31 marzo 2008

«Lo scontro tra lavoro e capitale è finito? Certo qualcuno lo sta vincendo». Parla il sociologo Gallino

«Gli imprenditori sono lavoratori?
Veltroni si rilegga Smith:
gli operai lottano per aumentare il salario,
i padroni per diminuirlo».

Interclassismo,
il sogno impossibile del Pd

Walter Veltroni confessa che a sentir parlare di conflitto di classe diventa pazzo? «Gli ricordo una battuta di Warren Buffet, l'uomo più ricco del mondo. Io non so bene se negli Stati Uniti ci sia il conflitto di classe, ha detto, ma se questo conflitto c'è è sicuro che da qualche parte lo stiamo vincendo noi». Ma non se la cava così, il professor Luciano Gallino, torinese, fra i più autorevoli sociologi del lavoro. Ieri il bus elettorale di Veltroni è arrivato a Torino. La città del suo annuncio della corsa da premier, del suo primo congresso da segretario dei Ds (nel 2000, quello di I care ). Ma anche - soprattutto, diremmo noi - la città di Gramsci, Gobetti, della Fiat, delle lotte operaie.

«L'imprenditore è un lavoratore». E' una delle frasi cult di Veltroni. Quali modificazioni della definizione di lavoro introduce?
Un'impostazione del genere vorrebbe mettere tutti sulla stessa scala di professione, dove ci può essere chi è più qualificato, chi meno, chi guadagna di più, chi meno. Ma tutti fanno parte dello stesso bacino del mercato del lavoro. Non sono d'accordo, ma almeno dovrebbe fare qualche distinzione. In Italia abbiamo milioni di lavoratori autonomi, in buona parte titolari di imprese individuali. Le cose cambiano quando l'imprenditore ha dei dipendenti. Detto con tutto il rispetto, l'imprenditore può anche lavorare quattordici ore per la sua azienda, ma decide il salario dei suoi dipendenti. E il conflitto tra le due parti è inevitabile. Come diceva Adam Smith, l'interesse dei lavoratori è quello di avere un salario più alto, quello degli imprenditori è di darlo più basso possibile.
Il Pd invece cancella programmaticamente il conflitto di classe e si rivolge con lo stesso tono amichevole tanto all'imprenditore che al lavoratore. E' possibile tenere insieme tutte queste cose?
Bisogna distinguere tra la posizione del gruppo dirigente del Pd, che punta a acquisire quel 26 per cento di lavoratori autonomi, che con le loro famiglie sono un terzo dell'elettorato, dalla base del partito. Dove le cose non sono così ovvie, visto che nel Pd sono confluiti milioni di persone che vengono dai Ds, persino dal Pci. Persone tutto sommato ancora abbastanza di sinistra, e che vengono per esempio da regioni come la Toscana o l'Emilia Romagna dove quella cultura è ancora importante. Anche a me non è chiaro come i gruppi dirigenti riescano a convincerle.
Il Pd si vantaa di candidare Colaninno e un operaio. E alcuni sindacalisti, persino della sinistra.
Fra l'altro gli imprenditori candidati non si sono affatto caratterizzati fra i loro colleghi per sensibilità 'socialista', socialdemocratica, forse neanche democratica.

Il Pd è diventato il partito 'di riferimento' dei tre più grandi sindacati. Come ne escono modificate Cgil, Cisl e Uil?
La questione riguarda soprattutto la Cgil. Negli anni passati già si avvertiva uno spostamento sensibile verso il centro. In più occasioni ho sentito dirigenti usare gli argomenti del professor Renato Brunetta (economista di Forza Italia, ndr ). Ora questo spostamento è diventato della maggioranza, anche se con eccezioni riguardevoli come i metalmeccanici. Per la Cisl e la Uil il problema si pone meno, erano già più di centro che di sinistra, e quindi sono più o meno rimasti dov'erano. Lo spostamento della Cgil al centro è interessante su un piano analitico, ma soprattutto preoccupante. Ha portato in piazza tre milioni di persone per salvare l'articolo 18. Erano sei anni fa, sembrano molti più più.
Il Pd non chiede l'abolizione dell'articolo 18. Ma Pietro Ichino, suo autorevole candidato sì. E a differenza di sei anni fa, questo non provoca un finimondo. All'epoca la Cgil sosteneva che l'articolo 18 era un diritto costituzionale.
Quella di oggi è un'apertura alla tesi della Confindustria, persino di una sua parte: due anni fa alcuni industriali hanno detto che l'articolo 18 non ha poi quell'incidenza catastrofica per loro. Il rischio è che se si mette in forse quell'articolo, caschi tutto lo Statuto dei lavoratori, l'intera legge 300. Che fu un importante tentativo di tradurre in legge i principi della Costituzione. Oltre a quello, ci sono altri quattro-cinque articoli sui diritti fondamentali: i contratti, la libertà di rappresentanza, il diritto a non essere giudicati in base all'appartenenza sindacale e a qualunque altro predicato culturale o politico. Se saltano tutto questo, si torna indietro di 70 anni.
Parliamo del programma del Pd sul tema del lavoro. Cosa pensa del «compenso minimo di mille euro per i collaboratori economicamente dipendenti»?
Ho chiesto qualche chiarimento, ma finora non ne ho ricevuti. Il problema di quelli che hanno un'occupazione flessibile, instabile, in parole povere precaria, non è solo quanto guadagnano, ma anche per quanti mesi guadagnano. Magari hanno anche mille euro al mese, ma per sei mesi e non per tredici, come i lavoratori 'normali'. E poi bisogna capire che strada si imbocca: è meglio pagare un reddito minimo a chi non lavora, oppure lavorare affinché i contratti diventino a tempo indeterminato? Fra le due cose c'è l'immensa questione dei costi. E c'è la questione della 'flessicurezza', che certo non può essere un compenso alla libertà di licenziamento. E tuttavia fatta 'alla danese' ha aspetti interessanti: mantiene il 90 per cento del reddito per quattro anni. Ma quanto costa? Per le politiche attive del lavoro la Danimarca spende il 4 e mezzo per cento del Pil, noi l'uno e mezzo. Dovessimo fare come loro, dovremmo spendere 70 miliardi di euro. Da dove escono fuori? Puntare sulla stabilità dell'occupazione conviene di più che non sui mille euro al mese dati non si sa bene a chi. I servizi efficienti, poi, che il Pd chiede, significa decine di migliaia di formatori, centri per l'impiego su grande scala. Roba che non si accoppia con la battuta persino triste 'abbassiamo le tasse'. In Danimarca quell'idea si basa su un insieme di prelievi obbligatori - fisco, sanità, previdenza eccetera del 55 per cento circa. Noi siamo al 43. E lo vogliamo abbassare? Qui c'è un problema: che qualcuno si deve mettere a fare qualche conto con la calcolatrice.

Daniela Preziosi

Per gli italiani all'estero

Le liste con i candidati della Sinistra Arcobaleno per gli elettori italiani residenti all'estero
ed il programma
Le liste per la ripartizione Asia, Africa, Oceania
Le liste per la ripartizione Sud America
Le liste per la ripartizione Europa
Gianfranco Rizzuti, candidato alla Camera per la circoscrizione Europa

28 marzo 2008

LETTERA APERTA A PRODI SULLA SICUREZZA SUL LAVORO. SOTTOSCRITTA DAI RLS DI LAVOROeSALUTE

Egregio Presidente del Consiglio
Romano Prodi,
avendo avuto notizia che a partire dalla prossima legislatura non si ripresenterà più sulla scena politica, Le chiediamo a nome delle vittime sul lavoro di procedere prima che se ne vada, ad ascoltare i suggerimenti che da anni noi RLS, tecnici prevenzione ASL, associazioni, e semplici operai poniamo in continuazione, perché questa mattanza abbia fine.Abbia la forza di dare una svolta a questa omertà politica, andandosene con dignità, almeno nei confronti di quelle persone che ancora piangono i loro cari, o di quei bambini e ragazzi che aspettano un genitore che non tornerà più.È l’ultimo atto dovuto che Le chiediamo, forse sarà l’ultima volta che potremmo rivolgerLe questo appello, ma vorremmo e speriamo che ne prenda atto, e ritorni alla sua vita normale, sapendo che in coscienza ha fatto l’impossibile perché le persone dopo una giornata di lavoro ritornino alle loro case, ai loro cari.


Marchi Mauro, Marco Bazzoni , Coppini Andrea
Rappresentanti dei Lavoratori per La Sicurezza.

ITALIA DALL'ESTERO. Qui di seguito un articolo pubblicato dal quotidiano messicano La Jornada, sabato 22 marzo

