28 dicembre 2008

Il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, in visita a Gerusalemme

"Dall’Italia via libera alla strage.
Processo di pace? Qui è apartheid»

In visita ufficiale già da qualche giorno nei Territori occupati palestinesi e, da oggi, anche nello Stato ebraico dove vedrà i rappresentanti di partiti della sinistra israeliana, il segretario nazionale di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha seguito ieri con molta attenzione le notizie dei bombardamenti israeliani in corso a Gaza. Peraltro da un punto particolare di Gerusalemme Est, la tenda di Umm Kamel Kurd, la donna palestinese cacciata un mese fa dai coloni israeliani dalla sua casa di Sheikh Jarrah e che ora vive accampata a pochi metri dall’abitazione occupata.

Abbiamo chiesto a Ferrero di commentare quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza e di tracciare brevemente la sua visione di una soluzione del conflitto israelo-palestinese.
«Esprimo una condanna fermissima di questa operazione israeliana - ha detto il segretario di Rifondazione -, è stata motivata con l’idea di un impossibile attacco chirurgico ma ha già provocato tanti morti e feriti anche tra i civili. Questo attacco è stato reso possibile anche dall’atteggiamento della Comunità internazionale che è disattenta o complice. Penso, ad esempio, alle incredibili parole del ministro degli esteri Franco Frattini quando (venerdì) ha detto "Va bene una reazione di Israele, purché sia chirurgica". Si tratta di un falso, le reazioni chirurgiche non ci sono. In realtà l’Italia ha dato via libera al raid militare israeliano che non può che peggiorare la situazione».

Eppure si continua a parlare di pace possibile tra Israele e l’Anp di Abu Mazen, di negoziato interrotto ma che riprenderà dopo le elezioni israeliane del 10 febbraio. Tu che idea ti sei fatto in questi giorni girando per i Territori occupati?
Non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto ma davanti al fatto che Israele, senza dichiararlo, sta attuando e praticando una politica di costruzione dell’apartheid, con i bantustan e il muro. Quella del muro è la vera politica, perché incorpora l’idea di dividere in questa terra tra persone di serie A, di serie B, serie C. E in ogni caso i palestinesi non stanno mai in serie A. Ci troviamo perciò davanti alla messa in discussione materiale e non solo verbale della possibilità di avere due Stati per due popoli in questa terra. Siamo davanti alla pratica di un’altra situazione, in cui c’è un solo Stato, strutturato per praticare l’apartheid.

È molto diffusa, anche in Italia, e a sinistra, l’idea che i nodi del conflitto israelo-palestinese non siano più l’occupazione militare e la negazione dei diritti ma invece l’esistenza di Hamas e la sua ideologia. Tu cosa ne pensi, saresti favorevole all’avvio di colloqui con il movimento islamico?
Penso che Hamas sia contemporaneamente un effetto del blocco del processo di pace e una causa di questa paralisi.
A mio avviso sono due le strade da seguire. Una è quella del dialogo con tutte le parti in causa, quindi anche con Hamas, perché l’idea che con qualcuno non si parla è estranea alla possibilità di trovare un compromesso. I compromessi si fanno con i nemici e non con gli amici. Il dialogo deve essere con tutti e l’Europa deve lavorare e dialogare con tutti.
La seconda strada è quella della costruzione di una sinistra in Palestina e in Israele che riesca a riproporre la questione dei diritti di tutti all’interno un contesto in cui i vari fondamentalisti la fanno da padrone, tendono a polarizzare il dialogo, sia in Israele che tra i palestinesi, e concepiscono solo una logica amico-nemico e rifiutando quella della soluzione e del compromesso.

di Mi. Gio.

il mondo nelle mani degli imbecilli

VIAGRA AL POSTO DI BOMBE ALL’URANIO ED AL NAPALM?

pare che i problemi di accoglienza che gli americani ed i loro satelliti della Nato hanno finora avuto in Afghanistan potrebbero essere risolti dal una miracolosa invenzione capace di mettere in erezione vecchi e debilitati membri di anziani pastori che da anni soffrono anche la fame: il Viagra!! Che straordinaria sorpresa!!Anni ed anni di bombardamenti con proiettili di tutti i tipi e di tutte le stazze che hanno polverizzato l’Afghanistan e ne hanno decimato la popolazione avrebbero poturo essere sostituiti dall’erogazione di afrodisiaci (tarati per tutte le età) per ridurre gli irriducibili talebani ad uno scandalizzato e sdegnato isolamento nella popolazione dedita a sfrenati riti orgiastici alimentati da regolari discese dal cielo di miracolosi surrogatori di un desiderio spento forse da anni di guerra, di miserie, di malattie.... Pensate quante vite umane risparmiate dall’ingegnosa guerra del sesso! Centinaia di migliaia di persone sarebbero ancora in vita e con la faccia soddisfatta di chi ha passato bene la notte!! Leggendo una delle tante cose scritte dai pennivendoli occidentali che si sono buttati a pesce sulla notizia ho pensato al nostro buon colonialista degli anni trenta che regalava agli stupefatti congolesi collanine di vetro sfavillanti ed ho anche riflettuto con orrore sulla malafede di chi ritiene di comprarsi la benevolenza di alcuni capi tribù, insomma di chi vuole dividere e si illude di potere comprare un consenso che non ha mai avuto e mai avrà. L’Afghanistan sarà anche tribale ma è una Nazione che neppure il grande Alessandro riuscì a tenere a lungo ed ha dalla sua parte una cosa formidabile: la ragione. E’ vero che la forza può sottomettere la ragione ma non per sempre. Gli occupanti occidentali non hanno alcun motivo per imporre la loro presenza e quella di tutta la gentaglia che si sono portati dietro in Afghanistan. L’11 settembre non può essere stato opera del vecchio pastore che abbisogna del viagra per fare felici le sue quattro mogli ma certamente di sofisticati ingegneri delo terrorismo mondiale che sono assai vicini alla Cia ed al Pentagono. Qualcuno vuol forse negare che Bin Laden è amico di famiglia dei Bush? Gli stessi talebani furono indottrinati al fondamentalismo in appartate caserme nella profonda America. Furono addestrati nella mente e nel corpo,.Nella mente a non tollerare niente che non fosse il totalitarismo islamico, nel corpo con prolungate lezioni sul campo di controguerriglia e sabotaggio. Ora se li trovano contro. Ma il problema dei talebani è un problema interno dell’Afghanistan. E’ li che deve trovare soluzione. Il Governo quisling di Bush durerà traballando ma non avrà mai il controllo del paese. Sapevamo che il Pentagono non è nuovo a trovate "geniali" (recentemente si era inventato un elisir che sviluppava irresistibili pulsioni omosessuali negli eserciti nemici. Insomma i soldati anzichè sparare si sarebbero scatenati in orge con i loro compagni di plotone come neppure la Legione Sacra dei Tebani aveva mai fatto. Oggi tira fuori la storia del viagra e dell’anziani capo pastore che diventa amico del marines che glielo porta. Insomma siamo alla stupidità assoluta!! Purtroppo questa stupidità è dell’esercito più potente del mondo al servizio di una America che il grande Pinter ha definito un animale selvaggio assetato di sangue.

