28 giugno 2008

Cgil svegliati: la Confindustria, come il Governo, vuole la riduzione del salario reale dei lavoratori.

Bisogna interrompere il negoziato e prepararsi alla lotta

Il Direttivo della Cgil si è concluso con un voto a maggioranza, 72 contro 15, che ha visto approvare un documento nel quale si dà un giudizio nettamente negativo sulle scelte del governo sul piano fiscale, sul mercato del lavoro, sulle flessibilità degli orari. Nello stesso tempo però il documento non esprime un giudizio sulla gravità della posizione della Confindustria, che coincidono con quelle del governo, e che dovrebbero rendere impossibile almeno per la Cgil, la prosecuzione del negoziato sulla riforma del sistema contrattuale. Questa differenza di giudizio sulle posizioni della Confindustria è la ragione principale per cui Cremaschi, Nicolosi e Rinaldini, oltre ad altre compagne e compagni hanno votato contro al documento conclusivo.
Nel frattempo prosegue con difficoltà il confronto tra Confindustria e Cgil, Cisl, Uil sulla riforma del sistema contrattuale.
Allo stato è possibile chiarire che:

1. Il governo ha stabilito l’inflazione programmata all’1,7% per il 2008 e all’1,5% per il 2009 e il 2010. Secondo il governo dunque i nuovi contratti triennali dovrebbero al massimo avere un aumento complessivo del 4,7%, cioè poche decine di euro in tre anni. E’ bene ricordare che se il tasso di inflazione programmata è indicativo per i settori privati, è tassativo per quelli pubblici, in quanto lì il governo è anche datore di lavoro. Quindi il governo ha programmato la riduzione dei salari reali di tutti i lavoratori pubblici e, per imitazione, di tutti quelli privati.
2. L’inflazione italiana attualmente stimata dall’Istat è al 3,6%, mentre per Eurostat è al 3,7%. La stessa Istat ha poi definito un “paniere” che misura l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, cioè dei beni che servono di più a vivere, e qui l’inflazione sarebbe già al 5,5%.
E’ chiaro che un aumento dei salari che fosse semplicemente pari all’inflazione ufficiale per i prossimi tre anni (e non a quella vera), dovrebbe oscillare tra il 12 e il 15%.
3. Cgil, Cisl, Uil hanno respinto l’inflazione programmata dal governo e hanno chiesto di usare come riferimento per i contratti un’inflazione “vicina a quella reale”. Si è anche detto che questa inflazione dovrebbe tenere conto degli indici europei e dovrebbe aggiungere ad essi l’aumento dei mutui.
4. La Confindustria ha invece ribadito che per essa l’aumento dei salari non può in nessun modo essere alla pari dell’inflazione.
Questo perché le aziende non possono sopportare un aumento del costo del lavoro pari all’inflazione. Quindi la Confindustria, anche se non sposa totalmente l’inflazione programmata del governo, ne condivide completamente il concetto: i salari nei contratti nazionali devono crescere meno dell’inflazione.
5. La Confindustria ha inoltre ribadito che il nuovo sistema contrattuale dovrà contenere sanzioni per chi non rispetta le regole della contrattazione, in primo luogo per le Rsu, i sindacati territoriali, quelli nazionali, che dovessero chiedere di più di quello concordato centralmente.

Sulla base di queste posizioni è ancor più chiaro che non c’è alcun spazio per una trattativa, che si proponga di migliorare le condizioni dei lavoratori. Di fronte alla sola possibilità, per noi insufficiente, che il salario nei contratti nazionali recuperi l’inflazione in atto, la Confindustria dice di no. Così non solo si nega il sacrosanto diritto dei lavoratori di veder aumentati i salari a livello nazionale, per recuperare quanto perso negli anni passati, ma si rischia di accumulare nuove perdite. La Confindustria ha chiarito con queste sue posizioni che essa intende chiedere una nuova riduzione del salario reale dei lavoratori. Per poi costringere una parte di essi a lavorare di più per guadagnare qualche cosa in più.
Si conferma così che l’unica strada per tutelare il salario dei lavoratori è quella di interrompere il negoziato e passare alla mobilitazione.

Rete 28 Aprile nella Cgil per l’indipendenza e la democrazia sindacale

www.rete28aprile.it

26 giugno 2008

Leggi razziali: gli incubi della storia non disturbano il sonno di Maroni che vara il "censimento rom". Impronte digitali anche per i bambini

SCHEDATURA ETNICA ROM E’ FASCISMO. MI METTERO’ IN FILA ANCH’IO. SPERO ALTRI FACCIANO ALTRETTANTO

Nel 60 esimo anniversario di quel’obbrobrio che furono le leggi razziali, il ministro dell’Interno Roberto Maroni oggi è arrivato a proporre la schedatura dei cittadini rom, italiani e non. Si tratta, molto semplicemente, della stessa filosofia, cultura e politica scelta dal fascismo e da Benito Mussolini.
La schiedatura su base etnica di cittiadini italiani ed esteri, rom o meno che siano, è una proposta barbara, inaccettabile, indegna di un Paese civile.
Mi metterò in fila anch’io, per farmi schedare dla ministro Maroni, e spero che cos’ faranno tanti altri cittadini italiani.

Paolo Ferrero
giovedì 26 Giugno 2008

25 giugno 2008

IL SOGNO DI MILIONI DI ITALIANI CHE NON HANNO NULLA DA NASCONDERE, SE NON LA VERGOGNA DI ESSERE GOVERNATI DA QUESTO SIGNORE! GRAZIE VELTRONI!!!!!!!!!

Fa lo spiritoso, ora che ha confezionato una legge a sua immagine e somiglianza. Ma una domanda si aggira per l'Europa: QUANDO...?

24 giugno 2008

Cercate i settori nei quali lavorate, siete impegnati a qualsiasi titolo, le problematiche del vostro territorio e valutate i tagli

Cifra in più, cifra in meno, salvo aggiustamenti, sono questi i tagli alle spese che si sono resi necessari – solo per l’anno in corso - per finanziarie l’operazione Ici e la detassazione degli straordinari. Il governo Berlusconi IV ha avviato l’opera di smantellamento delle politiche pubbliche e in particolare di quelle sociali. E oggi si discute la pre-finanziaria con altri tagli e ridimensionamenti del pubblico. Ma siamo solo all’inizio.

LA LISTA DELLA SPESA

Per pagare l'abolizione ICI e la detassazione degli straordinari

- Accantonamenti Ministero Solidarietà Sociale, 70 milioni

- Fondo politiche sociali per 8 per mille, 1,25 milioni

- Azzeramento incremento 8 per mille, 60 milioni

- Altri accantonamenti politiche sociali, 50 milioni

- Accantonamenti Ministero della Salute, 20,6 milioni

- Riduzione del 50% contributo all’istituto mediterraneo di ematologia, 3 milioni

- Fondo sostegno per le regioni impegnate nei piani di rientro sanitari, 14 milioni

- Azzeramento del contributo per Istituto Salute dei migranti San Gallicano, 10 milioni

- Osservatorio trasporto pubblico locale, 1 milione

- Fondo trasporto pubblico locale, 113 milioni

- Finanziamento innovazione trasporto urbano, 12 milioni

- Valorizzazione beni immobili pubblici, 10 milioni

- Fondo mobilità alternativa, 4 milioni

- Restauro immobili patrimonio umanità, 10 milioni

- Contributo sale cinematografiche, 2 milioni

- Compensi componenti commissioni tributarie, 3 milioni

- Fondo sviluppo isole minori, 20 milioni

- Contributo accademia scienze terzo mondo, 0,5 milioni

- Collettività italiane all’estero, 10 milioni

- Fondo bonifiche aree militari, 10 milioni

- Finanziamenti apicoltura, 2 milioni

- Trasferimenti per agricoltura in Sicilia, 50 milioni

- Fondi per agricoltura senza Ogm, 2 milioni

- Fondi ricerca nel campo delle biotecnologie, 3 miloni

- Agenzia nazionale per lo sviluppo d’impresa, 1 milione

- Dumping cantierista con paesi asiatici, 10 milioni

- Fondo demolizione naviglio obsoleto, 2,7 milioni

- Efficienza energetica navi passeggeri, 1 milione

- Liberalizzazione cabotaggio marittimo, 5 milioni

- Spostamento trasporto su strada al mare, 77 milioni

- Sicurezza trasporto Calabria e stretto Messina, 20 milioni

- Rifinanziamento trasporto combinato, 15 milioni

- Ammodernamento trasporto ferroviario, 10 milioni

- Fondi per linee ferroviarie Roma-Pescara, 56 milioni

- Interventi E78, Grosseto-Fano, 3 milioni

- Fondi per le fiere, 4 milioni

- Interventi infrastrutturali zona Treviso, 2 milioni

- Interventi banda larga nel Mezzogiorno, 50 milioni

- Fondo passaggio al digitale, 20 milioni

- Fondo per attività nel commercio estero, 12 milioni

- Trasferimento merci verso il trasporto per mare, 10 milioni

- Finanziamento aree marine protette, 4,3 milioni

- Difesa suolo dei piccoli comuni, 3,5 milioni

- Finanziamenti rischio sismico, 1,5 milioni

- Ammodernamento rete idrica nazionale, 30 milioni

- Fondo per la riforestazione, 50 milioni

- Contributo volontario un centesimo per il clima, 1 milione

- Fondo fauna selvatica, 1,5 milioni

- Contributi per le istituzioni culturali, 3,4 milioni

- Contributo Festival pucciniano, 1,5 milioni

- Spesa restauro dei teatri, 1 milione

- Fondo per il ripristino del paesaggio, 15 milioni

- Fondo 150° anniversario Unità d’Italia, 10 milioni

- Fondo funzionamento licei linguistici, 5 milioni

- Alta formazione artistica e musicale, 7 milioni

- Centro ricerca biotecnologie di Napoli, 3 milioni

- Fondo risanamento edifici pubblici, 5 milioni

- Fondo servizi prima infanzia, 3 milioni

- Fondo violenza contro le donne, 20 milioni

- Autorizzazione spesa Telefono Azzurro, 1,5 milioni

- Fondo solidarietà mutui prima casa, 10 milioni

- Corsi formazione Bilancio di genere, 2 milioni

- Inserimento statistiche di genere, 1 milione

- Fondo per l’inclusione sociale immigrati, 50 milioni

- Fondo attività socialmente utili, 55 milioni

- Stabilizzazione lavoratori socialmente utili, 1 milione

- Fondo per lo sport di cittadinanza, 20 milioni

- Fondo eventi sportivi, 10 milioni

- Contributo campionati mondiali di pallavolo, 3 milioni

- Comitato italiano paraolimpico, 2 milioni

- Sistema pubblico di connettività, 10,5 milioni

- Poli finanziario e giudiziario di Bolzano, 6 milioni

- Incremento a favore del Cnel, 2 milioni

- Fondo funzionamento ordinario università, 16 milioni

- Commissario sviluppo Gioia Tauro, 0,6 milioni

- Anniversario Dichiarazione Diritti Umani, 1 milione

- Credito di imposta alle imprese cinematografiche, 16,7 milioni

- Riorganizzazione uffici locali all’estero, 10 milioni

- Sostegno italiani nel mondo (cultura), 5 milioni

- Cultura italiana all’estero, 0,5 milioni

- Imprese amatoriali e flotta marittima, 5,2 milioni

- Promozione sicurezza stradale, 17,5 milioni

- Ricerca e formazione per i trasporti, 0,1 milioni

- Miglioramento sicurezza della navigazione, 1,9 milioni

- Promozione del libro e della lettura, 1,5 milioni

- Responsabilità sociale delle imprese, 1,25 milioni

- Finanziamenti Isfol, 25 milioni

- Finanziamenti in materia migratoria, 1,5 milioni

- Potenziamento viabilità Calabria e Sicilia, 500 milioni


elenco a cura di di Paolo Andruccioli

23 giugno 2008

la piattaforma sul nuovo modello contrattuale condannerà i lavoratori a vedere decrescere i loro salari e vedere crescere i profitti dei capitalisti

