28 febbraio 2008

Domenica 2 Marzo alle ore 10 presso
il Teatro Ambra Jovinelli
via G. Pepe 43/47 Roma


Presentazione del Programma
LA SINISTRA/L’ARCOBALENO con Fausto Bertinotti
Siete tutti invitati a partecipare

TUTTI SERVI DEL DUOPOLIO?

Bertinotti: «La Cgil sia autonoma dal Pd»
Il candidato della Sinistra arcobaleno critica il sindacato: «Non si faccia reclutare da Veltroni. Cancellare l'articolo 18 è aberrante e disastroso»


Altro che in salita. Giornali e Tg seguono Walter Veltroni con una passione degna di Emilio Fede. E bucare lo schermo non è facile per una sinistra in difficoltà abbarbicata sugli strapuntini. «Il nostro profilo è definito ma fatica ad affermarsi perché è soverchiato da un duopolio opprimente, artificiale, che strozza la domanda di cambiamento dei cittadini», attacca Fausto Bertinotti all'università del Sannio. Eppure, «la Sinistra arcobaleno è la vera novità di questa campagna elettorale perché per la prima volta le forze di sinistra si sono messe insieme non per fare un cartello ma per costruire una forza politica del futuro».
Messaggi che cadono nel vuoto mediatico. E se a mettersi di traverso c'è anche il sindacato, il gioco si fa davvero duro. Bertinotti da vecchio sindacalista non nasconde come la pensa sul flirt tra Pd e i vertici della Cgil: «Il sindacato non deve essere reclutato nel partito democratico. La Cgil ha una grande storia di conquista dell'autonomia, ma appunto di conquista. Il giustamente celebrato Di Vittorio diceva autonomia dai padroni, dal governo e dai partiti». Una critica a cui Guglielmo Epifani risponde immediatamente: «Due cose sono fuori discussione - replica il segretario generale in una nota al pepe - l'autonomia della Cgil e la libera scelta di ogni dirigente di esprimersi politicamente come ritiene».
Da Bertinotti (finalmente) qualche bordata anche su Veltroni a proposito di lotta di classe «Berlusconi sta su una parte sbagliata, ma sta sul conflitto di classe. Veltroni invece è cieco, non vede la differenza essenziale tra gli interessi materiali degli esecutori e di chi comanda». Critico infine anche sulle tesi di Ichino: «In passato anche Trentin e la Cgil, non certo degli estremisti, lo criticavano. Cancellare l'articolo 18 e introdurre il licenziamento libero senza giusta causa è un'aberrazione giuslavoristica disastrosa per la società», dice il candidato della Sinistra.
Ciò non toglie che i «ritardi» rossoverdi ci sono e sono pesanti. Stamattina un vertice dei segretari proprio nello studio del presidente della camera darà il nulla osta al programma.
Mentre giovedì mattina alle 11 sarà la «città del Gusto», un'altra location anomala, ad accogliere la presentazione pubblica della campagna di comunicazione della Sinistra arcobaleno curata dai creativi di Art Attack. Come spiega Carlo Borriello, il direttore dell'agenzia, si giocherà molto in contropiede: «Se Veltroni corre da solo la Sinistra arcobaleno ha il grande vantaggio di correre libera, di dire da che parte sta». Per questo si rovesceranno gli slogan veltroniani. Se il Pd chiede di non scegliere «un partito ma un paese» la Sinistra varerà la sua «campagna di parte». E al we can obamiano si alternerà il «Si può fare di più» bertinottiano. Il catalogo è quasi ovvio: lavoro e precarietà, diritti civili, ambiente, saperi. Un'attenzione particolare al femminismo, visto che il corpo delle donne è diventato il puro terreno della competizione maschile.
«Pd e Pdl presentano ricette simili perché usano gli stessi esperti e partono dalle stesse premesse economiche e analisi sociali», spiega Borriello. Ma i fatti aiutano a capire meglio: «Per esempio, il 70 % delle famiglie italiane è in sofferenza. Non la vogliono chiamare lotta di classe? Benissimo - dice Borriello - ma la Sinistra sta con queste famiglie». I 40 giorni di Bertinotti candidato premier si giocheranno gioco forza nei comizi e sul territorio ma le sorprese, forse, arriveranno soprattutto da Internet. «Il Web è usato da 30 milioni di italiani, in genere persone che lavorano, ben inserite nel tessuto produttivo - spiega Borriello - per noi Internet è un mezzo di comunicazione di sinistra. E come dimostra l'esperienza Grillo è uno strumento di socializzazione ma anche di azione e mobilitazione diffusa». E' quello che in America chiamano grassroot, l'erba che cresce, la base.
Domenica (in un luogo capiente, forse al teatro Quirino a Roma), presentazione in grande stile del programma arcobaleno. Nella speranza che stavolta nessuno resti fuori dalla porta, una certezza c'è: a fare gli onori di casa sarà Ascanio Celestini.

Matteo Bartocci
Il Manifesto 26 febbraio 2008

26 febbraio 2008

CRONACHE VERE

Bertinotti: campagna elettorale gentile?
Loro però puntano ad annientarci...
Il leader della sinistra polemizza con
Pd e Pdl, parla di precariato e indicizzazione dei salari.

Cielo grigio su... Sembra davvero il clima evocato dalla lontana canzone dei Dik Dik. Il clima che incombeva fisicamente domenica su Reggio Emilia, dove Fausto Bertinotti ha svolto la sua prima, affollata iniziativa fuori dalle mura di Roma come candidato premier della Sinistra Arcobaleno. E il clima, mediatico prima ancora che politico, che incombe su questa campagna elettorale: che Bertinotti ieri ha denunciato in televisione, ospite di Ritanna Armeni e di Lanfranco Pace ad "Otto e 1/2" su La7 .
Grigio cielo della teoria, diceva anche Rosa Luxemburg: ma qui non si tratta di teoria, sono i mutismi dei "due pilastri" Pd e Pdl. Silenzi speculari. Che si esercitano sul panorama della crisi di società, vissuta ogni giorno in Italia. Si sognava California negli anni 60 per fuggire dal conformismo conservatore. Adesso invece è il rinnovato conformarsi dei due grandi blocchi politici ad un pensiero unico, che invoca il "sogno americano". Peccato che sia nel caso del George W. Bush «caro amico» di Berlusconi sia in quello della versione "adattata" di Barack Obama interpretata da Veltroni, si tratti di un'America irreale. Se là c'è la novità dei temi sociali che battono sulle primarie presidenziali, qui il conflitto sociale viene rimosso.

I colori però ci sono, sotto questa cappa plumbea. Sono a colori i volti delle lavoratrici e dei lavoratori, immigrati e nativi, menomati quando non uccisi - come accade tanto spesso - dal lavoro in nero e dalla violazione dei diritti; dallo sfruttamento che si manifesta in pressioni insopportabili su ritmi e sulla qualità stessa del lavoro. Sono a colori quei volti, cui Daniele Segre restituisce voce in "Morire di lavoro". Che è il film col quale Bertinotti, a Reggio Emilia, in una sala d'un centro congressi piena di gente che sognava California quarant'anni fa e di tanta altra che allora era lontana dal nascere, ha inaugurato la sua campagna in giro per l'Italia. Un modo già questo controcorrente. Non la pubblicità, ma il cinema. Non gli spot suggestivi proiettati sui fondali digitali dei comizi da piazza mediatica: ma ragionamenti ad alta voce, discorsi politici, che poi fanno largo alla parola diretta dei soggetti che si vuole rappresentare. Alla verità delle loro esistenze, raccolta dal cinema mentre è taciuta dalle classi dirigenti.
Diventa grigio anche il lavoro, quando si tenta di blandirlo senza nominarne la liberazione necessaria. E' un sindacalista come Tiziano Rinaldini - con il fratello Gianni segretario generale della Fiom confuso nel pubblico in un discrezione sciolta solo alla fine nell'abbraccio con Bertinotti - ad avvertire in premessa che il lavoro, sì, «è tornato di moda»: con candidature sullo sfondo di tragedie omicide quale quella della Thyssen Krupp, con «promesse» e con «tanta comprensione» enunciata a piene mani. Ma il punto è «prendersi la responsabilità di affrontare oppure no la realtà del conflitto sociale». Qual è la risposta del Partito democratico si sa bene.

A Reggio Emilia, domenica, Bertinotti registra che appena gli è giunta una critica, Veltroni ha reso «meno gentile» la campagna elettorale, verso sinistra. Il leader del Pd ha contrapposto il 2008 al 1953. Per usare poi la definizione di «marziano». Epiteto rivolto a chi - all'unisono con Berlusconi - si vuole escludere da quella democraticissima formula: «voto utile».
Alle provocazioni Bertinotti risponde con due registri. Con quello apparentemente leggero della satira di Altan: alla platea reggiana il candidato premier della Sinistra Arcobaleno ricorda quella vignetta degli anni 80, nella quale un compagno diceva a Cipputi «vedi, la lotta di classe non c'è più»; e lui rispondeva «spiegalo al padrone». Poi, c'è il registro immediatamente serio: che tramite la memoria richiama alla coscienza, all'onestà intellettuale. Così «se nel '53 era Marcinelle, oggi è la Thyssen Krupp». Dal ricordo dell'ecatombe mineraria di Marcinelle, anzi dal ricordo d'uno dei superstiti incontrato decenni dopo, Bertinotti trae una frase che vorrebbe si traslasse in «parola d'ordine martellante» nella campagna elettorale: «Vuoi sapere perché sono morti? Sono morti perché il carbone allora valeva più della vita umana». Ed è lo spunto per sviscerare l'oggi: quando quell'insegnamento vale per il prevalere d'ogni merce sul valore della vita. E tanto più dal momento che «il capitalismo mette ormai all'opera non solo le mani, ma anche i corpi e le menti e con una metafora riassuntiva l'anima delle persone».
Allora, affonda Bertinotti sull'attualità elettorale, a contare nelle proposte d'una politica in crisi è la verità del rispettivo approccio ai «rapporti sociali». A quelli che «una volta» si definivano «rapporti di potere tra le classi». Ed è «per stabilizzare questi», avverte, che «bisogna che la sinistra non esista come tale nel panorama politico». Ciò che si propone con una «competizione elettorale ridotta a due in maniera coatta». Ed è di converso perciò che «fare vincere, far affermare un soggetto politico rinnovato della sinistra qual è la Sinistra Arcobaleno è davvero una sfida decisiva per il futuro del Paese».

