, televisioni pubbliche e private, giornali e ogni altro media, tutti concordemente impegnati a convincere i lavoratori a scegliere, per il proprio bene, di barattare il proprio TFR con l'iscrizione a un Fondo Pensione.
Ora si conoscono i risultati di quel plebiscito*: più del 71% dei lavoratori interessati ha esplicitamente rifiutato il baratto; nemmeno la norma, a dir poco scorretta, del silenzio-assenso (un vero monstrum nel nostro ordinamento, trattandosi di atto di disposizione patrimoniale!) ha permesso di raggiungere il 29% di adesioni, ci si è dovuti accontentare di qualche decimale di meno.
Come spiegare questo, a dir poco tiepido, trasporto dei lavoratori italiani nei confronti di uno strumento previdenziale, "provvidenziale" per i suoi laudatori?
Un rigurgito di massa di passioni rivoluzionarie e di fascinazione veterobolscevica (parebbe di no, visti i risultati elettorali)?
L'ennesima espressione dell'arcaismo della società italiana che, prigioniera di miti agro-pastorali, rifiuta gli strumenti della modernità?

Forse un aiuto a trovare una risposta lo fornisce il rapporto della Covip** : nel 2007 la resa dei Fondi Pensione è stata nettamente inferiore a quella del TFR:
TFR 3,1%, Fondi 2,1%, Fondi aperti -0,4%

I dati degli anni precedenti confermano che si tratta di un fatto strutturale:
1.1.2000-31.12.2002 - TFR 10,6% Fondi Pensione -0,5% ;
1.1.2003-31-12-2005 - TFR 9,6% Fondi Pensione 17,8%.***
Rendimento complessivo nei 6 anni: TFR 21,22% Fondi pensione 17,28%

La lettura dei giornali economici e la più prosaica spesa quotidiana suggeriscono che il 2008 non sarà particolarmente brillante per il mercato finanziario e, di conseguenza, per i Fondi Pensione le previsioni per gli anni a seguire sarebbe preferibile ispirarle a maggiore prudenza.
Come è possibile che la grande maggioranza dei lavoratori italiani abbia fatto la scelta giusta, per sé e per la propria famiglia, disattendendo i consigli della totalità del mondo accademico, dei partiti, ai quali danno il voto, e dei sindacati a cui appartengono (e noi diciamo: cui fanno bene ad appartenere)?
Ci troviamo in un paese dove cuochi e metalmeccanici sono più preparati, per ricoprire prestigiose cattedre economiche, scrivanie di giornalisti e analisti finanziari, dei loro attuali titolari? Piacerebbe rispondere di sì.
Noi di Attac abbiamo avuto lo scomodo privilegio di essere una delle rarissime voci fuori dal coro. Non possiamo certo permetterci di dire che i lavoratori ci seguono: non ci conoscono nemmeno. Le nostre poche iniziative in merito, a Torino, sono state un comunicato stampa (signorilmente cestinato da tutti gli organi di informazione) e 5.000 (sì solo cinquemila) volantini distribuiti di fronte ad alcune fabbriche.
Avevamo così tentato di portare a conoscenza di un certo numero di lavoratori alcune informazioni e considerazioni:
1. i dati ufficiali della Covip, che documentano la minor redditività dei Fondi rispetto al TFR anche negli anni di "vacche grasse";
2. la sottrazione di risorse a piccole e medie imprese con danno per il sistema economico e maggiori rischi per i lavoratori direttamente interessati;
3. la trasformazione del Trattamento di Fine Rapporto in trattamento di Fine Lavoro, cosa alquanto imprevidente in epoca di crescente "mobilità involontaria".
Queste preoccupazioni sono state, evidentemente, le stesse di milioni di lavoratori che hanno rifiutato i Fondi Pensione. Non abbiamo la presunzione di avere minimamente determinato l'esito del "plebiscito", abbiamo solo la piccola soddisfazione di poter dire "l'avevamo detto!", unita alla soddisfazione, questa sì grande, di constatare che milioni di lavoratori italiani hanno fatto, soli e senza l'aiuto di nessuno, un grande esercizio di razionalità.
Un tempo si sarebbe detto: hanno votato con i piedi (scappando).
Non si può ignorare che l'esito di questa "diserzione in massa" pone un drammatico problema di fiducia e credibilità delle organizzazioni sindacali nei confronti dei lavoratori che rappresentano.
Questa lettera aperta contiene più domande che affermazioni, non per scelta di stile retorico; ma perché riteniamo che occorra ripartire dalle domande, senza risposte preconfezionate, per costruire, senza pregiudiziali ideologiche, con rigore e onestà intellettuale, partendo dalla verifica dei dati di fatto, i luoghi e gli spazi di una necessaria formazione e educazione del modo del lavoro.
Pertanto invitiamo le Organizzazioni dei Lavoratori a promuovere un confronto aperto a partire da questo tema per dimostrare di saper ascoltare i lavoratori e di essere ancora all'altezza della migliore tradizione sindacale italiana.
Invitiamo le Organizzazioni dei Lavoratori a individuare, con urgenza, i tempi e i luoghi di questo confronto prima che ulteriori scelte dannose per i lavoratori vengano loro imposte con metodi sempre più lontani da ogni possibile forma della democrazia.
Come comitato locale di Attac siamo disponibili a dare il nostro contributo a questo momento di riflessione e di esercizio di democrazia