INTRODUZIONE A "SALARI E PROFITTI NELLA PIATTAFORMA CGIL CISL UIL PER UN NUOVO MODELLO CONTRATTUALE: LE RAGIONI DI UNA CRITICA"

di Leo Ceglia, segretario CGIL Como

La piattaforma unitaria di CGIL CISL UIL sul "nuovo modello contrattuale", approvata a Roma il 7 maggio 2008 dagli esecutivi unitari, si ripromette di sostituire il modello "luglio 1993" per "valorizzare il potere di acquisto per tutti i lavoratori". Compito questo da perseguire assieme alla cosiddetta "piattaforma su fisco e tariffe" presentata a Milano dagli stessi sindacati il 24 novembre 2007, che va considerata indissolubile dalla piattaforma unitaria sul nuovo modello contrattuale. In tal modo, attraverso la contrattazione confederale nazionale e territoriale (cioè, fisco e tariffe nazionali e locali), anche i pensionati vedrebbero "valorizzato" il loro potere di acquisto.
Come si sa solo in CGIL vi è stata opposizione al nuovo modello contrattuale. Sia la FIOM che le Aree Programmatiche Lavoro e Società e Rete 28 Aprile hanno duramente contestato la piattaforma unitaria sostenendo che il suo impianto (e segnatamente per il ruolo e le funzioni assegnate al contratto nazionale e al secondo livello di contrattazione, nonché al loro rapporto) non è in grado di tutelare il potere di acquisto dei lavoratori. Chi scrive si riconosce in queste posizioni e per sostenerle ha deciso di ricorrere alla teoria classica marxista su salari e profitti e sul loro rapporto (e il potere conoscitivo di tale teoria è ancora enorme come si vedrà ).
Secondo questa teoria salari e profitti sono parti di una stessa "sostanza" il "lavoro", che nella produzione capitalistica (dunque ancora oggi), si ripartisce tra "lavoro necessario" (salario e pensioni) e "pluslavoro" (profitti e rendite). Trattandosi della medesima sostanza che viene ripartita tra due parti, è evidente che per una "quantità data" la variazione di una parte vede l'altra variare in direzione opposta: se crescono i salari decrescono i profitti e viceversa.
A voler esaminare la piattaforma sul nuovo modello contrattuale secondo questa teoria, si arriva alla "dimostrazione" del fatto che per come esso è congegnato, condannerà inevitabilmente i lavoratori a vedere decrescere i loro salari e, viceversa, a vedere crescere i profitti dei capitalisti (ciò anche nel caso la piattaforma venisse integralmente accolta da Confindustria e Governo e nel caso di ottime performance della contrattazione confederale nazionale e territoriale).
Lo studio che segue ripercorrerà brevemente l'essenziale della teoria su salari e profitti a cominciare dal concetto di merce e del suo valore. Vedrà come e perché salari e profitti si muovono in direzione opposta fra loro. Ne illustrerà la dinamica alla luce sia dell'inflazione sia della cosiddetta produttività del lavoro, con esempi concreti. Entrerà infine nel dettaglio della piattaforma unitaria e indagherà ruolo e funzione del contratto nazionale in rapporto con la contrattazione di secondo livello, e le "potenzialità" del nuovo indice inflativo proposto sulla cui base rinnovare i contratti nazionali (Inflazione Realisticamente Prevedibile, IPR).
La conclusione del lavoro si soffermerà infine brevemente su un aspetto fino ad ora trascurato, a giudizio dello scrivente, dell'esito del voto del 13-14 aprile, quello cioè che la sconfitta più grave l'ha subita la nostra Costituzione laddove nell'attuale Parlamento non siede più nessuna forza politica che, nel nome, si dichiari di sinistra o socialista o comunista, cioè forze politiche che traggono la loro identità dalla storia e dalla tradizione culturale che si richiama alla cosiddetta "centralità del lavoro". Cultura della centralità del lavoro cui la nostra Costituzione fa cenno fin dal suo primo articolo.
Chi proteggerà la nostra Costituzione in questo Parlamento su questo versante? Ma questa è tutta un'altra storia, che il nostro lavoro consegna alla riflessione di tutti noi.


Il saggio di Leo Ceglia è pubblicato sul sito di Punto Rosso www.puntorosso.it
nello spazio Archivio del sapere condiviso, sezione generale.

20 giugno 2008

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. In risposta alla proposta di abrogazione della Riforma Penitenziaria o Legge Gozzini

ALTRO CHE SPEGNERE
LA SPERANZA

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale.
E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.

Vincenzo Andraous

19 giugno 2008

Europa verso la Barbarie: approvata dal Parlamento Europeo la direttiva sui rimpatri. Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto

«EUROPA SENZ’ANIMA. TRIONFANO RAZZISMO E SEGREGAZIONE»

Strasburgo, 18 giugno 2008 - «L'Europa diventa un grande carcere: decine, forse centinaia di migliaia di persone saranno rinchiuse nei Cpt per un anno e mezzo.
È finita un'epoca: oggi è stata sepolta l'Europa della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo. Trionfano il razzismo e la segregazione.
Detenzione per 18 mesi, rimpatrio forzato anche in una nazione diversa dal proprio Paese: così aumenteranno i desaparecidos, coloro dei quali, una volta espulsi dall'UE nelle carceri libiche o sudanesi, non si saprà più nulla, condannati a morte in lager in mezzo al deserto. Questa è la risposta dell'UE a chi scappa dalla fame e dalla povertà.
Nessuna pietà nemmeno per i minori, che potranno essere espulsi anche se non accompagnati e che, in determinate occasioni, potranno perfino essere rinchiusi nei Cpt. Oggi é nata un'Europa senza anima.
È molto grave che di fronte ad una dura offensiva di una destra razzista, il gruppo socialista si sia spaccato e che i parlamentari del Pd, sia ex Ds, sia ex Margherita, si siano astenuti. Dichiarare che vi é la certezza che i governi non peggioreranno l'attuale legislazione é pura ipocrisia; Berlusconi aspettava solo questo voto per aumentare la detenzione nei CPT italiani a 18 mesi.
Oggi erano in gioco i valori fondamentali della convivenza umana che da sempre hanno caratterizzato il movimento socialista e il solidarismo cristiano, come in questi giorni ci hanno ricordato le autorità religiose e i rappresentanti delle Nazioni unite».

18 giugno 2008

60 ore di morte:lavoratori, società civile, intellettuali si facciano sentire e dicano ‘no’ ad orari di lavoro che ci riportano ai primi del Novecento

SE 60 ORE VI SEMBRAN POCHE …

Una direttiva europea ci porta indietro di un secolo e mezzo, con orari di lavoro che possono estendersi a 13 ore al giorno. “Merito” di un’intesa trasversale raggiunta dagli Stati membri, con la sola eccezione di Spagna, Grecia, Cipro, Belgio e Lussemburgo. Il testo sarà sottoposto al voto del Parlamento Europeo non prima di settembre: c’è tempo per sensibilizzare l’opinione pubblica e la società civile su questo grave pericolo per i lavoratori europei …
Dopo anni di trattative, è stato raggiunto un pessimo compromesso sulla proposta di direttiva che riformerà la normativa europea sugli orari di lavoro. Il testo attuale, frutto di un’intesa raggiunta dalla maggioranza degli Stati membri (esclusi Spagna, Grecia, Cipro, Belgio e Lussemburgo), passerà al vaglio dell’aula del Parlamento europeo non prima del prossimo settembre e la votazione definitiva dovrebbe svolgersi ad ottobre. Che cosa hanno deciso i ministri dei governi dei Paesi membri?
La media massima dell'orario di lavoro settimanale resta solo formalmente di 48 ore, riferita a 12 mesi ma potrà essere estesa fino a 60 ore. Addirittura, si potrà arrivare a 65 ore per i lavori di pronto intervento che richiedono la reperibilità degli addetti e a 75 ore se con scelte individuali stabilite da contratti collettivi.
Il principio su cui si basa il nuovo testo è l’opt-out, ovvero l’”opportunità” per il lavoratore dipendente di scegliere se lavorare di più o no. Il singolo lavoratore e l’impresa, come accade in Gran Bretagna, ad esempio, potranno decidere se stipulare o meno un accordo che prolunga l’orario di lavoro.
È evidente che tale meccanismo non considera i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori: con tutta probabilità sarà la parte debole a dover rinunciare al proprio diritto di non prolungare la propria settimana lavorativa.
La direttiva riscrive inoltre il «servizio di guardia», il periodo durante il quale il lavoratore è obbligato a tenersi a disposizione, sul proprio luogo di lavoro, in attesa di essere chiamato. Si è sempre trattato di ore di lavoro comunque retribuite, ma i ministri europei hanno cambiato le regole e stabilito he diverranno ore non pagate.
Ciò detto, restano poche settimane di tempo per mobilitare l’opinione pubblica su questa minaccia che incombe sui lavoratori europei. In Italia, nel frattempo, il governo si dichiara perfettamente in sintonia con la logica individualizzatrice della contrattazione del lavoro insita nella direttiva sull’orario. Il provvedimento defiscalizzante in materia di straordinari va nella stessa direzione.
I proclami sulla sicurezza sul lavoro si sprecano mentre si ignora (o si fa finta di ignorare) il nesso esistente tra l’allungamento dell’orario di lavoro e la probabilità del verificarsi di incidenti, anche mortali. La tragedia della Thyssen avrebbe dovuto fare da monito, in questo senso.
Come gruppo della Sinistra europea daremo battaglia nell’aula di Strasburgo. Ma occorre anche che sindacati, lavoratori e voci della società civile si facciano sentire e dicano ‘no’ ad orari di lavoro che ci riportano ai primi del Novecento.