Italia:
il bipartitismo unico
Qualche giorno fa, si sono affrontati in un dibattito radiofonico due personaggi rilevanti dei due principali partiti tra quelli in gara nella campagna elettorale: in Italia si vota per rinnovare il parlamento il 13 e 14 aprile. I due sfidanti erano Enrico Letta, già sottosegretario di Romano Prodi nel governo del centrosinistra, e Giulio Tremonti, a suo tempo ministro dell’economia nel governo Berlusconi in carica fino al 2006.
Il primo ha sostenuto che il mercato deve restare aperto, che la via migliore, per l’economia italiana, è la competizione senza vincoli; il secondo ha invece lamentato la «concorrenza sleale» di paesi come Cina e India, e ha annunciato che, se dovesse ri-vincere Berlusconi, si adotterà una politica protezionista.
Già era strano che il rappresentante del Partito democratico, di centrosinistra, fosse più liberista di quello del Popolo delle libertà, di centrodestra. Ma interessante è anche il fatto che Letta è il probabile prossimo capo di una fondazione culturale di cui Tremonti è oggi il presidente: l’Aspen Institute Italia.
Io non so se esista un Instituto Aspen México, ma se vi fosse sarei, fossi messicano, preoccupato quanto lo sono da italiano. Aspen è una rete per dirigere la quale l’attuale presidente mondiale, Walter Isaacson, ha rinunciato alla presidenza della Cnn. Ne fanno parte Condy Rice e Henry Kissinger, per fare due esempi. Lo scorso anno l’istituto italiano ha organizzato un dibattito insieme al principale Centro studi della Difesa italiana e al Pnac, ossia il Project for the New American Century, il think tank principale dei neoconservatori statunitensi.
Se si scorre l’elenco dei membri dell’Aspen italiano si troveranno i nomi del presidente della repubblica in carica, Napoletano, e di due suoi predecessori, del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, del direttore del principale quotidiano, il Corriere della sera, ossia Paolo Mieli, della futura presidente della Confindustria [l’associazione del padronato], Emma Marcegaglia, e così via. Un assortimento di poteri impressionante e rigorosamente «bipartisan»: tutti insieme in una fondazione il cui scopo è «la internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del paese» e il dibattito dei «problemi e le sfide più attuali della società e della business community».
Il metodo che Aspen adotta è «il dibattito a porte chiuse, che favorisce le relazioni interpersonali». Che cosa c’è di male, in tutto questo? Nulla di illegale, naturalmente. Si tratta solo dell’aggiornamento di quel che Antonio Gramsci scriveva negli anni trenta a proposito del modo con cui le classi dirigenti dibattono tra loro e concertano soluzioni condivise. Ma, ed è quel che ci interessa a proposito di elezioni politiche, si tratta di classi dirigenti che si dividono in «partiti politici» per molte ragioni, tranne per quella che dovrebbe dare un senso a un partito politico: un progetto di società alternativo a quello degli avversari.
Perciò può succedere che un uomo del centrosinistra sia più liberista di un uomo del centrodestra. O, all’occorrenza, viceversa, come infatti accadeva nella campagna elettorale del 2006, quando l’Unione, lo schieramento di centrosinistra che comprendeva anche i partiti della sinistra, oppose al centrodestra di Berlusconi un programma fondamentalmente liberista, che però conteneva su molti versanti, dalla precarietà del lavoro all’ambiente, orientamenti che venivano da sinistra e dai molti e vari movimenti sociali italiani.
Forse la breve vita del governo Prodi si può spiegare, oltre che per la debolezza della sua maggioranza parlamentare, proprio con il programma. Le differenza, tra una politica monetarista votata a diminuire il debito pubblico in nome delle regole europee, e il desiderio di farla finita con una politica del lavoro e del territorio dominata dalla competitività e dallo «sviluppo», era tale che la maionese non poteva non impazzire.
Infatti, il giorno dopo la caduta di Prodi, il nuovo leader del nuovo Partito democratico, l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni, ha annunciato che avrebbe «corso da solo», rifiutando l’alleanza con Rifondazione comunista e con gli altri partiti della sinistra [Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra democratica, una piccola scissione dagli ex Democratici di sinistra, che a loro volta erano confluiti nel Pd: lo so, la geografia politica italiana dà il mal di testa].
Da quel momento sono accadute due cose. Primo: Veltroni ha iniziato una campagna elettorale che compete con Berlusconi con le sue stesse armi: un «annuncio» al giorno, dall’abolizione di una tassa alla candidatura sorprendente del capo degli industriali metalmeccanici, da un nuovo sondaggio all’abolizione della «lotta di classe». Anzi, Veltroni sembra addirittura più abile di Berlusconi: perché come è noto in una campagna pubblicitaria c’è una parola che funziona sempre, la parola «nuovo».
E incredibilmente Veltroni e il suo gruppo di ex funzionari comunisti e della antica Democrazia cristiana stanno riuscendo nell’impresa apparire più nuovi dell’«anziano» Berlusconi, che per altro si ricandida per la quarta volta dal 1994. Seconda cosa: il Partito democratico, come appunto spiegava Letta, si presenta come il campione della «modernizzazione» del paese e della «crescita» economica. Viviamo quindi, in queste settimane, in un clima che tecnicamente si potrebbe definire alienato. La recessione statunitense e mondiale, l’esplosione del prezzo del petrolio, insomma i tremendi scricchiolii della globalizzazione neoliberista, arrivano come rumori di fondo, titoli nelle pagine economiche. In quelle politiche, un trionfo di luoghi comuni sulla «flessibilità» del lavoro, sulle «grandi opere» necessarie allo «sviluppo», e così via. Qualche giorno fa, Veltroni ha annunciato, dopo un crescendo di trionfi virtuali, che secondo i sondaggi i due partiti maggiori sono infine alla pari, essendo cominciata la campagna elettorale con Berlusconi avanti di dieci punti.
Non si sa se sia vero, e non è nemmeno importante. Sulla legge elettorale, voluta dal precedente governo Berlusconi e il cui stesso autore ha definito «una porcata», pende un referendum popolare, che in ogni caso si dovrà fare il prossimo anno e che costringerà chiunque sarà al governo [probabilmente il centrodestra] a tornare presto alle urne. Nel flipper elettorale stiamo giocando una pallina destinata a finire presto in buca.
Ma una vittima definitiva con ogni probabilità queste elezioni finte la faranno: la sinistra. I quattro partiti hanno fatto una cosa a metà tra il «partito plurale» e il cartello elettorale, una cosa chiamata Sinistra Arcobaleno: hanno difeso fino all’ultimo il governo Prodi, hanno approvato per questa ragione leggi e orientamenti che hanno offeso i movimenti sociali, si sono messi insieme tardi, hanno presentato candidature che salvaguardano solo i gruppi dirigenti, e il «candidato premier», Fausto Bertinotti, sta facendo una campagna elettorale conservatrice, tutta a difesa del lavoro salariato.
Il principale argomento che la Sinistra adopera è: dovete votarci perché il rischio in ITalia che scompaia la sinistra politica: che è quel che è già avvenuto in Francia e in Spagna. Ma non sembra un argomento molto convincente. Nelle reti e nei movimenti sociali c’è un’ondata di distacco e antipatia, nei confronti della politica, anche quella di sinistra, che non ha precedenti. Molti pensano: non ci resta che cercare «una otra manera de hacer politica».

Direttore di Carta settimanale

27 marzo 2008

ANCHE DECINE DI ITALIANI ASSASSINATI E DIMENTICATI

La proposta di Estrela Carlotto per individuare i neonati rapiti durante la dittatura di Videla in Argentina.
Le nonne della Plaza de Mayo: «Indagate sui figli dei militari»

Daniela Binello

E' una proposta sconvolgente quella avanzata dalle Abuelas de Plaza de Mayo d'indagare su tutti i figli dei militari nati fra il 1976 e il 1983. In Argentina, nel settennato della guerra sucia , si consumò una barbarie, oggi più nettamente incorniciata nell'ambito "Plan Condor", un accordo militare segreto fra i paesi del Sudamerica per eliminare fisicamente gli oppositori politici delle dittature. Gli Stati Uniti addestrarono i quadri dirigenti militari sudamericani alla Scuola de las Americas di Fort Benning in Georgia (attuale Whinsec, Western Hemispherand Institute for Security Cooperation) in cui vennero loro insegnate le tecniche antinsurrezionali e le pratiche per sequestrare e torturare i prigionieri.
Di questa feroce repressione, in Argentina restano i nomi di 30mila desaparecidos con annessa sottrazione dei neonati partoriti nei centri di detenzione clandestina dalle vittime in balia dei macellai della giunta golpista del generale Videla. Per le nonne del movimento di Plaza de Mayo, che hanno finora ritrovato 88 nipoti su 500 che secondo i loro calcoli sarebbero stati rubati dai militari, un'inchiesta di questa portata condurrebbe dritta dritta alla verità sul robo de bebés . A distanza di 32 anni dall'ultimo golpe le Abuelas non hanno ancora perso la speranza di ritrovare vivi i nipoti. Ad esemppio María Eugenia Sampallo Barragán che ha denunciato quelli che credeva essere i propri genitori, i coniugi Gómez Rivas, e che adesso vuole vedere condannati al massimo della pena, 25 anni di carcere per sequestro e negazione d'identità. Una denuncia simile avviene per la prima volta in Argentina.
Nel 2001 Sampallo Barragán si era sottoposta all'esame del Dna. L'esame ha provato che María Eugenia è nata dall'unione di due operai comunisti, Mirta Mabel Barragán e Leonardo Ruben Sampallo, entrambi sindacalisti e per questo, nel 1977, fatti sparire dai militari. Rinchiusa nel Club Atlético e poi a El Banco, Mirta venne tenuta in vita per un anno perchè incinta al momento del sequestro. Quando Mirta non serviva più, l'ex capitano Berthier, coimputato con i falsi genitori di María Eugenia, cedette la neonata ai Gómez Rivas usando un certificato di nascita in cui era registrata come loro figlia. E' assai probabile, inoltre, che i militari ladri di bambini lo facessero per arricchirsi.
Estela Carlotto, presidente delle Abuelas e madre di Laura, scomparsa per sempre dopo essere stata sequestrata mentre era incinta di Guido, il nipote che Estela non ha ancora ritrovato, è a Roma per l'inaugurazione di due mostre in memoria dei desaparecidos, fra cui si contano oltre mille italiani (le due mostre si possono visitare a Trastevere alla Casa Internazionale delle Donne e alla Casa della Memoria e della Storia). Carlotto è preoccupata per quanto sta avvenendo in Argentina ora che finalmente si sono potuti avviare i processi contro gli ex militari in seguito all'abrogazione delle leggi sul punto final e dell' obediencia debída che avevano garantito ai colpevoli, con l'amnistia e l'indulto, l'impunità. Nel 2005 il governo Kirchner le ha messe al bando.
«Il suicidio del tenente colonnello in pensione Paul Alberto Navone - confida a Liberazione Estela Carlotto - trovato con la tempia perforata da un colpo d'arma da fuoco lo stesso giorno in cui avrebbe dovuto deporre di fronte agli inquirenti del tribunale federale di Paranà poiché accusato della sottrazione dei neonati partoriti nell'ospedale militare locale, e l'uccisione del prefetto Héctor Febres, uno dei dirigenti della Esma (Scuola di Meccanica della Marina), trasformata durante la dittatura in centro di detenzione dei prigionieri politici, c'insospettiscono e temiamo che entrambi gli imputati siano stati giustiziati per mettere ancora una volta un bavaglio alla verità, allontanando per sempre la possibilità di ritrovare tutti i nostri nipoti».
Purtroppo la tragedia dei desaparecidos , nonostante le ramificazioni su cui indagare, come il filone dei ladri di bambini e gli omicidi per attuare il Plan Condor fuori dai confini sudamericani, è ancora ammantata di pregiudizi e false interpretazioni dovute in gran parte all'idea che i desaparecidos fossero terroristi. In un recente editoriale di Sergio Romano sul Corriere si sostiene che processare degli ex militari oggi ottuagenari, sia inutile. Non la pensa così una larga fascia dell'opinione pubblica, e non la pensa così il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo che ha aperto un fascicolo su decine di casi d'italiani uccisi nell'ambito del Plan Condor.

da Liberazione
27 marzo 2008

GERMANIA: DOVE LA SINISTRA VINCE. LA STESSA SINISTRA IL 13 E 14 APRILE IN ITALIA CI TENTA

Germania, crollo Spd nei sondaggi: seconda ovunque.
A Est ormai la Linke è più forte. E nella Saar la Sinistra vola
In due anni e mezzo la Spd è passata dall'essere il primo partito in 14 dei 16 laender tedeschi a non esserlo più nemmeno in uno. È quanto emerge da un nuovo sondaggio di Stern. In 14 laender il primo partito è la Cdu di Angela Merkel, mentre in quelli orientali del Brandeburgo e della Sassonia-Anhalt il primato è passato alla Linke. Nel Nordreno-Westfalia la base del partito è crollata dal 40 al 23%, in Bassa Sassonia ha subito una sorte analoga. Il settimanale definisce «disastrosa» la situazione nella Saar, dove solo il 16% oggi voterebbe Spd, mentre Oskar Lafontaine raccoglie il 29%, uno zoccolo considerato promettente per vincere le elezioni regionali del prossimo anno. Se si votasse oggi, Lafontaine tornerebbe a governare il land di cui ha "regnato" per 13 anni.
27/03/2008

26 marzo 2008

VELTRONI E BERLUSCONI S'AZZUFFANO E TRATTANO I PENSIONATI COME BARBONI: 25 EURO AL MESE....SE MANTERRANNO LA PROMESSA.