Attac Torino

20 agosto 2008

Tornano i licenziamenti politici per intimidire i lavoratori

Le ferrovie devono ritirare il licenziamento di Dante De Angelis, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza reo di aver fatto il compito per il quale è stato eletto: controllare sollevare dubbi e chiedere verifiche sulle condizioni di sicurezza! Tocca al sindacato adesso chiamare i lavoratori ad una reazione immediata.

Mentre esprimiamo tutta la nostra solidarietà, non possiamo che constatare come la dirigenza delle ferrovie abbia deciso di coprire le proprie incapacità a fornire un servizio pubblico di qualità dedicandosi ad un giochetto oggi molto di moda: imputare ai lavoratori, che non “collaborano” tutte le inefficienze e magagne delle aziende. Non dobbiamo accettare passivamente questa filosofia aziendale che pretenderebbe che ai lavoratori sia tolto il diritto di disturbare il “manovratore”, che per definizione ha sempre ragione, che non sbaglia mai e bontà sua sa quali lavoratori sono meritevoli e quali sono un ostacolo (e quindi da licenziare come in altri casi recenti…).

L’attacco ai lavoratori dei trasporti mira a creare il clima di paura favorevole per l’azienda in vista della annunciata introduzione del macchinista unico, obiettivo aziendale prossimo per tagliare personale. Noi pensiamo invece che questa scelta produca un maggiore rischio per la mole di lavoro a cui sarebbero sottoposti i macchinisti, con inevitabile aumento dei rischi per la sicurezza (propria e dei passeggeri…)

Tocca al nostro sindacato in primis abbandonare la logica concertativa per riprendere l’indipendenza di giudizio e di azione per poter rappresentare gli intessi dei ferrovieri, che hanno sempre coinciso con gli interessi degli utenti, ad avere un servizio adeguato in tutta sicurezza ed in condizioni confortevoli.

Chiediamo il reintegro immediato di Dante De Angelis, chiediamo al sindacato di unire i lavoratori per reagire con energia contro questa scelta aziendale.