Vittorio Agnoletto
segreteria@vittorioagnoletto.it

16 giugno 2008

Storia in un’epoca agra e triste, una “mala notte” a cui un ragazzo ha reagito con l’ultimo gesto del ribelle....

Morte di un giovane antifascista
Giuliano Bruno: la secessione da un’epoca vile

Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti. Giuliano non esce più di casa, ha paura. Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: "Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!" Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: "Sei Giuliano Bruno?". "Sì, sono io". Lo colpiscono con violenza in testa. L'amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso. Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania.

Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste. La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida.

Da Buenos Aires a Treviso

La famiglia di Giuliano Bruno era riparata in Europa negli anni Settanta per sfuggire alla dittatura pseudo-fascista argentina. La storia di Giuliano si lega a quella di suo nonno, Osvaldo Bayer, uno dei più noti scrittori argentini."Mi davano 24 ore di tempo per lasciare il paese altrimenti ero un uomo morto…". Così Osvaldo Bayer, nato a Santa Fe, Argentina, nel 1927, mi raccontava la storia della sua condanna a morte, pubblicata su un giornale di Buenos Aires e sentenziata da un gruppo clandestino di estrema destra nel 1974. All’epoca dell’intervista, poi pubblicata su Il Manifesto, ero andato a trovarlo a casa sua, nel quartiere Belgrano, in quella casa d’angolo della città rioplatense che il suo amico Osvaldo Soriano, eterno provocatore, definiva un tugurio. Era l’autunno del 2005 e Buenos Aires mi veniva incontro con le parole di questo vecchio con la barba bianca e lunga, autore del romanzo “Severino Di Giovanni” (1970), della "Patagonia Rebelde" (1972, di prossima uscita in italiano per l'editrice Elèuthera) e, in tempi più recenti, di “Rayner y Minou” (2001).L’idea era quella di farmi raccontare da Osvaldo la sua vita e le ricerche storiche dedicate all’emigrazione politica italiana, che lo avevano portato a scrivere libri stupendi, opere tanto radicali che i militari — conquistato il potere a Buenos Aires con un colpo di stato negli anni Settanta — non si accontentarono di costringerne l’autore all’esilio, ma arrivarono a dare alle fiamme ogni esemplare che riuscivano a rastrellare. Infine, perché la misura fosse colma, proibirono il film tratto da un romanzo di Osvaldo e che lui stesso aveva sceneggiato, la “Patagonia rebelde”, di Héctor Olivera, Orso d’argento a Berlino eppure proibito in patria con tanto di persecuzioni rivolte contro tutto lo staff, incluse le comparse. Eccessi argentini sembravano a quei tempi, quando io e Osvaldo discorrevamo di tempi passati e lontane persecuzioni.Ricordo che mi sentii indiscreto quando, parlando dello scrittore desaparecido Rodolfo Walsh, mi venne da chiedere un dettaglio troppo forte sulla sua morte. Le lacrime che per un attimo bagnarono gli occhi di Osvaldo non turbarono la sua lucidità, perché lui stesso, come Walsh, si è fatto carico di scrivere in tempi difficili.Eppure Osvaldo, costretto alla fuga, obbligato a nascondersi in casa di anarchici, sempre pronto a organizzare progetti di cospirazioni contro le dittature — come quella volta che organizzò assieme a Soriano e García Márquez il progetto, poi rimasto sulla carta, di un ritorno in massa di intellettuali esuli latinoamericani — non avrebbe pensato, in quella tranquilla mattina portegna, di dover ancora una volta scrivere parole tanto amare. Ancora scrivere di perseguitati, di ammazzati, di amici costretti al suicidio per sfuggire alle torture, per bere da soli il calice amaro di un’epoca vigliacca. È il violento “oficio de escribir, amigo”, gli avrebbe ricordato Walsh. La testimonianza di scrivere, di farsi violenza a scrivere, di scrivere su fatti violenti. Un’epoca che sembrava chiusa e che invece costringe Osvaldo, a cui le Madres de Plaza de Mayo hanno dedicato il loro caffè letterario, a scrivere ancora, a riempire d’inchiostro quelle pagine bianche che ogni mattina, alle sei in punto, cominciano a presentarsi sulla sua scrivania. Ma questa volta il compito è più amaro. Perché il giovane rebelde, una figura che ricompare in tante pagine dell’opera di Osvaldo, non è un anarchico nato un secolo fa, né un martire di un’idea che arriva a Baires dai barconi transoceanici. Questa volta Osvaldo scrive di suo nipote, di Giuliano Bruno, il figlio di sua figlia Ana, che ancora piccola lui fece montare in fretta e furia su un aereo diretto in Europa perché non conoscesse gli orrori e le violenze orchestrate da un gruppo di fascisti con in mano le redini dello stato. Tragico paradosso e lugubre scherzo del destino, quello che ha portato il giovane rebelde in questa Italia che da terra d’accoglienza per gli esuli e i rifugiati politici si fa spazio di persecuzione. Perché Giuliano Bruno non è stato ammazzato come Carlo Giuliani, né come Nicola Tommasoli. Non è morto neanche come quel rumeno di cui nessuno ricorda più il nome — forse perché gli stranieri in questo paese sono privati anche del loro nome — e che è cascato dalla finestra di una questura, o forse era la tromba delle scale, e tanto chi se ne frega, diranno i giornali che a questa notizia non dedicano quasi neanche un trafiletto. Giuliano Bruno è morto respirando ogni giorno quest’atmosfera che viviamo in Italia, questo misto di nebbia di Weimar, di paura argentina e di grottesca farsa italiota. Condita dai pogrom e dai rigurgiti neorazzisti, dagli assalti delle teste rasate, dall’intolleranza verso tutto ciò che non sia la voglia di fregare il prossimo per comprarsi il Suv. Un’epoca agra e triste, una “mala notte” a cui Giuliano ha reagito con l’ultimo gesto del ribelle, quello che rivendica il proprio diritto di secessione da un mondo tanto vile e letale.

Alberto Prunetti
15/06/2008
pubblicato anche su altre testate

14 giugno 2008

Una delle storie d'immunità mafiosa. A vent'anni dall'omicidio, rinvio a giudizio per Vincenzo Virga. Su Diario l'inchiesta di Deaglio

La mafia ha ucciso Rostagno,
la verità in un bossolo

La notizia, attesa da vent'anni, è di quelle che ti fanno riappacificare con la giustizia: «Gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di fronte alla Corte di Assise di Trapani». A rivelarlo è Enrico Deaglio con un'ampia inchiesta pubblicata sull'ultimo numero di Diario, numero da oggi in edicola.
Il merito va ad Antonio Igroia, il magistrato palermitano che non ha mai mollato la presa e, dopo dodici anni di inchiesta, ha chiesto il rinvio a giudizio per Vincenzo Virga organizzatore dell'agguato al giornalista torinese che, pare, fu commissionato da Totò Riina in persona.
Sembra proprio che questa volta il Pm Ingroia, abbia una prova definitiva, «una prova decisiva» grazie alla quale si farà finalmente luce su una vicenda caratterizzata da depistaggi, veleni e manovre oscure. Una vicenda simbolo di quella fitta rete di misteri che caratterizza il nostro Paese.
Ma andiamo con ordine, partiamo da quel 26 settembre del 1988, la notte in cui Mauro Rostagno fu assassinato con quattro colpi di fucile calibro 12 e due colpi di pistola calibro 38 special.
Da quel giorno in poi l'indagine si mosse in tutte le direzione tranne che in quella del delitto di mafia. Tranne che nel sentiero oscuro e insanguinato di Cosa nostra. Del resto Rostagno era diventato un vero "rompicoglioni". Si era messo in testa di fare il giornalista e lo fece come una missione: «Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania - scriveva al suo vecchio compagno Renato Curcio - ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono». E fu quel suo vizio, il vizio di spulciare tra le pieghe di quella Sicilia martoriata dalla mafia, la sua condanna a morte.
La storia di Rostagno è nota, e nel suo lungo articolo Enrico Deaglio la ripercorre tutta. Mauro Rostagno, finito il suo tormentato pellegrinaggio intellettuale e spirituale - dalla facoltà di Sociologia di Trento al viaggio in India - nel 1987 approda in Sicilia dove fonda la comunità Saman per tossicodipendenti e alcolisti. Insieme a lui Chicca Roveri, sua moglie, e quel Francesco Cardella che aveva conosciuto in India.
«In quello stesso anno - racconta ancora Deaglio - Mauro entra per la prima volta negli studi televisivi di Rtc, una piccola emittente privata». Nel giro di un anno diventa il personaggio televisivo più noto in città. Questa la giornata tipo del Rostagno giornalista: «Otto di mattina, lettura dei giornali; poi primo giro con le telecamere: si fa il giro per raccontare i cumuli dei rifiuti che non vengono raccolti. Si da notizia delle denunce dei cittadini e delle inchieste: dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni amministrative. Infine si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio Paolo Borsellino, procuratore di Marsala».
Una presa diretta su Trapani che infastidiva, faceva schiumare rabbia a tutti coloro che agivano nell'ombra e che non avevano certo bisogno di una telecamera sguinzagliata tra le procure e tra i vicoli più bui della città. «Quarchi vota ch'attapanu 'u musu», prima o poi gli tappano la bocca, ripetevano consapevoli i più avvertiti.
Nel 1988 arriva il giorno dello scoop: con una piccola telecamera si piazza dietro le piste di decollo e atterraggio di Kinisia (ex aeroporto militare poco lontano da Marsala). «Alla luce del tramonto - racconta Deaglio - filma un C130 dell'Aeronautica italiana che scarica casse di medicinali e carica casse di armi dirette in Somalia. E' convinto di aver raggiunto un grande tassello all'ipotesi che da Trapani mafia e servizi segreti gestiscano un traffico di armi e droga». Va a Palermo per informare Giovanni Falcone e cerca contatti anche con il Pci. Sa bene che quella che ha in mano è roba che scotta.
In quei giorni Angelo Siino, fiduciario di Cosa Nostra, sa già che contro Rostagno c'è una condanna a morte. E allora va dal proprietario della Tv consigliandogli di farlo smettere: "Ho cercato di non farlo uccidere", confiderà in seguito a un magistrato.
«Alla fine cosa nostra - continua Deaglio nel suo lungo articolo inchiesta - commissiona l'omicidio di Rostagno al capomafia di Trapani Vincenzo Virga. La data prescelta è il 26 settembre. Alle 21 è già buio e ancora più buio è il tratto di strada sterrata che Rostagno deve percorrere alla guida della sua Fiat Duna. Accanto a lui c'è Monica Serra una ragazza della comunità che lavora con lui a Rtc. Nel frattempo un tecnico Enel, Vincenzo Mastrantonio, che di secondo lavoro svolge l'attività di autista del capomafia Virga, ha provveduto a spegnere l'illuminazione della zona».
E' il momento dell'agguato: una Fiat Uno tampona l'automobile di Rostagno. I killer iniziano a sparare. Rostagno è colpito da otto colpi in testa e alla schiena. All'obitorio di Trapani, dove giace il cadavere martoriato, i carabinieri diffondono la notizia che in macchina Mauro aveva un rotolo di dollari e due siringhe di eroina.
Di certo c'è solo che qualche tempo dopo Vincenzo Mastrantonio viene trovato cadavere nelle campagne di Lenzi. «Parlava troppo». Nel 1996 accade quello che nessuno si aspettava: «Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo convoca, gioisco e spavaldo una conferenza stampa per annunciare la soluzione del "caso Rostagno". Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato dentro la comunità Saman per gelosie, adulteri, traffico di droga e ammanchi finanziari». Quindi manda in galera la moglie Chicca Roveri, accusata di essere l'organizzatrice del delitto, e Monica Serra, la ragazza scampata all'agguato sarebbe infatti una complice. Poi l'annuncio finale: «Bisognava capirlo dall'inizio - dichiara il procuratore Garofalo - Si doveva poter escludere il coinvolgimento di Cosa nostra che del delitto non voleva e soprattutto non doveva essere gratuitamente incolpata». Le ipotesi del Pm crollano però in breve tempo. Nel frattempo pentiti affidabili e di primo piano, tra questi un "certo" Giovanni Brusca, attribuiscono alla mafia l'organizzazione del delitto.
Le carte arrivano infine ad Antonio Ingroia. Dopo dieci anni di indagini il Pm siciliano riesce a trovare la prova definitiva. La traccia è in un bossolo esploso la notte del 26 settembre del 1988. Un segno inequivocabile: quel colpo è stato esploso da una pistola di mafia.