Vale, questo appello a riappropriarsi d'un «canale nelle istituzioni», per il lavoro dipendente "formale" come e tanto più vale per «il precariato». Ma vale per il lavoro tout court come in generale per «le istanze, i conflitti e le lotte che sono presenti nella società civile». Perché sinistra è continuità di «una scelta di parte», come recita il primo slogan scelto dall'Arcobaleno. Ma questa parte è plurale, multiforme, differente all'interno dello stesso impulso alla «liberazione». Che è «liberazione del e dal lavoro salariato». E', al pari, «liberazione della natura e del pianeta dalla logica cieca dello sviluppo capitalistico». E, ancora e infine, è «liberazione della persona, delle persone»: dall'«alienazione» di questo «dominio della merce» così come della «risposta speculare e altrettanto alienatrice», quella del «fondamentalismo» religioso. Lo stesso che minaccia la «laicità dello Stato» come «garanzia della libertà di scelta».
Appunto: l' imprinting alla campagna elettorale bertinottiana, dato da Reggio Emilia domenica, è nel "tenere insieme" questa pluralità di spinte liberatrici, più ancora che di sigle partitiche. L'unità è una novità necessaria per quelle, anzitutto. E tanto più che, come Bertinotti torna a battere ad "Otto e 1/2" e prima ancora allo Speciale Tg1 , la pressione per «il voto utile» è «il grande imbroglio». Cui il Pd concorre. Più centro che sinistra, il partito di centrosinistra fa l'autodafé della sinistra.
Per non rispondere, magari, a semplici verità come quella ripetuta da Bertinotti ieri sera: che se oggi ci fosse - «pur senza chiamiarlo scala mobile» - un «meccanismo di adeguamento dei salari all'inflazione reale», realizzato annualmente e stabilito di volta in volta (per smentire l'alibi del rischio d'inflazione che verrebbe da una "attesa" alimentata di continuo), adesso «anche i prezzi sarebbero più controllati».
All'inverso si finisce per minacciare l'autonomia del sindacato. Quella che Di Vittorio indicava: «Dai padroni, dal governo e dai partiti». Mentre ora la «conquista dell'autonomia» ridiventa, con «un Pd che mostra una propensione avvolgente», un «problema». In primo luogo della Cgil, che nel Pd «rischia l'arruolamento».
Con la realtà del capitalismo, anche la «coalizione autonoma delle lavoratrici e dei lavoratori» deve scomparire nel grigio del «duopolio». Anche per questo ci vogliono i colori dell'Arcobaleno. A tinte forti, magari.

di Anubi D'Avossa Lussurgiu
Liberazione 26/02/2008

25 febbraio 2008

ALLA FINE PAGHERANNO I LORO DELITTI?

Thyssenkrupp:
omicidio volontario per l’amministratore delegato
Per la prima volta il reato contestato ad un manager d’azienda. Sei gli indagati. In soli 3 mesi la Procura di Torino chiude l’indagine sul rogo di dicembre costato la vita a 7 operai. Giorgio Airaudo: “è un precedente importante”

I dirigenti delle acciaierie ThyssenKrupp sapevano che gli operai del proprio stabilimento rischiavano la vita ogni volta che entravano a lavorare, eppure hanno colpevolmente evitato di adottare le necessarie misure di sicurezza antincendio. Uno di essi, addirittura, Harald Espenhahn, l'amministratore delegato del gruppo italiano, avrebbe mandato i lavoratori incontro alla morte con la piena consapevolezza che, nei reparti sguarniti della fabbrica, un incendio sarebbe potuto scoppiare da un momento all'altro.
Sono queste le conclusioni dell'inchiesta sul tragico rogo della Thyssen, che la notte del 6 dicembre scorso provocò la morte di sette operai, bruciati vivi dalle fiamme divampate all'improvviso da un laminatoio e spirati uno a uno, dopo lunghe e terribili agonie, nei giorni successivi alla sciagura.
Il pool di magistrati coordinato dal procuratore Raffaele Guariniello ha chiuso in meno di tre mesi le indagini formulando nei confronti dei sei manager indagati ipotesi di reato pesantissime: per Espenhahn l'accusa di incendio e omicidio volontario con dolo eventuale, per gli altri - a seconda delle condotte - omicidio colposo e incendio colposo con colpa cosciente e omissione volontaria di cautele contro gli infortuni. Oltre a Espenhahn sono indagati i consiglieri delegati Marco Cucci e Gerald Priegnitz, un responsabile in servizio alla sede di Terni della multinazionale, Daniele Moroni, il direttore dello stabilimento di Torino Giuseppe Salerno, il responsabile del servizio di prevenzione dei rischi sul lavoro Cosimo Cafueri. La ThyssenKrupp è inoltre chiamata in causa come persona giuridica.
"Spero che li mettano in galera e buttino le chiavi", dice Sabina Laurino, vedova di Angelo, uno dei sette operai morti nel rogo. Oltre alle famiglie delle vittime anche gli operai della linea 5 intendono costituirsi parte civile. "La procura contesta il dolo - spiega Giorgio Airaudo, segretario torinese della Fiom - e questo significa che tutti i lavoratori erano esposti. E' un precedente importante".
È la prima volta che a un indagato in un'inchiesta in materia di infortuni sul lavoro viene contestato il reato di omicidio volontario. Un'accusa mossa in relazione alla sua posizione di vertice con i massimi poteri decisionali di spesa in particolare relativamente a due decisioni. L'imputazione di omicidio volontario si basa infatti su questi due elementi: innanzitutto l'amministratore delegato Harald Espenhanh ha posticipato dal 2006-2007 al 2007-2008 gli investimenti per il miglioramento dei sistemi antincendio dello stabilimento di Torino, pur sapendo che a quella data la sede sarebbe stata chiusa.
Il secondo punto riguarda poi l'adeguamento della linea 5, quella dove si verificò il disastro: anche in questo caso, nonostante le indicazioni tecniche fornite da un gruppo di studio interno all'azienda e anche da una compagnia assicuratrice, fu deciso di dotarla di impianti di rivelazione incendi e di spegnimento all'epoca successiva al trasferimento a Terni, nonostante gli impianti fossero in piena attività.
Giorgio Airaudo: "Tre mesi per chiudere l'inchiesta su una strage come quella della thyssen è l'esempio di una giustizia efficace, che funziona, che sa essere rapida di fronte a sciagure così gravi. Noi come sindacato ci costituiremo parte civile e per la prima volta avanzerà la stessa richiesta un gruppo di lavoratori della Thyssen. Perché, se l'accusa di dolo eventuale verrà accertata, allora quell'incidente e quella fine potevano capitare a tutti gli operai della Thyssen. Una risposta che potrà risultare efficace anche sotto il profilo della prevenzione. Se la magistratura dimostra di essere capace di perseguire in tempi così brevi chi non segue le norme sulla sicurezza, sarà un valido spauracchio per chi ha poca attenzione per la salute e l'incolumità dei lavoratori".
Le testimonianze dei dirigenti dell’Asl confermano quanto operai e delegati avevano immediatamente denunciato: alla Thyssen di Torino erano state contestate, senza seguito, ben 116 violazioni alle norme di sicurezza, tutte negli atti che ora vengono depositati. Ma i punti chiave dell’inchiesta sono incentrati sui due incendi nelle fabbriche del gruppo, uno a Torino nel 2003, l’altro in Germania, che pur senza fare vittime avrebbero dovuto allarmare i vertici della multinazionale. E che invece allarmarono soltanto le compagnie assicurative, che elevarono da 30 a 100 milioni la franchigia, proprio perché Torino non si era ancora dotata dei dispositivi di sicurezza già in uso a Terni, come lo spegnimento automatico degli incendi. La fabbrica chiuderà ufficialmente entro febbraio. Poi, per circa due mesi, si consumeranno gli atti conclusivi dell’inchiesta, e gli indagati — che finora non hanno mai deposto in Procura — potranno chiedere di raccontare la loro versione dei fatti.
Se la «buona giustizia» continuerà a funzionare, l’udienza davanti al Gup e la richiesta di rinvio a giudizio arriveranno prima dell’estate.
(amb)

SALUTE: LA SOCIETA' AMERICANA IGNORA

COME COMUNICARE IL RISCHIO
ATTRAVERSO I NUMERI
Lidia Fubini


Il lavoro di Fagerlin et al., mette in relazione la cultura scientifica e numerica di base della popolazione americana, con la capacità di prendere decisioni a riguardo della propria salute, ed evidenzia quanto la mancanza di conoscenza matematica possa ostacolare la comprensione dei dati che vengono presentati al pubblico.
I risultati di un’indagine condotta nel 2003, dimostrano che il 33% della popolazione americana adulta possiede nozioni matematiche al di sotto della conoscenza elementare, e che esiste una differenza nella percezione del rischio di malattia rispetto alle persone con conoscenze superiori. Ad esempio, le donne con scarse cognizioni matematiche sono portate a sovrastimare il proprio rischio di contrarre il cancro della mammella, mentre pazienti ammalati di cancro hanno manifestato, rispetto alla terapia proposta, aspettative molto superiori al reale.