Rete28Aprile nella Filt-Cgil

Roma, 20/08/2008

18 agosto 2008

I servizi socio sanitari della destra: un mix tra i nostri anni '50 e l'America di Bush

Gli italiani fatti "a fette"

Questo governo, con proposte, leggi o battute, aggiunge ogni giorno nuovi tasselli alla definizione di una diversa costituzione materiale del nostro paese

L'ultima uscita del ministro Sacconi in materia di servizi sanitari e sociali è titolata: "Spazio a mutue e polizze sanitarie" (Il Sole 24Ore, 4.8.08). Molti passaggi di questa intervista sono ambigui, ma la sostanza è chiara: vogliamo "fondi sanitari, mutue e assicurazioni private". Non c'è male nell'anno del trentesimo anniversario della legge 833 (chi ricorda la riforma sanitaria?). Può ben accennare, il ministro, a queste nuove iniziative come integrative e non sostitutive del servizio sanitario nazionale, ma ciò che ci presenta è un modello di welfare che "non sia tutto a carico del servizio pubblico"; un nuovo (cioè vecchio, come un ritorno agli anni '50) modello legato a contratti collettivi di lavoro dei diversi settori.

Questo governo concepisce un popolo italiano "a fette", dove i diritti fondamentali della persona dipendono dalla "categoria" che per fortuna o sfortuna ognuno di noi si trova ad occupare. Con buona pace dell'art. 3 della Costituzione. Naturalmente, da bravi gestori delle ingiustizie e dei privilegi correnti, non li sfiora neanche il sospetto che il pesante problema storico dell'Italia (ancora di più che gli altri paesi occidentali...) è il drammatico incremento delle disuguaglianze. Disuguaglianze ingiuste, in termini di salute o di accesso ai servizi delle diverse categorie sociali. E il ministro dice, fra l'irridente e il minaccioso, che vuole "un welfare delle opportunità e non degli interventi paternalistici".

Il quadro è ancora più fosco se consideriamo che il governo (anche in seguito ad un pronunciamento della Corte dei Conti), si prepara, dopo il blocco della proposta di LEA (una lista di servizi e interventi che dovrebbero costituire i cosiddetti livelli essenziali di assistenza sanitaria) costruita dal precedente governo, ad una riscrittura dei "livelli di riferimento delle prestazioni sanitarie", naturalmente al ribasso. Tra queste "eccessivamente generose" prestazioni, vi sono cose molto concrete e assolutamente fondamentali, quali, ad esempio, l'assistenza protesica per le categorie sociali particolarmente svantaggiate.
Pensiamo, ancora, ai tagli della finanziaria di Tremonti recentemente approvati anche per la sanità e ad altre uscite dello stesso ministro Sacconi in cui si manifestava il gradimento per trasformazioni della gestione ospedaliera con Società per Azioni, ma, attenzione, il documento fondamentale di riferimento, il libretto ideologico più importante, è il cosiddetto "Libro Verde sul futuro del modello sociale". Qui, in una forma ancora una volta ambigua e melliflua, si concepisce uno scenario che in passate epoche si sarebbe definito "da incubo" per il nostro paese. Si mira ad un salto storico dove farla finita di "dare troppo a tutti".

Si inizia con la proposta di prestazioni collegate al possesso e alla ricerca attiva di un lavoro (il cosiddetto workfare, chiodo fisso di ogni moderato), insieme a qualche elargizione compassionevole agli indigenti (per la "povertà assoluta"). E poi, avanti verso un grande trasferimento ai privati (1), in modo molto più organico rispetto al Berlusconi II (2).

In una recente intervista Sacconi dice esplicitamente, insieme ad una insistenza da "stato etico" circa la necessità di adottare stili di vita sani, che la "funzione risarcitoria tradizionale del welfare non viene meno, deve però essere ridimensionata".
Come ha scritto recentemente Roberto Romano sul Manifesto, questa politica di sussidiarietà verticale spinta consiste in "un'equiparazione tra pubblico e privato nel campo dell'erogazione dei cosiddetti servizi universali. Ma tra privato e pubblico c'è una differenza sostanziale. Il secondo è soggetto a vincoli comunitari e interni attraverso il Patto di stabilità, mentre i privati possono erogare servizi senza vincoli di carattere giuridico, con tutti i problemi economici che i beni di merito manifestano, ovvero che è l'offerta a creare la domanda. (vedi le vicende delle cliniche private in Lombardia). Sostanzialmente il «modello Sacconi» si prefigura come un progetto politico a tutto tondo in cui il privato, diversamente rappresentato, assume lo stesso spessore giuridico della pubblica amministrazione. Se il progetto «culturale» e «organizzativo» dovesse compiersi, sarebbe difficile recuperare terreno".