Davide Vari
Liberazione
14/06/2008

13 giugno 2008

13 Giugno 2008 Lettera all'Europa di Evo Morales Presidente della Bolivia

Il presidente scrive ai governi europei a proposito della Direttiva rimpatrio. E ricorda quando erano gli europei a migrare, in America del nord e in America latina. «La mia solidarietà va ai 'clandestini'»

Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa fu un continente d’emigranti. Decine di milioni di europei partirono verso l’America per colonizzare, sfuggire alla miseria, alle crisi finanziere, alle guerre, ai totalitarismi europei ad alle persecuzioni inflitte minoranze etniche.
Oggi, sto seguendo con molta preoccupazione il processo d’approvazione della cosiddetta «direttiva rimpatrio». Il testo convalidato, il passato 5 giugno dai Ministri degli interni dei 27 paesi dell’Unione Europea, dovrà essere sottoposto al voto del Parlamento Europeo il 18 giugno. Ho l’impressione che questa direttiva indurisca in maniera drastica le condizioni di detenzione e d’espulsione degli emigranti senza documenti, indipendentemente dal loro tempo di permanenza nei paesi europei, dalla loro condizione lavorativa, dai loro legami familiari, dalla loro volontà d’integrazione e dal raggiungimento della stessa.

Gli Europei giunsero in massa nei paesi latino americani ed in America settentrionale, senza visto e senza alcuna condizione imposta dalle autorità. Furono sempre i benvenuti e continuano ad esserlo, all’ interno dei nostri paesi del Continente Americano, che assorbirono la miseria economica dell’ Europa e le sue crisi politiche. Vennero al nostro
Continente a sfruttare le ricchezze locali e trasferirle in Europa, con altissimo costo per le popolazioni originarie d’America. Come nel caso del nostro Cerro Rico di Potosi e delle sue favolose miniere d’argento che permetterò di dare massa monetaria al Continente Europeo dal secolo XVI fino allo XIX. Le persone, i beni ed i diritti degli migranti europei furono sempre rispettati.

Oggi l’Unione Europea é la destinazione principale degli emigranti di tutto il mondo, fatto questo, dovuto alla sua immagine positiva di spazio di prosperità e di libertà pubbliche. La stragrande maggioranza degli migranti giunge nell’Unione Europea per contribuire questa prosperità, non per approfittarsi. Svolgono i lavori delle opere pubbliche della costruzione,
nei servizi delle persone e negli ospitali, lavori che non vogliono svolgere gli europei. Contribuiscono al dinamismo demografico del continente europeo, a mantenere le relazioni tra attivi e inattivi che fanno possibili i suoi generosi sistemi di sicurezza sociale e fanno diventare dinamico il mercato interno e la coesione sociale. I migranti offrono una soluzione ai problemi demografici e finanzieri dell’Ue.

Per noi, i nostri migranti rappresentano l’aiuto allo sviluppo che gli Europei non ci concedono, dato che ben pochi paesi raggiungono realmente il minimo obbiettivo dal 0,7% dal suo interno lordo nell’aiuto allo sviluppo. America Latina ha ricevuto nel 2006, 68.000 milioni di dollari in bonifici, in altre parole più del totale degli investimenti stranieri nei nostri paesi. A livello mondiale raggiungono 300.000 milioni di dollari, che superano i 104.000 milioni concessi per la cooperazione allo sviluppo Il mio paese, la Bolivia, ricevette rimesse superiori al 10% del proprio PIL (1.100 milioni di dollari) e pari a un terzo delle nostre esportazioni annuali di gas.

Questo significa che i flussi migratori sono benefici tanto per gli Europei ed in maniera marginale per noi del Terzo Mondo, dal momento che allo stesso tempo perdiamo contingenti di mano d’opera qualificata formata da milioni di persone nelle quali i nostri Stati, benché poveri, hanno investito in una forma o nell’altra importanti risorse umane e finanziarie.

Purtroppo, il progetto di “direttiva rimpatrio” complica terribilmente questa realtà. Si concepiamo che ogni Stato o gruppi di Stati possono definire le loro politiche migratorie in piena sovranità, non possiamo accettare che i diritti fondamentali delle persone siano negati ai nostri compatrioti e fratelli latinoamericani. La “direttiva rimpatrio” prevede la possibilità d’un scarceramento dei migranti indocumentati fino a 18 messi prima della loro espulsione o “allontanamento”, secondo il termine della direttiva. 18 mesi! Senza giudizio né giustizia! Tale come esiste oggi il progetto di testo della Direttiva, viola chiaramente gli articoli 2, 3, 5, 6,7,8 e 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Ed in particolare l’articolo 13 della Dichiarazione dice:

1. “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.”

Ed il peggio di tutto esiste anche la possibilità di incarcerare a madri di famiglia ed i minori d’età, senza prendere in considerazione la loro situazione familiare o scolastica, in questi centri d’internamento che come sappiamo occorrono depressioni, scioperi della fame, suicidi . Come posiamo accettare senza reagire che siano concentrati in campi compatriote
e fratelli latinoamericani senza documenti tra i quali la gran maggioranza sta da anni lavorando ed integrandosi? Da che parte sta oggigiorno il dovere di ingerenza umanitaria? Dove risiede la libertà di circolare e la protezione contro le detenzioni arbitrarie?

Allo stesso tempo l’Unione Europea cerca di convincere alla Comunità Andina delle Nazioni (Bolivia, Colombia, Ecuador e Peru) a firmare un “Accordo d’Associazione” che nella suo terzo pilastro un Trattato di Libero Commercio, la cui natura ed il cui contenuto sono uguali a quelli imposti dagli Stati Uniti. Siamo sottoposti ad una grande pressione da parte della
Commissione Europea affinché vengano accettate condizioni di profonda liberalizzazione del commercio, dei servizi finanziari, della proprietà intellettuale e dei nostri servizi pubblici. Inoltre, a titolo della “protezione giuridica” siamo sottoposti a continue pressioni a causa del processo di nazionalizzazione dell’acqua, del gas e delle telecomunicazioni
realizzato durante la giornata mondiale dei lavoratori. Chiedo, in questo caso: dove risiede la “sicurezza giuridica” per le nostre donne, gli adolescenti, i bambini ed i lavoratori che cercano orizzonti migliori in Europa?

Promuovere la liberta della circolazione di merce e delle finanze mentre di fronte vediamo incarceramenti senza giudizio per i nostri fratelli che cercano di circolare liberamente. Quello e negare i fondamenti della liberta e dei diritti democratici.

A queste condizioni, nel caso in cui la “direttiva rimpatrio” venga approvata, ci troveremmo nell’impossibilità etica di approfondire le negoziazioni con l’Unione Europea e ci riserviamo il diritto di applicare nei confronti dei cittadini europei le stesse obbligazioni in materia di
visti che vengono imposte a noi boliviani dal primo di aprile 2007, sulla base del principio diplomatico della reciprocità. Non lo abbiamo esercitato fino ad ora nell’intento d’attendere giustamente dei segnali positivi da parte dell’Unione Europea.

Il mondo, i suoi continenti, i suoi oceani ed i suoi poli conoscono importanti difficoltà globali: il riscaldamento climatico, l’inquinamento, la sparizione lenta ma sicura delle risorse energetiche e delle biodiversità mentre allo stesso tempo aumentano la fame e la povertà in tutti i paesi, rendendo più fragili le nostre società. Fare degli emigranti, con o senza documenti, i capri espiatori di questi problemi globali non è una soluzione.
Non corrisponde a nessuna realtà. I problemi di coesione sociale che soffre l’Europa non sono imputabili agli emigranti ma sono il frutto del modello di sviluppo imposto dal Nord, che distrugge il pianeta e smembra le società umane.

A nome del popolo Boliviano, di tutti i miei fratelli del continente e delle regioni del mondo quali il Maghreb ed i paesi africani, mi appello alla coscienza dei leaders e dei deputati europei, dei popoli, dei cittadini e degli attivisti d’Europa, affinché il testo della “direttiva rimpatrio” non venga approvato. La direttiva, così come la conosciamo oggi, é una direttiva
della vergogna. Invito anche l’Unione Europea a elaborare nei prossimi mesi una politica sull’immigrazione rispettosa dei diritti umani, che permetta il mantenimento di questo dinamismo vantaggioso per entrambi i continenti e che onori, una volta per tutte, il tremendo debito storico, economico ed ecologico che i paesi europei hanno con la maggior parte del terzo mondo, affinché chiuda, una buona volta, le vene ancora aperte dell’America Latina. Oggi, non potete fallire nelle vostre “politiche di integrazione” così come avete fallito nella vostra pretesa “missione civilizzatrice” al tempo delle colonie.