>> l'articolo segue su dors.it
http://www.dors.it/pag.php?idcm=2412

24 febbraio 2008

MENTRE IN ITALIA UN BAMBOCCIONE COPIA L'AMERICA ANNI 70

Non esistono più le classi? 20 anni fa i sì erano il 74 per cento. Oggi solo il 52
L'America ha riscoperto la coscienza di classe


Naomi Klein
Ricordate la "società dei proprietari"? Era uno dei punti importanti di George W. Bush e venne spesso citato durante i primi quattro anni di presidenza.
Nell'ottobre del 2004 Bush affermò: "In questo paese stiamo creando una società di proprietari, dove sempre più americani potranno finalmente aprire le porte delle case dove vivono e dire «benvenuto a casa mia, benvenuto nella mia proprietà»" Il think-thanker Gorver Norquist predisse che la più importante eredità di Bush sarebbe stata la società dei proprietari e sarebbe stata ricordata "molto dopo essersi dimenticati di come si possa pronunciare o scrivere Fallujah." Eppure nell'ultimo discorso sullo Stato dell'Unione questo slogan (precedentemente presente in qualunque discorso) non è stato pronunciato. Nessuna sorpresa: a differenza del suo orgoglioso padre, Bush si è rivelato il becchino della società dei proprietari.
Molto prima che la società dei proprietari conquistasse una facciata pulita la sua creazione era divenuta la chiave del successo per la rivoluzione economica della destra nel mondo. L'idea era semplice: se la classe lavoratrice avesse posseduto una piccola porzione di mercato -un mutuo per la casa, un portafoglio di azioni, una pensione privata- avrebbero cessato di identificarsi come classe lavoratrice ed avrebbe cominciato a sentirsi proprietaria, mostrando gli stessi interessi dei padroni. Questo voleva dire che i lavoratori avrebbero potuto votare per politici che promettevano migliori performance della borsa piuttosto che migliori condizioni di lavoro. La coscienza di classe sarebbe divenuta un lontano ricordo.
E' un facile tentazione quella di etichettare come un non senso la società dei proprietari (come fece Robert Reich). Ma questa è stata indubbiamente reale. Il problema era facilmente sintetizzabile: le persone tendono a votare per favorire i propri interessi economici. Anche nei ricchi Stati Uniti la maggioranza delle persone guadagna meno del reddito medio nazionale. Questo vuole dire che l'interesse della maggioranza è quello di votare i politici che promettono di redistribuire la ricchezza dall'alto verso il basso.
Quindi cosa bisognava fare? Fu Margaret Thatcher a trovare per prima la soluzione. Lo sforzo venne concentrato sulle case popolari abitate in gran parte da elettori del partito laburista. Con una mossa ardita la Thatcher offrì forti incentivi ai residenti per comprare a tassi agevolati gli appartamenti nei quali vivevano (all'incirca come fece Bush un decennio più tardi con i mutui sub-prime). Coloro che se li potevano permettere divennero proprietari mentre il numero dei restanti inquilini che non potevano permettersi gli affitti raddoppiò conducendo ad un impennata del numero dei senzatetto.
Come strategia politica funzionò: quelli che erano in affitto continuarono ad opporsi alla Thatcher ma i sondaggi rivelarono che oltre la metà dei nuovi proprietari aveva cambiato partito passando ai Tories. La chiave era tutta psicologica: adesso si vedevano come proprietari e i proprietari tendono a destra. La società dei proprietari, come progetto politico, era appena nata.
Dall'altra parte dell'oceano Reagan mise in atto una politica mirata a convincere il pubblico sul fatto che non esistevano più le classi. In un sondaggio del 1988 solo il 26% degli intervistati disse di vivere in una società divisa tra "coloro che hanno" e "coloro che non hanno". Il 71% rifiutò l'intera idea di classe. La vera evoluzione comunque avvenne negli anni '90 con la "democratizzazione" delle proprietà delle azioni: quasi metà dei proprietari di casa si trovarono a possedere anche delle azioni. Il controllo dell'andamento della borsa divenne un passatempo nazionale con i dati sulle azioni che passavano in televisione più spesso delle previsioni del tempo. Main Street, ci venne detto, aveva distrutto Wall Street(2).
Una volta di più il mutamento fu psicologico. Questi proprietari di azioni rappresentavano una parte relativamente minima dell'indotto medio americano ma nell'era del ridimensionamento economico e dello spostamento dei capitali off-shore la nuova classe di investitori amatoriali visse in modo diverso i cambiamenti del tempo: ogni qualvolta si presentava una nuova tornata di licenziamenti che accresceva il valore delle azioni la reazione non era quella identificarsi con coloro che avevano perso il lavoro ma piuttosto chiamare i propri broker con istruzioni per comprare in borsa.
Bush assunse la propria carica determinato a portare ancora oltre questa tendenza consegnando l'assistenza sociale nelle mani di Wall Street e mirando a rendere proprietari di casa gli elementi delle diverse minoranze (tendenzialmente fuori dal raggio di influenza dei repubblicani). Affermò Bush: "Meno del 50% degli afroamericani o degli ispanici possiede una casa. Sono semplicemente troppo pochi" Invitò il Fannie Mae(una società finanziaria) ed il settore privato a "sbloccare milioni di dollari per dare la possibilità di comprare una casa" (questo è un importante promemoria: coloro che concessero i mutui sub-prime vennero influenzati direttamente dall'alto)
Oggi le premesse fondamentali della società dei proprietari sono finite. Prima c'è stata l'esplosione della bolla informatica. In seguito i dipendenti hanno visto le proprie pensioni legate alle azioni dissolversi insieme alla Enron ed alla WorldCom. E adesso abbiamo la crisi dei mutui sub-prime con due milioni di proprietari che devono affrontare il pignoramento delle proprie abitazioni.
Molti stanno attingendo ai propri risparmi per le pensioni, i fondi guadagnati con le azioni, per pagare i propri mutui. La storia d'amore tra Wall Street e Main Street, nel frattempo, è finita. Per evitare rigidi controlli adesso la nuova tendenza è quella di spostarsi dalle borse e dalle azioni gestite pubblicamente verso i capitali di rischio. A Novembre il Nasdaq ha unito le forze con diverse banche, inclusa la Goldman Sachs, per creare Portal Alliance, un fondo di rischio privato aperto solamente ad investitori con un patrimonio superiore ai 100 milioni di dollari. In un battibaleno la vecchia società dei proprietari si è tramutata nella nuova società per soli membri.
Lo sfratto di massa attuato nella società dei proprietari ha portato a profonde implicazioni politiche. Secondo un sondaggio di settembre il 48% degli americani ritiene di vivere in una società divisa in persone che hanno e persone che non hanno. Praticamente il doppio del 1988. Solo il 45% di loro si vede come coloro che hanno. In altre parole stiamo assistendo ad un ritorno alla coscienza di classe che si supponeva sarebbe stata cancellata con la società dei proprietari. Le ideologie del libero mercato hanno perso un potente strumento psicologico e i progressisti ne hanno conquistato uno. Adesso che John Edwards è fuori dalla corsa per la casa bianca, la domanda è, qualcuno avrà il coraggio di usarlo?

Documento originale "Disowned by the Ownership Society" da "the Nation"
Traduzione di Fabio Sallustro

24/02/2008

L'Italia cammina alla rovescia:chi dice «classe» è un troglodita... Una lettera a Repubblica, una risposta di Corrado Augias, e il trionfo del veltronismo
Trascriviamo brani di una lettera che è apparsa ieri su «Repubblica» e brani della risposta di Corrado Augias:

«Caro Augias, giorni fa il Presidente Bertinotti... ha avuto un'uscita a mio giudizio infelice dicendo che quando si candidano (nel Pd) l'industriale Colaninno e l'operaio Boccuzzi «uno dei due è di troppo». Credo invece che siano le due facce della stessa medaglia: far crescere l'economia è un dovere di entrambi, perché solo così possono crescere gli utili di Colaninno e le somme da reinvestire in strutture e macchinari sempre più sicuri e all'avanguardia e, contemporaneamente, può crescere il salario di Boccuzzi... C'è invece chi, ancora oggi, nel 2008... continua a vedere nell'imprenditore «il nemico di classe» e ad ignorare il senso di parole come «doveri», preferendo usare solo la parola «diritti»...
Massimo Ferretti

«Mi sono dato una spiegazione sulle ragioni per le quali Bertinotti ha pronunciato quella frase così antica. La ragione si chiama, a mio giudizio, campagna elettorale... Ma quella frase vuol dire anche che Veltroni ha fatto bene a separare il destino del Pd da quello della sinistra estrema. Ricordo ancora con amarezza un manifesto che diceva: «E' ora che anche i ricchi piangano» o qualcosa del genere. Uno dei manifesti politicamente più stupidi del dopoguerra. Ricordo una deputata della sinistra antagonista che protestava contro le Frecce tricolori dell'aeronautica militare perché «fanno rumore e inquinano»... A queste sciocchezze può portare l'ideologia. Il sollievo di pensare che almeno di queste cose il Pd non si dovrà più preoccupare è notevole. Ci sono molti problemi nel presente, andarseli a cercare anche nel passato è un po' troppo."
Corrado Augias

Opinioni simili a quelle che avete appena letto, una trentina d'anni fa le sosteneva, con vigore, un colto e onestissimo signore che si chiamava Giovanni Malagodi. Era il capo del Pli, un piccolo partito che la Democrazia Cristiana riteneva troppo di destra e aveva sbarcato dal suo governo. Oggi le idee molto padronali di Augias e Ferretti sono il succo della politica del Pd. Il ragionamento essenziale di Ferretti e Augias - veltroniani accesi - è fondato su due punti: 1) gli operai facciano il loro dovere invece di stare tanto a parlare di diritti (si trovano simili accenti nella canzone "Contessa", che negli anni sessanta veniva cantata da Paolo Pietrangeli: "e vogliono avere i salari aumentati..."). 2) prima viene il profitto poi il salario, che può eventualmente crescere solo se cresce il profitto. La redistribuzione è suicidio. La ricchezza spetta ai ricchi. Idea che fu contestata all'inizio del secolo scorso da pensatori moderati come Keines, e persino da leader politici americani come Franklin Roosevelt. Naturalmente il pensiero di Auhias e Ferretti è legittimo. E la decisione del partito democratco di scegliere Malagodi come punto di riferimento, piuttosto che Moro o Nenni o Berlinguer, non si discute. Quello che non capisco è perché rivalutare il pensiero degli anni '50 - il vallettismo - sia cosa assai moderna, e contestarlo come oggi fa la sinistra in Italia, e in America larga parte del partito democratico (compreso Obama), sia invece segno di arretratezza troglodita. Se avete già letto l'articolo di Naomi Klein avete già capito come l'America sia avanti rispetto a noi. Che strano che a dirlo dobbiamo essere proprio noi, sempre considerati antiamerciani viscerali.