I sindacati non possono limitarsi a criticare il pur impressionante accenno all'innalzamento dell'età pensionabile. Giustamente la Funzione Pubblica CGIL denuncia che "ciò che prefigura il Ministro Sacconi non é la razionalizzazione ed il miglior impiego delle risorse attualmente previste per il sistema sanitario integrato pubblico/convenzione/privato, ma la definitiva scomparsa del Servizio Sanitario Nazionale quale istituzione democratica ed universalista a garanzia del diritto costituzionale alla salute per tutti i cittadini". Letta e Treu (Europa, 26.7 e 7.8) lasciano intendere timide aperture, qualche "accomodamento". La sinistra dovrebbe invece sviluppare con decisione la critica di questo testo. Ancora una volta è necessaria una rinnovata campagna di massa di denuncia, resistenza e di ricostruzione di una proposta universalista ed efficiente di welfare, a partire da un grande sostegno agli attuali servizi pubblici e agli operatori che, con grandi difficoltà, assicurano questi "livelli di civiltà"; che, purtroppo, rischiano di essere compresi appieno nel loro valore quando - e se - il "progetto Sacconi & C." sarà compiuto.

(1) = "Lo sviluppo del pilastro privato complementare è un passaggio essenziale per la riqualificazione della spesa e la modernizzazione del nostro Welfare. L'eccessiva intermediazione dello Stato nella predisposizione dei redditi per la quiescenza impedisce lo sviluppo di istituti redistributivo-assistenziali per i quali quella intermediazione è essenziale. Questi istituti non possono prescindere dalla fiscalità generale, sia che questa vada a finanziamento di produzione diretta di beni e servizi sia che essa finanzi deduzioni/detrazioni o voucher a sostegno di scelte dei cittadini, individuali o associate. Lo sviluppo dei fondi su base contrattuale, delle forme di mutualità, delle assicurazioni individuali o collettive può essere la risposta alle limitate risorse pubbliche e alla domanda di accesso a maggiori servizi" (p. 20). Pertanto "occorre dare, dunque, maggiore impulso allo sviluppo della previdenza complementare nonché ai fondi sanitari integrativi del servizio pubblico al fine di orientare e convogliare la spesa privata verso una modalità di raccolta dei finanziamenti..." (p. 21)".

(2) = Nelle ultime pagine si afferma tranquillamente: "Il finanziamento dei servizi di protezione sociale è già oggi caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia vi concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile... Il principio ispiratore deve essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale".

Mauro Valiani,
18 agosto 2008
http://www.aprileonline.info/

14 agosto 2008

ITALIA 2008: 30 MORTI PER CARCERE DA GENNAIO A MAGGIO

Il detenuto Alì, lasciato morire di fame

Piero Sansonetti
direttore di Liberazione

Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto - pare - di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell'Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.
La storia di Alì Juguri è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa - come si dice oggi - di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell'ospedale de L'Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno "assistito" non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato "frullato" via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l'Aquila.

Secondo il dossier di Ristretti Orizzonti da gennaio a maggio 2008 si sono registrate 30 morti nelle carceri italiane