Pietro Ancona
http://www.spazioamico.it/

27 dicembre 2008

LETTERA DI UN RAPPRESENTANTE DEI LAVORATORI

Sicurezza sul lavoro: proroghe del governo, morti sul lavoro e rendite Inail

Come c'era da aspettarsi, questo Governo, sta continuando nella sua opera di distruzione (è una parola forte, ma purtroppo è così) del Dlgs 81 del 9 Aprile 2008 (T.U. sicurezza sul lavoro).
A Gennaio 2009, dovevano entrare in vigore una parte delle misure varate dal precedente Governo Prodi nel TU, ma l'attuale Governo Berlusconi ha pensato bene di prorogarle.
Con il Decreto Legge Milleproroghe, approvato il 18 dicembre 2008, ha rinviato di altri sei mesi, alcune misure del TU, cioè, la valutazione dello stress lavoro-correlato e l'obbligo di assicurare data certa al documento sulla valutazione dei rischi (con relative sanzioni).
Ma non finisce qui, è stata rinviata al 16 maggio 2009 anche l’entrata in vigore del divieto di visite preassuntive da parte del medico competente, ossia di effettuare visite mediche preventive, prima ancora di assumere un lavoratore.
Un punto particolarmente delicato, quest’ultimo, perché ­ secondo i sindacati - la pratica delle visite preassuntive viola lo Statuto dei lavoratori (Legge 300 del 1970). Infine, slitta anche l’obbligo di comunicazione allÂ’Inail degli infortuni di durata superiore a 1 giorno.
Sarebbe questo il "piano straordinario per la sicurezza sul lavoro", di cui parlava il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, dopo la strage sul lavoro al depuratore di Mineo in Sicilia, dove persero la vita sei operai?
Mi dispiace Ministro Sacconi, ma non ci siamo assolutamente, perchè io alle parole dò un peso e una misura, e qui invece di aumentare la sicurezza nei luoghi di lavoro, si sta andando nella direzione opposta.
E' vero, il TU non basta per ridurre drasticamente gli infortuni e le morti sul lavoro, ma smontarlo pezzo per pezzo, in modo da distruggere anche quel poco di buono che era stato fatto dal Governo Prodi per la sicurezza sul lavoro, non è una bella cosa.
Lo capisce questo, oppure no?
E' vero, i dati "definitivi" Inail, ci dicono che gli infortuni mortali sul lavoro sono in calo: 1207 morti, rispetto ai 1341 del 2006, cioè un 10% meno.
Io prendo sempre con le "molle" questi dati, cmq sia, 1207 ammazzati sul lavoro, le sembrano pochi? A me no!!!
Io vorrei, inoltre, che ci fosse più rispetto per i morti sul lavoro, anche da parte del suo governo e del resto del mondo politico, smettendola di chiamarle "morti bianche", perchè come ho detto più volte, chiamarle così, è un insulto alle vittime del lavoro e ai loro familiari.
Chiamatele come si deve: omicidi sul lavoro.
Inoltre, ho letto una cosa che mi fatto rabbrividire: "Sacconi, tanti infortuni provocati dal comportamento degli operai.Bisogna investire sulle competenze".
Questa sua affermazione mi indigna, è chiaro che una parte della colpa degli infortuni sia anche dei lavoratori, ma dire che molti infortuni dipendono dal comportamento degli operai mi sembra, sinceramente eccessivo.
E' più probabile invece, che dipenda da come è organizzata l'azienda, se le macchine sono a norma, se ai lavoratori sono stati consegnati i DPI, se i carrelli elevatori sono a norma, ecc.
Non si può dare la maggior parte delle colpe agli operai come fa lei. Sembra quasi che le imprese non abbiano mai colpa, ma non sta così ministro Sacconi, molte delle colpe sono degli imprenditori che se ne fregano della sicurezza sul lavoro:
troppo costosa per le loro tasche!!!
E quando vengono dichiarati colpevoli per la morte di un lavoratore, non ci finiscono minimamente in galera (tranne rarissimi casi), anzi la vedono con il binocolo!!!
Si è mai messo nei panni di una madre, di un padre, che hanno perso un figlio sul lavoro?
Sa cosa significa, perdere un figlio, come è successo alla sig.ra Graziella Marota: il suo Andrea, di soli 23 anni, è morto il 20 giugno del 2006, con la testa schiacciata in una pressa tampografica.Sa cosa significa per Graziella, sapere, che per la morti di suo figlio, gli imputati responsabili (amministratore delegato Asoplast e amministratore delegato ditta costruttrice della pressa), hanno avuto una condanna a soli 8 mesi di condizionale, con sospensione della pena?E' come se suo figlio fosse stato ucciso una seconda volta.
Inoltre, adesso dovremo pagare anche 103,30 euro per aprire una causa di lavoro: prima erano gratuite.
Tutto questo, grazie ad un emendamento nell'articolo 26 del disegno di legge in materia di lavori usuranti collegato alla Finanziaria
Il Governo Berlusconi si deve vergognare!!!
Infine, voglio concludere questa mia lettera, parlando delle rendite Inail per i superstiti delle vittime del lavoro.
A questo link la scheda:
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Dossier/SPECIALE__THYSSENKRUPP/info1177817212.jsp
Da notare che questa scheda è stata inserita, stranamente, proprio sotto la voce "Speciale Thyssenkrupp", quindi è probabile che non ci fosse prima sul sito web dell'Inail.
Come viene calcolata tale rendita?!
Facciamo qualche esempio per capire meglio:
La moglie perde il proprio marito sul lavoro; hanno due figli che non studiano più e che non lavorano, e quindi non hanno diritto alla rendita del 20 %.
Dal primo link Inail si evidenzia, che però al coniuge spetta fino alla morte o a nuovo matrimonio, il 50% della retribuzione annuale lorda, dell'anno precedente all'infortunio mortale. Però non è finita qui, perchè ci sono dei massimali e dei minimali.814 euro LORDI.
Allora, la retribuzione del marito era di 20 mila euro lordi, calcolando il 50 %, sarebbe venuto fuori 10 mila euro, ma dato che non può scendere sotto 13 mila e 899 euro, la rendita è di 13 mila
e 899 euro annui.
Cosa molto importante che, sulle rendite Inail, non si paga nè l'Irpef, nè i contributi previdenziali.
Quindi, dividendola per i mesi dell'anno, otteniamo: 13899/12= 1158,25 euro
Questa è la rendita Inail mensile, che non è chissachè, perchè se deve "campare" pure i due figli che non lavorano, fanno la fame.
Ma non è finita qui, perchè c'è una cosa molto importante che non c'è scritta in questa scheda (chissà come mai), cioè:
La somma totale delle rendite che spettano ai superstiti non può superare la retribuzione presa a ì base per il calcolo della rendita. In caso contrario le rendite vengono proporzionalmente adeguate.
L’importo della retribuzione è da considerare per il calcolo deve comunque essere compreso entro i limiti minimo e massimo stabiliti per legge.
Questa cosa sta scritta in questo link Inail (è stato un impresa trovarlo):
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_PUBBLICAZIONI&nextPage=PUBBLICAZIONI/Tutti_i_titoli/Guide/prestazioni/info-753590970.jsp
Facciamo altro esempio per capire meglio:
La moglie perde il proprio marito sul lavoro; hanno due figli, che in questo caso studiano (vanno all'Università), non hanno superato 26 anni (ne hanno 25), e non hanno reddito, alla moglie spetta il 50 % della retribuzione annuale lorda (anno precedente), a ogni figlio il 20 %, però in questo caso le rendite sono tre, e come ho scritto il precedenza, la somma non può superare la retribuzione presa a base per il calcolo, che è sempre di 20 mila euro lordi.
Facciamo due calcoli:
Coniuge: 20000 euro per 50%= 10000 euro
Primo Figlio: 20000 euro per 20 %= 4000 euro
Secondo figlio: 20000 euro per 20 %= 4000 euro
La somma delle rendite è di 18 mila euro, quindi non supera i 20 mila euro presi come base per il calcolo e rientriamo nei minimi e nei massimi stabiliti dall'inail.
Dividiamo tutto per il 12 mesi dell 'anno:
Coniuge: 10000/12=833 euro
Primo figlio: 4000/12= 333 euro
Secondo figlio: 4000/12=333 euro
Totale: 1499 euro
Però questa cifra sarà tale solo fino a quando i figli non compiranno 26 anni, poi la loro rendita del 20 % sparirà, e rimarrà quella della madre di 833 euro, cioè un elemosina!!!
So benissimo che queste rendite vengono rivalutate ogni anno, ma tanto per dire, perchè la rivalutazione è molto bassa. E di esempi se ne potrebbero fare a migliaia.
Se poi andiamo a prendere come esempio le rendite agli invalidi del lavoro, meglio mettersi le mani nei capelli, perchè sono ancora più basse, ma la lettera è giù lunga così, quindi preferisco fermarmi qui. Io spero davvero sbagliarmi, ma dubito, dato che i calcoli sono basati su quello che c'è scritto nelle schede Inail.
E' intanto il "tesoretto Inail" ammonta a ben 14,2 miliardi di euro, con un avanzo di bilancio che sfiora i 2 miliardi di euro annui.
Saluti.

Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
Email: bazzoni_m@tin.it

26 dicembre 2008

IL REVISIONISMO DEGLI EX COMUNISTI E LA VITTORIA DEGLI ANTICOMUNISTI HANNO CANCELLATO LA STORIA DI QUESTO PAESE IN COMA APALLICO?

La storia in faccia
Bisogna essere riconoscenti a quei giovani storici che, come Sergio Luzzatto, scendono dalla cattedra e intervengono sui giornali per tenere ostinatamente aperte pagine del passato recente italiano trattate spesso con troppa disinvoltura. E che dovrebbero essere affrontate fuori da quella «mezza luce» cui il nostro paese è così incline
Non sono contraria a un uso pubblico, e fin politico, della storia. Meglio se fosse privato e asettico? La storia è l'esperienza delle generazioni che ci hanno preceduto, soffriamo più di voglia di ignorarle che di farne uso. Che può essere anche abuso, ma nessuno è più manipolabile di chi pensa che in nome del presente possiamo cavarcela da quel che gli sta alle spalle. Non che sia sempre gradevole ricevere la storia in faccia, una comunista rischia di essere seppellita sotto valanghe di merda.
Ieri starnazzava Pansa e ieri l'altro il Libro nero del comunismo, ma meglio leggerli che ignorarli, perché pescano in acque torbide fra vero e falso, fatti e proporzioni. Viva dunque gli storici che li correggono, scendendo dalla cattedra sui giornali (e attenzione al movimento inverso, Montanelli ha fatto scuola e se l'è cavata tra le riverenze universali).Uno di questi giovani storici è Sergio Luzzatto, dei cui interventi (specie sul «Corriere della Sera» raccolti in Sangue d'Italia dalla manifestolibri) ha già parlato in queste pagine Sandro Portelli (sul «manifesto» del 7 dicembre). Vi ritorno perché quel fitto discorso mi ha confortato, e suscitato un problema e una obiezione.Usi e abusi della mezza luceConfortante è vedere dismessa da uno storico giovane la disinvoltura con la quale molti illustri padri della Repubblica hanno sdoganato negli anni Novanta i fascisti.
È parso a un certo momento che bisognasse essere grati a Berlusconi perché riportava un pezzo del paese nella maggioranza e nel governo. Chi aveva più paura del fascismo? Nessuno. Era stato un pericolo ma era finito per sempre. Significava ignorare che se la storia non si ripete, il fascismo non è un incidente in Europa, risponde a pulsioni profonde e ha antiche radici nella cultura - che è un errore considerare sempre d'accatto - della destra. Si aggiunga che l'Italia non ha fatto la durissima terapia della Germania, male accettata dalla prima generazione postbellica ma riproposta con forza dalla seconda. Non ci siamo sognati di costruire accanto al Vittoriale un monumento alla Shoah come Berlino accanto alla porta di Brandeburgo, abbiamo riammesso facilmente nell'«arco costituzionale» i nostalgici della fiamma tricolore su bara mentre i nostalgici della svastica sembrano fuori per un pezzo da quello tedesco.
Così i nostri ex fascisti, differentemente dagli ex comunisti, non rinnegano il loro passato, lo selezionano. Il loro leader e presidente della Camera, Gianfranco Fini ha definito Mussolini un grande statista e ha condannato senza mezzi termini le leggi razziali del 1938. Ed è andato in Israele a visitare il memoriale della Shoah, e mi è parso con emozione. Del resto è nato troppo tardi per esserne stato coinvolto. Qualche giorno fa ha sottolineato tuttavia che non è stato il fascismo a inventare l'antisemitismo, ma la tradizione cristiana. Vero. Ha aggiunto che le leggi razziali non suscitarono reazioni di popolo né nella chiesa cattolica. Vero, ma su questo avrebbe fatto meglio a tacere: quali possibilità di reazione, che non si limitassero a nascondere qualche amico ebreo in soffitta, c'erano nel 1938 nello stato di polizia del grande statista? Anche il Vaticano, che ha protestato, avrebbe fatto meglio a tacere. Ha aperto le sue porte a qualche ebreo che chiedeva asilo - come dopo il 1945 a personaggi nazisti - ma Pio XII ha rifiutato di pronunciare una parola che forse avrebbe fermato il raid tedesco dell'ottobre 1943 nell'ex ghetto di Roma, e pensare che gli era stato chiesto dall'ambasciatore tedesco presso la santa sede. Nondimeno, se la chiesa ha maledetto per secoli il popolo deicida, non ne ha dedotto che gli ebrei erano sottouomini da sterminare. E il nostro fascismo li ha volonterosamente deportati verso i lager del Reich non senza ammazzarne più d'uno per strada. Tutta intera, la storia è un tessuto difficile. È la mezza luce, cui il nostro paese è incline e della quale Renzo de Felice è stato un attentissimo campione, che della mezza storia usa ed abusa. Ed è questo che rende loffie le proposte di riconciliazione, di Violante e non solo. La pagina non è chiusa - chiari e scuri della resistenza compresi - e vanno dunque ringraziati i Luzzatto, per altri aspetti i D'Orsi e pochi altri che la tengono ostinatamente aperta.