Ricevete tutti voi, autorità, europarlamentari, compagne e compagni i saluti fraterni dalla Bolivia. Ed in particolare modo la nostra solidarietà a tutti i “clandestini”.

Evo Morales Ayma
Presidente della Repubblica

SANITA'&ORRORI: CAMBIARE IL SISTEMA DI FINANZIAMENTO DELLE STRUTTURE: DA UN SISTEMA CHE PAGA LA SALUTE A UN SISTEMA CHE PAGA LA MALATTIA

La Cgil Lombardia sull’indagine in corso sul sistema sanitario lombardo: abbandonare il mercato, tornare alla cura.
Le vicende oggetto dell’inchiesta giudiziaria alla clinica Santa Rita, l’attuazione di interventi definiti dai magistrati “dannosi, inutili e inspiegabili”, persino mortali su pazienti al solo scopo di incassare maggiori rimborsi dal Servizio sanitario, superano ogni immaginazione; diventa persino imbarazzante dire: l’avevamo detto. E’ giusto, però, che di fronte a fatti di questa gravità ciascuno si assuma le proprie responsabilità, che sono diverse per chi ha voluto il “modello lombardo di sanità” e continua a sostenere che il sistema lombardo è il migliore possibile, e si consola, come fa il Presidente Formigoni, nella presunzione che altrove sia sicuramente peggio, e chi ne ha denunciato fin dall’inizio le distorsioni ed i rischi. Tra questi la Cgil. La Cgil Lombardia aveva individuato nella scelta della Giunta regionale di accreditare tutta l’offerta ospedaliera privata, nel lontano 1996, il rischio di una distorsione del sistema sanitario lombardo. L’apertura indiscriminata al privato ha richiamato in Lombardia investitori finanziari, che hanno individuato nel sistema lombardo che, primo in Italia, apriva al mercato in nome della competizione pubblico- privato, il terreno più interessante per i loro investimenti. In realtà questa competizione tra strutture pubbliche e private non si è mai realizzata, per due motivi: 1) poiché sin dall’inizio la giunta si è preoccupata, nella definizione dei budget per le strutture ospedaliere, di garantire alle strutture private il loro volume di attività raggiunto, 2) perché non è possibile parlare di competizione tra pubblico e privato quando non vi sono le stesse condizioni di partenza, e se non si dotano le strutture pubbliche delle adeguate risorse umane, finanziarie e tecnologiche. La sanità privata ha continuamente aumentato il volume di attività e il fatturato ma, accanto a strutture di qualità, vi sono realtà che hanno come primario interesse il raggiungimento del profitto, anche al di fuori delle regole. A fronte dei troppi episodi di comportamento illecito, oggetto di indagine della magistratura, è giusto interrogarsi sulle cause strutturali, che ci rimandano ai meccanismi di finanziamento del sistema, basato sulla remunerazione per prestazione (DRG), che induce a produrre sempre più prestazioni, anche non necessarie, a selezionare quelle più remunerative, a raggiungere volumi di attività ed obiettivi di fatturato. La correttezza del sistema non può basarsi sulla fiducia nell’onestà dei singoli medici, ha bisogno di meccanismi oggettivi, che tutelino i cittadini rispetto alle possibili deviazioni. La giunta regionale si vanta di un sistema di controlli efficiente, si deve sapere però che riguarda al massimo il 5% delle prestazioni ed è soprattutto di carattere amministrativo. L’aspetto dell’appropriatezza delle prestazioni, il fatto cioè che gli atti medici siano effettivamente necessari ed utili a curare la persona malata (che è al centro dell’indagine della magistratura al Santa Rita), non viene considerato, ma è centrale rispetto alla salute e alla sicurezza dei cittadini. Allora forse, se è il sistema di remunerazione che induce inappropriatezza, che determina distorsioni e comportamenti immorali, è giunto il momento per riflettere su che modello di sanità si vuole in Lombardia, su quali siano i meccanismi amministrativi di controllo e di remunerazione più adatti a premiare gli obiettivi di salute dei cittadini piuttosto che gli obiettivi di bilancio delle aziende. Va quindi rivisto il sistema di accreditamento e di selezione degli erogatori, va considerato, come viene sollecitato anche da esperti di politiche sanitarie, il sistema di remunerazione delle strutture, optando per sistemi, presenti anche in altri Paesi, che premino la promozione della salute e non la malattia.

Cgil Lombardia: comunicato stampa 10 giugno 2008

11 giugno 2008

Il ministro Brunetta vuole licenziare i lavoratori "fannulloni". Solita sporca manovra come l'assenteismo degli anni 80

CHI LICENZIA LE IMPRESE FANNULLONE?

Il governatore della Banca d’Italia ha sostenuto che il sistema delle imprese italiane si è misurato con il mercato trovando un equilibrio che deve essere consolidato. Il mercato, in qualche modo, avrebbe condizionato l’operato del sistema produttivo spostandolo verso beni e servizi ad alta gamma. Il problema è semmai quello della produttività del lavoro che è troppo basso rispetto ai principali competitors.
Una affermazione che supera per “intensità” politica quella fatta dal precedente governatore Fazio, quando nel 2001 sosteneva che il paese si trovava alla vigilia di un nuovo miracolo economico. Ma com’è possibile sostenere che il problema dell’Italia è la crescita del reddito (pil) con il consolidamento delle imprese nazionali? La bassa crescita della produttività è interamente imputata al lavoro, al carico fiscale e alla burocrazia dello stato. Insomma, ci sono lacci e laccioli da cui sarebbe meglio liberarsi. Cominciamo dai fannulloni.
In effetti, sarebbe il caso di “licenziare” i fannulloni, cioè le imprese italiane che hanno una idea del mercato e della competizione tutta loro, completamente avulsa dal contesto europeo e di area Ocse.
Se compariamo la spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al pil rispetto ai principali paesi industrializzati, l’Italia è sistematicamente il fanalino di coda. L’Italia è tra i pochissimi paesi che spende poco più dell’1% del pil in ricerca, mentre la maggior parte degli stati è prossima al 2% o poco più sopra, con punte avanzate per Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone, con una media dei paesi Ocse stabilmente prossima al 2,5% del pil. La Spagna spende in ricerca quanto l’Italia, ma nel1996 spendeva esattamente la metà. In parole più semplici significa che ha raddoppiato gli stanziamenti in ricerca e sviluppo. Già questo dovrebbe suggerire una maggiore cautela nell’analisi qualitativa del sistema produttivo italiano. Alcuni potrebbero sostenere che lo stato italiano spende troppo per le pensioni e poco per la ricerca. Lo stato potrebbe sempre fare di più, ma le imprese italiane fanno quanto la competizione internazionale suggerisce per la ricerca e sviluppo?
Il rapporto tra spesa privata e spesa complessiva in ricerca e sviluppo fotografa una situazione disarmante: il sistema delle imprese italiane ha completamente rinunciato a misurarsi con i paesi industrializzati. La quota media di ricerca e sviluppo delle imprese sul totale è per tutti i paesi tra il 60 e il 70% del totale, tranne che per l’Italia. In alcuni paesi è stabile nel tempo, mentre per altri tende a crescere. Francia, Gran Bretagna, e la media dell’UE allargata si collocano intorno al 62%, mentre per altri paesi come la Germania, Stati Uniti, Giappone e media Ocse la quota privata è prossima al 70% o molto più alta. Per la Spagna si osserva un fenomeno interessante. Pur avendo una spesa in ricerca e sviluppo prossima o uguale a quella italiana, il sistema delle imprese privato tende a rafforzare il proprio ruolo. Al contrario, la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese italiane sul totale tende a diminuire.
Il futuro è nella formazione e nel sapere. Su questo concordano tutti, tranne le imprese italiane che hanno rinunciato a fare ricerca e sviluppo e hanno adottato la comoda strada dell’importazione della stessa. L’Italia cresce poco? C’è un problema di competitività e produttività?
Perché non “licenziamo” le imprese o perché non potenziamo l’intervento pubblico visto i “fallimenti” degli imprenditori che stanno trascinando nel declino l’intero paese? Altro che la “solitudine del riformista”!

Roberto Romano

Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l'Italia nella guerra permanente e incastrare il probabile futuro Presidente Obama

Mercoledi 11 giugno mobilitazione nazionale contro la visita del guerrafondaio. Appuntamento a Roma alle ore 17.00 in piazza della Repubblica

Le ricette facili e un pò superficiali del Prof. Ichino non risolvono i problemi difficili in materia di salute e sicurezza nel lavoro

ll professore risponde ad un Rls toscano, Marco Bazzoni, che inonda con militante tenacia le caselle di posta dei Vip con le sue missive di protesta rispetto alla persistenza del fenomeno infortunistico .

Dal sito del Professore abbiamo estratto parti dell'articolo " NON C’E’ NULLA DI BIANCO NELLE MORTI BIANCHE. TRE PROPOSTE ETERODOSSE PER COMBATTERE GLI INFORTUNI SUL LAVORO"

Le note ai paragrafi in carattere diverso sono il commento di diario prevenzione.