24/02/2008
dal quotidiano Liberazione

20 febbraio 2008

IL CORAGGIO CIVILE DELLA POLITICA ONESTA

'NDRANGHETA: FORGIONE, ALLARME ALTISSIMO, STATO INTERVENGA
ROMA - ''Dopo la strage di Duisburg si erano accesi i fari sulla realtà, drammatica e in forte espansione, della penetrazione della 'ndrangheta in Italia e all'estero. Quei fari sono stati spenti poco dopo. Ora l'Antimafia con la relazione che consegna al parlamento, li riaccende e non si debbono più spegnere". E' l'appello che il presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione ha lanciato alla politica e allo Stato presentando la relazione sulla 'ndrangheta.
''Il primo scioglimento di un consiglio comunale in Calabria nella seconda metà dell'Ottocento. L'ultimo sempre in Calabria quindi c'é ben poco di emergenziale in quello che accade in un territorio che ha molte fette delle aree sociali e economiche sottratte alla legalità. Lo Stato non abbia alcuna logica emergenziale e non utilizzi strumenti di questo tipo perché oggi questa è la mafia più potente su scala internazionale la più 'credibile' agli occhi degli altri cartelli criminali mondiali. Ha ben pochi pentiti, grazie alla sua struttura familiare di base, molti soldi per i traffici e per le attività lecite e entrate altissime, immense perché è il vero broker internazionale che gestisce tutte le porte di accesso per la cocaina in Europa".
'PARTITI SCELGANO OCULATAMENTE I CANDIDATI
''Il futuro della politica in Calabria si gioca su una oculata scelta dei prossimi candidati per le prossime elezioni politiche". Francesco Forgione sottolinea che questo è un impegno che riguarda tutti, forze di centrodestra e di centrosinistra. La politica non può sempre arrivare dopo la magistratura. I partiti dovranno fare delle scelte oculate su ogni singolo candidato oppure la Calabria non ce la farà.
FORGIONE,NESSUNA DENUNCIA DA INDUSTRIALI CALABRI
''Dagli industriali calabresi non abbiamo raccolto alcuna denuncia. Vi sono solo 8 associazioni antiracket nella regione e la cosa grave è che nessuno invita a denunciare. Il vertice della Confindustria della regione è commissariato per altre ragioni e il vicepresidente ha patteggiato per concorso in associazione mafiosa". E' questo il duro giudizio espresso dal presidente dell'Antimafia, Francesco Forgione, presentando la relazione dedicata alla presenza della 'ndrangheta in Italia e all'estero. "Siamo in Calabria ad una situazione ben diversa da quella della Confindustria siciliana. Per due volte abbiamo ascoltato Montezemolo che è loro intendimento espellere gli industriali che pagano il pizzo o si rendono contigui con la mafia però non abbiamo riscontri concreti e la situazione è quella che è".
ANSA

19 febbraio 2008

FUTURA ITALIA?

Previsioni nel tempo
Una prerogativa dei grandi rivoluzionari sta, oltre che in una straordinaria capacità di analisi del presente, nel riuscire a prevedere l'evoluzione delle situazioni.
I governi ci hanno provato ripetutamente, individuando di volta in volta i punti deboli della società e i problemi che mettevano in ginocchio il nostro sviluppo.
L'elenco sarebbe lunghissimo, ci limiteremo a citarne alcuni degli ultimi vent'anni.
Cominciamo con quella sciagura nazionale che era la scala mobile. Si sprecarono fiumi d'inchiostro, milioni di tavole rotonde, interminabili servizi televisivi per spiegarci che il recupero postumo dell'inflazione alimentava le ruberie dell'allora ceto medio. Quindi per punire gli speculatori si pensò bene di tagliare un pezzetto di salari.
Dopo poco ci accorgemmo però che la vera catastrofe erano i BOT, non quelli della grande concentrazione finanziaria, ci mancherebbe altro, ma quelli dei piccoli risparmiatori, dunque Amato, indossata la mascherina di Zorro, provvide a fare un blitz nei conti correnti di tutti.
Fu tutto inutile perchè la vera ragione del disastro economico-psico-finanziario-sociale-chi-più-ne-ha-più-ne-metta stava nel sistema pensionistico.
Va da se che il problema non risiedeva nelle pensioni pluri-decino-milionarie dei manager statali, ai quali toccava l'immensa fatica di far fallire le imprese pubbliche e andavano in qualche modo risarciti, ma nelle pensioni di chi lavorava 35 anni in fabbrica.
Inammissibile. Non solo uno se ne stava tranquillamente 35 anni senza alcuna responsabilità ad avvitare buloni, ma veniva premiato anche con un lauto compenso del 70% della retribuzione già ampiamente tagliuzzata (vedi punto uno).
Da notare che questa "caccia" dura ormai da 15 anni, ma si sa, i privilegi son duri a morire.
Improvvisamente si è capito che la vera invasione delle cavallette che non permetteva sviluppo erano le garanzie sul lavoro.
Visto che era impossibile abrogare l'immondo "articolo 18" per l'ostinazione di quei miopi lavoratori dipendenti, si è pensato di agire alla radice. Abroghiamo il lavoro.
No, non quello di chi figlio di notaio è costretto a fare il notaio, così come il figlio dell'avvocato a fare l'avvocato, come i farmacisti o i tassisti. I veri sabotatori del convivere civile erano (e sono) i figli dei metalmeccanici che pretendono di lavorare ininterrottamente per 35 anni alla catena di montaggio.
E allora, yes, we can! Via tutto questo orpello novecentesco.
Siccome noi non siamo meno rivoluzionari della Binetti ci cimentiamo nella previsione degli scenari della futura legislatura, chiunque vinca:
2008- s'intuisce che la peste bubbonica che attanaglia la società è la spesa sanitaria. E allora via con un bell'atto democratico. Chi si ammala se lo paga. Perchè mai uno sano deve pagare le medicine di un altro? Da notare che il giorno dopo il provvedimento, l'Aspirina sale a 250€ e la Bayer sale in borsa del 44%, rilanciando l'economia nazionale.
2009- si ammette lo sbaglio e s'individua il cancro economico nell'istruzione obbligatoria. Perchè strappare tutte quelle tenere braccia all'agricoltura? Non si può leggere e studiare nel tempo libero? 500.000 bambini vengono avviati ai campi di pomodori della Puglia risolvendo nel contempo l'annoso problema dell'immigrazione clandestina.
2010- con la preveggenza di Nostradamus il governo capisce che il vero problema è, invece, nel sistema bancario.
Con decreto presidenziale si stabilisce l'obbligo di devolvere agli istituti almeno il 55% degli stipendi da investire nei subprime della Carolina del Sud, nei fondi pensionistici della Thailandia e nei future del Ghana.
Esentati dal versamento, liberi professionisti, amministratori pubblici, industriali, considerati lavoratori usurati.
2011- per fare dell'Italia finalmente un paese normale, si toglie la zavorra del conflitto d'interesse. Da quest'anno sarà vietato ai postini di fare collezione di francobolli, ai pensionati di andare in pensione a Rimini e Riccione, ai lavoratori di riposare. Il 1°Maggio sarà riconvertito in 8 ore di straordinario effettivamente lavorato e non retribuito essendo festa.
2012- dato che il Paese continua a non crescere s'individua il problema nell'edilizia popolare. Il governo acquista 3000 Caterpillar e demolisce le abitazioni condominiali, comprate coi mutui e di edilizia popolare e vara il piano "Una capanna per tutti". Esenti dal provvedimento ville con piscina, palazzi storici purchè privati, chiese e i Circoli della Brambilla, reputati patrimonio dell'umanità.
Siccome è anno di elezioni si affronta il problema dei rifiuti. Con un blitz alla Camera il governo fa passare un decreto legge che proibisce di mangiare. A che serve se poi uno ricaca tutto?
Chi vivrà vedrà.

17 febbraio 2008

LAVORO E SALUTE INVITA A FIRMARE

Gent.mi/e,
Continua la raccolta delle adesioni al "manifesto" con il quale si sostiene la proposta di legge che vuole inserire la materia "Educazione Civica e Ambientale" nella scuola dell'obbligo. PER ADERIRE BASTA RISPONDERE INDICANDO NOME, COGNOME E PROFESSIONE.
Cordiali saluti e grazie a tutti.

Carmine Attanasio (Presidente associazione ambientalista Verdecologista - Napoli)

Proposta di legge
EDUCAZIONE CIVICA E AMBIENTALE

Premessa
L’educazione civica, da sempre, è stata considerata la cenerentola tra le materie scolastiche oggetto di studio. L’educazione civica è intesa come materia di insegnamento che mira all’istruzione ed alla formazione sociale, giuridica e politica del futuro cittadino. Le riforme di questa materia che si sono succedute nei decenni hanno sempre dovuto tener conto dei cambiamenti socio-economici del nostro paese.
Agli inizi del nuovo millennio, con la globalizzazione e le profonde mutazioni politiche e culturali della nostra società e quelle ben più gravi di carattere ambientale, è imprescindibile una vera e propria rivoluzione del concetto di educazione dei nostri giovani. Disgregazione della famiglia, perdita di valori e disastro ambientale sono le vere cause del disagio civile che da qualche anno aumenta tra la gente in maniera esponenziale ed irrefrenabile. Occorre quindi una svolta sostanziale che possa porre un freno a tutto quello che sta accadendo in questa nostra società ormai forse irrimediabilmente malata. In questo contesto si propone di inserire la materia “Educazione Civica e Ambientale” in tutti i percorsi didattici della scuola dell’obbligo. Nuova materia di studio da ritenere fondamentale ai fini della promozione all’anno successivo. Le Regioni dovranno provvedere alla preparazione dei docenti che andranno ad insegnare questa nuova materia attraverso la predisposizione di idonei corsi di formazione professionale.