Un partito-giraffa. Il problema riguarda Togliatti. Ridotta all'osso - e lasciando da parte le psicologie della persona - sarebbe stato possibile costruire un grande partito comunista e democratico nel 1945 rompendo con l'Urss? Dico «comunista e democratico», per bizzarro che possa sembrare oggi, perché questo è stato il Pci, così è stato costruito e per questo ha agito tanto in profondità sulla scena del paese. A fare storia sul serio, non credo si possa scappare da questa domanda. Si presentò come «comunista e democratico» perché né i socialisti, né le loro poco gloriose socialdemocrazie continentali, né gli uomini di Giustizia e Libertà e poi Partito d'Azione avevano nel 1945 la forza sufficiente per imprimere uno scatto decisivo al paese, una sorta di palingenesi sociale e culturale di massa. E a quel tempo lo riconoscevano. Erano contrari ai comunisti tutti, nel senso che non ne condividevano l'impianto più o meno classista, e tanto meno la tesi della dittatura del proletariato, criticavano il modello dell'Urss, ma sapevano benissimo che la leva comunista della resistenza, con cui ebbero ad azzuffarsi, non solo non si voleva ma non era il partito bolscevico, neppure avrebbe potuto esserlo, era una curiosa formazione e per metà classista, uno strano animale - la «giraffa», ebbe a dire Togliatti. Tengo per fermo, e vorrei che l'Istituto Gramsci lo avesse esaminato più a fondo, che Togliatti abbia considerato non una disgrazia ma una occasione il fatto di trovarsi all'ovest invece che all'est e volesse non per astuzia quella Costituzione. Penso che sia stato sincero il suo discorso, sul filo del rasoio, contro la duplicità e il tentativo, tutto a zig zag, del 1956-57. Si sarebbe potuto fare un grande partito popolare denunciando l'Urss per schierarsi con Churchill a Fulton e con gli Stati Uniti che avevano gettato le due atomiche su Hiroshima e Nagasaki non solo né specialmente per finire il Giappone? Non credo. Allora si ricordava ancora che l'Urss aveva avuto più di 22 milioni di morti e gli Usa erano entrati in guerra quando la Wehrmacht era bloccata a Stalingrado. Penso che il Pci non sia stato meno circolante e aperto alla società dell'attuale Partito democratico, meno monarchico e più severo e pulito. Penso che il memoriale di Yalta del 1964 sia stato ben più secco e grave del tardivo «è venuto a fine il movimento propulsivo» di Berlinguer nel 1981. Penso che cadeva nel breve periodo nel quale né Bretton Woods era finito, né la crisi dell'energia aperta, né Reagan e Thatcher insediati, la confusa ma grande decolonizzazione in corso e il movimento comunista non del tutto ossificato. Per tutti gli anni '60 il mondo oscilla prima di attestarsi sull'ultraliberismo.Il Pci inizia il suo declino, anche se non elettorale, allora. Quando finisce il dopoguerra, vacilla la guerra fredda e una possibilità di terzo polo è stata tentata. Non pretendo che sia un'ipotesi ferrea, ma certo meno approssimativa di quella che interpreta il Pci tutto e solo nel rapporto con l'Urss, e dopo con il crollo dell'Urss. Da quel che fu in Italia e da quel che produsse nell'idea di sé del paese non uscì un partito che avrebbe retto alle trasformazioni degli anni '70 e '80, per quel che era e anche per quel che non riuscì ad essere, ma diverso da quella storpiatura della quale tanti ex comunisti si vergognano, poveracci e un po' cialtroni. Sfoggio di buone coscienzeL'obiezione riguarda il terrorismo. Intanto non li chiamerei «terroristi» - sovversivi, gruppi armati, omicidi. Non presero a modello Robespierre e il Terrore, che fu un metodo di governo. E neanche i narodniki, che gettavano bombe nel mucchio per terrorizzare; questo i brigatisti non fecero mai, a differenza dei fascisti e le loro stragi. Se qualcuno delle Brigate Rosse ebbe in mente la resistenza (il «gruppo reggiano dell'appartamento») non furono tutti né i più, se ci fu un modello fu quello latinoamericano. Non erano carnefici efferati, come si sentono in obbligo di definirli anche Luzzatto o de Luna nell'introdurre l'interessante La piuma e la montagna (manifestolibri 2008). Le Brigate Rosse non uccisero per uccidere, né per sfregio (eccezion fatta per Roberto Peci, e poi ci furono crudeltà in carcere fra alcuni di loro o della stessa parte, nella disperazione e disfatta). Il loro fu un tentativo sanguinoso di insurrezione sbagliato, prima che dal punto di vista morale, da quello politico.Per dirla tutta, mi è difficile applicare un giudizio «morale» in un universo e in un tempo nel quale il monopolio statale della violenza è stato esercitato con tanta ottusa brutalità. E con tale sfoggio di buone coscienze. In una temperie culturale per cui sarebbe violenza colpire direttamente e fisicamente qualcuno, mentre non lo sarebbe far crepare di fame e di sete decine di milioni di persone, stroncare anonimamente la vita di milioni di altre - come sono ladri due terzi di coloro che riempiono le galere e non chi ha sottratto le smisurate somme nella speculazione di questi mesi. Non giustifico né l'uccidere né il rubare, quale che ne sia il movente, intendo mantenere un criterio per cui sia possibile esaminare gli anni '70 senza prima farsi frugare nell'anima, come all'aeroporto nella giacca, per garantire che non sei una incline alle armi. Non mi pare meno grave che le Brigate Rosse siano partite dall'idea che uno stato moderno possa essere colpito colpendo un suo esponente, come se fosse un ex impero e non tessuto fittissimo di rapporti e interessi che si tengono. È questo che ha reso senza senso quelle morti, date e ricevute. Quindi crudeli, una colpa. Ma non sordida, politica. E non per questo meno gravida di conseguenza. Non però quelle che si dicono. Se Moro non fosse stato sequestrato e ucciso, non avrebbe fatto il governo con il Pci, e Berlinguer sarebbe andato incontro allo stesso scacco. Molto sarebbe cambiato, ma non la forma di stato e di governo. Le istituzioni non furono mai in pericolo per causa dei 120 regolari che le Br ebbero al loro punto massimo. La degenerazione covava ed è avvenuta su altro. Anche questo sarebbe da studiare e discutere. Dovremmo permetterci di farlo.

Rossana Rossanda
il manifesto
23/12/2008

22 dicembre 2008

INTANTO A TORINO I VIGILI SCHEDANO I CITTADINI CHE ACQUISTANO IL PANE A 1 EURO: AFFRONTARE LA POVERTA' E' UN CRIMINE?

C’è chi ha le "mani in pasta" e
chi la pasta la distribuisce a
prezzi calmierati

C’è chi ha le "mani in pasta" e chi la pasta la distribuisce a prezzi calmierati. Mentre la questione morale imperversa evidenziando il bipolarismo degli affari, il Prc scende in campo anche questa settimana contro il carovita denunciando le speculazioni sui generi di prima necessità, chiedendo il prezzo politico per i generi alimentari di largo consumo, l’aumento di salari e pensioni, l’allargamento degli ammortizzatori sociali per tutti.

A partire da questo fine settimana e fino alla prossima, i Gap (Gruppi di acquisto popolare) distribuiranno 10mila kg di pane ad un euro al kg e 10mila kg di pasta di qualità a prezzo calmierato oltre che a centinaia kg di riso, caffé e altri prodotti. «La drammaticità dell’attuale crisi economica, è arrivata a coinvolgere non solo i consumi e l’occupazione ma anche lo stesso andamento degli investimenti delle imprese, come sottolinea l’Istat» ha detto il segretario del Prc, Paolo Ferrero, che poi continua: «La debolezza strutturale di salari e pensioni, arrivati a livelli infimi, e l’espulsione dal ciclo produttivo di migliaia di lavoratori, privi delle necessarie garanzie occupazionali, dovrebbe richiedere misure straordinarie, da parte del governo».

21 dicembre 2008

Le donne, in Italia, hanno il diritto di andare in pensione 5 anni prima degli uomini.

Bisogna dire no

Si tratta di una grande conquista, che riconosce il doppio lavoro, il lavoro di cura non retribuito, che da sempre le donne svolgono all'interno della famiglia.
E' un principio che chiediamo di riconoscere a tutti, quando si parla di pensioni, e per cui ci siamo battuti strenuamente anche dal governo. Un lavoro non è uguale a un altro, perciò il lavoro operaio o il lavoro usurante, che può essere svolto in diversi comparti, merita di essere considerato diversamente da chi svolge una professione appagante, in orari e in ambienti salubri.
Mio padre faceva l'infermiere in una corsia di ospedale, e amava moltissimo il suo lavoro. Ma dopo aver fatto turni di notte per anni e anni, e aver curato tante persone malate, ferite per incidenti stradali, dopo aver visto tanti morti, aveva usufruito del diritto ad andare in pensione dopo 35 anni di lavoro. Per me è sempre stato chiaro perché non tutti i lavori sono uguali. E ognuno di noi potrebbe considerare le esperienze dirette rispetto al lavoro femminile: quante ore di lavoro hanno svolto in casa le nostre mamme o noi stesse, quanta fatica prima e dopo il lavoro di fabbrica o di ufficio?