Veltroni lancia l'ultima promessa elettorale: le pensioni, che il Pd si è rifiutato di aumentare quando era
al governo, le aumenterà dopo le elezioni. E se le elezioni le perde?

Proposta della Sinistra arcobaleno: aumentiamole subito!

Veltroni ha lanciato la sua ultima idea per la campagna elettorale, e non sembra male. Ha detto che se il Pd vincerà le elezioni aumenterà le pensioni. Soprattutto le pensioni più basse, quelle sotto i 25 mila euro all'anno. Ha giurato di avere un piano per trovare i fondi e ha fissato una data per deliberare l'aumento: luglio. Ha anche stabilito l'entità dell'aumento: 400 euro all'anno, circa 30-35 euro al mese. Non sarà una cifra enorme ma è già qualcosa.
Ora il problema è questo. Aumentare le pensioni, specie le pensioni più basse, è cosa buona e giusta. Però, dal momento che tutti i sondaggi dicono che Veltroni non vincerà le elezioni, è difficile, per lui, aumentare le pensioni a luglio, quando non ci sarà più il governo di centrosinistra. Il governo di centrosinistra invece c'è ora, e - grazie al famoso tesoretto - ci sono anche i soldi per aumentare le pensioni più basse. Allora è molto strano che il capo del principale partito di governo dica: "aumenterò le pensioni, ma non adesso: le aumenterò dopo aver perso le elezioni". Perché questo è il teatro dell'assurdo, non è una campagna elettorale.
Se davvero Veltroni pensa che sia giusto aumentare le pensioni basse, e che vada fatto in fretta, perché non aumentarle subito? Si dirà: perché ora il Pd non governa da solo ma governa con una coalizione dentro la quale c'è la "perfida" sinistra radicale. Giusto. Però la sinistra radicale è favorevolissima ad aumentare le pensioni, l'ha chiesto tante volte, non è stata ascoltata anzi è stata considerata - per questa richiesta - arrogante e massimalista. Dunque, ora che anche Veltroni ritiene giusta la richiesta arrogante e massimalista della sinistra, perché perdere tempo? Si convochi il consiglio dei ministri e si proceda per decreto. I voti ci sono e i soldi pure. Basta che la volontà politica sia vera.
Se invece si ritiene che no, è troppo complicato adesso mettersi a fare decreti e cose del genere, meglio aspettare luglio eccetera eccetera, allora però sarebbe magari il caso di sparare meno balle. Il cinismo dei politici, in verità, è già noto e spesso - nelle precedenti campagne elettorali - Berlusconi ce ne ha fornito molti esempi, però ora si sta un po' esagerando. Nei giorni scorsi, su questo giornale, Cesare Salvi ha spiegato come e perché la proposta di Veltroni di salario minimo è una truffa in piena regola, e ha detto che forse sarebbe il caso di rivolgersi all'autorithy per la «pubblicità ingannevole». Stavolta il carattere della proposta di Veltroni è ancora più chiaro: a Napoli, credo, la chiamano "Il pacco". In qualunque altro paese dotato di libera stampa, diciamo così, di fronte a una situazione così i giornali ti attaccherebbero i barattoletti dietro il paraurti del pullman. Alla povera Hillary Clinton, che si era semplicemente inventata di essere finita in una sparatoria durante una visita in Bosnia, e pare che non fosse vero, i giornali l'hanno fatta a fettine. Eppure era una bugia innocua, che non danneggiava nessuno e non illudeva migliaia e migliaia di persone.
Diciamo la verità: questa "berlusconizzazione" della campagna elettorale è l'aspetto più preoccupante di queste settimane di battaglia politica. La berlusconizzazione, decisa a tavolino dagli strateghi del Pd, ha sorpreso persino il "titolare", cioè Berlusconi stesso, il quale invece aveva deciso di tentare una campagna elettorale più sobria, e che ora - infilato in contropiede - è costretto a rimontare e sta cercando di inventare anche lui un numero adeguato di balle. Il problema è che alla fine di una campagna elettorale così, la politica ne uscirà a pezzi. Cioè la piccola dote di credito, di fiducia, che ancora esiste tra il popolo e la politica, rischia di finire polverizzato. Non c'è gran differenze, per la verità, tra le grida di Beppe Grillo e le balle di Berlusconi e di Veltroni. Sono nella stessa misura antipolitica.

26/03/2008

25 marzo 2008

LAVORO SENZA MORTI E INFORTUNI? ANCHE IL SINDACATO E' INADEMPIENTE, NON SOLO LE AZIENDE E IL GOVERNO.

Lettera aperta ai sindacati,
con preghiera di pubblicazione

SICUREZZA SUL LAVORO. DOMANDA AI SINDACATI: CHE COSA E' L'RLS?
Sono un operaio metalmeccanico di Firenze, più precisamente del Mugello e lavoro in una azienda di 150 dipendenti.Sono un RLS e faccio parte anche della RSU, per questo mi sento ancor più coinvolto di altri sulle ultime vittime del lavoro, un numero che mi riporta a pensare anche alla Thyssenkrupp di Torino. Negli ultimi 4 anni i morti sul lavoro sono stati circa 5200.In questi anni insieme a Marco Bazzoni e Andrea Coppini, abbiamo scritto e detto molte cose, insieme a tanti altri abbiamo cercato di fare molte cose, a volte riuscendoci, a volte trovando un enorme muro di gomma, ma siamo sempre qua, e cosa positiva siamo sempre di più. Vorrei parlare ad un qualcosa che da sempre ” ho sotto pelle”, vorrei parlare di una componente fondamentale per il nostro paese e per tutti gli operai: IL SINDACATO.Nei Congressi/Convegni/Seminari per la sicurezza ho menzionato spesso il sindacato, perché lo ritengo parte fondamentale in questa battaglia quotidiana.Spesso ci siamo trovati in contraddizione e mi sono preso pure delle belle critiche, ci sta, ma oggi come 4 anni fa, quando iniziai ad essere un RLS, posi una domanda, tradotta poi in un articolo su una rivista del settore: CHE COSA è L’RLS? Figura definita o indefinita?Oggi ripeto questa domanda, perché credo che il sindacato non abbia colto fino in fondo la diversità tra la figura del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e l’essere un componente della RSU. Credo che siano due mondi diversi, anche se parte del solito nucleo, ma diversi.Credo che far parte della RSU sia molto più semplice, sei già immesso in una organizzazione ormai forte e radicata nelle aziende, negli incontri hanno più rispetto nei nostri confronti, le riunioni sono si molto più vissute, frontali, ma con discussioni di rispetto e più tranquille, mentre essere RLS ti fa sentire una persona orgogliosa (pensando al ruolo che hai) di poter fare qualcosa di buono per i tuoi colleghi, ma anche timorosa, perché spesso sei solo.Forse per il Sindacato non è così, ma per chi tutti i giorni ha il coraggio di affrontare i relativi problemi all’interno dell’azienda con la direzione (che non sono pochi), con i preposti, a volte con gli stessi dipendenti, ti accorgi, nonostante vi sia l’RSU, di essere solo, insomma che ti manchi qualcosa che ti possa far svolgere il tuo compito in modo più sereno.Spesso questa serenità ci viene a mancare, valutando intorno a noi le risposte che il sindacato da a degli avvenimenti, prendiamo per fare un esempio il discorso delle MORTI BIANCHE: nel 2007 siamo vicini a 1300 (dati provvisori), il 2008 è iniziato da poco e sulla falsariga dell’anno scorso: un’Indecenza. Vi sembra che vi sia stata una presa di posizione chiara e netta da parte del sindacato? Non una manifestazione nazionale a Roma (con sciopero generale di otto ore) per dire basta a questa vergognosa “mattanza” nei luoghi di lavoro.Come dico spesso ai congressi, questa non vuol essere una critica, ma bensì una riflessione o una discussione aperta. Capire che RLS e RSU sono due cose diverse, molto diverse.La nostra cultura è giovane, non è consolidata, non abbiamo formazione adeguata e tutela che ci permettano di affrontare le tante situazioni che tutti i giorni ci accompagnano sui posti di lavoro. Credetemi, non è dicendo solamente di fare più partecipi le RSU insieme agli RLS che risolve il problema. Qui si apre un capitolo che ha molte strade, di conoscenza, di tempo e volontà, di personalità, e soprattutto di vedute diverse, di paure e di incomprensioni reciproche. Quando dico che non ci sentiamo tutelati, non è perché dicendo questa parola ho chiuso il discorso, anzi, è perché voglio che il sindacato, di cui faccio parte da tantissimo tempo, si adoperi ad una vera riflessione sulla figura dell'RLS nata dalla 626/94, per poter dare a questi ragazzi che lo fanno con passione, tutele più certe, insomma, che quando vi sia da prendere posizione, lo si faccia in modo deciso. Forse molti hanno recepito i nostri richiami solo come critiche, può darsi, ma critiche che dovevano farvi riflettere di questo malcontento nei confronti del sindacato, che qualcosa non funzionasse, che ci fosse una zona buia che invece di inserire di più questa figura la allontanasse. Oggi come oggi, volendo o non volendo, dovete prendere atto che non possiamo più permettere che tutti i giorni muoiano 3 o 4 lavoratori. Dovete essere più presenti nelle aziende, dovete spiegare all’opinione pubblica cosa è l’RLS, dovete esserne più vicini agli Rls, non solo a parole ma con fatti concreti.
Concludo con due cose:
1)In un territorio come il nostro dove sono molte le Aziende sotto i 50 dipendenti ( 80% ) avrei gradito leggere sul rinnovo del contratto CCNL metalmeccanici che fosserò state innalzate le ore per gli RLS di quelle aziende li, e non per il restante 20% (sopra 50 dipendenti).
2) Come ho detto ad una recente assemblea di RLS, non è mettendosi in contrapposizione al sindacato che si risolvono i problemi, ma al contrario , è lavorando assieme su una strada parallela che si possono raggiungere gli obiettivi.

Marchi Mauro - Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
Email: marchi.mauro@alice.it
Email: bazzoni_m@tin.it
Email: afcoppini@alice.it

24 marzo 2008

COME CI VEDONO ALL'ESTERO. HANNO TORTO?