Ichino - Qualche idea su quel che potremmo tutti - Stato, imprese, enti locali, sindacato e lavoratori - concretamente fare subito, più di quanto abbiamo fatto finora:- sul piano amministrativo, intensificare i controlli sia contro il lavoro irregolare in generale (di competenza degli Ispettorati del lavoro), sia contro le violazioni della normativa di prevenzione (di competenza degli Ispettorati delle Asl); per questo occorre potenziare immediatamente entrambi gli Ispettorati; e lo si può fare subito e a costo zero assegnando a ciascun ispettore come assistenti, mediante trasferimento d’ufficio, uno o due impiegati male o per nulla utilizzati in altri comparti delle amministrazioni pubbliche locali: in questo modo si potrebbe raddoppiare in brevissimo tempo l’efficienza degli ispettorati (è quanto ho proposto con Tito Boeri su lavoce.info l’anno scorso, nell’articolo Ipocrisie bianche); certo, questo implica che i lavoratori del settore pubblico e i loro sindacati accettino il trasferimento da un ufficio a un altro nella stessa città, rinunciando alla regola - non scritta, ma di fatto rigorosamente applicata - della consensualità, che oggi lo impedisce;


Nota : Per "assistere" un ispettore ci vuole molta formazione e per la verità per fare le ispezioni occorrono ispettori veri e non dattilografi . Gli ispettori non si inventano, è un lavoro duro che richiede una formazione e competenze che non si improvvisano con una mobilità forzata da un posto all'altro. Il criterio quindi è quello di un patto per cui chi passa da un lavoro generico a quello di "assistente" ispettore senza funzioni di UPG riceva una adeguata formazione sia teorica sia sul campo. Inoltre dovrebbe essere data la possibilità alle persone che intraprendono questo lavoro di diventare UPG, diversamente si trasferisce a questi servizi persone demotivate senza sbocchi di carriera. Non è operazione a costo zero : richiede un forte investimento in formazione e addestramento , diversamente si rischia che queste persone divengano un peso piuttosto che una risorsa. In ogni caso l'efficienza non si raddoppia in tempi brevissimi . Per i tempi brevissimi è molto meglio assumere giovani laureati e diplomati nelle specifiche materie che spesso hanno anche la vocazione per questo lavoro. Ve ne sono molti che hanno queste competenze e sono disoccupati. Le funzioni di vigilanza, per essere efficaci , stanno diventando sempre più funzioni di audit della qualità del sistema di risk assessement e di risk management : non si realizzano con gli addetti all'anagrafe in esubero, bravissime persone profane della materia. Le proposte di Ichino non risolvono il problema di fondo : bisogna assumere persone che faranno gli Ispettori, i palliativi servono a poco


Ichino - in azienda, stimolare il controllo reciproco tra lavoratori, anche pari grado, sul rispetto delle misure di sicurezza: imprese e sindacati dovrebbero negoziare premi individuali per chiunque segnali misure utili di perfezionamento della prevenzione e premi di reparto che scattano soltanto se nel mese precedente non si è verificato neppure un infortunio di minima entità; questo sarebbe molto utile per sensibilizzare tutti gli interessati sulla prevenzione di ogni rischio, anche il più piccolo (osservo per inciso che il premio di reparto contribuirebbe anche a combattere il fenomeno, che in qualche azienda ha una diffusione non del tutto trascurabile, della simulazione dell’infortunio lieve finalizzata a una breve assenza abusiva);


Nota - Spiace dirlo , ma queste proposte rischiano di essere controproducenti e pericolose per la sicurezza . Il controllo reciproco tra lavoratori di pari grado non è la soluzione del problema . Esiste nelle aziende una gerarchia di comando e di controllo che ha responsabilità di valutazione e gestione dei rischi : la svolgano fino in fondo, troppo spesso è proprio l'azienda cattiva maestra che non usa i regolamenti per la gestione degli aspetti della sicurezza che vengono posti in secondo piano. Il professore è senz'altro a conoscenza del fatto che i modelli gestionali delle imprese sono molto complessi : oggi lavorano fianco fianco , nello stesso reparto , lavoratori con contratti , trattamenti e dipendenze diverse. Chi guida il muletto è un operatore dipendente da un'azienda di logistica che nulla ha a che fare con il lavoratore in produzione a tempo indeterminato che a sua volta lavora a fianco del giovane in somministrazione che se ne va tra una settimana... Quale controllo reciproco può esistere tra lavoratori che fanno parte di filiere diverse con trattamenti salariali pure diversi ? . Per quanto riguarda poi il premio di reparto è una proposta a valenza ideologica la cui inefficacia è sperimentata che contribuisce all'occultamento degli infortuni. La proposta premiale è negativa perchè introduce una equazione tra incidente sul lavoro e colpa del lavoratore infortunato o peggio del reparto che subisce "la punizione del mancato premio" : si tenga conto che questa cultura della "colpa" ostacola la trasparenza e la buona pratica della segnalazione "dell'incidente mancato" che serve a migliorare la gestione della sicurezza a livello aziendaleIl lavoratore che si fa male per davvero diviene il colpevole del mancato premio del reparto: l'unico prodotto di questa pratica sono relazioni imbarbarite tra lavoratori . In quanto poi alla simulazione dell'infortunio lieve per bon ton preferisco non commentare, oggi il problema non è l'assenteismo , ma il presenzialismo anche quando si sta male perchè la paura di perdere il lavoro costringe a fare finta di stare bene ... La questione salariale, del bisogno di soldi per arrivare a fine mese va risolta con una adeguata contrattazione del salario per il lavoro che viene svolto non con la invenzione di elargizioni improprie che dividono i lavoratori , l'obiettivo della sicurezza si ottiene con la cooperazione tra chi lavora e non con relazioni modulate da premi .D'altra parte lo slogan "lavorare di più per guadagnare di più" vuol dire più straordinario , più rischi per la salute ...Come si fa a rendere coerente la politica dei premi perchè si è lavorato senza infortuni con la politica degli straordinari defiscalizzati che potenzialmente aumentano i rischi di farsi male o di fare male agli altri ?A quando lo slogan ben più serio e competitivo :" lavorare meglio per guadagnare di più" . In questo senso anche il sindacato può fare di più, facendo il suo mestiere , rappresentare i lavoratori e la valorizzazione del lavoro :" lavorare meglio per stare meglio e guadagnare di più con la qualità..."Tra gli obblighi dei lavoratori , non dimentichiamolo vi è anche quello di rifiutarsi di svolgere un lavoro quando non vi siano adeguate condizioni di sicurezza , troppo spesso un obbligo disatteso.....


Ichino - fuori dell’azienda, combattere più efficacemente gli infortuni stradali, che per un verso costituiscono metà degli infortuni sul lavoro, per altro verso sono, nel loro complesso, dieci volte più numerosi di quelli sul lavoro; anche su questo terreno l’Italia, con il suo tasso abnorme di mortalità da traffico stradale, è purtroppo il fanalino di coda tra i maggiori Paesi europei; e qui la responsabilità riguarda non soltanto tutti i guidatori, ma anche i responsabili degli enti locali e di tutti gli altri enti competenti per la sicurezza della circolazione, ivi compresa la polizia stradale e i vigili urbani. Se incominciassimo a far dipendere una parte cosistente delle retribuzioni dei dirigenti di questi enti dalla frequenza degli infortuni che si registrano nella parte di rete stradale di loro competenza, molto probabilmente il numero dei morti e dei feriti incomincerebbe a diminuire. Ai dirigenti apicali, in particolare, si dovrebbe assegnare l’obiettivo dell’allineamento entro due o tre anni anni del nostro tasso di infortuni stradali alla media europea, legando al conseguimento di questo obiettivo almeno il 30 per cento delle loro laute retribuzioni (rinvio in proposito all’articolo 12 del disegno di legge sulla valutazione e misurazione nelle amministrazioni pubbliche presentato nei giorni scorsi).


Nota - con il just in time il traffico generato dalle attività produttive si è moltiplicato . Gli obiettivi indicati sono condivisibili , occorre per davvero ridurre gli incidenti gravi e mortali su strada correlati al lavoro e alla mobilità da esso indotta . Ancor prima di ogni altra cosa occorre una ricerca seria sugli sprechi di mobilità derivanti da una abnorme frantumazione dei cicli produttivi : troppi semilavorati vengono trasportati su strada da una aziendina all'altra per lavorazioni che potrebbero essere riconcentrate . In parte questo fenomeno sarà smontato dal costo del petrolio, ora troppe persone corrono con la pressione di consegne vincolate e questo aspetto non è secondario rispetto alla quantità incidenti correlati al lavoro . Comincino le imprese a valutare le diseconomie di un sistema produttivo che marcia su strada con tutte le inefficienze che questa mobilità esaperata induce . Si valutino le condizioni di lavoro delle migliaia di padroncini pressati dal massimo ribasso delle tariffe che possono spuntare e i costi crescenti del carburante e dei pedaggi, delle cambiali per pagare il mezzo : è su questo nodo che occorre intervenire , gli altri aspetti indicati dal professore sono marginali. Non saranno 100 euro in meno nella busta del comandante dei vigili a sollecitare il miglioramento della sicurezza stradale .Un augurio all'illustre Professore quando tratta questi problemi della sicurezza sul lavoro: AD MAIORA !


Gino Rubini


bologna 9 giugno 2008

8 giugno 2008

Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l'Italia nella guerra permanente. L'11 giugno saremo in piazza a Roma contro la visita di Bush

Mercoledi 11 giugno mobilitazione nazionale.
Appuntamento a Roma alle ore 17.00 in piazza della Repubblica


Il presidente degli Stati Uniti Bush l'11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell'Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.
Bush è "un'anatra zoppa" ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l'opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l'allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell'Europa dell'Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l'escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO, la disponibilità dell'Italia ai preparativi di guerra contro l'Iran, il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.
Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all'ampliamento della propria sfera d'influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull'economia USA. Il tentativo dell'amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.
Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il ruolo di guerra dell'Italia, già delineato da D'Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.
Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.
Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia la stella polare della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo. Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l'Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza a Roma mercoledì 11 giugno per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l'escalation di guerra.

L'11 giugno saremo in piazza a Roma contro la visita di Bush e per riaffermare la nostra piattaforma:

- il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan, dal Libano, dai Balcani
- la revoca della decisione di costruire una nuova base militare USA a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile
- la revoca dell'adesione dell'Italia allo Scudo missilistico USA
- la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35
- la revoca dell'accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele
- il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.


Il Patto permanente contro la guerra

6 giugno 2008

DOPO L'AFFARE DEGLI APPALTI, DEI RIFIUTI TOSSICI, ORA ANCHE L'ETERE. UN VERO E PROPRIO GOVERNO CLANDESTINO IN COMBUTTA CON PEZZI DELLO STATO LEGALE

in edicola da venerdì 6 giugno
Onde rotteOnde killer che si moltiplicano in una guerra fra clan per il possesso dell’etere in Campania. Obiettivi: il controllo dell’informazione, i soldi dello Stato e della Ue. Intanto i veleni arrivano anche via etere, le denunce si moltiplicano e la magistratura indaga. In esclusiva i risultati delle rilevazioni effettuate nella giungla delle frequenze campane.

5 giugno 2008

Un intervento dell'avv. Stefano Palmisano sul "decreto Berlusconi" in materia di rifiuti campani. Monnezza tra governo nero e governo ombra

RIFIUTI: Connivenze parallele

“Nei procedimenti relativi ai reati riferiti alla gestione dei rifiuti ed ai reati in materia ambientale nella regione Campania, […. ] le funzioni di cui al comma 1, lettera a), dell'articolo 51 del codice di procedura penale sono attribuite al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, il quale le esercita anche in deroga a quanto previsto dall'articolo 2 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106, e successive modificazioni.” (art. 3, c. 1, D.L. 90\2008)

Traduzione: “In questo modo viene ad essere dilatato il potere di gestione del Procuratore capo, in ordine alle indagini e all’azione penale…. Il rischio che si prospetta è quello di vedere cancellata l’indipendenza interna e la autonomia professionale dei sostituti…. Invero, viene ad essere conferito al procuratore della Repubblica un ampio potere discrezionale nella gestione degli affari di cui all’art 3 comma 1° del DL citato, con facoltà di impartire qualsivoglia disposizione e direttive anche specifiche ai magistrati (non più) ‘titolari’ dei procedimenti in materia ambientale, ma solamente co-assegnatari.”