Quando sento signore come la Bonino, o qualche esponente del PD, che interloquiscono o superano persino il ministro Brunetta in questo imbroglio, e, in nome di una supposta parità di lavoro per donne e uomini, vorrebbero aumentare di 5 anni il lavoro femminile, mi verrebbe da invitarle a fare un po' di anni di esperienza diretta: di provare a correre dalla mattina alla sera, senza l'aiuto di baby-sitter, badandi, donne della pulizia.
E considero piuttosto sconcertante, che il segretario della Cisl contesti solo il fatto che la proposta di Brunetta dovrebbe contemplare una trattativa.

Mentre le fabbriche chiudono, e la crisi ha già messo per strada migliaia di persone, e milioni di giovani conoscono solo il lavoro precario, il sindacato dovrebbe rifiutare a scatola chiusa qualsiasi proposta di allungamento del lavoro per chi ha un contratto regolare.

Niente modifiche legislative per la pensione, nessun aumento dell'orario di lavoro o di facilitazione degli straordinari. Anzi, bisognerebbe fare il contrario, e insieme alla redistribuzione del reddito cominciare a discutere della redistribuzione del lavoro.

E se qualcuno considera sconveniente dire solo no, ricordo che la discussione di merito sull'abolizione della scala mobile, accusata di portare all'appiattimento, ha semplicemente cancellato gli aumenti salariali per tutti e ha portato alla situazione attuale, in cui il nostro paese è tra gli ultimi in Europa, e i lavoratori hanno perso salari e potere di acquisto.
Quando si è iniziato a discutere di flessibilità, ricordo le discussioni anche tra donne: avrebbe facilitato l'organizzazione del nostro tempo di lavoro e di vita, avremmo potuto conciliare i nostri orari in azienda con quelli dei nostri figli a scuola, ecc..
Peccato, però, che non solo le lavoratrici a detenere il potere sui luoghi di lavoro, e la flessibilità è stata usata contro i loro interessi, con l'unico scopo di aumentare i profitti. E gli stessi giovani, che spesso ho sentito dire di preferire lavori e tempi più flessibili, di non volere le 8 ore di lavoro in fabbrica come i loro padri, ora scoprono di essere solo precari senza futuro.
La drammatica crisi economica, che stiamo vivendo, è figlia delle politiche dei bassi salari e della precarietà, perciò, per uscirne davvero bisogna rovesciare l'impostazione, cioè distribuendo soldi ai lavoratori e garantendo a tutti diritti e occupazione.
E' chiaro che in molti, in nome di una crisi, che chiederebbe sacrifici a tutti, provano a chiederli sempre agli stessi, cioè ai lavoratori e alle lavoratrici. Bisogna dire no.
Non importa se la Corte di giustizia europea evidenzia una disparità tra uomini e donne: proponiamo di ridurre il tempo di lavoro degli uomini.
Non importa se altri paesi europei hanno una legislazione meno vantaggiosa della nostra: proponiamo che tutti i paesi si allineino alle condizioni di migliore favore.
Non importa se diranno che siamo conservatori/conservatrici: essere moderni e innovatori ha procurato solo guai, e, a causa delle tante “riforme”, oggi i ragazzi scoprono di essere sfruttati e senza futuro. Per questo già rischiamo, in qualche paese, una rottura generazionale.
E' ora di dire basta. Le donne devono andare in pensione come gli uomini? No, grazie.

Graziella Mascia
vice presidente Sinistra Europea
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nota: la vignetta è del collaboratore di Lavoro e Salute, Ferdinando Gaeta

19 dicembre 2008

...sul piano umano rappresenta un enorme progresso per la liberazione dalla povertà. Un saggio di Giorgio Nebbia

" COMUNISMO DI BASE" O CAOS

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il mondo è stato considerato diviso in tre grandi blocchi: quello dei paesi capitalisti, pudicamente chiamati a libero mercato, costituiti dagli Stati uniti e dai loro satelliti; quello dei paesi socialisti, o a economia pianificata, costituiti dall'Unione sovietica e dai suoi satelliti, con la turbolenta isola cinese che faceva una propria politica.
Infine c'era il "Terzo mondo" - secondo la definizione coniata dal geografo Sauvy nel 1951 – costituito da paesi poveri, sottosviluppati, talvolta gravitanti, per ragioni commerciali o di difesa, nell'orbita di uno dei due (o tre) principali imperi, talvolta "non allineati", spesso ricchi o potenzialmente ricchi di materie prime e risorse naturali. Stati uniti e Unione sovietica esercitavano, sui paesi del Terzo mondo, una politica imperialista consistente nell'acquistare materie prime strategiche - petrolio e carbone, cereali, minerali di ferro, cromo, tungsteno, rame, eccetera - fornendo in cambio assistenza militare per le lotte con i paesi vicini e con i movimenti di liberazione interni. I paesi satelliti - Europa, Giappone, ecc. rappresentavano i grandi mercati di tecnologie e prodotti industriali e di consumo.
A partire dagli anni sessanta del Novecento i paesi non allineati, a poco a poco sgravati dalla condizione coloniale, avevano organizzato, a livello delle Nazioni unite, gruppi di pressione per ottenere condizioni commerciali e prezzi più equi per le materie prime, in modo da trattenere una qualche quota di ricavi per il proprio "sviluppo": le conferenze su commercio e sviluppo, Unctad, hanno rappresentato un luogo di discussione che non ha inciso molto fino alla fine degli anni sessanta, quando la protesta internazionale contro l'aggressione americana in Vietnam, gli interventi nei paesi africani, la ribellione del governo socialista cileno di Allende contro le multinazionali americane del rame, e la formazione di repubbliche "socialiste" in paesi petroliferi come Libia e Iran, hanno indicato la necessità di una svolta. Non a caso la Terza conferenza su commercio e sviluppo, Unctad III, si era tenuta nel 1972 a Santiago del Cile, e poche settimane prima la Conferenza di Stoccolma "sull'ambiente umano".
L'assassinio di Allende e il ritorno di un governo fascista aperto di nuovo alle multinazionali americane e le ingerenze straniere nei paesi petroliferi hanno sollevato un'ondata di ribellione che si è tradotta nell'aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime e hanno gettato il capitalismo occidentale nella grande crisi. E' così apparso che le merci e le materie prime rappresentavano la nuova arma del potere: "Commodity power", come titolò in quelle settimane l'Economist. Dalle materie prime dipendeva non solo la ricchezza, ma la stessa sopravvivenza del capitalismo, e quelle erano in gran parte nelle mani dei paesi del Terzo mondo.
Era cambiata la geopolitica mondiale, tanto che nel 1974 - subito dopo la prima crisi petrolifera - un'economista inglese, Barbara Ward, suggerì una diversa suddivisione del mondo, sulla base della possibilità di accesso alle materie prime e alla tecnologia. Il primo mondo sarebbe allora stato quello dei paesi praticamente industrializzati autonomi quanto a disponibilità di materie prime o addirittura esportatori di materie prime: Stati uniti, Unione sovietica e anche Canada e Australia.

Il secondo mondo era quello dei paesi industriali tecnologicamente avanzati, ma poveri di materie prime, come l'Europa occidentale e quella orientale, accomunate nella dipendenza dalle potenze imperiali del primo mondo.
Il Terzo mondo era quello dei paesi poveri e sottosviluppati che possedevano soltanto alcune materie e risorse essenziali - petrolio, o minerali strategici, o abbondanti raccolti agricoli, o legname, o mano d'opera a basso prezzo - da poter vendere ai paesi del secondo mondo e, col ricavato, poter avviare un qualche processo di sviluppo sociale e industriale, pur in mezzo a contraddizioni e ingiustizie interne.
I paesi del quarto mondo erano quelli privi di risorse naturali vendibili, i poveri-poveri, praticamente senza speranza di sviluppo o di liberazione, uno o due miliardi di persone in Africa, Asia, America Latina, con rapidi tassi di crescita della popolazione, destinati a premere per avere un posto alla mensa dei paesi ricchi e destinati ad essere respinti senza pietà.
I paesi imperiali reagirono spingendo a guerre interne i paesi ricchi di materie prime, armando i movimenti che assicuravano il ritorno del predominio delle multinazionali; nello stesso tempo una abile azione degli Stati uniti, ma anche dell'Europa, ha aiutato la lenta dissoluzione di quel che restava del socialismo, ben poco realizzato, nell'Unione sovietica e nell'Europa orientale fino al fatidico "ottantanove" che di nuovo rivoluzionava la geopolitica mondiale.
Con la scomparsa del "socialismo" e dell'economia pianificata si sono formati due grandi blocchi: un impero dei paesi industrializzati del Nord del mondo, che vede uniti i due imperi, americano e russo e i loro satelliti, più o meno riottosi, come l'Europa, nel processo di sfruttamento delle risorse naturali materiali degli altri paesi, quelli del Sud del mondo, un frastagliato aggregato di popoli.