Secondo il dossier di Ristretti Orizzonti da gennaio a maggio 2008 si sono registrate 30 morti nelle carceri italiane. Il più giovane è Mihai, un ragazzo rumeno di 20 anni che si è impiccato nel carcere di Viterbo. Il più anziano è Michele Greco, soprannominato "Il papa" della mafia, che scontava l'ergastolo a Rebibbia ed è morto a 84 anni. Dalla detenuta colombiana incinta di sei mesi morta nel carcere della Giudecca di Venezia (arrestata per aver fatto da "corriera" della cocaina in cambio di 1.400 euro), al tossicodipendente che si suicida preso dallo sconforto perché gli sono rifiutati gli arresti domiciliari, all'internato in Ospedale Psichiatrico Giudiziario che "riesce" ad uccidersi dopo decine di tentativi, e via dicendo.
I casi raccolti - specificava l'associazione nel suo dossier - non rappresentano la totalità delle morti che avvengono all'interno dei penitenziari: sono quelle ricostruibili in base alle notizie dei giornali, delle agenzie di stampa, dei siti internet, delle lettere dei volontari o dei parenti dei detenuti morti. Purtroppo molte morti passano ancora "sotto silenzio", nell'indifferenza dei media e della società.
Del totale di 30 decessi 14 sono imputabili al suicidio, per 10 le cause non sono state ancora accertate, per altri 6 si deve parlare di malattia.
Ci sono casi di morti avvenute ai domiciliari, come quello del 4 febbraio scorso a Catanzaro quando, per cause non accertate, è morto un detenuto di 71 anni o quello di Catania del 13 aprile che ha visto il suicidio - sempre ai domiciliari - di un detenuto 60enne (stessa storia di Antonio, morto suicida a Torino a 57 anni). Molti si ricorderanno pure la storia dei due extracomunitari detenuti nel carcere di Padova, morti mentre erano in permesso il 29 gennaio scorso per cause ancora da accertare. Oltre a Mihai colpisce la presenza nel dossier di detenuti giovanissimi che si tolgono la vita: lo ha fatto per esempio l'11 aprile un ragazzo italiano detenuto a Larino, in provincia di Campobasso.
Morire fuori e dentro il carcere, morire per il carcere. Qualunque sia la causa non si dovrebbe accettare in un Paese civile.


13/08/2008

12 agosto 2008

La demagogia di ministri e opinionisti contro i presunti fannulloni lascia al loro posto quelli che fanno danni veri.