“Nei procedimenti indicati al comma 1 le funzioni di giudice per le indagini preliminari e dell'udienza preliminare sono esercitate da magistrati del Tribunale di Napoli. Sulle richieste di misure cautelari personali e reali decide lo stesso tribunale in composizione collegiale. [….]” (art. 3, c. 2)

Traduzione: “L’attribuzione – prevista in via ‘transitoria’, siccome legata al perdurare dell’emergenza (fissata normativamente per il 31 Dicembre 2009, ma destinata a perdurare oltre, per circa trenta mesi, come affermato dal Sottosegretario di Stato dr. Guido BERTOLASO) - della competenza territoriale al Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli per i procedimenti penali relativi a reati riferiti alla gestione dei rifiuti ed ai reati in materia ambientale nella regione Campania, nonché a quelli ad essi connessi a norma dell’articolo 12 del codice di procedura penale, solleva non poche perplessità di conformità al modello costituzionale di giurisdizione disegnato dagli artt. 25 e 102 Cost. ed altrettante ne suscita quanto alla previsione della efficacia futura della azione giudiziaria. Viene ad essere individuata, infatti, una nuova figura di giudice - il Tribunale in composizione collegiale che si occupa delle misure cautelari personali e reali relative a reati in tema di rifiuti – che, da una parte, è straordinario, poiché temporalmente e territorialmente limitato, dall’altra speciale, avendo cognizione di una specifica e limitata materia. Per di più tale modifica riguarda anche i procedimenti già avviati, con un mutamento delle regole nel corso del procedimento, che non può non rilevare anche in relazione all’art. 3 Cost.”

Memo: “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.” “La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario. Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali.” (estratti rispettivamente, dagli artt. 25 e 102 Costituzione della Repubblica Italiana)

“Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano anche ai procedimenti in corso prima della data di entrata in vigore delle disposizioni medesime, per i quali non e' stata esercitata l'azione penale.” “Le misure cautelari eventualmente disposte prima della data di entrata in vigore del presente decreto, o convalidate da giudice diverso da quello indicato al comma 2, cessano di avere effetto se entro venti giorni dalla trasmissione degli atti il giudice competente non provvede a norma degli articoli 292, 317 e 321 del codice di procedura penale.” (art. 3, commi 5 e 6)

Traduzione: “ [….] le misure, personali e reali, già disposte prima della entrata in vigore del D.L., dovranno essere oggetto di una nuova delibazione da parte del nuovo giudice speciale collegiale: con il paradosso per cui ordinanze di custodia da considerarsi stabili (cd. giudicato cautelare) - avendo superato positivamente tutti i controlli giudiziari, compreso quello della Corte di Cassazione - dovranno essere nuovamente esaminate, riaprendo così una nuova serie di impugnazioni e aggravando ulteriormente il lavoro dei magistrati, tutto ciò ovviamente a scapito della celerità e della efficienza della azione giudiziaria. Egualmente contraria, rispetto alla auspicata efficienza giudiziaria da assicurare, è la previsione per cui le richieste di misura cautelare ancora pendenti dinnanzi al GIP e non ancora decise dovranno passare al nuovo giudice specializzato collegiale: in tal modo si renderà inutile il tempo trascorso e impiegato dal GIP per studiare gli atti in vista della decisione sulla misura e si renderanno ancora piu’ lunghi i tempi di decisione del nuovo giudice speciale, nel frattempo oberato di tutto il carico di lavoro pendente in Campania e concentrato solo dinnanzi ad esso.”

“Non si applicano le previsioni dell'articolo 321, comma 3-bis, del codice di procedura penale.” (art. 3, c. 2, ultimo periodo)

Traduzione: “Sotto il profilo investigativo inciderà non poco sulla efficacia dell’azione il divieto per il P.M. e per la P.G. di ricorrere al sequestro preventivo di urgenza, uno dei pochi strumenti validi per la lotta contro gli inquinatori, avendo esso sempre assicurato una risposta rapida ed efficace contro i reati ambientali.”

“Per tutta la durata dell'emergenza, le aree destinate a discarica ed a siti di stoccaggio di cui all'articolo 9, nonche' quelle individuate con provvedimento del Sottosegretario di Stato, possono essere sottoposte a sequestro preventivo quando ricorrono gravi indizi di reato, sempreche' il concreto pregiudizio alla salute e all'ambiente non sia altrimenti contenibile.” (art. 3, c. 8)

Traduzione: “Ma egualmente preoccupante e costituzionalmente illegittima per violazione del dell’art. 3 Cost. è anche la introduzione di requisiti ulteriori (necessità della gravità indiziaria e dell’ ‘incontenibilità altrimenti’ del pregiudizio alla salute ed all’ambiente) per la adozione di misure cautelari reali di aree destinate a discariche e siti di stoccaggio, nonché quelle ulteriori individuate dal Sottosegretario di Stato – art 3 comma VIII del decr. cit. Infatti, il divieto di operare il sequestro preventivo urgente consentirà, da una parte, solo il ricorso al sequestro probatorio che, come noto, presenta spazi di operatività non sovrapponibili al sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p., dall’altra, in ultima analisi, si tradurrà in un fattore di rilevante depotenzionamento della azione di contrasto alle attività illegali posti in essere da tutti gli inquinatori del territorio e delle acque marine ed interne della regione e, quindi, anche della azione di contrasto della stessa criminalità organizzata camorristica che, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, opera illegalmente in questo settore sin dalla fine degli anni ‘80.”

“Ai fini dello smaltimento nelle discariche di cui al comma 1, i rifiuti urbani oggetto di incendi dolosi o colposi sono assimilati ai rifiuti aventi codice CER: 20.03.01.” (art. 9, c. 3)

Traduzione: “Da ultimo, non possono non evidenziarsi disposizioni che assicurano una deroga a principi generali in materia di gestione dei rifiuti informati su parametri comunitari. A titolo esemplificativo si evidenzia l’art. 9 comma III del decr. cit. che effettua una assimilazione normativa obbligatoria dei cd. rifiuti combusti ai rifiuti solidi urbani (CER 20.03.01) senza possibilità di assegnare un altro codice ricompreso nel catalogo europeo dei rifiuti, ciò sulla scorta di specifiche analisi fisico chimiche. In altri termini, e solo nella regione Campania, posto che per le altre regioni italiane vige un divieto assoluto, sarà possibile smaltire in discarica un rifiuto normativamente considerato pericoloso in qualunque paese europeo – in quanto i parametri dei metalli pesanti ovvero di altre sostanze inquinanti lo indicano come tale – atteso che la nuova normativa lo equipara ad un rifiuto non pericoloso.”

Il testo è quello di alcune tra le più illuminanti disposizioni dell’ennesimo “decreto Berlusconi”, stavolta in materia di rifiuti campani; quello che muove dall’espressa considerazione della “necessità di fornire adeguate risposte, anche in termini di efficienza, nello svolgimento delle attività di indagine in ordine ai reati commessi nell’ambito delle predette attività di gestione dei rifiuti [….]”

La traduzione è costituita da stralci di un documento inviato al C.S.M. da 75 dei 100 magistrati della Procura della Repubblica di Napoli, tra i quali vi sono coloro che hanno chiesto l’arresto, avvenuto qualche giorno fa, di un gruppo di capi e capetti, pubblici e privati, del limpido maxi-business della spazzatura campana, più precisamente del segmento delle cosiddette “ecoballe”.
Provvedimenti giudiziari a loro volta tradotti, nella vulgata bipartisan più acuta giuridicamente e coraggiosa politicamente dello “schieramento avverso a quello che ha vinto”, come “intervento spettacolare e fuori contesto” che rischia di “ostacolare la soluzione del problema rifiuti”.
La perspicua esegesi è del c.d. “ministro ombra dell’ambiente”; curiosamente, proprio il fiero fustigatore del c.d. “ambientalismo del no”, l’espressione più genuina del nobile ambientalismo del sì, dal sì agli inceneritori a quello al nucleare (nelle sue propaggini più estreme, ma dalla matrice legambientista indubitabilmente comune), che torna, dopo decenni di sì con sempre meno “se” e meno “ma”, ad affermare un no forte e chiaro: quello agli interventi spettacolari ecc…., ossia agli interventi della magistratura.
Ma subito dopo si rimette senza indugio sulla retta via dichiarando l’ultimo sì in ordine di tempo: quello al su citato decreto Berlusconi, considerato, evidentemente, quantomeno una possibile “soluzione del problema rifiuti”.
Fino a qualche tempo fa quell’ennesima, ineffabile pagina dell’autobiografia di questa nazione che si chiama centrosinistra “si limitava”, quando era al governo, a fare cose sostanzialmente simili a quelle che fa il centrodestra quando è maggioranza, al massimo evitando (ma non abolendo) le più impresentabili “norme – vestito”, i provvedimenti legislativi, cioè, più spudoratamente ritagliati sulle esigenze di un solo committente e dei suoi sodali; ma questo solo perché, com’è noto, nel centrosinistra non c’è il committente unico.
Per il resto, però, le differenze tra i due “schieramenti” (si fa per dire) erano sempre più evanescenti su millanta questioni e millanta leggi tra le più qualificanti (dall’indulto esteso ad ogni tipo di corruttori, grassatori e manutengoli dei mafiosi, purchè rigorosamente in colletto bianco, ai “pacchetti sicurezza” all’interno dei quali interi gruppi etnici o nazionali presenti sul territorio italiano trovavano la lieta sorpresa di deportazioni di massa).
Tanto che le menti più critiche e le voci più intemerate della vita pubblica nazionale ammonivano severamente: “se queste cose le facesse Berlusconi, domani saremmo tutti in piazza.”

Oggi il centrosinistra non si limita più a questo: fiancheggia platealmente, o meglio “dialoga” col centrodestra anche quando è all’opposizione, pardon al governo ombra; e anche quando si tratta di provvedimenti legislativi altrettanto scellerati quanto la più sconcia legge ad personam, poiché eversivi dell’ordine costituzionale e criminalmente attentatori contro la salute pubblica di intere popolazioni.
Nel silenzio più tombale della gran parte di quelle menti ex critiche e di quelle voci una volta intemerate.
A tacere delle menti e delle voci “ecologiste”, il cui più temerario slancio di fronte al disastro ecologico e politico campano è quello di dichiararsi “stupite e perplesse”: ma “su quanto contestato dalla Procura di Napoli”, ossia sull’ennesima impietosa e coraggiosa radiografia della legalità nazionale in materia ambientale fatta per mano giudiziaria (poiché, come afferma il presidente della già citata Legambiente, “che i rifiuti in uscita dagli impianti della Fibe non fossero proprio a norma così come la loro destinazione finale era una questione già nota a tutti da anni.” Sic!), non certo sulla nuova perla di legislazione ambientale del governo Berlusconi.