Il Nord del mondo ha l'unico fine di sfruttare, come ha sempre fatto, anche quando era diviso, i paesi poveri: il Sud del mondo cerca di raggiungere una condizione di benessere economico e merceologico simile a quello dei paesi del Nord del mondo.
A loro volta i paesi del Sud del mondo si possono riconoscere suddivisi in paesi in via di industrializzazione che vendono materie prime e merci e lavoro a basso prezzo, e in paesi poveri e poverissimi che dipendono da tutti e che sono la grande riserva di mano d'opera miserabile, il futuro gigantesco mercato delle merci e dei macchinari e la grande discarica di tutte le merci e i rifiuti inquinanti del Nord del mondo.
In questi complicati rapporti non esiste più alcuna ideologia, né nessun progetto, né nessuna speranza o solidarietà, al di fuori dalla omogeneizzazione delle aspirazioni di possesso del denaro e delle merci. Il primato del mercato, la globalizzazione, l'aspirazione europea di creare una "unione" di mercanti e acquirenti di merci, contrapposta all'impero americano e russo, rientrano in questo grande progetto di imperialismo e di oppressione che, con un raffinato disegno, unisce oppressori e oppressi. L'unico inconveniente di questa situazione è che non può andare avanti, o, come si dice, è insostenibile. Essa potrebbe continuare soltanto "pesando" sempre di più sulle risorse naturali materiali della Terra che sono tutt'altro che infinite: petrolio, carbone, acqua dolce, prodotti agricoli e zootecnici, suoli agricoli, foreste, minerali, così come continuamente diminuisce la capacità dell'aria, delle acque e del mare di ricevere e assimilare scorie e rifiuti. Le materie offerte dalla Natura entrano nei grandi processi di trasformazione che garantiscono il flusso di alimenti, plastica, automobili, macchinari, carta, edifici, strade, continuamente rinnovati perché solo così si tiene in movimento sempre più rapido il denaro, la crescita.
Senza rendersi conto che tale flusso di merci e di oggetti non si interrompe mai e la materia e l'energia si trasformano in scorie che modificano la temperatura del pianeta, la composizione dei suoli e delle acque, che diventano sempre meno utilizzabili a fini umani, che lasciano sempre meno risorse e opportunità materiali per le generazioni future.
Il credo capitalistico del mercato giustifica questa tendenza, dalla cui continuazione - anzi aumento, "crescita" - dipende la sua sopravvivenza, con tre menzogne: la prima è che il produrre e consumare merci è virtuoso perché assicura occupazione; la seconda menzogna è che produrre merci è virtuoso perché si liberano i popoli poveri dall'indigenza; la terza è che non ci si deve preoccupare perché la società del futuro sarà sempre più immateriale, grazie ai successi dell'elettronica, delle telecomunicazioni e della globalizzazione.
La politica "europea", che tanti sacrifici chiede alle classi meno abbienti e ai ceti più deboli - ai Sud interni - dei paesi europei, non solo non crea occupazione e non risolve problemi umani né nei paesi europei, né tanto meno nel Sud del mondo, ma anzi aggrava le differenze preparando condizioni che un giorno potranno tradursi in maggiore impoverimento dei poveri e in conflitti irrimediabili.
Ma non è finita: proprio la globalizzazione, la diffusione delle informazioni e la crescente facilità di spostare merci e persone, ha fatto crescere nuovi giganti imperiali che vendono quelle tecnologie e merci che avevano fatto ricchi e potenti gli imperi del Nord del mondo: si tratta dell'impero di due miliardi e mezzo di persone, per lo più in Cina e India e nei loro satelliti asiatici, che, con un lavoro in condizioni spesso selvagge, rispetto ai valori occidentali, ma peraltro ben familiari alla rivoluzione industriale europea e americana dell'Ottocento, "fabbricano", insieme alle merci anche capitali da investire nel Nord del mondo.
E così siamo tornati a tre mondi: quello del "vecchio" Nord, sempre più vecchio demograficamente, sempre meno capace di innovare e di produrre e di "sperare" (diciamo 1500 milioni di persone), quello dei paesi di industrializzazione emergente con stile paleo-capitalistico (diciamo 2500 milioni di persone), e i soliti poveri e poverissimi (diciamo altri 2500 milioni di persone) che comprendono i paesi mussulmani, quelli latino-americani, parte degli asiatici, dilaniati da guerre interne, ben alimentate e incoraggiate dal "vecchio" Nord.
In questo modo quei problemi che erano al centro dell'attenzione nella "primavera dell'ecologia", negli anni dal 1968 al 1973, quei problemi di aumento demografico, di impoverimento delle riserve di terre agricole e di fonti energetiche, di inquinamento dell'aria e delle acque e poi di mutamenti climatici e di peggioramento della salute, sono riesplosi in forma ancora più grave proprio in seguito a questa nuova distribuzione della produzione industriale e agricola.
Le leggi sociali faticosamente conquistate dai movimenti socialisti dell'Ottocento e Novecento in Europa e in America, le leggi faticosamente conquistate in Europa e in America per ridurre i costi e i danni dell'inquinamento, per aumentare la sicurezza sul lavoro, sembrano volatilizzate, a livello "globale", appunto, davanti alle devastazioni ambientali che compromettono rapidamente e irreversibilmente le condizioni di sopravvivenza degli stessi paesi emergenti e di tutto il pianeta.
Il ritorno del nucleare commerciale come finto rimedio ai mutamenti climatici, la diffusione di armi sempre più devastanti, lo sfruttamento delle risorse naturali e gli inquinamenti stanno portando il pianeta a condizioni ben peggiori di quelle che si profilavano quando nacque la contestazione ecologica.
E non può essere altrimenti perché la crescita economica planetaria secondo le regole del libero mercato inevitabilmente spinge alla catastrofe: più mercato, più crescita di merci e di servizi, aumento della popolazione mondiale, aumento della popolazione che vuole assidersi al "banchetto della natura" delle società opulenti, inevitabilmente portano a conflitti per la conquista di acqua, di spazi coltivabili, di energia, di cibo.
Anche se esistessero - ed esistono - conoscenze tecniche per liberare i poveri dalla miseria con soluzioni diverse da quelle offerte dal capitalismo europeo e americano, anche se esistesse la possibilità di assicurare acqua e alimenti e salute e abitazioni decenti, per questa tecnica non c'è spazio se non assicura ricchezza finanziaria al capitale globale, inevitabile premio del diritto di proprietà.
Come è possibile chiedere al padrone dei pozzi petroliferi di estrarre meno petrolio, per lasciarne un poco alle generazioni future, al padrone della fabbrica di depurare i suoi fumi ed effluenti, se questo fa diminuire i suoi profitti? Come si può chiedere a regioni o stati confinanti di amministrare insieme, con rispetto reciproco, le acque dei fiumi comuni, come si può chiedere al padrone dei boschi di rinunciare alla costruzione di edifici o strade o impianti sportivi per non tagliare gli alberi, per evitare frane e alluvioni future?
L'analisi della crisi delle risorse naturali mostra bene che essa è dovuta allo scontro fra interessi privati e beni collettivi; allo sfruttamento privato di risorse, come l'aria o l'acqua o la fertilità del suolo, che a rigore non hanno un padrone. La crisi ecologica è sostanzialmente crisi del bene collettivo; alcuni traggono benefici senza alcun costo; tengono, per esempio, pulita la propria casa, il proprio "oikos", scaricando i rifiuti all'esterno, nell'ambiente, in una più vasta casa d'altri.
La salvezza va allora cercata mettendo in discussione i principi stessi della proprietà privata, ricuperando il carattere pubblico dei beni come l'aria o il mare o le acque e introducendo il principio di delitto per chi tali beni viola o rapina o sporca. Gli obiettivi dell'economia finanziaria e quelli dell'economia sociale non possono coincidere; la proprietà collettiva delle fonti di energia, dalle regioni montagnose dove i fiumi nascono, fino ai più remoti pozzi di petrolio, è la sola garanzia per un uso e una conservazione efficace.
Soltanto una società pianificata e socialista potrebbe darsi delle nuove regole, compatibili con i problemi di scarsità e di distribuzione secondo giustizia. Già settanta anni fa il grande sociologo Lewis Mumford aveva parlato della necessità di liberarsi delle scorie della società paleotecnica edificando una società neotecnica basata sulla pianificazione dei bisogni fondamentali, sul potenziamento dei servizi e dei beni collettivi, basata su un "comunismo di base", ben diverso dalla struttura burocratica e assolutista dei paesi del defunto socialismo così poco realizzato.
Il comunismo di fondo avrebbe dovuto implicare l'obbligo di partecipare al lavoro della comunità in modo da soddisfare i bisogni fondamentali con una pianificazione della produzione e del consumo, un sistema economico in cui il fine della produzione sia il raggiungimento del benessere sociale al posto del profitto privato, in cui il diritto di proprietà sia trasferito dai singoli individui alla comunità.
Per Mumford il comunismo avrebbe dovuto significare che il governo doveva assicurare un reddito minimo garantito a ogni cittadino, come diritto dell'appartenere a una comunità, dopo di che i governi avrebbero dovuto rallentare la corsa alla produzione di merci e riorientare la società dalla sua febbrile preoccupazione per invenzioni, merci, profitti, vendite, per far soldi, all'intenzionale promozione di più umane funzioni vitali, tanto che Mumford pensava ad una "repubblica verde", più che "rossa".

La sola alternativa a questo comunismo è l'accettazione del caos: le periodiche chiusure degli stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente denominate 'valorizzazioni', dei beni di alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l'imperialismo, la conquista dei mercati stranieri. Molte innovazioni tecniche vengono usate immediatamente dalla megamacchina contro gli esseri umani: si pensi all'uso che il potere politico ed economico fanno della televisione per livellare i gusti, per spingere ad una crescente dipendenza nei confronti del consumo delle merci, per soffocare la stessa democrazia.
Se vogliamo conservare i benefici della "macchina" non possiamo permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia l'inevitabilità di un comunismo di base. Questa prospettiva appare ingrata all'operatore economico di stampo classico, ma sul piano umano può solo rappresentare un enorme progresso e dovrebbe indurci, se lo volessimo, ad avviare un nuovo grande movimento di liberazione dalla povertà, tanto più necessario in questo momento in cui la società paleotecnica, in cui siamo immersi, mostra tutta la sua violenza e arroganza.
Impossibile? No. Per quanto la scienza e la tecnica abbiano ampiamente dirottato dal loro più esatto itinerario, esse ci hanno insegnato almeno una lezione: niente è impossibile.

Giorgio Nebbia

18 dicembre 2008

una vittoria della sinistra europea e dei sindacati non governativi contro i governi che volevano annientare i contratti collettivi

«GRANDE VITTORIA AL PARLAMENTO EUROPEO: BLOCCATA LA DIRETTIVA SULL'ORARIO DI LAVORO»

Strasburgo, 17 dicembre 2008 - «Con una serie di voti a maggioranza qualificata, oltre 400 voti, il Parlamento Europeo ha approvato diversi emendamenti che modificano in profondità il testo proposto dalla Commissione Europea e dal Consiglio: è stata cancellata la possibilità di prorogare fino alle 65 ore l'orario di lavoro. Non solo é stata bocciata quindi l'estensione dell'opting-out, (prolungamento dell'orario di lavoro anche con accordi individuali) ma questo dovrà essere cancellato, nelle nazioni dove é già attivo, entro 36 mesi.

È stato riconosciuto come tempo di lavoro il tempo di guardia (ad esempio per il personale sanitario, i vigili del fuoco e tante altre categorie) in sintonia con quanto stabilito dalla Corte Europea e in contrasto con quanto chiesto dal Consiglio.

Più in generale é stato bocciato il tentativo di distruggere gli accordi collettivi e quindi di portare un profondo attacco alle organizzazioni sindacali.