Proposta di legge
Art. 1
L’educazione civica e ambientale, intesa come insegnamento e processo formativo con cui gli studenti acquisiscono la consapevolezza di diventare soggetti attivi e protagonisti della comunità cittadina, regionale, nazionale ed europea, informata ai principi e ai valori della Costituzione Italiana e delle norme europee, è materia di studio nelle scuole dell’obbligo.
Art. 2
A decorrere dall’anno scolastico successivo all’approvazione della seguente legge la materia “Educazione Civica e Ambientale” è parte integrante dei programmi e dell’attività didattica nella scuola dell’obbligo. I programmi, le modalità e i tempi dell’insegnamento sono definiti dalle singole istituzioni scolastiche. Garantendo in particolare che:
a) l’insegnamento dell’educazione civica e ambientale deve essere articolato su di un orario di almeno due ore settimanali;
b) deve essere a cura di personale docente adeguatamente formato;
c) i programmi di insegnamento devono prevedere ampie integrazioni con l’educazione alla salute e ad una corretta alimentazione e con temi specifici di grande interesse mondiale quali ad esempio la raccolta differenziata, il riciclaggio dei rifiuti, il depauperamento delle risorse e l’utilizzo delle fonti rinnovabili di energia;
d) l’apprendimento della materia deve essere possibile anche attraverso momenti di ricerca e sperimentazione extra-scolastici;
e) devono individuarsi e svilupparsi nuove metodologie di insegnamento tese a realizzare una partecipazione attiva e un coinvolgimento pieno degli alunni e dei docenti stessi, in particolare con strategie che possano coinvolgere anche i genitori degli alunni.
Art. 3
Gli uffici scolastici provinciali, in collaborazione con gli assessorati all’istruzione delle singole Regioni, individuano tra il personale docente le figure più idonee all’insegnamento dell’educazione civica e ambientale, redigendo apposito albo regionale degli insegnanti.

PER ADERIRE CLICCA SU
verdecologista@libero.it

Alcune delle adesioni:
Fabio Mussi – ex Ministro della ricerca e dell’università; Patrizio Rispo – Attore; Edo Ronch– ex Ministro dell’Ambiente; Pino De Maio - Musicista cantautore; Franco Giordano – segretario nazionale PRC; Fernando Rossi – Senatore; Marcello D’Orta – Scrittore; Silvana Fucito - Imprenditrice presidente Associazione Antiracket di Napoli; Alfonso Pecoraro Scanio - ex Ministro dell’Ambiente; Corrado Gabriele Assessore all’Istruzione Regione Campania; Emilio Alfano – Imprenditore – Presidente Api Napoli – CONFAPI (Associazione Piccole e Medie industrie di Napoli); Alain Berthon - Professore Università di Franche-Comté; Tommaso Sodano – Presidente della commissione ambiente del Senato; Vittorio Silvestrini - Presidente Città Della Scienza di Napoli; Fabrizio Manuel Siringano - Docente universitario di Pedagogia generale e sociale Università degli Studi Suor Orsola Benincasa – Napoli; Tommaso Pellegrino – Parlamentare componente della commissione antimafia della Camera; Massimo Pica Ciamarra – Architetto; Gennaro Migliore - Presidente gruppo PRC alla Camera; Amato Lamberti - Docente universitario Università "Federico II" Napoli; Peppe De Cristofaro – Deputato; Giulio Gentile - Docente universitario di Storia delle dottrine politiche Università Federico II; Raffaele Tecce – Senatore;
TUTTE LE ADESIONI SU
http://www.ilpuntodue.it/