Dispacci dall'Italia,
fra l'incredulo e l'ironico
Come viene visto il Belpaese dalla stampa europea, che si occupa con sempre maggiore interesse delle vicende italiane specialmente in occasione delle elezioni del 13 aprile, anche questa volta governate dal ''porcellum''? La difficile arte di raccontare ai lettori stranieri una politica malfamata

Si avvicina la fatidica data del 14 aprile e la stampa europea si occupa con sempre maggiore interesse delle vicende italiane legate alla campagna elettorale in corso, essendosi ormai conclusa quella per il rinnovo del Parlamento spagnolo con la riconferma di Luis Zapatero a primo ministro e quella per le elezioni amministrative in Francia che hanno visto la rielezione a sindaco di Parigi, al primo turno, di Bertrand Delanoe.
Per i commentatori stranieri, e per quelli spagnoli in particolare, l'Italia rappresenta una fonte inesauribile di curiosità da riportare ai propri lettori con toni ironici anche se professionali, risultando obiettivamente problematica un'analisi davvero seria dei programmi elettorali dei 147 partiti che "corrono" alle elezioni, da soli o apparentati. Diconsi 147, ma sarebbero potuti essere 177 se il Viminale avesse ammesso tutti quelli presentatisi!

Proprio il numero assurdamente elevato delle "forze" presenti sul campo elettorale, oltre all'originalità di alcune di queste, presentatesi più per esibirsi nello sberleffo che per partecipare effettivamente alla campagna elettorale, per satireggiare attraverso la politica, per ridicolizzare un sistema come quello italiano che non ha avuto il pudore di evitare le elezioni col "porcellum", costituisce oggetto di osservazione divertita ma anche sconsolata, con il ricorrente "povera Italia" che i giornali stranieri riportano quasi come un intercalare all'interno dei commenti sulle vicende del nostro Paese.
La stampa estera osserva come l'Italia non meriti una classe politica definita senza mezzi termini "malfamata" (viene spesso citato come esempio eclatante il caso di Gustavo Selva, senatore di Alleanza Nazionale, condannato per aver simulato un malore per farsi trasportare da un'autoambulanza presso uno studio televisivo di Roma.). La pletora dei ministri e dei sottosegretari, complessivamente superiore al numero di 100, è vista come un chiaro segnale di falso interesse della classe politica italiana per la gestione efficace ed efficiente della cosa pubblica e di una spiccata propensione, invece, per gli interessi particolari dati dalla spartizione del potere, rilevabile anche nel numero dei gruppi parlamentari, 23, assolutamente abnorme se comparato a quelli spagnoli che sono 6, più quello misto.
Ciò a fronte di un Paese la cui popolazione invecchia, che non cresce economicamente, che non crea lavoro, che convive con la corruzione, con la mafia e con la camorra, anch'esse fattivamente presenti nelle vicende elettorali, come testimoniato da Roberto Saviano, attraverso la compravendita di voti "utili" barattati con un telefono cellulare o con una banconota da cinquanta euro.

È in questo contesto, che necessiterebbe di interventi politici incisivi e dignitosi per essere "bonificato", che un osservatore esterno può rilevare con amara ironia come alle elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano partecipino 147 partiti diversi , fra i quali ben 8 hanno il simbolo della falce e martello, 5 la fiamma, tre il garofano, 2 l'edera, 5 la rosa, 4 lo scudo crociato, 6 sono targati Grillo, 3 sono dei pensionati.
Il partito dal nome più suggestivo sembra essere quello degli "Impotenti esistenziali" che fa capo ad un certo dottor Cirillo. Alcuni giornalisti spagnoli si sono chiesti se per caso non sia la risposta "flaccida" al celodurismo della Lega Nord di Umberto Bossi dei bei tempi. Il dottor Cirillo risulta essere uno psicosessuologo di Caserta con dei precedenti davvero edificanti: nel 2001 ha fondato il Partito dei Preservativi vantandosi di essere il massimo consumatore di contraccettivi in lattice e affermando di detrarne la spesa dal Modello Unico.
Che dire poi di un partito chiamato Sacro Romano Impero Liberale Cattolico il cui leader è una donna, tale Mirella Cece che ama vestire come la regina d'Inghilterra? O del No Mondezza in Campania, il cui programma è riconducibile alla frase:«rifiuta il rifiuto»? O ancora del Zarlenga Omnia che rappresenta il mondo con sparsi qua e là palloni di calcio, del Casinò Centro Italia che ha come simbolo il tappeto da roulette? O del Partito Per il Bene Comune di cui Fernando Rossi è leader e unico rappresentante?
In quale altro paese è stata inoltre mai presentata una lista contro l'aborto come la "Pro life" di Giuliano Ferrara, "l'ateo devoto" per eccellenza, che nell'opinione di molti commentatori è stata creata con la sola finalità di attrarre i voti dei cattolici di centro dopo il polemico divorzio di Pierferdinando Casini da Berlusconi e il suo rifiuto di sciogliere l'UDC nel Popolo della Libertà? Diverte gli spagnoli la definizione di Giuliano Ferrara data da Eugenio Scalfari: «Ferrara è stato sempre credente. Quando era giovane credeva in Stalin e in Togliatti. Poi, col passare degli anni e avendo acquisito più esperienza ha creduto in Craxi, poi in Berlusconi. Alla fine, deluso da tutti, è passato a credere in Dio».

Il sollazzo più grande i giornalisti iberici se lo concedono però nel misurare la coerenza fra il dire e il fare di Berlusconi. «Meno male che in mezzo a tanto delirio c'è sempre Silvio, la vera risorsa morale dell'Italia», ironizzano. Berlusconi Silvio, classe 1936, che si presenta per la quinta volta consecutiva di fronte agli elettori come il messia chiamato a sconfiggere i parrucconi della politica.
Quotidiani e settimanali stranieri ricordano le parole di Berlusconi pronunciate in televisione: «Con noi non ci saranno né segretarie né figli di qualcuno», aveva dichiarato. Detto e fatto. Da qui una lunga lista di conoscenti e amici del Cavaliere che si sono scoperti un'innata passione politica, tale da meritarsi una candidatura nel Pdl. Fra questi: Licia Ronzulli (fisioterapista del Cavaliere) Deborah Bergamini (già direttore marketing della Rai ed ex assistente personale del Cavaliere), Elena Centemero (maestra dei figli del Cavaliere), Cristina Ravot (cantante a Villa Certosa), Katia Noventa (nota alle cronache rosa per una love story con Paolo Berlusconi), Beppe Villa (segretario di Bondi), Luca D'Alessandro (portavoce di Bondi), Giuseppe Moles (portavoce di Martino), Marco Milanese (assistente di Tremonti), Diana De Feo (compagna di Emilio Fede), Maria Rizzotti (chirurgo plastico dei vip), Renato Farina (noto ex "agente Betulla", già vicedirettore del Giornale), oltre quel Nino Strano (mangiatore di mortadella in Senato) e quel Domenico Gramazio (compagno di merende di Strano in Senato). Detto fatto, appunto.

Sembra quasi impossibile agli osservatori stranieri che questa Italia, che oggi si presenta come devastata da uno tsunami politico-sociale e morale, sia la stessa che in così larga parte ha contribuito alla nascita dell'Unione Europea, la stessa che è membro della NATO e socio del G8, la stessa che ha costituito, in un passato non remoto, un esempio di sviluppo sociale e industriale per gli altri paesi europei. Eppure il Belpaese oggi fornisce un'immagine di nazione politicamente disgregata, in preda al disordine amministrativo, ridondante di strutture pubbliche inefficienti che incidono pesantemente sulla spesa pubblica e che determinano l'aumento della pressione fiscale, di paese saccheggiato da una classe politica irresponsabile, egoista e insensibile, sempre più "casta".

Per rimediare a questa condizione di preoccupante declino non sarà indifferente che al governo del Paese vada una coalizione politica piuttosto che un'altra, perché si renderà necessario uno sforzo di ricostruzione non molto dissimile da quello operato nel dopoguerra, da attuarsi con vero spirito di servizio, abbandonando gli egoismi e gli interessi di parte.
L'invito che gli altri paesi europei rivolgono al nostro Paese, a cui vogliono ancora bene, è quello di attenuare gli scontri e le risse politiche per trovare soluzioni consensuali ai problemi impellenti che la grave situazione italiana presenta. È mai possibile, si chiedono i commentatori stranieri, che nel paese di Machiavelli l'interesse privato continui a prevalere su quello pubblico e si faccia così tanta fatica a sottostare alle regole? Già, è mai possibile? Provate voi stranieri a spiegarlo al Cavaliere: è dal lontano 1994 che noi italiani ci proviamo senza esserci mai riusciti.

Raffaele Deidda
Articolo già pubblicato in data 18 marzo 2008 su L'altravoce.net

23 marzo 2008

LA REALTA' OLTRE I SONDAGGI, OLTRE LA COMUNICAZIONE PACCHIANA DELLE TV TELEGUIDATE E DEI GROSSI E GRASSI GIORNALI

I calcoli dicono che per il Pdl c'è la possibilita di ottenre un numero di senatori che va da un minimo di 155 a un massimo di 166. La maggioranza è di 161. L'esito dipende dall'Arcobaleno
Al Senato Berlusconi può perdere ma solo se la sinistra va bene