Brunetta, Calderola
e i fannulloni

Le dichiarazioni entusiastiche del ministro Brunetta circa un presunto calo delle assenze per malattia negli ultimi mesi in alcuni marginali settori del pubblico impiego, rilanciata da quasi tutta l’informazione pubblica e privata, sono uno dei segnali negativi più inquietanti di un paese, il nostro, costretto dai poteri forti ad avvitarsi in una crisi profonda per mancanza di serietà.
I fatti non sono noti.
Da mesi,infatti, si è aperta una campagna di diffamazione dei lavoratori pubblici, tesa nell’immediato a ridurre i diritti dei malati(persino Treu oggi si avvede di questo rischio), senza che l’opinione pubblica abbia potuto conoscere con ragionata approssimazione i dati statistici delle assenze per malattia nei vari settori di lavoro e negli altri paesi europei.
Senza confronto non c’è conoscenza ne democrazia.
Nessuno studio è stato fatto sui dati e le indicazioni che provengono dagli istituti internazionali più qualificati. Le due agenzie competenti in materia dell’Onu ad esempio:l’OIL (organizazione internazionale sul lavoro) e l’OMS(organizzazione mondiale sanità) non sono mai citate.
Eppure sono quelle che meglio possono avere un quadro scientificamente rigoroso della situazione.
L’Istat versa in uno stato penoso dopo il commissariamento voluto due anni fa da Berlusconi quando gli serviva tenere bassi i dati sull’inflazione. La statistica se usata in modo onesto è una scienza utilissima a capire i problemi e a trovare soluzioni efficaci.
In Italia, come da tempo negli Usa, si preferiscono i sondaggi.
Invece non casualmente nei discorsi fiumosi del compagno Fidel due robuste sponde fanno da argine alla alta e geniale retorica del suo eloquio: la ragione dei fatti e i dati statistici sempre ben evidenziati.
Da noi vince la demagogia che fece la fortuna di Mussolini e del fascismo: da una piccola verità si costruisce una grande menzogna.
Per quale motivo?
Si vuole assecondare il processo di privatizzazione e di riduzione dei servizi sociali fiaccando la resistenza dei lavoratori pubblici, isolandoli dagli altri lavoratori utenti.
Come con gli sprechi che rimangono e foraggiano clientele mentre si tagliano i sevizi, così si riducono i lavoratori e si aumentano dirigenti incapaci e strapagati.
Spesso a quelli capaci si impedisce di lavorare confinandoli in uffici separati come faceva la fiat coi sindacalisti comunisti negli anni cinquanta.
Si costruisce il capro espiatorio per consentire che la politica di tagli agli enti locali previste dalle finanziarie degli ultimi dieci anni, non abbia una robusta e maggioritaria opposizione sociale.
Non è solo il caso dell’Italia, ma qui la cosa è più grave per la debolezza storica dello stato, delle infrastrutture e per il problema del mezzogiorno su cui come vediamo specula la lega nord.
E fa breccia anche tra gli operai.
Per questo é urgente che il sindacato si opponga a questo disegno anche muovendo una sincera e onesta autocritica sul suo ruolo di cogestione avuto in questi anni ( in modo particolare la cisl).
Anche Rifondazione Comunista è chiamata a un impegno più incisivo rispetto al passato.
Serve una inchiesta puntuale sulle reali condizioni di lavoro nel pubblico impiego, propedeutica a una proposta di riforma del settore che rimuova le cause reali del malfunzionamento dell’amministrazione pubblica.
Una esperienza del genere fu fatta a Roma alcuni anni fa; la Federazione romana potrebbe riprendere e continuare quel lavoro.
Poi i veri fannulloni possono essere controllati più seriamente, senza dimenticare, come ricorda giustamente un medico dalle pagine di Liberazione di domenica 10 agosto, che sono i medici di base a certificare le condizioni dei loro pazienti di cui conoscono lo stato di salute.
D’altronde gli stessi dati che scandalizzano Brunetta e gli opinion leder entusiasti alla Calderola (quello che vuole buttare Berlinguer giù dala torre) , mi sembrano assolutamente naturali: 12 giorni l’anno di media tenuto conto dei malati gravi e del progressivo invecchiamento della popolazione lavorativa conseguente al blocco del turn over, non sono molti.
In realtà a mio avviso quello che si vuole fare è aumentare l’orario di lavoro costringendo anche i malati a prendere servizio, così come si tende a diminuire il numero di giorno di permessi e congedi. Nel comune di Roma quando è scoppiata la polemica sull’assenteismo venivano conteggiate allo stesso modo tutte le tipologie di assenza.
Poi la realtà è che per arrivare a fine mese i lavoratori sono costretti allo straordinario e quindi a fare più presenze.
La situazione diventerà insostenibile e il taglio del premio di produttività determinerà sicuramente un autunno caldo. Quella lotta andrà saldata con quella dei rinnovi contrattuali, della difesa del contratto collettivo, della opposizione alla finanziaria e contro la precarietà e la disoccupazione.
Chi cerca motivi e piattaforme per la manifestazione d’Ottobre le ha già trovate qui.
Ma c’è anche una dimensione europea che non va sottovalutata.
Vedi la Bolknstein, la legge sull’orario, le liberalizzazioni, ecc.
Il caso francese di Sarkosi ce lo dimostra clamorosamente.
La commissione bipartisan voluta dal presidente più filoamericano della storia francese muoveva proprio dalla riforma del pubblico impiego.
Si usano personalità provenienti dal centro sinistra per fare politiche di destra.
D’altronde “I fannulloni” è il titolo del libro di Piero Ichino oggi deputato del PD e Amato vuole riscrivere con Alemanno il quadro istituzionale e quindi amministrativo di Roma Capitale.
Addirittura in Francia, alcuni intellettuali compiacenti hanno persino stravisato il Gramsci di Americanismo e fordismo per giustificare a sinistra una politica contro i lavoratori pubblici.
Ma i lavoratori francesi, pubblici e privati, non si sono lasciati fregare.
Ci riusciremo anche noi che non abbiamo avuto la Rivoluzione Giacobina e Napoleone , ma in compenso Giulio Cesare, Garibaldi, la Resistenza , la Costituzione migliore d’Europa e il più forte Partito comunista dell’occidente?
Se la sinistra comunista e anticapitalista vuole rappresentare una possibile alternativa, e quindi proporre soluzioni di reale governo della crisi, ci deve provare.