15 febbraio 2008

CONTRO LA MAFIA: 9 MAGGIO 1978-9 MAGGIO 2008

Cinisi : Appello per una Manifestazione nazionale contro la mafia in occasione del Forum sociale antimafia 2008 a 30 anni dall’assassinio di Peppino Impastato
Sono passati ormai trent’anni dall’assassinio politico-mafioso di Peppino Impastato e 29 dalla manifestazione nazionale contro la mafia che abbiamo organizzato a Cinisi in occasione del primo anniversario della sua morte.
Non possiamo dire che da allora nulla sia cambiato; abbiamo raggiunto obiettivi importanti con il nostro impegno e con la lotta quotidiana che abbiamo condotto io, mia madre, i compagni di Peppino, Umberto Santino e Anna Puglisi fondatori del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente dedicato a Peppino, seguiti da una parte della sinistra e dei movimenti legati alla nostra storia e alla nostra lotta.
Abbiamo affrontato un lungo percorso di fatica e di sofferenza che ci ha portato anche a sperimentare l’amarezza e la rabbia quando abbiamo toccato con mano le collusioni tra la politica, le istituzioni e la mafia.
Il lavoro di memoria e le attività portati avanti in questi anni sono stati difficili, ma non certo inutili: hanno contribuito a sviluppare una coscienza antimafiosa nelle nuove generazioni che hanno recepito positivamente il nostro messaggio.
Il pensiero, le idee di Peppino e la sua esperienza di militante comunista che guardava tutte le sfaccettature della realtà lo conducevano a partire dal basso, riprendendo la linea delle lotte contadine, anticipando i tempi e accelerando un processo di crescita e di presa di coscienza rispetto al pericolo costituito dalla mafia, fino ad allora volutamente sottovalutato: la sua era una vera e propria lotta di classe contro un sistema criminale basato sullo sfruttamento e sulla sopraffazione.
Non è stato facile per lui, così come non è stato facile per noi: abbiamo raccolto la sua eredità e siamo andati avanti, cercando di continuare giorno dopo giorno per costruire un progetto di antimafia sociale che partisse dall’esperienza di Peppino, dalle sue lotte nel territorio contro la speculazione edilizia, contro la disoccupazione, a fianco dei contadini di Punta Raisi che venivano affamati dall’esproprio delle proprie terre.
Peppino era in prima fila a Palermo nelle lotte studentesche del 1968 e nei movimenti del 1977, sempre alla ricerca di metodi innovativi, sfruttando al meglio con la sua fantasia e la sua passione i poveri mezzi di comunicazione che aveva a disposizione.
Facendo tesoro delle sue scelte e del suo percorso nel 1979 abbiamo sfilato per le troppo silenziose strade di Cinisi nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut, dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia Proletaria e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall’uccisione di Peppino. Eravamo in duemila: persone che venivano da ogni parte d’Italia, con un misto di rabbia, dolore, determinazione ed entusiasmo per i nuovi contenuti che portavamo in piazza.
La mafia non era più un fenomeno locale, circoscritto alla Sicilia, ma un fenomeno che aveva invaso pericolosamente tutto il territorio nazionale, coniugandosi con ogni forma di speculazione, di corruzione, di collusione con le istituzioni e con il potere politico ed economico, accumulando grandi masse di capitale con il traffico di droga che provocava migliaia di morti per overdose.
Siamo stati poi catapultati in una situazione pesante; ci siamo scontrati con una realtà drammatica: la mafia aveva alzato il tiro uccidendo chiunque tentasse di ostacolare il suo processo di espansione. Giudici, poliziotti, politici, militanti della sinistra, giornalisti, tutti ammazzati uno dopo l’altro in una mattanza che è durata molti anni, troppi, ed è culminata con la strategia dello stragismo.
Abbiamo vissuto tutto questo sulla nostra pelle mentre eravamo impegnati nella ricerca della verità e non solo riguardo l’omicidio di Peppino, denunciando e mettendo in evidenza gli ostacoli più turpi, quelli più dilanianti, quelli causati dalla collusione mafiosa con una parte delle istituzioni.
Le vicende giudiziarie riguardo il “caso Impastato” lo dimostrano: forze dell’ordine, magistrati, politici hanno tentato in tutti i modi di non farci arrivare alla giustizia, orchestrando un depistaggio vergognoso e tacciando Peppino di essere un terrorista-suicida. Non ci sono riusciti.
Parlare di legalità oggi significa anche riportare alla luce la versione veritiera di quanto è accaduto a Peppino e più in generale dal dopoguerra in poi, da quei grandi movimenti di liberazione che furono la Resistenza antifascista e il Movimento contadino. Le stragi di stato e le trame nere hanno insanguinato il nostro paese: Portella della Ginestra, le bombe nelle camere del lavoro, l’eliminazione di circa 40 sindacalisti e militanti della sinistra, il piano Solo, Piazza Fontana, il golpe Borghese, Piazzale della Loggia, l’Italicus, il sequestro Moro, il ruolo di Gladio, la stazione di Bologna, il Rapido 904 ed altri eventi sono tappe fondamentali nel nostro vissuto, nel vissuto di un paese costretto con la violenza a rispettare gli equilibri e gli accordi internazionali e bloccato nel suo processo di rinnovamento.
La repressione del sistema è scattata costantemente e in maniera scientifica ogni qualvolta si è cercato di apportare dei cambiamenti nel sistema sociale e ogni qualvolta il regime democristiano è stato messo in crisi. L’intolleranza rispetto ad una vittoria delle sinistre alle elezioni e alla loro avanzata ha scatenato la violenza del potere reazionario e dei gruppi fascisti contro ogni tutela democratica.
Non parliamo di vicende remote e lontane nel tempo: ancora oggi pesano le impunità delle azioni criminali fasciste dovute alle coperture e complicità istituzionali, ed è per questo che è necessario insegnare l’antifascismo nelle scuole come uno dei pilastri fondamentali della nostra Costituzione.
Negli ultimi anni la violenza di Stato ha attaccato i movimenti di lotta sociale, come è accaduto a Napoli e a Genova in occasione del G8, riapplicando lo stesso schema e le stesse strategie repressive che hanno coinvolto istituzioni, gruppi dell’estrema destra, servizi segreti e mafia.
Ecco perché bisogna gettare luce anche su alcuni lati oscuri dell’omicidio di Peppino: dai processi è venuta fuori solo una verità parziale, anche se fondamentale, una grande vittoria, ma non le motivazioni che hanno condotto al depistaggio. La Relazione della Commissione parlamentare antimafia sul “caso Impastato” ha ricostruito le dinamiche e le responsabilità del depistaggio, ma i responsabili sono rimasti impuniti.
Oggi, a distanza di tanti anni da quei fatti, viviamo una realtà che non si è affatto riassestata. Il sistema mafioso prolifera e i conflitti sociali non si sono mai assopiti: per far fronte alle degenerazioni della società, da cui scaturiscono le fortune politiche di personaggi come Berlusconi e di tanti altri, i movimenti continuano a mettere in pratica l’impegno dal basso ricoprendo un ruolo centrale nel mantenere viva l’autodeterminazione dei cittadini. È arrivato, però, il momento che acquisiscano una maggiore consapevolezza sulla centralità dell’impegno nella lotta alla mafia.
Bisogna rendesi conto che dopo il crollo del cosiddetto “socialismo reale” viviamo in una sistema di globalizzazione capitalistica, poco importa se la definizione più giusta sia imperialista o imperiale, che ricicla anche le forme più primitive di schiavitù, rilancia la guerra come forma di imposizione del dominio, rinfocola fanatismi e terrorismi, impone la dittatura del mercato e vuole cancellare le conquiste del movimento operaio, approfondisce squilibri territoriali e divari sociali, emarginando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, esalta la finanziarizzazione speculativa. In questo quadro le mafie si moltiplicano, con fatturati del cosiddetto “crimine transnazionale” che raggiungono più di mille miliardi di dollari, e con la formazione di veri e propri Stati-mafia.
Le analisi condotte in questi anni dal Centro Impastato di Palermo, da La borghesia mafiosa a Mafie e globalizzazione, si sono dimostrate le più aderenti alla realtà.
I movimenti noglobal degli ultimi anni rappresentano una forma di resistenza al neoliberismo e al pensiero unico ma non hanno sviluppato un’analisi adeguata del ruolo delle mafie nel contesto attuale.
Nel nostro Paese le mobilitazioni di questi ultimi mesi che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza per chiedere di rispettare il programma di governo, per pretendere giustizia e verità sui fatti di Genova, per difendere i diritti delle donne hanno mostrato che è presente nei cittadini la volontà di cambiare lo stato di cose. In questa prospettiva di mutamento la lotta alla mafia è uno dei terreni decisivi della lotta per il soddisfacimento dei bisogni e per la democrazia.
Ecco perché è importante che tutte le realtà impegnate nella lotta dal basso (No GLOBAL, No TAV, No PONTE, No TRIV, No al DAL MOLIN, e gli altri) garantiscano la loro presenza a Cinisi il 9 maggio 2008 in occasione del trentennale dell’omicidio di Peppino, per iniziare un nuovo percorso, per costruire e dare la spinta ad un movimento di lotta alla mafia che segua un programma rivoluzionario, non astratto e sloganistico, ma concreto e praticabile, e che si ponga l’obiettivo di battere definitivamente il fenomeno mafioso.
Non possiamo continuare ad aspettare, abbiamo perso troppo tempo.
Se non riusciamo a costruire un progetto e a trasmettere un messaggio di fiducia e di speranza alle nuove generazioni, bombardate da una strategia della diseducazione che indica come esempi da seguire personaggi di successo cinici e sfrontati, politici e rappresentanti delle istituzioni spesso sotto processo o condannati per mafia, come Dell’Utri e Cuffaro, difficilmente riusciremo a far crescere in loro una coscienza democratica e antimafiosa.
E non possiamo rimanere inerti al cospetto dei più di 1300 morti l’anno sul lavoro, un’autentica vergogna nazionale, delle migliaia di morti per l’amianto, delle vittime della malasanità, delle vittime dei soprusi e delle violenze nei paesi emarginati.
Non possiamo rimanere inerti rispetto alle devastazioni dell’ambiente e della natura che stanno letteralmente distruggendo il nostro pianeta.
Non si può sorvolare sulla necessità della laicità dello Stato come forma di garanzia per l’uguaglianza sociale e giuridica di tutti, al bando delle differenze sessuali, etniche e religiose.
Facciamo appello a tutte le associazioni che lottano per una legalità non retorica e formale, sparse sul territorio nazionale, affinché ci diano il loro contributo di idee e di azioni per lo svolgimento della manifestazione del prossimo 9 maggio.
Qualcosa comincia a muoversi: i movimenti anti-pizzo hanno ottenuto i primi risultati, promuovendo il consumo critico e l’associazionismo, i senzacasa di Palermo chiedono e ottengono le case confiscate ai mafiosi, le scuole si impegnano in prima linea, una parte del mondo religioso ha mostrato di volersi impegnare.
Facciamo appello all’informazione democratica e ai mezzi di comunicazione liberi affinché ci sostengano e sviluppino una conoscenza reale delle mafie e dell’antimafia, mentre troppo spesso assistiamo a trasmissioni e servizi che danno un’immagine suggestiva di feroci criminali e riducono l’antimafia alle iniziative più spettacolari.
Chiediamo il loro contributo agli artisti che si dichiareranno disponibili affinché con la musica, il cinema, il teatro e lo sport si cominci un’opera di sensibilizzazione e di educazione adeguate.
È importante che anche i Comuni che hanno intitolato una strada a Peppino partecipino al trentennale, così come gli iscritti alle sedi dei partiti della sinistra a lui dedicate.
Facciamo appello alle scuole, agli insegnanti e agli studenti, affinché siano al nostro fianco in questo difficile percorso.
Facciamo appello alle donne, ancora imbrigliate dai comportamenti maschilisti della nostra società, affinché partecipino numerose per rinnovare la rottura di mia madre Felicia rispetto all’immobilismo culturale, bigotto e reazionario, e per ripercorrere i passi delle tante donne, madri, figlie, sorelle, che hanno fatto dell’impegno antimafia la loro ragione di vita.
Anche i sindacati devono assumersi le proprie responsabilità, mettendo al centro i problemi del lavoro nero, precario, ultraflessibile, riprendendo le battaglie che furono di Peppino e dei suoi compagni. E chiediamo alle forze politiche che si dicono democratiche di operare un taglio netto con mafie e corruzione.
Si parla tanto di criminalità, di riciclaggio, di lavoro nero, di immigrazione clandestina, di sfruttamento minorile, di violenza sulle donne, di violenza razziale e di altre problematiche che non ci danno respiro: troppe volte ci si ferma alle parole o si adottano strategie più deleterie degli stessi problemi che dovrebbero risolvere, come i cosiddetti “provvedimenti per la sicurezza dei cittadini” che finiscono per annullare diritti umani fondamentali..
Esistono percorsi ben più sostenibili e compatibili con il benessere e il rispetto di tutti, che vengono però esclusi perché non fanno gli interessi dei soliti noti.
Aspettiamo ancora il perfezionamento della legge sulla confisca dei beni mafiosi, la legge 109 del ’96, proposta da Libera di Don Ciotti con una petizione popolare che ha raccolto un milione di firme sull’onda emotiva delle stragi di Capaci e via D’Amelio. L’intento era di avviare un nuovo percorso di sviluppo economico antimafioso, ma si è arenato negli scogli della burocrazia, del lasciar correre e degli interessi mafiosi.
Il 9 maggio a Cinisi, nell’ambito delle iniziative del Forum antimafia “Peppino e Felicia Impastato”, sarà un’occasione per riflettere su tutte queste tematiche, per far sentire la propria voce, per ribellarsi: siamo convinti che costruire un mondo senza mafia è possibile. Non solo, è necessario: un mondo senza questa “montagna di merda” che ci travolge. Il luogo scelto per la nuova Manifestazione Nazionale Contro la Mafia è Cinisi, non solo perché è lì che Peppino è nato ed ha svolto le sue attività, ma anche perché è da sempre una roccaforte dell’organizzazione mafiosa; lo fu ai tempi di Cesare Manzella prima e di Tano Badalamenti poi.
Ma tuttora il nostro paese è un pilastro del controllo mafioso: i clan locali sono rappresentati nella “commissione regionale” ed hanno un rapporto diretto con i capimafia; così è stato con Provenzano e con Lo Piccolo fino a poco fa.
È ora di attivarsi: dal 9 maggio in poi vogliamo cominciare a respirare aria pura, intrisa di libertà; vogliamo iniziare a vivere la gioia della bellezza.
Peppino, con il suo sacrificio, ci ha dato tanto. Non basta ricordarlo. Bisogna raccogliere quanto ci ha lasciato e continuare; dare nuova vita al suo pensiero e alla sua azione di uomo libero, ma soprattutto di siciliano libero.

Giovanni Impastato

Il gruppo dirigente democristiano nello scacchiere politico locale, come su quello nazionale, si pone come un’associazione di tipo mafioso, non solo e non tanto per la convergenza di mafia e di clientele parassitarie che è riuscito a suscitare e ad aggregare attorno a sé, quanto per il modo stesso, banditesco e truffaldino, di concepire ed esercitare il potere”.

Peppino Impastato

Pensate che sia cambiato qualcosa?

Per informazioni adesioni e contatti:
Associazione Peppino Impastato-Casa Memoria
C.so Umberto 220 90045 Cinisi (Pa)
Tel. 0918666233-3341689181
email: giovannimapstato@gmail.com - web: www.peppinoimpastato.com
Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”
Via Villa Sperlinga, 15 – Palermo
Tel. 0916259789-Fax 091348997
email: csdgi@tin.it - web: http://www.centroimpastato.it/

13 febbraio 2008

QUESTA ITALIA: VITA DURA PER IL GIORNALISMO D'INCHIESTA

Pubblichiamo una denuncia di un giornalista già collaboratore di REPORT, uno dei pochissimi programmi d'inchiesta giornalistica, forse il migliore, della Rai. Di seguito leggi la risposta della Gabanelli la quale spiega quali problemi hanno oggi i giornalisti onesti di fronte ad una querela.
Censura ‘legale’
Paolo Barnard
Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’.
Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ‘scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.
Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (“Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: “Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie”) e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).
L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.
Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.
Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.
La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*( la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l’operato della RAI in questi casi).
Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.
Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. Dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima”.(6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.
Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI , e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che “la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... È una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla.”(7)
Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)
Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste ‘coraggiose’. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.
Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.
Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘editti bulgari’, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.
Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.
Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.
Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.
Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.
In ultimo. E’ assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.
Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.
Grazie di avermi letto.
Paolo Barnard
Dpbarnard@libero.it

Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: “...alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili”. Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell’università di Roma La Sapienza , difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la rai-Radiotelevisione Italiana S.p.a. E la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...”.
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI : “Lei in qualità di avente diritto... Esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...”. (si veda nota 4)


LA RISPOSTA DI MILENA GABANELLI

Ogni azienda, giornale o tv fornisce l'assistenza legale (ovvero paga l'avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma "a discrezione", ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l'autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (pochè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare "l'avventura" con Report. Con tutte le angoscie del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l'assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall'inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E' bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c'è stato dolo da parte dell'autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l'autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l'avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all'ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c'è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c'è un'azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l'avvocato. E' stato difficile ottenere questo risultato, ma c'è stato e questo è oggi quello che conta.
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l'eventuale inconsistenza della causa stessa.
Paolo Barnard. E' un professionista che stimo molto, ma purtroppo l'incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.
Non ho il potere di cambiare le regole di un'azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E' un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.
Un caro saluto a tutti.
Milena Gabanelli

10 febbraio 2008

Il messaggio di Bertinotti all’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori a Torino


Il conflitto di lavoro, come conflitto di classe, centro della politica

Care compagne e cari compagni,
vorrei non farvi mancare un partecipe augurio di buon lavoro.
Ce n'è bisogno.

La sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella da cui dipende la sua stessa esistenza politica.
Non è solo, come è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta: quel che si affaccia all'orizzonte è il rischio di un vero e proprio declino.
Non ci può sfuggire che c'è l'urgenza del fare per evitare che la sinistra venga sradicata dal paese e c'è l'urgenza del fare perché una diversa prospettiva possa essere aperta. E una diversa prospettiva può essere davvero aperta.
Dipende da noi.
Proprio quel che ha trasformato negli ultimi 25 anni il lavoro salariato, ridefinendo le forme dello sfruttamento e dell'alienazione, è al centro della sfida.
La precarietà ha occupato la scena sociale spezzando la coalizione del lavoro. La terribile realtà che emerge con i morti sul lavoro alla Thyssen, proprio nella città che è stata quella del modello operaio sull'ambiente e la salute, il modello di Ivar Oddone e del sindacato dei Consigli, lo dice forse più di ogni altra cosa.
Quel che è successo in questi anni è impressionante: un vero e proprio rovesciamento del rapporto tra lavoro e società rispetto al ciclo precedente, quello dell'ascesa del proletariato.
In quello il lavoro è stato centrale, è stato il fondamento del conflitto di classe che ha caratterizzato, in Europa, la politica. Lo stesso pensiero liberale ne ha dovuto riconoscere il carattere progressivo. Un'intera letteratura sociologica ha studiato il conflitto come spinta all'innovazione del processo produttivo e delle relazioni sociali, e, ancora, come stimolatore dell'economia.
Concretamente, quel conflitto è stato la levatrice del compromesso sociale e democratico, ha segnato le istituzioni, il diritto e la politica. Dopo aver informato di sé il processo costituzionale democratico (basti pensare agli articoli 1 e 3 della Costituzione italiana), ha, nei suoi punti alti, influenzato la legislazione (si pensi, in Italia, allo Statuto dei diritti dei lavoratori, e, in generale, alla legislazione sociale).
Se si fa il confronto con questo ciclo, quello dell'ascesa della classe operaia, non si può che giungere alla conclusione che il rapporto tra il lavoro, l'impresa e la società, in questi ultimi decenni, è stato rovesciato.
Il lavoro è diventato la variabile dipendente del sistema economico. La tendenza a ridurlo ad una sola dimensione, quella di merce, e a sussumerlo tutto dentro l'accumulazione, è la base materiale (ma anche il fondamento culturale) dell'edificazione di un capitalismo totalizzante che si propone la colonizzazione della mente e del corpo come di ogni aspetto della vita. E ciò che viene usato dall'impresa è anche ciò che viene negato come riconoscimento al lavoratore, cioè la socializzazione del lavoro, la cultura e la sua esperienza di vita. La macina lavora nel profondo per ridurre la civiltà a ciò che resta compatibile con la globalizzazione capitalistica; per dissolvere la storia e il tempo nell'istante; per incanalare la vita intera nel circuito produzione-consumo di cui il mercato diventa il sovrano.
Il conflitto di lavoro, come conflitto di classe, fondamento della politica della trasformazione, torna dunque ad occupare la scena della politica. Non ci sono vie di fuga; il toro va afferrato per le corna.
La sinistra deve affrontare la sfida del lavoro salariato contemporaneo, sia sul terreno pratico che teorico, sia sul versante del conflitto e della sua organizzazione, che sui rapporti sociali, sia sulle proposte per una nuova legislazione del lavoro e sociale che sui sistemi e i contenuti contrattuali, sia sui termini quotidiani della contesa che su quello strategico di società. E deve farlo in proprio, anche in nome della messa a valore dell'autonomia tra partito e sindacato.
La riorganizzazione della presenza fisica delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi della decisione politica si pone, allora, non come cooptazione ma come fattore della riforma della politica e della forma partito. L'inchiesta permanente e partecipata sul lavoro non è solo un elemento di ricchezza e di qualità per la politica della sinistra e per il suo soggetto politico, essa è un utensile del lavoro sociale, politico e culturale senza il quale non si esce dalla superficialità della politica e non si imbocca la via di un approccio critico e sistematico alla grande questione che è tornata a farsi per molti versi dirimente rispetto alla natura della sinistra, la questione del lavoro.
Come diceva chi se ne intendeva, l'opera di liberazione delle lavoratrici e dei lavoratori non può essere che opera dei lavoratori stessi. Ripartiamo da qui, buon lavoro e buona fortuna.

Fausto Bertinotti

7 febbraio 2008

ELEZIONI, IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE?

Piccoli indizi sulla sconfitta che verrà…

Basta guardare la televisione per un paio di sere per capire che non solo le elezioni sono imminenti, ma per il centrosinistra saranno una tranvata dalla quale non si risolleverà per 20 anni, forse 21…
Elemento 1: il servilismo televisivo। Domenica pomeriggio, durante “Domenica In” si parlava di crisi e la conduttrice - la suorina Bianchetti - dopo vari slinguazzamenti a Forza Italia ha toccato l’apice affermando giuliva che si è giunti alla crisi “malgrado i tentativi di dialogo di Silvio Berlusconi”…ora, spero che sia evidente a tutti che uno dei pochi punti chiari di questa opaca crisi è proprio la coriacea, tignosa ed egoistica voglia del Sultano di andare subito al voto, costi quel che costi e nulla, neppure un auspicio della Cara Mamma durante i suoi ultimi istanti gli avrebbe fatto cambiare idea…ma per la signorina Bianchetti, novella politologa, non è così e mentre il treno della politica stava implacabilmente deragliando verso la crisi, solo lui, l’intrepido Silvio, si sarebbe speso fino alla fine per evitare il botto, pronto a sacrificare tutto, anche la sua stessa vita all’interesse supremo del Paese।
Elemento 2: gli imbecilli al timone. Ora che la situazione è drammatica e la necessità di far passare all’opinione pubblica messaggi chiari, il centrosinistra si fa rappresentare in televisione per lo più da imbecilli, salvo rare, rarissime eccezioni. Per capirlo bastava aver visto 8 e 1/2 di qualche sera fa, quando le cose più sensate e veritiere le ha dovute dire Lidia Ravera (invitata come osservatrice), perchè l’ospite “di centrosinistra” era troppo, vistosamente inadeguata. Infatti, qualche furbo stratega ha deciso di puntare sugli occhi sbarrati e il sorriso post-elettroshock di Marina Sereni, pollastra di batteria dell’apparato di partito che ripete instancabile (gli sciocchi hanno sempre tanta energia) le cantilene propagandistiche insegnatele alla scuola-quadri mentre attorno a lei tutto crolla miseramente…così qundo la postfascista Giorgia Meloni ha osato dire - impunita - che “la Finanziaria 2008 è fallita e le famiglie non arrivano a fine mese”, l’oligofrenica Marina rispondeva imperterrita con la frasetta-tipo su “facciamo la riforma e votiamo a giugno” mentre la risposta corretta era “Meloni, ma che cazzo dici? la Finanziaria 2008 è in vigore dal 1 gennaio, oggi siamo il 30 e c’è crisi dal 15!…fammela mettere in atto e poi dimmi che è fallita, no?”. Invece niente, sorrisi ebeti e frasine piene di nulla.
Ma come pretendere di più dalla povera Sereni, se in tutti i canali già impazzano i “gemelli dell’autogol”, vale a dire la resistibile accoppiata Fassino-Rutelli, che è riuscita a farsi trombare alle politiche del 2001, per un pelo non ha gettato alle fogne anche quelle del 2006 e ora - instancabili - ci riprovano. Così Fassino si fa bastonare a Porta a Porta da Fini che lo castiga senza pietà sul tema della coerenza (Dio mio, la coerenza! da Fini! come prendere lezioni di castità da Rocco Siffredi!) e invece di replicare a muso duro, si incazza con i giornalisti colpevoli di dir male del governo. Sull’altro canale, nel frattempo, Rutelli giganteggia con il suo sorrisino da soap-opera e la postura da telefilm sulla politica americana, ammiccando sorrisetti verso il telespettatore, mentre attorno a lui viene detto di tutto…
Elemento 3. Il culto della personalità. E’ sgradevole, ma bisogna dirlo. Negli scorsi giorni è morta la signora Berlusconi, mamma di Silvio. Aveva 97 anni e si è spenta circondata dall’affetto dei propri cari. Non mi pare una notizia particolarmente rilevante che una signora ultranovantenne muoia serenamente nella propria casa e non ricordo di aver letto spesso notizie relative alla morte dei genitori ultranovantenni dei leader politici. Invece, la morte della signora Berlusconi è stata trattata più o meno come la scomparsa della Queen Mother nel Regno Unito. Notizia d’apertura nei telegiornali, commossi filmati d’archivio, corrispondenze da sotto casa della defunta, pagine di album fotografici sui quotidiani, quasi come se la signora Rosa fosse stata una figura amata dall’intera comunità degli italiani, una sorta di nonna o bisnonna di noi tutti, una presenza nei nostri discorsi e nelle nostre preghiere notturne. Non è così, ma era la mamma di Berlusconi e Berlusconi, inutile girarci attorno, non è considerato da stampa e televisioni come un politico tra i tanti, ma l’uomo attorno al quale, piaccia o no, si articola tutta la politica. E questo elemento di per se fa di lui il personaggio centrale, l’uomo di riferimento per gli indecisi e per gli agnostici, qualunque cosa accada.
Elemento 4. I farlocchi। E’ la seconda volta che accade: Berlusconi è bollito, la sua coalizione è in pezzi e da sinistra si allunga - salvifica - una mano provvidenziale che lo tira fuori dalle acque, lo salva, lo asciuga, gli stira il doppiopetto di Caraceni e, come ringraziamento, si piglia una mazzata sulla testa। Il primo era stato Massimo D’Alema nel 1997, ai tempi della Bicamerale per le Riforme…lui, il furbissimo, il grande politico, il Togliatti dei nostri giorni si fece gabbare come un garzone di bottega. Ora ci è caduto Veltroni, che quando aveva in mano una maggioranza politica per riformare la legge elettorale ha voluto fare il gentleman e si è messo a urlacchiare “ci vuole il consenso di Berlusconi”, dimenticando che con Berlusconi non si possono fare patti non perchè sia - in astratto - sbagliato dialogare con l’opposizione (anzi, è giustissimo), ma per il semplice fatto che Berlusconi è strutturalmente incapace di rispettare accordi se questi sono contrari alle sue convenienze. E’ un uomo profondamente bugiardo e profondamente disonesto e mi chiedo che cosa serva ancora al centrosinistra per capirlo. E così, oggi si parla di un gentlemen’s agreement post-elettorale per il governo che verrà. A Marini è stata promessa la riconferma sulla poltrona più rossa di Palazzo Madama…Vi prego, ditemi che non siete così farlocchi da crederci!