Piero Sansonetti

Tutti i sondaggi oggi dicono che la coalizione di destra (Berlusconi), alla camera, vincerà, sconfiggendo la coalizione di centro (Veltroni) con un vantaggio che va dal 6 al 10 per cento, e in questo modo si assicurerà il premio di maggioranza. Vuol dire che Berlusconi, seppure otterrà circa il 43 o 44 per cento dei voti, avrà alla Camera il 55 per cento dei seggi. Cioè una maggioranza sicura, comne l'aveva anche Prodi. Così dice la legge, anche se sulla costituzionalità di questa legge ci sarebbe forse da discutere (ma in un'altra sede). La situazione - sempre per via delle stranezze della legge elettorale - è parecchio diversa in Senato. Qui i premi di maggioranza sono regionali, e questo rende molto più difficile a un partito o a una coalizione di ottenere una maggioranza abbastanza solida. A conti fatti, sulla base dei risultati probabili, si calcola che Berlusconi potrebbe avere una maggioranza esilissima, forse di un solo seggio o, nel migliore dei casi, di cinque seggi (contando i senatori a vita). Questo se il centrodestra vincerà nel Lazio. Se invece - come non è affatto improbabile - dovesse essere sconfitto nel Lazio, allora Berlusconi non avrà la maggioranza. In quel caso nessun partito e nessuna coalizione avrà la maggioranza. O si torna alle urne o si deve trovare una formula di grande coalizione, e non è affatto improbabile che su questa soluzione già ci sia un accordo tra Veltroni e Berlusconi.
Comunque il risultato di Berlusconi al senato, in termine di seggi conquistati, sarà negativo in modo direttamente proporzionale al successo della sinistra arcobaleno (e anche della lista di Casini). Cioè: tanti più seggi conquisteranno queste due liste, tanti meno seggi conquisterà Berlusconi).
La possibilità che Berlusconi riceva una sconfitta dalle urne dipende eslusivamente da questo: dal successo dell'Arcobaleno, ed eventualmente delle altre liste più piccole, nel Lazio e nelle regioni cosidette "rosse".
Cerchiamo di spiegarvi in modo semplice, e numeri alla mano, il perché di questi calcoli.
Partiamo dai seggi sicuri. Tenendo conto che la legge stabilisce in ogni regione il numero di seggi che andrà al partito che vince e il numero dei seggi che andrà a tutti gli altri partiti. Concentriamoci solo sui voti di Berlusconi, dal momento che comunque né il Pd né nessun altro ha la possibilità di avere la maggioranza assoluta in Senato. Diciamo che il centrodestra ha grandi probabilità di vincere in 14 regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna). Ha altrettante probabilità di perdere in Emilia, Toscana, Umbria (appunto le "regioni rosse") e in Valle d'Aosta (che elegge un solo senatore). C'è l'incertezza del Lazio (che dipende dalla forza della destra di Santanchè, accreditata del 10 per cento, tutti voti sottratti al centrodestra). Poi c'è il Trentino, dove si vota con un'altra legge, l'uninominale, e le previsioni (vista la forza dell'Svp) sono di un solo seggio su 7 per Berlusconi. Infine i seggi all'estero (probabile pareggio 3 a 3). Risultato elettorale a parte ci sono i senatori a vita: 5 su 8 sono certamente contro Berlusconi, e gli altri 3 (Andreotti, Cossiga e Pininfarina) incerti.
I seggi sicuri per Berlusconi, presi nelle regioni dove vince (supponendo che vinca anche nel Lazio), sono 147. A questi si aggiungono i seggi che prenderà in Emilia, Umbria e Toscana: potrebbero essere 13, in caso di cattivo risultato della sinistra e della Rosa Bianca, o solo 10 se Arcobaleno e/o Casini andranno forte. Più il seggio del Trentino. Quindi oscillazione tra 158 e 161 seggi. Più i 3 dall'estero, più, forse, i tre senatori a vita. Quindi oscillazione tra i 161 e i 166 seggi. La maggioranza richiesta in Senato è di 161. Come vedete siamo sul filo, esattamente come toccò al governo Prodi. E questo nel migliore dei casi, per Berlusconi. Se invece perde il Lazio le cose si complicano assai. Nel Lazio ci sono 15 seggi per chi vince e 12 da dividere tra tutti gli altri. Se Berlusconi non vince, anziché 15 seggi ne avrà la parte da calcolare di 12. Cioè dovrà dividere i 12 con la sinistra (che aspira a 2 o 3 seggi) con Storace (che anche aspira a 2 o 3 seggi), ed eventualmente con Casini (altri due seggi). Gliene restano 6 o addirittura 5 o addirittura 4. Quindi bisogna levare una decina di seggi dal conto che avevamo fatto prima. Vuol dire che - se perde il Lazio, e non è affatto improbabile - Berlusconi avrà al massimo 155 seggi, e al minimo 150


23/03/2008

21 marzo 2008

ANCHE LORO HANNO SCOPERTO LA NOTTE DELLA DEMOCRAZIA: MIRACOLI DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

Al Pd, a Veltroni: che i colpevoli non vestano più la divisa. Dove eravate quando ci torturavano a Bolzaneto?
Roberto Mapelli
Sono stato il primo a entrare a Bolzaneto. E mi è andata meglio di chi mi ha seguito. Genova, venerdì 20 luglio 2001, attorno alle 14 vengo fermato in via Alessi mentre la polizia carica lo spezzone inglese di Globalise Resistance. Ero sceso da Piazza Dante dove per Attac coordinavo le attività sulla piazza (palloncini per un'invasione aerea della zona rossa e protesta davanti alle reti). Ho visto due ragazze trascinate in malo modo da un gruppo di celerini. Mi sono messo in mezzo. Le ho prese anche io. Mi hanno sbattuto su una camionetta con un giovane inglese con il naso fratturato, la testa aperta e un dente rotto. Era una maschera di sangue, non riusciva a respirare. Ci portano in Questura, in una stanza vuota a piano terra, siamo una decina, c'è uno svizzero, un paio d'italiani, degli inglesi e le due ragazze, una neozelandese e una tedesca. I quattro poliziotti che ci prendono in consegna - nessun graduato - le lasciano stare, ma vogliono che guardino mentre ci riempiono di botte. Calci, schiaffi, una testa pestata più volte contro il muro, in ginocchio e poi in piedi, ogni parole erano botte.
Ci fanno uscire, saliamo su una volante, ammanettati. Fa un caldo pazzesco. Harrison (l'inglese) sta sempre peggio, rantola. I finestrini sono chiusi, busso al plexiglass per chiedere di aprire o accendere l'aria condizionata. Mi risponde una poliziotta che non avrà avuto 25 anni: «Non voglio mica sentire la vostra puzza di merda». Resta tutto chiuso. Dopo 10 minuti di tangenziale ed autostrade deserte siamo a Bolzaneto. La macchina entra nel cortile ed è già aria di lager. Uno con la divisa verde, che in seguito saprò volesse dire polizia penitenziaria, insegue la volante a piedi gridando: «Quando scendi ti cambio la faccia, frocio di merda, comunista bastardo...». Scendiamo e veniamo accolti dal corridoio da galera: le divise, da una parte e dall'altra, con bastoni di legno (non manganelli, bastoni) alzati sopra di noi, sputi e calci. Ho fatto i tre gradini con la paura fino al midollo. E sono finito dritto in cella.
Era grande e man mano arrivavano gli altri. Una dozzina. Le ragazze altrove, le sentivamo. Una veniva trascinata per il corridoio e urlava in francese. Dalle sbarre un poliziotto ci diceva: «Avete ammazzato uno di noi, ma noi ve ne abbiamo ammazzati tre». E giù insulti. Eravamo terrorizzati. Il clima stava palesemente degenerando. Chiunque entrava era portato a calci e sberle, trascinato per terra. Urla di chi le prendeva e più forti di chi le dava. Mi sono foderato le orecchie.
Mi portano in una stanza per l'identificazione, trovo un paio di poliziotti che mi sembrano Digos, in borghese. Dico che tutto questo è illegale, è una pazzia. Uno mi dice di stare zitto. L'altro scuote la testa. Entra un Gom in divisa e mi riporta via, l'identificazione si fa in un'altra palazzina. Impronte digitali e della mano, foto. Vicino c'è la ragazza tedesca presa con me. Scioccata, non riusciva a rispondere alle domande in italiano - ovviamente. Sembrava paralizzata. Le dico di non preoccuparsi che saremo usciti vivi. Mi arriva un pugnone sulla testa, mi sono accasciato. L'unica donna poliziotto presente all'identificazione, in camice bianco, forse una tecnica, mi dice sottovoce che non lontano dalla caserma c'è un centro sociale a cui chiedere aiuto, una volta uscito.
Mi riportano in cella. Stava arrivando un sacco di gente. Nei corridoi menavano. Gente sempre messa peggio. Ci fanno stare in piedi, faccia al muro. Per ore. Ogni tanto ci sediamo, perché non ce la facciamo. Orecchio all'erta per rialzarsi in piedi. Altrimenti son altre botte. Mi chiamano per il rilascio, mi sottopongono una dichiarazione da sottoscrivere: ero senza documenti e venivo fermato per essere identificato... non ho subito alcuna violenza fisica durante il fermo. Era prestampata. Mi sono opposto. Mi rispondono che era mio diritto contestare la dichiarazione ma non sarei stato rilasciato. Ho firmato.
Sul portone chiedo come tornare in città, mi rispondono: «Prendi il primo treno e vai il più lontano possibile, ti conviene». Sono uscito per primo. Poco prima delle 20. Aspetto fuori la neozelandese e la tedesca. Erano senza parole. Stralunate. Piangevano. Volevano prendere il treno che le avevano consigliato. Davano un po' di matto. Le ho convinte e seguirmi. Ci siamo incamminati. Abbiamo trovato il centro sociale Immensa che prima non conoscevamo. Abbiamo saputo di Carlo. E poi ora dopo ora e nelle settimane successive abbiamo saputo che a quelli dopo di noi è andata molto peggio. Dentro e fuori. Nel corpo e nell'idelebile ferita della tortura.
Oggi. Dopo sette anni. Dopo il libro bianco, la controinformazione, i processi, posso dire che a me non frega niente che il bastardo che menava me, che spezzava altre dita, che strappava piercing, che minacciava stupri e così via, finisca in galera. Non è quello che voglio. Almeno io. Ma vorrei sapere, invece, perché fa ancora il suo mestiere. Perché è "forza dell'ordine".
Quegli uomini dello Stato italiano non devono più operare in nome della Costituzione. E' il minimo che si possa chiedere a quel che si chiama Stato di diritto (se c'è). Le condanne ci saranno, forse. I reati saranno prescritti, l'unica certezza. E la tortura non è un reato specifico nel nostro paese. Per carità, ratifichiamo al più presto la convenzione internazionale e facciomo una legge. Visto che ce n'è bisogno. Come ben venga la Commissione d'inchiesta abortita in questi anni grazie a chi oggi si scandalizza.
Ma dopo sette anni, a chi non c'era. A chi si è tirato indietro lasciandoci più soli. A chi non ha alzato voce ed ha aspettato mesi se non anni per scoprire quello che abbiamo vissuto e ora vuole anche parlare per tutti, a loro, al Pd, a Walter Veltroni dico di fare l'unico passo possibile: impegnatevi perché non possano più nuocere i nazisti che abbiamo incontrato a Bolzaneto, in Questura e per le strade di Genova. Noi li abbiamo incontrati. Abbiamo respirato il loro fiato. Godevano a umiliare e picchiare donne e uomini. Non lo pensavamo possibile. Ma l'abbiamo vissuto. Voi che non ci avete creduto per tutti questi anni. Adesso chiedete almeno che questi "uomini di Stato" non possano più commettere soprusi in suo nome, che vengano giudicati politicamente indegni della Costituzione. E con loro, i loro superiori. Perché ci fu chi picchiò. E chi ordinò. E pure chi si girò dall'altra parte. E' così difficile dirlo?

21/03/2008
da Liberazione

20 marzo 2008

FINO ALLA FINE GOVERNO SENZA CORAGGIO SOCIALE

LAVORI USURANTI passa da tre a un anno lo sconto previdenziale.
Il Governo vara il decreto e scontenta
i lavoratori notturni come gli infermieri.