Ora il testo così emendato sarà sottoposto alla discussione congiunta della Commissione, del Consiglio e del Parlamento rappresentato dal relatore (il cosiddetto "comitato di conciliazione"), in quella sede o Commissione Consiglio accetteranno un testo che tiene conto degli emendamenti votati dal Parlamento, oppure, in assenza di un accordo sarà destinata a decadere; anche in previsione della conclusione della legislatura».

Vittorio Agnoletto
europarlamentare Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

17 dicembre 2008

IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA: A NAPOLI AZZERARE LA GIUNTA

Basta con il bipolarismo degli affari
La vicenda napoletana dimostra ancora una volta come esista una questione morale nazionale che interessa i due principali partiti: partito democratico e Popolo delle Libertà. In quasi tutte le inchieste aperte, al di la di chi governa in loco, sono sempre coinvolti personaggi politici di questi due partiti. Questo dimostra come il bipolarismo italiano sia un bipolarismo degli affari, in cui i due più grandi partiti hanno più di una superficie di contatto, poco trasparente, tra loro e con il modo degli affari;
A Napoli gli esponenti di Rifondazione Comunista hanno sempre fatto battaglie per evitare questo intreccio tra politica e affari e queste stesse battaglie – come in Abruzzo – sono all’origine di una parte delle attività della Magistratura.
A Napoli è necessaria una seria discontinuità che non può essere solo verbale: è necessario l’azzeramento della giunta comunale. Questo è il minimo in un contesto ambientale pesantemente inquinato, in cui PD e PdL sono coinvolti nelle inchieste ed in cui esponenti della PdL sono indagati per associazione mafiosa.

16 dicembre 2008

LAVORO E SALUTE RILANCIA L'APPELLO A TUTTI I SUOI LETTORI

Licenziato delegato Maserati
Fiom e rete28aprile/cgil

cari compagni
vi chiedo con urgenza di mandare fax di protesta e solidarietà al numero 059-226765 e per conoscenza alla fiom nazionale 0685303079 e a quella di modena 059583350, in quanto oggi la Maserati (fiat) ha licenziato un delegato della Fiom e membro della rete28aprile. il compagno si chiama Eugenio Scognamiglio e le vere ragioni del licenziamento sono che è stato uno dei delegati in prima fila nel portare avanti la lotta contro il licenziamento di 112 interinali da parte dell'azienda. in questi giorni operai a tempo indeterminatoi e precari sono scesi in lotta tutti uniti contro questi licenziamenti ed in cambio la Maserati ha colpito un delegato con evidente intenti e ragioni politiche. è un caso analogo a quello del compagno Antonio Santorelli dell'Avio di pomigliano accaduto qualche mese fa.infatti iil pretesto sarebbe che il delegato avrebbe rotto un vetro e avrebbe afferrato per il collo una guardia!cose tutte assolutamente false!
vi chiedo la massima rapidità nel mobilitarvi con fax e prese di posizione.
saluti di lotta

Paolo Brini

www.rete28aprile.it

15 dicembre 2008

È vergognoso il comportamento della grande stampa, ha nascosto il grande successo dello sciopero generale contro il governo. Questo è regime!

Stampa e Tv: lo sciopero? Quando? Dove?

Un fatto avviene se i media ne parlano: è questa la legge, brutale quanto si vuole ma oggi imperante, della società dell’informazione. Addirittura può accadere che un fatto non avvenuto diventi reale se i media lo inventano. Prendiamo lo sciopero generale di venerdì. Lo si è visto anche fisicamente, perché nelle strade di 108 città italiane c’erano delle persone che camminavano l’una a fianco all’altra, portavano bandiere rosse, striscioni,cantavano, gridavano slogan.

Quante? Non ci interessa il numero. Se erano tante era una notizia. Se erano poche era una notizia ugualmente. Ma il fatto, secondo i media, non è avvenuto o se è avvenuto andava relegato nelle pagine interne, dove nessuno lo legge. Per quanto riguarda le televisioni se proprio non si poteva fare a meno di quei rompicoglioni che sono i lavoratori, i pensionati, i precari, bastava dare solo qualche immagine, magari degli ombrelli visto che pioveva e non delle persone che sotto gli ombrelli stavano e si era a posto con la propria coscienza. I telegiornali, quelli della Rai, servizio pubblico, e quelli del padrone, il presidente del Consiglio, se la sono cavata bene: lo sciopero generale, sì, forse c’è stato, ma come pioveva, che cosa si poteva riprendere dei cortei. Meglio abbozzare. Il giorno dopo abbiamo dato un’occhiata ai giornali, quelli stampati. Non pensavamo certo che i giornali del padrone, sempre il solito, il capo del governo o suoi amici, quelli cui ha regalato Alitalia, fossero più prodighi di notizie. Sapevamo già cosa avrebbero scritto: che lo sciopero era fallito, Brunetta e Sacconi, il cui odio verso tutto ciò che sa di mondo del lavoro e di Cgil avevano già i numeri pronti per dimostrare che all’appello del più grande sindacato italiano non aveva risposto nessuno, che le strade erano rimaste deserte.

Dicono nei rispettivi ministeri che le dichiarazioni dei due esponenti del governo erano pronte già una settimana prima della effettuazione dello sciopero. Anche la Marcegaglia aveva la velina già preparata in anticipo. Che dire dei colleghi di questi giornali? Anche loro sono rispettosi della libertà di informare. Ma questa ,libertà riguarda il padrone. Lui deve essere libero di informare come vuole. Loro liberi di esercitare il diritto ad informare che è proprio della professione giornalistica. Non c’è scritto da nessuna parte che ci si deve opporre alla libertà di informare nel modo in cui il padrone detta. Sempre informazione è. Fin qui ci siamo. Guardiamo alle testate i cui giornalisti invece si fanno vanto della “loro” libertà di informare, i cui direttori quando partecipano a qualche dibattito o quando si trovano nell’avanspettacolo di Bruno Vespa, altro campione di pluralismo,sventolano le bandiere della libertà, del pluralismo, dell’oggettività. Magari sono anche iscritti ad “ Articolo 21”,l’associazione che, lodevolmente, si batte per l’autonomia e la libertà dell’informazione. Ne prendiamo uno per tutti: La Repubblica. Cerchiamo invano in prima pagina perlomeno un cenno su quanto era avvenuto nelle strade e nelle piazze italiane. Niente. Eppure su quella pagina c’è di tutto perfino le “notti brave di Adriano” e il richiamo di una storia come quella del titolo “ Lahore, sciopero della danza del ventre” Non c’era neppure un angolino per la “ giornata brava” di Guglielmo Epifani?

Però, si dirà, a pagina sei il titolo c’era e parlava, fra virgolette.(intendendo come detto dalla Cgil )di un milione e mezzo in cento città. Se andavate a leggere l’articolo su cento righe una trentina erano dedicate a chi contestava i dati della Cgil per dire, come Sacconi, Brunetta e Marcegaglia, che lo sciopero e le manifestazioni avevano visto la presenza di tre o quattro gatti Non parliamo dei tg. Quelli del servizio pubblico vedono direttori e giornalisti in attesa dei giri di valzer quando arriverà il nuovo consiglio di amministrazione. E, come si dice, tengono famiglia. Quelli di Berlusconi, lasciamo perdere. Tutti insieme diranno che pioveva e faceva freddo. Come si sa i giornalisti sono delicati di salute. Se andavano per strada a fare il loro mestiere rischiavano un raffreddore, un’influenza. Per quei quattro scalcagnati di lavoratori e lavoratrici, pensionati, precari, studenti, le tute blu dei metalmeccanici, magari anche un po’ sporche, non ne valeva proprio la pena.

Alessandro Cardulli

13 dicembre 2008

G8/2001- Fare un golpe e farla franca

Il nuovo film inchiesta curato da Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova sarà in edicola da metà dicembre. G8 2001- Fare un golpe e farla franca è un film sui fatti accaduti nel 2001 durante il G8 di Genova, e sui misteri che, nonostante le inchieste giudiziarie, ancora avvolgono quei tre giorni in cui la democrazia venne sospesa e le forze dell’ordine, con la regia del governo Berlusconi, si lasciarono andare a una violenza senza precedenti.
Per vedere il filmato
clicca qui!

NON BASTA UN GRANDE SCIOPERO PER FERMARE LA FOLLIA DI QUESTO GOVERNO, BISOGNA PROGETTARE LA SUA CADUTA PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI PER LA DEMOCRAZIA

Una domanda alla Cgil

Il 25 aprile del 1994 una manifestazione attraversò Milano sotto una pioggia torrenziale. Quel giorno cominciò a sfaldarsi il primo governo Berlusconi, appena insediato. Oggi, 12 dicembre, la pioggia ha tormentato le decine di manifestazioni della Cgil, degli studenti, dei sindacati di base, che hanno riempito le piazze. La Cgil, «sola» secondo i telegiornali, ha registrato una adesione allo sciopero doppia del numero dei suoi iscritti. Ieri la ministra Gelmini si è arresa: il governo della destra è più fragile di quanto sembri. Quindi lo sciopero generale – e generalizzato – di oggi ha buone possibilità di ottenere qualche effetto. La Cgil mette in guardia da settimane sull’esplosione della cassa integrazione, e dei licenziamenti, nei prossimi mesi. E quel che il governo ha fatto fin qui – la «social card» – è solo una insultante elemosina.
Ma quel che la Cgil farebbe bene a considerare è che oltre ai lavoratori dipendenti nelle piazze c’erano giovani cui è stato rubato il futuro e precari di ogni tipo, che non possono sperare nella cassa integrazione. Ed altri segnali, come la manifestazione No Tav di sabato scorso a Susa, dicono non solo che il disagio è sociale, oltre che del lavoro, ma anche che quel che si deve ottenere non è solo un po’ di denaro in più per gli ammortizzatori sociali o per «rilanciare i consumi». Ma misure utili a prendersi cura della società e del territorio. Nelle stesse ore, il governo italiano cercava, a Bruxelles, di sabotare l’accordo europeo sul clima; eppure altrove investimenti seri sulle energie rinnovabili hanno sia ripulito l’aria che creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Perché la Cgil non apre, ora, un grande dibattito su quale politica economica di nuovo genere può arginare una recessione inedita?