Insomma, questi sono fatti। Il centrosinistra può vincere le elezioni? Dal punto di vista teorico questo è possibile e sono convinto che l’elettore medio aneli disperatamente ad una alternativa a Berlusconi, che non sia però il caravanserraglio ulivista che abbiamo visto tutti in marcia in questi due anni…servirebbero facce nuove, un radicale cambiamento della rappresentanza parlamentare, una capacità di parlare al cuore e al cervello delle persone

Tutte cose che nel centrosinistra non ci sono e di questo passo non ci saranno mai.

P।S. … tanto per ricordarci quello che sarà…

CAMPAGNA ELETTORALE AL VIA


Pronti....attenti....VIAAAA!!!!!!
Inizia così la campagna elettorale, dopo che Marini ha abbassato la bandiera a scacchi.


Nessuna falsa partenza, tutti erano prontissimi da giorni, qualcuno da anni.
I meno pronti di tutti erano i PD, troppo fiduciosi nella qualità di statista di Berlusconi Nostro Adoratissimo e impegnati nel tesseramento e nelle primarie.
Tesseramento e primarie, che fra l'altro andavano benissimo, bruscamente interrotte per correre in tipografia a ordinare i manifesti. Grazie però alla vocazione maggiorataria del PD il gap è stato recuperato rapidamente e anche loro si sono presentati puntuali alla partenza e in forma smagliante.
Niente di particolarmente nuovo, rispetto agli ultimi 15 anni.
A destra si presentano con la formazione tipo: Berlusconi Padre Onnipotente, Fini a rappresentare l'istanze sociali, l'UDC a garantire la benedizione del vice di Silvio, cioè Dio, la Lega..........
Ma com'è che quando pensiamo alla Lega il nostro cervello si abbuia a tal punto che il deserto del Taklimakan di notte ci sembra piazza Signoria di giugno a mezzogiorno?
Unica curiosità, Berlusconi e Casini sono stati scoperti in un angolo di Montecitorio a scambiarsi figurine:
-Se mi dai un Giovanardi ti cedo un Adornato ....
-Tre UDEUR per un Dini, ci stai?
-Tobacci?
-Manca....
-Pezzotta?
-Ce l'avevo doppione... l'ho scambiato con un rosario del XII secolo...
Al centrissimo, la Cosa Bianca, che ha tenuto il congresso fondativo sullo sgabello del Bar Sport di Lamporecchio.
Al moltocentro-pocasinistra il PD, bello come il sole, bandiere a stelleestrisce spiegate al vento come nei film di Giòn Uein. Giustamente orgoglioso dalla sua vocazione maggioritaria, si gongola nella certezza di essere minoritario. Maggioranza "ma anche" minoranza. Promessa elettorale mantenuta, prima di votare.
A sinistra, finalmente, una sinistra unita, anche se c'è da registrare una prima scissione quando, all'ora del caffè, non si è raggiunto l'accordo sul numero di cucchiaini di zucchero da aggiungere.
Peccato, perchè subito dopo all'ordine del giorno c'era come rappresentare quella parte di società che si è provveduto a disgregare con lavoro scientifico in questi anni: lavoratori stabili contro i precari, precari contro lavoratori stabili, abitanti che vogliono che sia portata via la spazzatura dal loro comune, abitanti che non vogliono che sia portata la spazzatura nel loro comune, quelli che non vogliono gli extracomunitari però in fabbrica non ci vogliono lavorare, quelli che lavorerebbero in fabbrica ma ci trovano gli extracomunitari, quelli affascinati dall'idea di non pagare le tasse ma che vogliono i servizi gratis, i pensionati che non consumano, i consumatori che non andranno mai in pensione, chi fa un mutuo secolare per la casa, chi aspetta la casa popolare per un secolo, quelli che vorrebbero liberalizzare tutto ma siccome non si può liberizzano solo l'acqua, quelli che vanno in chiesa a far benedire i bombardieri, quelli che con l'euro intendevano dirci che avremmo fatto i morti di fame in 25 paesi contemporaneamente, quelli che vorrebbero la reintroduzione dei sestersi.
Tutti gli altri, però, saranno adeguatamente rappresentati.



4 febbraio 2008

ASSUEFAZIONE ALLA STRAGE QUOTIDIANA?

In Italia il lavoro uccide
una persona ogni sette ore

Rapporto dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro. Sono stati 832.037 gli infortunati sul lavoro in tutto il 2007 e, nell'86 per cento dei casi, gli incidenti hanno riguardato lavoratori maschi. Più colpito [con l'80 per cento degli incidenti, 665.793] il settore dell'industria e dei servizi. Seguono agricoltura [19 per cento, 156.571 infortunati] e lavoratori statali [1 per cento, 9.673 casi]. In oltre 208 mila casi l'invalidità derivata dall'infortunio è grave.
Gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l'anno, i morti più di mille, ogni sette ore c'è un decesso. Secondo il Rapporto, in dieci anni gli infortuni mortali nell'Unione europea sono diminuiti del 29,41 per cento, in Italia solo del 25,49 per cento. Un tragico dato rispetto a quello della Germania [meno 48,30 per cento] o della Spagna [meno 33,64 per cento]. In termini assoluti,
l'Italia resta il paese con il più alto numero di morti sul lavoro. L'Inail stima anche che il numero di infortuni non denunciati è di 200 mila.
Sono oltre mille e quattrocentoquaranta i morti ufficiali all'anno, di cui 300 per malattie professionali; ovviamente altissima l'incidenza sugli immigrati, e l'Italia continua a essere il paese con il maggior numero di vittime di infortuni lavorativi in Europa. E la situazione è destinata ad aggravarsi con la permanenza della legge 30 che legalizza il rischio come fattore prevedibile del rapporto di lavoro.
I lavoratori extracomunitari registrano un aumento del 50% degli infortuni rispetto ai lavoratori italiani. Si stima che il “costo economico” annuo imputabile agli infortuni è di 40 miliardi di euro, che diventa di oltre 41 miliardi con i danni alla salute nel lavoro sommerso.
Poi ci sono ancora 6,8 miliardi per spese dovute alle malattie professionali.
Verificando le singole voci vediamo che 8,5 miliardi coprono le prestazioni e 10,9 la prevenzione a causa degli infortuni, mentre le malattie professionali ne assorbono 3 miliardi per le prestazioni e 2,3 per la prevenzione.

Ma l’impegno sulla sicurezza implica, anzi ne è la diretta conseguenza, anche la prevenzione protezione per la salute degli operatori della sanità, pubblica e privata, e dei malati. La sanità non è mai contemplata come settore di rischio ma purtroppo esistono rischi, infortuni e malattie che vengono derubricate, non riconosciute dagli stessi “medici competenti” perché sono casi dilazionati nel tempi in quanto ad impatto. Un esempio per tutti: in sanità le mortali infezioni ospedaliere rappresentano un drammatico dato permanente.
L'ambiente di lavoro sanitario presenta una complessa serie di problemi per quanto concerne la sicurezza dei lavoratori. Problematiche specifiche relative a rischio chimico, biologico, radiologico. Sono presenti altre peculiarità come quelle relative alla movimentazione dei carichi, intendendo per carichi in particolare i malati, ma non solo; grande problema, inoltre, quello dei dispositivi di protezione individuale. I risvolti della sicurezza dell'ambiente di lavoro sanitario, inoltre vanno visti alla luce degli immediati risvolti che presentano non solo sul lavoratore ma anche "sull'utente" del servizio che, non dimentichiamolo è in genere una persona malata o comunque debole.

E’ una realtà che va affrontata a monte, negli atti quotidiani: un’esempio per tutti: da tempo in sanità c’è una realtà inesplorata quanto mai difficile da indagare: le indesiderate interruzioni di gravidanza per tante infermiere nei reparti di emergenza come in quelle di degenza. Per quanto riguarda l’aspetto penale c’è la magistratura, ma per un’indagine sulle condizioni ambientali e di lavoro atta a prevenire queste induzioni all’aborto, diverso dovrebbe essere il ruolo di chi è deputato alla prevenzione e alla protezione dai rischi, se ineliminabili del tutto.
Dobbiamo assuefarci ad un modello di società, di sviluppo dove tutto è sacrificabile in nome del profitto? Allora perché non la finiamo con l’ipocrisia e riscriviamo la natura stessa della Costituzione? L’Italia è una Repubblica fondata sull’eterno sacrificio sul lavoro।

franco cilenti