Sabato 7 giugno, a Milano, c’è la “Marcia per il clima” promossa da decine di sigle ambientaliste, per “abbassare la febbre al mondo”.
Sacrosanta.
Ma quando si porranno gli ambientalisti del sì il problema della febbre gialla che ormai da anni sta divorando loro e con loro, purtroppo, la migliore tradizione e le maggiori energie ecologiste di questo paese? Quella febbre per contrarre la quale basta qualche frequentazione con la più diroccata, ma comunque infettante, delle stanze del potere, e che, una volta attecchita, permette, curiosamente, di riconoscere e di combattere un nemico dell’ambiente solo quando è incorporeo ed invisibile (come il povero CO2) e, soprattutto, quando, non sedendo in un ministero, in un assessorato o in un consiglio d’amministrazione, esso non è in condizione di dispensare servigi e prebende varie?

Fasano, 3\6\2008
Stefano Palmisano
info@salutepubblica.org

3 giugno 2008

LE INTENZIONI DI BERLUSCONI E SOCI, CON L'APPOGGIO DELLA CONFINDUSTRIA E LA BENEVOLENZA DELLA CHIESA, VANNO SCONFITTE CON MOBILITAZIONI DEMOCRATICHE

NORME DEL GOVERNO SU IMMIGRATI, INCIVILI E INAPPLICABILI. PREFIGURANO
UNO STATO DI POLIZIA

Le ripetute prese di posizione della società civile e di autorevolissimi organismi internazionali (dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite al Pontificio consiglio dei migranti) confermano un dato che avevamo già, e subito, denunciato: le norme contenute nella Pdl sull’immigrazione che le destre si apprestano a presentare alle Camere sono sia incivili che inapplicabili.
Sulla loro incivilità non c’è bisogno di aggiungere quanto da altri autorevolmente detto, sulla loro Inapplibicabilità è evidente che è impossibile mettere in galera dai 500 ai 600 mila immigrati irregolari, colpevoli di un’unico reato, quello del presunto ngresso illegale nel nostro Paese.
Una norma inapplicabile che costerebbe tra i 50 mila e il milione di euro al giorno e con un grado di ricattibilità dei lavoratori clandestini e al nero, da parte dei loro datori di lavoro, che sarebbe massimo.
Una norma incivile e inapplicabile, dunque, quella che si prospetta, prefigurando una vera aberrazione del diritto e quello che, tecnicamente, si chiama in un solo modo: stato di polizia.


Paolo Ferrero

martedì 2 Giugno 2008

2 giugno 2008

SINDACATO SMEMORATO. POSSIBILE CHE ABBIA DIMENTICATO CHE GLI STRAORDINARI SONO UN RICATTO AI LAVORATORI COSTRETTI A.........

Un percorso di crescente conflitto d'interessi tra la propria salute, la dignità personale, il tempo di vita da dedicare alla famiglia e al proprio benessere psicofisico è la rincorsa a raccattare sempre più ore di lavoro, compensate da spiccioli. Un percorso che sarà sempre più intrapreso anche dalle figure professionali storicamente fuori dalle mire dell'industria farmaceutica. L'incentivo ad aumentare gli straordinari oltre il lecito sarà applicato anche in sanità, nonostante oggi il governo affermi il contrario, e con la tassazione ci sarà più tempo da "dedicare" alla clientela ammalata anche con l'ausilio di farmaci, per occupare quel surplus di tempo di presenza concesso, altrimenti non spendibile professionalmente causa il rifiuto relazione che interviene dopo 7/8 ore di lavoro effettivo.
Questa detassazione determina il venir meno di una maggior occupazione e potenziale aumento degli infortuni, in cambio di qualche euro in più. Quindi il governo ci ha regalato con la detassazione del lavoro straordinario negli ospedali il potenziale aumento degli infortuni in conseguenza di un maggiore stress forti ricadute negative sulla salute dei malati. Mentre ai manager della sanità e ai loro dirigenti si regalano ulteriori attestati, in euri, per il mantenimento degli standard di assistenza con sempre minor personale. Come dimostrano numerosi studi e gli stessi organismi internazionali come l'OCSE, una politica economica basata sugli straordinari diminuisce ulteriormente il tasso d'occupazione - ogni 6/7 ore circa di straordinario al giorno c'è un posto di lavoro in meno in Italia - e aumenta in maniera esponenziale ma certa il numero d'infortuni e morti. Frega a qualcuno? Di certo non frega ad Epifani quando afferma «Siamo sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui ci sono interessi non conciliabili o comunque distinti, sia ancora valida?» Ovvero, sfruttati e sfruttatori nella stessa barca, un vecchio ritornello ridicolo se non avesse conseguenze tragiche.
Redazione

Detassazione degli straordinari:
Il candito stupore in Cgil e le sue timide preoccupazioni.


Su rassegna Sindacale del 23 maggio è stato pubblicato un editoriale di Paolo Andruccioli sui provvedimenti del governo in materia di detassazione degli straordinari dal titolo "Ecco come ti aggiro la contrattazione".
Ora, per evitare fraintendimenti, diciamo subito che condividiamo le preoccupazioni sollevate dall'articolo. Solo ci sorge spontanea una domanda ..... Ma non lo sapeva la Cgil che a perorare lo sviluppo del salario variabile anche con interventi di detassazione su tutto ciò che figurava essere collegato all'aumento della produttività si sarebbe finiti a questo punto ?
E' così chiaro che stando così le cose le aziende punteranno tutto su quelle forme retributive e su quelle forme della prestazione che riescono ad intercettare gli sgravi fiscali in quanto collegate all'obiettivo comune di aumentare la produttività che lo stupore e le preoccupazioni sollevate oggi dalla Cgil sembrano deboli e risibili.
Nel suo articolo Andruccioli si stupisce che le aziende, perorando un maggior ricorso allo straordinario si rifanno a vecchie tendenze ottocentesche che demandavano l'aumento dei profitti all'allungamento della giornata lavorativa e dello sfruttamento. Sembra dire ... ma come .. siamo nel 2000 ... dovremmo già essere su marte ed invece siamo ancora qui a chiedere gli straordinari ???
Si vede che ha girato poco nelle fabbriche (e con lui buona parte dell'apparato del nostro sindacato) se non si è accorto che da anni il nostro Capitalismo (ormai strutturatosi su una base di piccola e media impresa) sta puntando tutto sulla riduzione dei costi (salariali ed occupazionali) e sull'aumento dell'intensità di lavoro.
L'articolo sembra non ricordare che lo stesso sindacato che oggi si stupisce di ciò, è lo stesso che in questi anni ha praticato una linea di moderazione salariale, che ha contrattualizzato la precarietà, che ha accettato le modifiche normative in materia di orario accettando l'introduzione di cicli prluriperiodali, l'aumento dei turni e le deroghe alla verifica sugli straordinari (che prima venivano contrattati preventivamente dai Cdf e che oggi le RSU possono vedere solo a consuntivo).
Da notare che tutto ciò si è realizzato in una situazione di calo degli investimenti, di interventi di innovazione, e quindi con conseguente marginalizzazione del capitalismo nostrano rispetto ai più aggressivi capitalismi stranieri, a cui anche il sindacato ha contribuito accettando la filosofia aziendale dei due tempi (prima i sacrifici e poi, forse, gli investimenti).
Cioè, quello che vogliamo dire ..... non cadiamo dalla pianta ... si sapeva già che stiamo tornando all'ottocento.... e da un pezzo .... bastava fare più assemblee nelle fabbriche invece di pensare solo a trattare con Governi e Confindustria su piattaforme che i lavoratori conoscevano a malapena e solo grazie a giornali e TV.
Ed è sopratutto per questo che non abbiamo capito, e continuiamo a non capire, la scelta sindacale di puntar tutto (e solo) sul salario variabile legato all'aumento della produttività e redditività aziendale.
Un capitalismo in queste condizioni, secondo Voi, cosa può pensare quando pensa all'aumento della produttività se non alla maggiore libertà che può avere nell'utilizzo della forza lavoro ???
Ma sembra che di ciò non ci sia coscienza nel nostro sindacato ..... al massimo stupore.
E questo è il problema.... Lo stupore non basta .. non può bastare ...
Ci vorrebbe il coraggio di trasformare lo stupore in comprensione, in coscienza, ma ciò richiede la costruzione di una linea a partire da una vera e maggiore partecipazione dei lavoratori in dinamiche proprie di ciò che dovrebbe essere "il sindacato dei lavoratori" invece di grandi apparati che presumono di saperne molto e di più e che pensano solo a come fare grande, potente ed accreditata la "loro" organizzazione.
Fa piacere che alla fine dell'articolo comunque si dica qualcosa di particolarmente vero e cioè ....
Ma a queste critiche pure fondate, corrisponderà una risposta saggia dei lavoratori? Detto in altri termini: la misura degli straordinari avrà successo tra i lavoratori? Sarà popolare? Ci sarà una battaglia? Il rischio è che a queste domande si risponda positivamente solo per la prima parte. E che cioè la misura sia una tentazione troppo forte per essere respinta in una situazione di ricatto come quella attuale. La questione salariale è troppo acuta. Le domande di reddito sono altissime.
Andruccioli descrive benissimo quella che era la condizione dei lavoratori nell'ottocento, dove i lavoratori venivano portati ad aderire alle pretese padronali di maggiori prestazioni e maggior lavoro proprio grazie a politiche salariali che mantenevano i lavoratori alla fame e, guarda caso, lo fa citando la situazione attuale..
Quindi sa benissimo che il rapporto lavoro-Capitale in questa fase è arretrata a quella che era nell'ottocento .... di che si stupisce allora se i lavoratori accetteranno la chiamata a fare più straordinari visto che oggi i salari sono bassi ed il bisogno di reddito è enorme????
Se si trasformasse tutto questo stupore in capacità di ascoltare i lavoratori e di costruire con loro (e non per loro) una vera piattaforma salariale (invece di inventarsi modelli di simulazione contrattuale senza testa nè gambe) faremmo finalmente qualcosa di progressista ..... trasformare lo stupore in decisione ed in azione rivendicativa sul salario e per ripristinare norme di controllo sull'orario e sulla prestazione che anni di concertazione hanno invece cancellato..
E' proprio questo che manca .... dietro lo stupore .. nulla !!!!

COORDINAMENTO RSU