Pierluigi Sullo
http://www.carta.org/

11 dicembre 2008

ciao Rocco, compagno di lunghe stagioni di lotta. franco cilenti

Si è spento ieri pomeriggio il compagno Rocco Papandrea, operaio della fiat-mirafiori, sindacalista della Fiom/cgil e dirigente politico. Da mesi lottava contro un terribile male così come per tutta la vita ha lottato per i valori in cui credeva. Rocco è stato da sempre, come consigliere regionale del Piemonte e come dirigente di Democrazia Proletaria negli anni '80 e di Rifondazione Comunista, un sostenitore attivo del nostro periodico di lavoratrici e lavoratori. La redazione di Lavoro e Salute si stringe attorno alla sua famiglia e alla sua figura, in cui ha sempre riconosciuto quei valori di uguaglianza e solidarietà che continueremo a difendere nel suo ricordo.

si sta facendo scuro, troppo scuro per vedere,
mi sembra di bussare alle porte del paradiso...

( Bob Dylan - Knockin On Heaven's Door)

Le compagne, i compagni che volessero portare un ultimo saluto a Rocco possono farlo giovedì dalle 14 alle 17 presso l'ospedale Molinette in via Santena 5 al piano terra o il giorno successivo con gli stessi orari al primo piano.La camera ardente verrà allestita per la mattinata di sabato presso la sala della camera del lavoro in via Pedrotti 5 e da lì ci si recherà al cimitero monumentale, dove per esplicita richiesta di Rocco e dei famigliari una band di Dixieland seguirà il corteo

10 dicembre 2008

SCIOPERO GENERALE PER FERMARE IL MASSACRO SOCIALE PERPETRATO DA QUESTO GOVERNO REAZIONARIO. FACCIAMO IL PUNTO:

Lo sciopero si avvicina e mentre cresce la mobilitazione, cresce anche il tentativo di trasformarlo in una sorta di una tantum, con la quale concludere la vicenda delle lotte d’autunno. Nel frattempo la Cisl e la Uil continuano a produrre accordi separati, ultimo quello della Confapi, con l’evidente intenzione di premere sulla Cgil. La Confindustria accentua le sue posizioni più radicali, anche la Fiat oramai è schierata sul fronte della rottura. Se a questo si aggiunge la crisi verticale del Pd, che indebolisce complessivamente l‘opposizione e che dà più forza a Berlusconi, nonostante le misure largamente insufficienti e sbagliate di politica economica, si comprende come la Cgil sia davvero di fronte a un bivio. Questi ultimi giorni hanno mostrato che una terza via, tra conflitto sociale e accettazione della linea Cisl e Uil, non esiste. Gli accordi separati, la campagna contro lo sciopero che si sta facendo nei luoghi di lavoro, l’uso della crisi per intimidire i lavoratori, dimostrano che per la Cgil uno spazio di rientro felice e tranquillo non c’è. Questo non semplifica la scelta, ma la rende anzi più difficile e dolorosa. O la Cgil va a Canossa, facendo felice una parte rilevante sia del centrodestra che del centrosinistra. Oppure essa decide di dare seguito allo sciopero generale costruendo un programma e un’iniziativa destinate a durare. Il fatto che il bivio sia così netto non dà per certa la scelta, perché se da un lato lo sciopero dimostrerà le potenzialità della lotta, è vero anche che la linea del conflitto, anche da soli, richiede una Cgil ben diversa da quella degli anni della concertazione.
Infine è bene sottolineare che nelle assemblee sono emerse, più che le critiche al presente, le critiche al passato. La domanda di molti lavoratori è stata: “oggi avete ragione, ma perché non vi siete mossi quando c’era Prodi?”. Continuare significa quindi separare sempre di più i destini della Cgil da quelli degli schieramenti politici, anche da quelli di centrosinistra. L’indebolimento e la crisi del Pd, se nell’immediato rafforzano Berlusconi, in prospettiva possono essere per la Cgil l’occasione positiva per troncare ogni forma di collateralismo con gli schieramenti politici, e intervenire sulla politica partendo esclusivamente dalle proprie ragioni sociali.

RETE28APRILE
Area programmatica nella CGIL

CONTRO LA BRUTALITA' SOCIALE E L'ANIMA REAZIONARIA DI QUESTO GOVERNO, PER LA PRIMA VOLTA NELLO STESSO GIORNO IN PIAZZA CGIL E SINDACATI ANTAGONISTI


9 dicembre 2008

RIFONDAZIONE LANCIA LA MARCIA DELLA SALUTE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Il Governo Berlusconi ha avviato una gigantesca manovra economico sociale tendente ad affrontare l’esplosione della crisi economica, attraverso il prosciugamento del welfare da cui attingere le risorse necessarie per mantenere inalterati gli attuali squilibri sociali, che hanno permesso nel corso di questi decenni di accrescere la ricchezza di chi già era ricco, lasciando agli altri, per la loro sopravvivenza, solo briciole, mance o elemosina .

Il pezzo pregiato all’interno del welfare è la sanità, seconda, per risorse, alla sola previdenza. La privatizzazione della sanità pubblica, con i suoi 102,6 miliardi nel 2009 è il nuovo “bottino” a cui agganciarsi per salvare il capitalismo nostrano e con esso le speculazioni finanziarie di banche e assicurazioni.

Dapprima l’annuncio di Berlusconi sulla vendita degli ospedali, e di seguito il libro verde di Sacconi, sono l’esplicito “manifesto” senza mezzi termini in cui si apre il percorso alla sanità complementare fatta da assicurazioni private che spolpano e asciugano risorse pubbliche a scapito del diritto alla salute costituzionalmente riconosciuto. La campagna degli “imbonitori” è già partita: inchieste e servizi su stampa e tv, che come nel film già visto sulla previdenza, prospettano catastrofi sociali da qui a 15 – 20 anni sulla spesa sanitaria fuori controllo e sulla impossibilità di garantire a tutti il diritto alla salute. Allora dopo la pensione integrativa, dovrai farti anche la sanità integrativa.
Ma per affossare il sistema sanitario nazionale, garantire un più veloce processo di privatizzazione, occorre lavorare le coscienze dei cittadini e quindi far passare l’idea forte, che il sistema pubblico non funzione e che il privato sarà il salvatore del sistema sanitario.

L’obiettivo può essere raggiunto attraverso una drastica riduzione delle risorse trasferite alla regioni per il funzionamento del servizi sanitari regionali. Per prima cosa si riducono i trasferimenti non riconoscendo neanche il livello inflativo reale, poi ci si aggancia alla spesa standard eliminando quella storica, si riducono le prestazioni essenziali riconosciute e liquidate (LEA), si liberalizza l’intramenia in modo mettere il ginocchio le prestazioni pubbliche, e infine si procede al federalismo fiscale che favorirà quattro regioni a scapito di tutte le altre.

Nel dettaglio tabella:

fondi finanziaria governo Fabbisogno a copertura Copertura fabbisogno
inflazione reale su spesa tendenziale
Nel 2009 mld 103 104,2 111,6
Nel 2010 mld 103,9 105,9 116
Nel 2009 mld 106,2 109,2 120,6

La tabella mette in evidenza come in realtà nel bilancio manchino sulla sola inflazione reale 6,1 mld di euro, mentre rispetto alla spesa tendenziale, (ossia quella realmente sostenuta dalle strutture sanitarie per la fornitura delle prestazioni, che cresce annualmente non solo per il fattore inflativo ma anche in virtù dell’allungamento della vita, dei fattori epidemiologici, dei fattori ambientali) siano addirittura 35 i mld di euro mancanti all’appello.

Un risultato di questo tipo sarà raggiunto attraverso una serie di tagli e violazioni di norme costituzionali tali da garantire una contrazione di spesa a scapito delle funzioni minime di erogazione delle prestazioni sanitarie. Ad esempio il Governo Prodi, che poteva certamente fare di più per allargare le prestazioni sociali e sanitarie, aveva comunque previsto e finanziato, un incremento di prestazioni incluse nei Livelli essenziali, bloccate poi da Berlusconi e solo in parte riprese, mentre invece sono completamente spariti 700 mln di euro del fondo transitorio a sostegno delle Regioni sotto vincolo di bilancio sanitario e altri 162,8 mln sulle strutture per la sanità penitenziaria. Si è aperta una revisione dei LEA (Livelli Essenziali Assistenza) il cui obiettivo è un risparmio di 2,5 mld di euro, ossia saranno cancellate prestazioni oggi erogate gratuitamente per essere trasferite nel mercato a pagamento. Ufficialmente la scusa del ritocco è quella di intervenire su prestazioni la cui “appropriatezza” sarebbe oggi obsoleta e quindi non appropriata alla necessità di cura o accertamento diagnostico. Nel merito, tale considerazione, potrebbe anche trovare corrispondenza in realtà regionali all’avanguardia nella strumentazione e nella definizione della cura, ma, al contrario, accrescerà il divario con le realtà – in particolare del Sud – in cui tale strumentazioni, pur obsolete, sono le uniche esistenti e, se tali prestazioni non fossero più rimborsate, i cittadini avrebbero, quale alternativa, solo i viaggi della speranza o la ricerca di strutture a pagamento. Inoltre occorre ricordare come il concetto di appropriatezza non possa prescindere da un contesto medico scientifico che non può essere semplicemente ridotto a fattore economico.

Altra indicazione contenuta per ridurre la spesa sanitaria è quella, oramai super sfruttata, della riduzione dei posti letto per acuti. Occorre ricordare come in Europa l’Italia sia fanalino di coda nel rapporto tra posti letto per acuti e abitanti, avanti solo alla Grecia e al Portogallo. Una ulteriore riduzione porterebbe alla sola certezza di non garantire più i ricoveri ospedalieri seppur necessari e appropriati. Altra complessa manovra in atto è quella sui tempi di attesa. Anche in questo caso ufficialmente si vuole fare credere che si stia operando per ridurli, in realtà ogni azione conduce all’esatto opposto, il cui vero scopo è quello di indirizzare i cittadini esausti a prestazioni private a pagamento. Non potrebbe spiegarsi in modo diverso le operazioni in atto sul personale: dopo i vari blocchi di assunzione continuamente rinnovati e l’annunciato vergognoso licenziamento dei precari, si stringe ora ulteriormente passando nel 2009 da una sostituzione del personale in uscita del 60%, ossia ogni 10 in uscita 6 in entrata, ad una percentuale del 10%. Se teniamo conto che nelle strutture pubbliche preposte, il funzionamento delle attrezzature per accertamenti diagnostici, o visite specialistiche, è di poco superiore alle 3,40 ore al giorno, e che ciò è principalmente dovuto alla mancanza del personale che possa coprire più di un turno di lavoro, le conseguenze per i cittadini saranno drammatiche, tanto più che si vuole rivedere, per ridurne gli effetti, il procedimento delle esenzioni dei ticket sulla specialistica e la diagnostica.