Giuseppe Carroccia
11/08/2008

10 agosto 2008

SI INVOCANO NORME INTRANSIGENTI MA COME SEMPRE SI E' DEBOLI CON I POTENTI E FORTI CON I DEBOLI. AD ESEMPIO NON SI CONDANNANO GLI OMICIDI SUL LAVORO

CERTEZZA DELLA PENA E INTERESSE COLLETTIVO

Il Parlamento ha chiuso i battenti, forse è questo il momento più propizio per riflettere sulla funzione del carcere, senza il sibilo fastidioso delle strumentalizzazioni.
In Italia, di pena e di carcere si parla poco e male, come se il “recinto chiuso” fosse una periferia da rimuovere, da annotare su una pagina stropicciata e illeggibile.
I reati diminuiscono, ma la percezione di insicurezza aumenta, in rete la quota di allarmismo quotidiano straripa pericolosamente, formulando la pretesa di risolvere ogni questione con la galera, con la pedagogia dell’asprezza.
Come se a una doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima, non dovesse corrispondere l’onestà intellettuale di una pena erogata con umanità, quanto meno per tentare di ricomporre la relazione tra le persone secondo reciprocità e responsabilità.
La certezza della pena deve comunque riconoscere l’importanza di un percorso di cambiamento, che non è realistico se non garantito da passaggi formativi e relazionali che spingono non solamente a apprendere quanto il proprio passato sia stato errato, ma anche a sentire il bisogno concreto e autentico di essere finalmente in relazione con gli altri.
Quanto c’è ancora di intuitivo e positivo del fare reciproco tra il dentro e il fuori, tra gli operatori penitenziari e i detenuti, per avere fiducia e forza sufficienti a mantenere alto nella sua dignità quel patto di lealtà stipulato con la collettività.
Quanto è ancora realmente condiviso il concetto che esiste un prima e un dopo, che passa necessariamente attraverso un “durante” carcerario solidale perché costruttivo, non certamente vendicativo al solo scopo di placare momentaneamente la richiesta di sollievo di una società confusa e perplessa, ma basato su una progettualità educativa.
E’ un cane che si morde la coda, come per il disagio giovanile, per la droga, per i morti e le tragedie sul lavoro, sulle strade, si invocano norme intransigenti ma confidando sui soliti investimenti residuali, peggio, si configura un disincanto educativo a vantaggio di un non meglio specificato obiettivo condiviso, quello della cementificazione delle coscienze, come se limitarsi a rinchiudere dentro una cella l’errore e l’inganno, potesse vincere la sofferenza per l’ennesimo accadimento tragico, come se nella riproposizione di una sordità trattamentale, vi fosse insita la chiave di accesso per riconsegnare all’opinione pubblica equilibrio e dignità.
Dimenticando che in carcere, se il detenuto è collocato nella stessa condizione di quando vi è entrato, non solamente permarrà nell’indifferenza verso chi ha offeso, ma anche nell’impossibilità di comprendere il valore come persona e dignità umiliata.
Sul carcere c’è tanto da fare più che da dire, soprattutto c’è tanto da sapere e conoscere per poter intervenire con la giusta volontà politica, ma la politica appare incapace di concorrere alla formazione dell’opinione pubblica, è più concentrata a moltiplicare i luoghi comuni, gli stereotipi possibili e impossibili, e ciò comporta una sequela infinita di rinculi, una confusione sugli interessi collettivi che ne tutelano diritti e garanzie.