Il lavoro usura gli uomini e le donne. E' ufficiale, e sappiamo quanto sia importante nella società dell’immagine l’ufficialità certificata, da una legge o da TV e giornali, di una realtà vissuta dalle persone in carne ed ossa per diventare reale agli occhi di tutti, anche delle stesse vittime del reality. Appunto, ora è ufficiale perchè il governo ha approvato il decreto che riconosce ad alcune categorie la qualifica di "lavoro usurante". Si tratta di ben quattro gruppi: dai lavoratori che svolgono la loro attività nelle cave, nelle miniere, nelle gallerie e nell'asportazione dell'amianto, agli addetti alla catena di montaggio e, comunque, a mansioni vincolate; dai conducenti di veicoli, che effettuano servizio pubblico, con almeno nove posti a chi svolge turni di notte. Per tutti questi c'è una sorta di "sconto" da uno a tre anni nel calcolo degli anni per accedere al trattamento della pensione di anzianità.
Il decreto ha luci ed ombre. Il ministro Paolo Ferrero, di Rifondazione/SinistraArcobaleno, insiste che il nodo rimane quello del lavoro notturno e rileva che gli scaglioni indicati nel provvedimento per consentire a chi svolge lavori notturni il pensionamento anticipato "sono strettissimi" ma comunque, finalmente, si afferma il principio che i lavori non sono tutti uguali e che è necessario riconoscere anticipi al pensionamento a coloro che svolgono mansioni particolarmente pesanti e gravose.
L'anticipo è di un anno per chi svolge l'attività per un numero di giorni all'anno compreso tra 64 e 71; due anni per chi svolge l'attività per un numero di giorni l'anno tra 72 e 77; 36 mesi per chi supera 77 giorni l'anno. La maggioranza dei lavoratori italiani la troviamo nel primo gruppo.
In sostanza, per gli addetti ad attività usuranti sarà possibile andare in pensione al raggiungimento di quota 94 (invece di 97) ed una età di 58 anni (invece di 61). I lavoratori che matureranno i requisiti agevolati nel 2008 potranno accedere al pensionamento dal primo luglio 2009. Il decreto stabilisce anche una clausola di salvaguardia nel caso in cui le domande richiedano più risorse di quanto previsto. Saranno, cioè, differite le decorrenze dei trattamenti.
Il ministro Ferrero aveva avanzato proposte di modifica che non sono state accettate, per l’intromissione di Confindustria nella gestione della cosa pubblica e nella campagna elettorale. In pratica si chiedeva che tutti coloro che svolgono lavoro notturno continuativo e a ciclo continuo (dagli infermieri agli operai siderugici) devono avere una riduzione di tre anni per accedere al diritto alla pensione, "anche perchè è accertato che il danno biologico dato dalla continua inversione del giorno con la notte, riduce l'aspettativa di vita. Nel prossimo parlamento la Sinistra Arcobaleno continuerà la battaglia per questo obiettivo di civiltà del lavoro.

Redazione Lavoro esalute

19 marzo 2008

5 ANNI DI MIGLIAIA DI OMICIDI A STELLE E STRISCE

Anniversari
L’anniversario del quinto anno di occupazione in Iraq precipita sulla campagna elettorale statunitense e sorprende un paese più debole, più diviso, più ordinario di quello che nel 2003 credette alle bugie del commander in chief George W. Bush. La guerra ha reso gli Stati uniti meno credibili e perfino meno imperiali. Più irrilevanti, come ha scritto molte volte Immanuel Wallerstein.
Il drenaggio di miliardi e miliardi di dollari, seppelliti in Iraq, non è estraneo alla crisi finanziaria degli ultimi mesi che ora minaccia di diventare crisi economica e perfino produttiva. Il keynesismo di guerra su cui Bush aveva puntato per la sua rielezione sembra fallito e in un periodo peraltro piuttosto breve. I pacifisti statunitensi a Washington e nel resto del
paese marcheranno l’anniversario triste con marce, preghiere, azioni dirette, festival di poesia e mille altre forme di espressione del dissenso, di protesta, di contestazione.
L’eco, in Europa, è fievole. Salvo che a Londra, la guerra in Iraq è stata relegata in un cantuccio
dell’attualità, almeno di quella «mainstream». Eppure se negli Usa vincesse McCain l’occupazione non finirà nemmeno tra un anno e anzi l’Iraq potrebbe diventare la «piattaforma» per l’Iran o la Siria, paesi ancora al centro del mirino dei repubblicani. Silvio Berlusconi, pochi giorni fa, ha detto che in caso di vittoria della sua coalizione, i soldati italiani potrebbero
essere ritirati dal Libano [una missione Onu, anche se con molte contraddizioni] e rispediti in Iraq.
Se n’è parlato un giorno, si e no, poi nulla. L’inizio del sesto anno di occupazione precipita anche su questa rimozione bipartisan: sembra che Nassiriya [e Baldoni, e Calipari e tanto altro ancora] non ci siano mai stati.


Enzo Magini
CARTA online

17 marzo 2008

PERCHE' IL VERO "VOTO UTILE" E' A SINISTRA

Più voti Veltroni più vince Berlusconi (simulazioni di voto al senato)
Uno studio a sorpresa: in senato più il risultato è bipartitico più vince Berlusconi

Più voti Veltroni più vince Berlusconi. Dati del 2006 alla mano è uno dei paradossi più clamorosi, per il senato, della legge elettorale «porcata» votata dal centrodestra. Uno studio pubblicato ieri sul Messaggero ha il merito di rovesciare tutti i luoghi comuni costruiti ad arte sul «voto utile». Soprattutto perché con un’operazione di verità ribalta l’analisi dal bipartitismo artificiale Veltroni-Berlusconi prendendo in considerazione tutte le forze principali in campo: Pd, Pdl, Sinistra arcobaleno e Udc. Com’è noto, alla camera con questa legge elettorale basta un solo voto in più rispetto a tutti gli altri partiti per accaparrarsi 340 deputati (il 54%). E visto che a Montecitorio Berlusconi è in testa in tutti i sondaggi, Pd, Sa e Udc si spartiranno i 270 deputati restanti. Chi parla di pareggio dunque deve necessariamente concentrarsi su palazzo Madama, che anche nella prossima legislatura sarà l’ago della bilancia. Sul Messaggero di ieri Claudio Sardo traccia 4 scenari constatando che «il controllo della camera alta non dipende solo dallo scontro diretto Berlusconi e Veltroni» ma soprattutto dal risultato delle altre forze politiche. Per come è fatta la legge elettorale e per la serie storica di dati tra regioni «bianche» e «rosse» una maggioranza chiara (di destra) è infatti quasi impossibile. Salvo in un caso: con i due partitoni che prendono tutto o con una sinistra perdente sotto l’8%. Prendiamo per semplicità la simulazione più «bipartitica» di tutte: prevede un testa a testa Pd-Pdl (39,4% contro il 42, 4%) e una sconfitta pesante sia per Bertinotti che per Casini (entrambi sotto il 6%). Ebbene, potrà sorprendere, ma proprio il risultato più netto è quello che garantisce la maggioranza assoluta del senato a Berlusconi: 164 seggi al Pdl contro i 138 del Pd e 2 ciascuno per Sa e Udc ( in Toscana e Sicilia). Questo perché sia nelle regioni «rosse» che in quelle «bianco-azzurre» proprio le terze forze Sa e Udc hanno l’effetto (riequilibrante) di togliere seggi al partitone perdente. Facendo le somme, in quasi tutte le regioni un successo della Sinistra toglie seggi a Berlusconi. Al Sud, viceversa, un risultato dell’Udc favorisce (di poco) Veltroni. Non a caso, la simulazione massima in cui la Sinistra raggiunge il 9,3% (21 senatori) è anche quella in cui Berlusconi prende meno seggi (154). Dal punto di vista politico si possono trarre due conclusioni. La prima è che chiunque vinca in senato ci saranno comunque tre opposizioni (Sa, Udc e Pd) che non si possono sommare tra loro. Per esempio: sulle missioni estere Udc e Pd potrebbero votare con il Pdl ma la Sa no. La seconda, altrettanto importante, è che parlare di sostanziale pareggio non vuol dire altro che preparare uno scenario in cui Pd e Pdl da soli controllano 311 seggi su 315 a palazzo Madama. Un numero forse insufficiente a dare un governo stabile ma che consente di fare riforme costituzionali senza neanche passare per il referendum confermativo. Una «grande coalizione» per le riforme del tutto inedita nella storia repubblicana. Nel 2006 Prc, Pdci e Verdi hanno avuto più voti al senato che alla camera. Segno che una parte dell’elettorato ha voluto garantire la vittoria a Prodi con un voto «utile» sentendosi invece più libero a palazzo Madama. Stavolta si vuole far credere l’esatto contrario. Ma se così avvenisse l’unico effetto concreto sarebbe di consegnare il paese a Berlusconi. Se il 30% di elettori è ancora indeciso è ora che la Sinistra arcobaleno provi a spiegare, anche con i numeri, che l’unico voto utile contro Berlusconi è il suo.

Vedi: grafico della simulazione

Matteo Bartocci
il Manifesto, 11 marzo 2008

16 marzo 2008

ULTIMI INSERIMENTI

NESSUNA DIFFERENZA DA BERLUSCONI

Welfare addio. Il programma del Pd

Sandro Morelli direttore di «Quale Stato», Funzione pubblica Cgil
Corrado Oddi coordinatore Dipartimento Welfare, Funzione pubblica Cgil «Quale Stato»


Abbiamo letto con attenzione il programma di governo del Partito democratico. Vorremmo concentrare il nostro ragionamento su alcune questioni relative al profilo e al ruolo dell'intervento pubblico e all'idea di ridisegno del sistema di welfare che ne deriva. In primo luogo, si legge, un «fattore di modernizzazione dei servizi pubblici è costituito dall'aumento del grado di concorrenza nella loro erogazione. È indispensabile che i cittadini/clienti (sic!), siano essi famiglie o imprese, possano godere dei vantaggi di un mercato nel quale più operatori competono tra loro sul prezzo e la qualità del servizio...». Ritroviamo qui l'impostazione aprioristica e ideologica contro il cosiddetto «socialismo municipale», che la ministra Lanzillotta ha voluto recentemente ribadire, con l'intenzione di consegnare esclusivamente e a prescindere dai risultati effettivi a soggetti privati o misti (pubblico-privato) l'erogazione dei servizi pubblici e la gestione delle reti. L'obbiettivo indiscriminato è quello di arrivare alla «riduzione del 50% delle società e degli Enti partecipati dallo Stato centrale e dal sistema delle Autonomie locali».
Si propone, poi, di «...promuovere, sul mercato, un settore di servizi avanzati alle famiglie», rendendo esplicito il proposito di dotare le famiglie di 'buoni-servizio' per l'acquisto, da parte dei cittadini non autosufficienti e diversamente abili, di servizi di assistenza domiciliare integrata offerti o dai Comuni o da erogatori accreditati. Ci si rifà a un modello che, invece di basarsi sull'estensione di nuovi e qualificati servizi pubblici, si fonda sui trasferimenti monetari alle famiglie, le quali dovranno rivolgersi al mercato per ottenere le prestazioni necessarie, sostituendo all'universalismo dei servizi la selettività dell'offerta sulla base della loro profittabilità e ripristinando la selezione nell'accesso sulla base delle condizioni di reddito.
Infine, in perfetto accordo con questa limitazione e mercatizzazione dei servizi pubblici c'è la proposta di ridurre in modo generalizzato tutte le aliquote Irpef di un punto all'anno per tre anni. Ora, è evidente che una riduzione così consistente ed indiscriminata della tassazione non può essere finanziata solo dal taglio degli sprechi della spesa pubblica e dalla lotta all'evasione fiscale.
Dall'insieme di queste proposte emerge chiaramente un'impostazione complessiva che implica la riduzione drastica del perimetro dell'intervento pubblico e del welfare universalistico al cosiddetto «welfare compassionevole». La filosofia del programma del Pd su questi punti, dunque, non solo si colloca in contrasto frontale con le esperienze più avanzate di intervento pubblico e con i modelli di welfare produttivo e redistributivo praticate, per esempio, nei paesi scandinavi, ma fuoriesce persino dallo sbandierato modello sociale europeo, storicamente incardinato sull'idea di uno sviluppo di qualità correlato a un robusto sistema di welfare. L'ha definitivamente spuntata l'ispirazione mercatista del «pensiero unico», incarnato da tempo in quel modello statunitense nel quale l'intervento pubblico diviene residuale e risarcitorio nei confronti delle fasce deboli della società, mentre il mercato assume il ruolo assoluto di motore e principio regolatore dello sviluppo. Lungo questa strada si approfondirà il livello di disuguaglianza economica e sociale nel nostro paese e si assicureranno posizioni di rendita al capitalismo nostrano che è incapace di cimentarsi qualitativamente nella competizione globale ed europea e si finanziarizza e, nello stesso tempo, ricerca in comode nicchie protette la più alta e sicura redditività, in spregio dei diritti dei cittadini e delle strategie pubbliche di riduzione e qualificazione dei consumi che la crisi energetica, idrica ed ecologica ormai impone.
In conclusione, su questi aspetti fondamentali, il programma del Pd mostra una sua coerenza interna difficilmente emendabile e condizionabile. La prospettiva lì delineata non può che essere contrastata alla radice, opponendo ad essa un altro punto di vista, una piattaforma avanzata e moderna, ragionevolmente alternativa e capace di rilanciare la mobilitazione dei tanti soggetti ? dal mondo del lavoro alle associazioni di cittadini; dai movimenti sociali alle comunità locali e alle loro rappresentanze istituzionali ? che in questi anni sono stati protagonisti della battaglia per la difesa dei beni comuni e l'affermazione di un nuovo spazio pubblico e non intendono rinunciare alla speranza di 'un altro mondo possibile'.