Vincenzo Andraous

8 agosto 2008

CON GRANDE FACILITA' LA DESTRA RIDISEGNA LA STRUTTURA SOCIALE E GIURIDICA DELL'ITALIA. CON IL SILENZIO-ASSENSO DI UNA OPPOSIZIONE FANTASMA

LE MISURE DEL GOVERNO CONTRO DIRITTI, STIPENDI E LIBERTA'
DI STAMPA. AVANZA IL PIANO POLITICO ED ECONOMICO DELLA "P2"

Rapporti di lavoro
Prevista l'istituzione del libro unico del lavoro.
Apprendistato
La durata del contratto di apprendistato professionalizzante non può essere superiore a sei anni. Le parti sociali sono libere di determinare una durata anche inferiore.
Assegno sociale
Dal 1° gennaio 2009 l'assegno sociale sarà corrisposto agli aventi diritto a patto che abbiano soggiornato o legalmente in Italia in via continuativa e per almeno 10 anni, conseguendo un reddito pari almeno all'importo dell'assegno sociale.
Assenze per malattia e permessi retribuiti nella Pubblica amministrazione
Corresponsione ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, per i periodi di assenza per malattia, di qualunque durata, nei primi dieci giorni di assenza, del solo trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni altro trattamento accessorio. Più rigorosa l'attività di controllo dell'assenza: obbligo, nelle ipotesi di assenza per malattia per più di 10 giorni, e dopo il secondo evento di malattia nell'anno solare, di ricorrere esclusivamente a una struttura sanitaria pubblica per il rilascio della certificazione medica. Effettuazione del controllo da parte dell'amministrazione anche in caso di assenza di un solo giorno. Nuove fasce di reperibilità per il lavoratore: dalle ore 8 alle ore 13 e dalle ore 14 alle ore 20 di tutti i giorni, compresi i non lavorativi e i festivi.
Editoria
Delegificazione della disciplina di erogazione dei contributi in editoria. Necessaria la prova dell'effettiva distribuzione e messa in vendita della testata e l'adeguata valorizzazione dell'occupazione professionale. Il contributo dovrà essere erogato entro e non oltre l'anno successivo a quello di riferimento.
Forze armate
Gli oneri relativi alla professionalizzazione delle forze armate sono ridotti del 7% per il 2009 e del 40% a decorrere dall'anno 2010.
Impronte digitali
Le carte d'identità, a decorrere dal 1° gennaio 2010, devono essere munite, oltre che della fotografia, anche delle impronte digitali della persona a cui si riferiscono. Prolungata da 5 a 10 anni il periodo di validità della carta d'identità.
Libri scolastici
A partire dall'anno scolastico 2008/2009, preferenza, nelle scelte degli organi competenti, a libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete Internet. L'accesso a tali testi da parte degli studenti avviene gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente.
Missioni internazionali di pace
Incrementata di 90 milioni di euro, per l'anno 2008, la consistenza del fondo per il finanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali di pace.
Orario di lavoro
Nuova definizione del lavoratore notturno: è lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga durante il periodo notturno almeno una parte del suo orario di lavoro purché comunque per almeno 3 ore del suo tempo di lavoro giornaliero.

Riduzione della spesa Prevista la riduzione del 30% rispetto all'ammontare alla data del 30 giugno 2008 delle indennità di funzione e dei gettoni di presenza degli amministratori degli enti locali. Sospensione fino al 2011 della possibilità di incrementare indennità e gettoni. Riduzione dei contributi ordinari del ministero dell'Interno agli enti locali a decorrere dal 2009. Per i nuovi incarichi (o per i rinnovi) riduzione del trattamento economico complessivo nella misura del 20% rispetto all'importo spettante alla data del 30 giugno 2008 per direttori generali, direttori sanitari, direttori amministrativi, componenti dei collegi sindacali di aziende sanitarie locali, aziende ospedaliere e ospedaliero-universitarie, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, istituti zooprofilattici sperimentali.