15 marzo 2008

ALTRI CHE VOGLIONO COLPIRE AL CUORE DELLO STATO

L'Italia del marchese Del Grillo

Ieri, sul Corriere della Sera , c'era un articolo di Piero Ostellino titolato in modo tale che si era tentati di leggerlo. "L'invadenza delle leggi". Che Ostellino si senta invaso dalle leggi, lo sapevamo. Basta ricordare la sua tenace battaglia, la scorsa estate, contro l'autovelox, colpevole di limitare l'inebriante libertà del cittadino di correre a suo piacimento sulle più belle strade d'Europa. Le nostre.
Ieri Ostellino è tornato a sollevare la questione in tutta la sua urgenza: lo Stato non può imporre un' etica al cittadino, le leggi non possono modellare l'individuo. Perché? Perché si accresce il potere della politica e non si può più correre sull'autostrada. Ma soprattutto perché è così che gli Stati totalitari si insinuano nelle democrazie, pretendendo di entrare nel merito di ogni infrazione. Tutto questo discorso per dire ai due maggiori partiti in corsa elettorale, che la modernizzazione del paese passa attraverso la semplificazione della legislazione: meno leggi, più libertà. Nei fatti, un bucolico e magico ritorno all'economia semplice, del mercato regolato dalla ricchezza.
Questa è antipolitica allo stato puro. Si colpisce lo Stato al cuore, nella sua zona più delicata, quella che andrebbe protetta più di ogni altra, la zona della "vera" legalità, quelle leggi appunto, che non vogliono modellare l'individuo, ma che, al contrario, devono permettere a tutti i cittadini di crescere, di sentirsi parte di una comunità.
Il ragionamento nasconde un fastidio per lo Stato che ricorda i peggiori "mostri" di Sordi, la straffottenza del marchese Del Grillo: «io so io e voi nun siete un cazzo...» La giustizia sociale non fa parte dei compiti dello Stato.
Eppure su una cosa ha ragione Ostellino, quando dice che le parole d'ordine di Pd e Pdl si assomigliano perché sono frutto dei sondaggi. Come ricorda il direttore de "El Pais", Javier Moreno, su Repubblica di ieri, parlando dei leader anti Zapatero, si tratta anche in questo caso di leader "con doxa ma senza episteme", ossia con opinione ma senza conoscenza. Il nodo sta proprio qui, nei sondaggi che "anticipano" direzioni politiche spesso condizionate da un antipartitismo passivo ma eloquente. Dietro alla richiesta continua di verifiche tra i cittadini, c'è la scarsa conoscenza di chi non sa andare oltre l'orizzonte finito della politica da cortile, contando sulla mossa sbagliata dell'avversario, pronto alla risposta più furba, alla retorica migliore da usare sul momento.
C'è bisogno di più Stato, invece, altroché, e di più giustizia sociale che solo un'altissima idea di politica può dare. Tutti questi discorsi permettono alla Sinistra di essere più efficace, di giocare sul campo abbandonato della ridefinizione sociale, contando su una conoscenza che non danno i sondaggi, ma la realtà in cui si vive.

Antonella Marrone
15/03/2008

13 marzo 2008

PD&PDL: LA SVOLTA AUTORITARIA DELLA DEMOCRAZIA?

Voto utile, ma per chi?

Meno voti avrà la Sinistra, meno senatori prenderà (degli otto rimasti ) e più senatori avrà il PDL. Quindi i voti che i simpatizzanti e i compagni della Sinistra daranno al Partito Democratico non solo non gli porteranno alcun vantaggio - avendo già raggiunto il massimo della quota - ma porteranno più senatori al PDL. Sarà un voto utile, ma per i berlusconiti
L'appello al "voto utile", con il quale i due partiti maggiori invitano gli elettori a concentrare i voti su di loro, in certe regioni, nelle votazioni per il Senato, è sicuramente autolesionistico per il PD.
Prendiamo un esempio facile: la Toscana, regione che ha diritto a diciotto senatori. Se i risultati saranno congrui con quelli delle elezioni precedenti, il PD, anche senza Rifondazione (che corre da sola ma prima era nell'Unione, insieme ai DS e alla Margherita), sarà il primo partito. Secondo la legge elettorale in corso avrà diritto a un premio di maggioranza che gli farà raggiungere la quota del 55%, pari a dieci senatori. Gli otto che rimangono verranno divisi tra gli altri partiti purché abbiano superato lo sbarramento dell'otto per cento. Dunque dovrebbero essere divisi tra la PDL e Sinistra Arcobaleno in proporzione alle rispettive percentuali.
Meno voti avrà la Sinistra, meno senatori prenderà (degli otto rimasti ) e più senatori avrà il PDL. Quindi i voti che i simpatizzanti e i compagni della Sinistra daranno al Partito Democratico non solo non gli porteranno alcun vantaggio - avendo già raggiunto il massimo della quota - ma porteranno più senatori al PDL. Sarà un voto utile, ma per i berlusconiti.
La situazione è ancora più pericolosa nelle regioni dove il PD dovrebbe risultare ugualmente il primo partito, sia pure con maggior fatica, ma la Sinistra, perdendo troppi dei suoi voti dirottati sul PD dalla seduzione del "voto valido", potrebbe non superare lo sbarramento dell'8 per cento. Tale sbarramento sarebbe sicuramente superato dal secondo partito, il PDL al quale andrebbero tutti i senatori rimasti.
In queste regioni - ognuno si faccia qualche conto per individuarle - il "voto utile", non solo sarebbe un danno per la Sinistra Arcobaleno, ma un regalo a Berlusconi e dunque anche un danno per il PD, che avrebbe dovuto trarne vantaggio.
In qualche regione dove la vittoria del PD è sicura, ma il superamento della soglia di sbarramento da parte della Sinistra è incerto, forse sarebbe più utile per i veltroniti che loro stessi, con un po' di voti, aiutassero la Sinistra a superare l'8 per cento in modo da farle sottrarre senatori alla parte avversa.
Per gli "addetti ai lavori", le considerazioni fatte sono sicuramente banali. Ma allora perché si seguita a esaltare l'utilità del voto che passa dalla Sinistra al PD quando, non solo non serve a quest'ultimo, ma fa il gioco della controparte? Forse perché si spera di cancellare la sinistra una volta per tutte, contenitore e contenuti?
Niente nemici a sinistra, dicevano i partiti comunisti (e prima ancora i socialisti). Il modo migliore per non doversi preoccupare dei nemici a sinistra è quello di far scomparire la sinistra, nel nostro caso la Sinistra Arcobaleno. Il PD non avrebbe più una sinistra dentro, ma neppure come concorrente esterna.
D'altronde, con la nascita del PDL è stata fatta un'operazione in parte analoga. Il partito di Berlusconi ha inglobato la destra di Fini, eliminandolo come possibile concorrente elettorale. Per il capo di Forza Italia è stato molto più semplice di quanto sarebbe per i veltroniani liberarsi della Sinistra. Berlusconi, infatti, dispone di mezzi e strumenti reali con cui addomesticare i i concorrenti e farsi amare da loro. Veltroni non li ha e se vuol raggiungere questo risultato deve ricorrere all'astuzia.


Renzo Butazzi

QUESTIONE DI DEMOCRAZIA


11 marzo 2008

QUESTIONE DI DEMOCRAZIA

Rai di due o di tutti?
Il servizio pubblico è di tutti e tale deve rimanere per garantire il diritto fondamentale dei giornalisti ad informare e dei cittadini ad essere informati correttamente. Per una Rai davvero pluralista, perché in campagna elettorale ogni forza politica che partecipa deve essere messa in condizione di parità a tutela del diritto di scelta da parte degli elettori. Il diritto di conoscere per deliberare che dovrebbe essere garantito da tutti i mezzi di comunicazione, acquista maggior valore e significato perché la Rai è servizio pubblico, la più grande azienda della comunicazione, dello spettacolo della cultura. Per liberare le tante professionalità di cui l’azienda dispone che non possono rimanere prigioniere di un duopolio politico rappresentato dalle coalizioni che fanno capo al Partito democratico e al Partito del popolo delle libertà “
La Sinistra –L’Arcobaleno”promuove una manifestazione dei cittadini davanti alla sede centrale Rai di Viale Mazzini che si svolgerà giovedì 13 marzo a partire dalla ore 13. Nel corso dell’iniziativa prenderà la parola Fausto Bertinotti, candidato premier della “ Sinistra Arcobaleno”. Saranno presenti personalità del mondo dell’informazione, dello spettacolo e della cultura. Nella stessa giornata sono previsti presidi presso le sedi regionali della Rai.

ELEZIONI, IL PERICOLO DOPO IL 14 APRILE


LA VERA POSTA IN GIOCO
di Rossana Rossanda
In queste elezioni la vera posta in gioco è la cancellazione della sinistra e di ogni speranza di cambiare m anche di poco lo stato di cose esistente. L'articolo di Rossana Rossanda, pubblicato sul Manifesto, di cui riportiamo un estratto, illustra questo concetto con grande lucidità.

Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile.
Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello Usa a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata.
Agitando un'avvenente flexsecurity che, oltre a mandare all'aria qualsiasi professionalità (perché, quando sei licenziato devi accettare qualsiasi secondo mestiere ti si offra), è una frottola se non dove, come in Danimarca, è altissima la spesa sociale e per quattro anni, aiutato dal sindacato, puoi cercare un altro impiego senza perdere il salario.
Da noi vige il comandamento: ridurre la spesa pubblica, già inferiore alla media europea dell'Ocse. Il trend è ridurre il «bene pubblico» e l'«intervento pubblico» in genere. Già nel prodiano «sussidiarietà » stava il germe del teorema: il pubblico interviene «soltanto dove il privato non arriva». Negli Stati uniti non rispondono a questa regola anche istruzione e sanità? E per la pensione non ci sono le assicurazioni private?
Il sindaco d'Italia aggiunge con uno smagliante sorriso che solo se «aumenta la ricchezza» ci sarà meno disuguaglianza. La torta piccola si divide fra pochi. E precisa che se non ci fossero stati i comunisti (lui nel profondo del cuore non lo è mai stato) o i veti sindacali o le leggi tipo Giugni ecc., saremmo un paese prospero e felice. Lo ridiventeremo votando lui o Berlusconi, che ha ripescato quando era al suo punto più basso, considerandolo il solo in grado di rappresentare l'«altro» grande leader. E quello si è attaccato alla pertica che gli veniva tesa e s'è fuso con Fini. Poi se la vedranno ciascuno con i propri cespugli - come li ha prontamente definiti la stampa - il primo con il centro, Casini e compagni, il secondo con quel che resta della sinistra.
A sinistra non sarà facile. Ma a questo fine il Nostro ha preferito sacrificare il premio che in caso di vittoria l'attuale legge gli darebbe se corresse coalizzato. Forse, sapendo che la recessione è in arrivo, non gli dispiacerebbe che grandinasse sulla testa di Berlusconi piuttosto che sulla sua.
E' a questa strategia che gli italiani democratici e già benevolmente progressisti vogliono dare una mano? Facciano. Ma non raccontiamoci storie, voteranno per un capitalismo che resterà straccione, con una manodopera vieppiù senza difesa e con garanzie zero contro la nota propensione agli imbrogli. Evitiamo la figura ridicola dei francesi che, dopo aver intronizzato Nicolas Sarkozy, scoprono che è un padrone duro, cosa che non aveva mai nascosto, oltre che un nevrotico narcisista.
Lo hanno fatto precipitare nei sondaggi dal 66% di settembre al 42% di oggi. Ma se lo dovranno tenere per cinque anni a meno di andare sulle barricate

9 marzo 2008

PARTECIPAZIONE PER NON DIMENTICARE

Raccolta fondi per i familiari delle vittime del lavoro di Molfetta
CGIL CISL UIL Puglia hanno deciso di attivare un conto corrente specifico per raccogliere la sottoscrizione del mondo del lavoro destinato al sostegno dei familiari delle vittime del lavoro a Molfetta. Chi volesse aderire può farlo al seguente conto corrente bancario "CGIL CISL UIL PUGLIA FONDO PER I FAMILIARI DEI MORTI SUL LAVORO" Conto Corrente Bancario n. CC2370001794 Presso UNIPOL Banca Filiale n.237 Bari Via Melo da Bari 103 Codice ABI 03127 Codice CAB 04000 CIN U

LETTERA APERTA A LUXURIA

Voglia di astensione. Una lettera a Luxuria, la risposta della candidata alla Camera
«Cara Vladimir, sono precaria, sfrattata e stanca. Dammi una ragione per votare questa sinistra»

Cara Vladimir,
sono Martina, ho 29 anni e vivo a Roma.
Sono precaria da 10 anni: il mio primo contratto era una collaborazione occasionale, e il mio ultimo contratto non c'è proprio, nero come la pece. Vivo con il mio fidanzato (e il mio cane) in un appartamento di 25 metri quadrati, e pago un affitto di 500 euro al mese. Ma la situazione sta per cambiare: uno sfratto inatteso mi porta a cambiare casa. Ho trovato un appartamento grande almeno il doppio di questo, per la modica cifra di 900 euro al mese. Da due anni cerco di avere un figlio, ma la natura non mi assiste, né tanto meno la sanità pubblica.
Inutile dire che di votare non ho proprio voglia. A questo punto fate come vi pare. La mia vita non segue i percorsi della politica istituzionale. Chiunque sia lassù, non incide mai nel mio quotidiano. La politica e l'economia sono una rete con le maglie troppo larghe, qua sotto non si sentono cambiamenti. Dimmi tu, Vladimir del mio cuore, a che serve spendere un voto.
A te, comunque, voglio bene.
Ciao,

Martina Ferri

Cara Martina,
è sempre difficilissimo trovare le parole davanti a chi, come te, ci ricorda quanto e come la politica, in questi anni, sia stata lontana dai bisogni, dai sogni, dalle aspirazioni delle persone. Eppure ti chiedo di avere fiducia. Parto dalle cose più semplici. E ti dico che stavolta non c'è una coalizione complicata, variegatissima, dove ogni volta bisogna trovare una sintesi. Come è avvenuto con l'Unione. Stavolta, dentro la sinistra, ci sono posizioni chiare, nette. Su temi, altamente morali, come la lotta al precariato, i diritti civili, la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, la pace, la difesa dell'ambiente. Posizione nette contro la politica "sintetica" di chi, magari, in lista mette candidature contrapposte, dalla Confindustria all'operaio, che diventa solo uno specchietto per le allodole; o dai radicali alla Binetti, che s'è rifiutata addirittura di votare le norme contro l'omofobia. Ci sono proposte chiare a sinistra per l'abrogazione della legge 30, quella che prevede la possibilità di non rinnovare il contratto di lavoro, se la lavoratrice resta incinta. Proposte nette anche sulla casa, dove pensiamo all'impossibilità di eseguire uno sfratto se non c'è un'alternativa di un'altra abitazione. Potrei continuare ma so che non è solo per questa via che posso convincerti. E allora ti aggiungo una cosa, quella che mi preme di più: per me la politica riesce a passare quelle "maglie" di cui parli, solo se si occupa della condizione concreta delle persone. E ti assicuro, per me questo non è uno slogan: penso alla compagna di Fabrizio Cannonero, l'operaio morto a Genova nell'ennesimo omicidio «bianco», che avrà un risarcimento minore. Era la sua compagna da una vita, ma non era sua moglie. Non erano sposati legalmente. E allora dare un po' più forza alla Sinistra significa avvicinare di più la legge sulle unioni civili. Oppure, ti faccio un altro esempio, dare un voto in più alla Sinistra Arcobaleno significa avvicinare l'obiettivo di allestire mille nuovi treni per i pendolari, che ogni giorno sono trattati come bestie. La politica si avvicina alle persone anche così. Ma soprattutto: si avvicina non solo chiedendo un voto. Per questo ti chiedo, cara Martina, non solo di mettere la croce sulle liste dell'Arcobaleno ma di esserci anche dopo il 14 aprile. Esserci, impegnarti a costruire ogni giorno, un paese un po' più libero, più rispettoso, più democratico. Mi piacerebbe che la sinistra avesse non solo il tuo voto ma la tua intelligenza, la tua ironia, la tua rabbia.
Ti abbraccio, grazie delle bellissime parole che hai avuto per me e una carezza al cane.
Vladimir Luxuria

09/03/2008
da Liberazione
foto Vladimir Luxuria REUTERS/ Alessandro Bianchi

8 marzo 2008

LETTERA APERTA A BERTINOTTI

CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE. CORDIALMENTE. MARCO BAZZONI.

Non siamo degli ispettori, non siamo dei lavoratori responsabili della sicurezza, siamo solo dei semplici Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

Caro Presidente Bertinotti, Lei Giovedì 6 marzo ha partecipato come ospite alla trasmissione Annozero Di Michele Santoro. Pur condividendo diversi punti della sue dichiarazioni, di cui riporto una parte:" Ci sono stati momenti nella storia del movimento operaio italiano, in cui si è realizzato una politica di prevenzione, straordinaria, attraverso la collaborazione di medici come Maccacaro, come Oddone, ed esperienze dei lavoratori che costruivano dei modelli di controllo. L'abbattimento degli strumenti di controllo, non solo degli ispettori, ma ancora di più, e lei lo può testimoniare (riferendosi ad Antonio Boccuzzi), dei lavoratori responsabili della sicurezza.Fin tanto che non si attribuisce ai lavoratori il controllo diretto. Gli ispettori si possono moltiplicare?Si devono moltiplicare. Ma c'è un ispettore che è più importante di tutti gli altri, è il lavoratore, che sta li, che verifica questa condizione.Deve essere messo nella condizione, di proporre delle cose per modificare l'organizzazione del lavoro, di introdurre degli elementi di sicurezza, di denunciare i rischi che si producono, e questa è una questione, e l'altra, me la lasci dire è di società.Fin tanto che c'è qualcosa che vale di più del lavoro umano, il lavoro umano è esposto al rischio"sono costretto a criticarla su alcuni punti. Caro Presidente, noi Rls non siamo lavoratori responsabili della sicurezza, ma solo dei semplici rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Eppure mi sembrava di essere stato chiarissimo, quando in una lettera pubblicata su Liberazione del 10 gennaio 2008, avevo criticato il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che ci chiamava erroneamente (e più di una volta) nello stesso modo in cui ci chiama Lei (responsabili dei lavoratori per la sicurezza). Il Ministro aveva risposto scusandosi, e promettendomi che non avrebbe più commesso questo errore. Davvero non mi sarei aspettato che pure Lei avrebbe commesso lo stesso errore. Ecco perchè mi vedo costretto a ricordarLe che cosa è il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, che non è un ispettore come vorrebbe Lei (non abbiamo potere decisionale):
Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è colui che appunto rappresenta i lavoratori in tutte le questioni attinenti alla sicurezza: la sua attività consiste nell'individuare, anche attraverso le segnalazioni dei lavoratori, i problemi dell'azienda e nel comunicarli al datore di lavoro. Puó quindi solo riportare le informazioni raccolte ai vertici dell'azienda: sono questi ultimi a dover intervenire per la soluzione delle varie situazioni.
Il rappresentante per la sicurezza non ha alcun potere decisionale di intervento e non puó obbligare i datori di lavoro ad agire: se questi ultimi non provvedono dopo diverse segnalazioni, puó soltanto riferire agli organi di vigilanza competenti.
È importante sottolineare questo punto, perché spesso si fa confusione: noi non siamo "responsabili" ma rappresentanti della sicurezza.
La colpa per il verificarsi di eventuali situazioni di rischio e pericolo non è nostra ma dei datori di lavoro. Con la speranza di essere stato chiaro questa volta, resto in attesa di una Sua risposta.
Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.