Un ulteriore taglio avverrà attraverso il passaggio della liquidazione delle tariffe alle strutture pubbliche accreditate non più calcolate sulla spesa storica, ma su quella standard, individuata attraverso comparazione tra le migliori (dati economici) 4 Regioni italiane. Naturalmente, altro indizio che porta a pensar male, le strutture private e quelle della Curia accreditate saranno oggetto di accordo separato e diverso. In proposito è bene ricordare come, a fronte della richiesta alla Regione Lazio di ridurre i posti letto pubblici per acuti, a parziale copertura del gigantesco disavanzo del sistema sanitario (10 mld di euro), poco meno di due anni fa fu accreditata una nuova struttura privata di proprietà dell’Opus Dei, la Università Campus Biomedica, con 400 posti letto. In un contesto del genere, le Regioni avranno l’obbligo di introdurre nuovi ticket o nuove tasse per far fronte alle necessità del proprio sistema sanitario.

Il passaggio definitivo della demolizione dello stato sociale e del sistema sanitario pubblico, sarà compiuto attraverso il federalismo fiscale, che metterà a regime il criterio di distribuzione delle risorse per via “standard” cementando le disuguaglianze tra aree territoriali e superando definitivamente il principio di universalità e uguaglianza dei diritti fondamentali dei cittadini italiani. Rimando a tale proposito ad un articolo (sole24ore sanità) e alle tabelle allegate (fonte Corte dei Conti) sul taglio alle regioni nel comparto sanità.

In ultimo è stato da poco presentato dal min. Sacconi e dal sottosegr. Fazio un progetto di legge per la revisione e la liberalizzazione dell’esercizio dell’intamoenia medica , ma esiste anche un disegno di legge della PDL per l’intramoenia infermieristica, in cui si sposta ulteriormente il campo delle prestazioni mediche dall’offerta pubblica gratuita all’offerta privata a pagamento. Il tutto privilegiando ovviamente non più la scelta del medico in campo pubblico esclusivo, ma mettendo questa in concorrenza con l’esercizio della libera professione i cui tempi e prestazioni saranno di gran lunga più rapidi ed efficaci della stessa prestazione con lo stesso medico in campo pubblico.

Sarà questo il passo conclusivo verso una sanità a due binari: chi avrà le risorse economiche potrà avere le cure adeguate con i professionisti migliori, chi non avrà le risorse dovrà “campare” con l’intervento pubblico, squalificato e inadeguato. Dunque il modello americano, sarà la via italiana alla sanità, quel modello che Barak vuole superare, quel modello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce con 250.000 morti all’anno negli Stati Uniti la terza causa di morte dopo le malattie cardiache e i tumori. Questo è il modello sanitario scelto del Governo Berlusconi, che dopo le TV e i mass media potrà dare nuova linfa alle sue, innumerevoli cordate di interessi privati tra cui molte assicurazioni, con la partecipazione al sistema sanitario nazionale.

Contro questo progetto Rifondazione Comunista scende in piazza e chiama alla lotta e alla mobilitazione tutti i cittadini, i movimenti, i soggetti sociali, le altre forze politiche di opposizione, affinché il governo Berlusconi sia fermato e sia rilanciata una sanità pubblica che risponda in pieno ai bisogni e ai diritti dei cittadini senza distinzione sociale o di reddito.

La prima grande occasione è rappresentata dallo sciopero generale del 12 dicembre 08 che, anche per il pesante attacco ai lavoratori del comparto sanità così come agli altri del pubblico impiego, deve dare una grande risposta di massa costringendo il governo a fermarsi. Rifondazione comunista, attraverso il dipartimento nazionale salute sarà, ed è già stata presente nei giorni passati, con maggiore forza il 9 dicembre davanti a centinaia di ospedali e presidi sanitari per dire no alla privatizzazione e a sostegno dello sciopero generale.

Partirà a gennaio una campagna nazionale contro la privatizzazione della sanità, che si articolerà con diverse iniziative in tutto il territorio nazionale, attraverso una lunga marcia per la salute, dove sensibilizzeremo i cittadini, le forze politiche, i soggetti sociali e i movimenti, allo scopo di costruire un movimento di massa per impedire la privatizzazione del sistema sanitario nazionale e rilanciarlo nel suo carattere pubblico, universale e qualitativo.

Diremo NO :
• alle assicurazioni private
• al blocco delle assunzioni del personale e al licenziamento dei precari
• al deterioramento delle strutture pubbliche e della qualità delle prestazioni
• alla riduzione dei posti letto
• all’intramoenia
• all’esternalizzazione dei servizi collaterali e delle prestazioni mediche

perché la sanità si migliora :
• abbattendo i tempi di attesa anche attraverso l’assunzione del personale tecnico e specializzato, medico e infermieristico per far funzionare le strutture almeno 12 ore al giorno
• cancellando il sistema di truffa e corruzione insito nel modello di liquidazione delle prestazioni per DRG (vedere la clinica degli orrori “S. Rita” Milano )
• cancellando l’intramoenia e obbligando i medici alla scelta tra esercizio libera professione e esercizio in struttura pubblica
• introducendo con sempre maggiore insistenza l’uso appropriato dei farmaci e in particolare di quelli generici possibilmente in confezioni monodosi o molto ridotte
• internalizzando i servizi collaterali e alcune prestazioni mediche precedentemente privatizzate
• ponendo fine alla gestione monocratica del direttore generale, che superando il modello attuale aziendalistico, torni ad una gestione collegiale e controllata dal basso.

Dipartimento Salute
Rifondazione Comunista

4 dicembre 2008

Il 6 dicembre 2007 le fiamme della fonderia Thyssen, bruciarono la vita di sei lavoratori, giovani lavoratori che persero il loro futuro, per sempre


Un fiocco nero contro le morti sul lavoro

Per adesioni: iodicobasta@gmail.com

Una così grande tragedia, la sofferenza dei famigliari, dei compagni di lavoro, di tutti, fu un grido che non si poteva non ascoltare, ci disse che quando di lavoro si muore la società intera porta una ferita profonda, ci disse ciò che già sapevamo: ogni giorno vi sono morti, ogni giorno gli incidenti sono migliaia, di lavoro ci si ammala e l’amianto ha ucciso e uccide ancora.

Sono lavoratori italiani, rumeni, curdi, slavi, indiani e di tante altre parti del mondo. Il popolo degli invisibili, del lavoro nero, le vittime ignote pagano il prezzo più alto. Nulla rende la vita più precaria della morte.

Dicemmo allora: mai più morti sul lavoro, non si può restare indifferenti, rifiutiamo l’assuefazione. Lanciammo una campagna per il diritto alla dignità e alla vita sul lavoro. Ci mobilitammo. Ricordate la catena umana in Piazza del Duomo? Il nostro sentire comune?

Oggi diciamo che non abbiamo dimenticato e perciò proponiamo di far ancora sentire la nostra voce rivolta al mondo del lavoro, la voce di quanti ancora nutrono sentimenti di solidarietà, di appartenenza, capaci di indignarsi.

Proponiamo che nella settimana che va dal 6 dicembre (anniversario della tragedia della Thyssen), al 12 dicembre (giornata di mobilitazione dei lavoratori e lavoratrici per lo sciopero generale, che auspichiamo sia anche di popolo), vengano assunte iniziative, anche simboliche, alle quali tutte e tutti possono partecipare e autorganizzare. Iniziative che segnino la nostra ribellione e la volontà di impedire che la strage continui, che ogni giorno si ripetano i drammi, che dicano a noi stessi e a tutti: ciascuno faccia la sua parte. Mai più morti sul lavoro!

In particolare proponiamo che dal 6 al 12 dicembre (giorno dello sciopero generale):

- ognuno porti un fiocco nero intorno al braccio, sulla giacca o sulla borsa, come segno di lutto e di indignazione contro le morti sul lavoro;

- nelle sedi istituzionali vengano assunti impegni per il futuro e atti simbolici per sottolineare quanto sconvolgente sia il susseguirsi di morti e incidenti, e consiglieri e assessori portino un fiocco nero durante una seduta.

Questa settimana di impegno su questo terreno, organico a tutti gli obiettivi dello sciopero generale, sarà utile per valorizzare quanto già è stato fatto, in questo anno, per contrastare lo stillicidio di vite e in difesa della salute, a tutti i livelli: numerose infatti sono state le iniziative di sensibilizzazione nella società, nelle scuole e nelle istituzioni a tutti i livelli, dalle zone del decentramento al livello nazionale, con l’approvazione del Testo unico per la sicurezza sul lavoro, che va difeso dagli attacchi di Governo e Confindustria, e la legge fa finanziata e applicata.

E in particolare sarà utile per non fermarci, molto resta da fare: va costruita una diffusa coscienza nella società, la base per poter dire un giorno: “ il dramma delle morti sul lavoro appartiene al passato”.

Questa nostra “piccola” proposta ha il senso di sollecitare la visibilità di un sentire comune, di valorizzare la politica dei contenuti e dei valori di giustizia sociale che così gravemente sono aggrediti e scossi. È un’idea, se sarà da molti condivisa e praticata diventerà un fatto.

Franca Rame, Dario Fo, Franco Calamida, Antonio Pizzinato, Nerina Benuzzi, Paolo Cagna Ninchi, Chiara Cremonesi, Mariolina De Luca Cardillo, Francesco Francescaglia, Guido Galardi, Patrizia Granchelli, Antonio Lareno, Pierfrancesco Majorino, Roberto Mapelli, Ettore Martinelli, Maria Grazia Meriggi, Arnaldo Monga, Emilio Molinari, Massimo Molteni, Carlo Monguzzi, Antonello Patta, Basilio Rizzo, Tiziana Vai

1 dicembre 2008

UNA DOMANDA DA PSICANALISTA PER I MILIONI DI ELETTORI, QUELLI NULLATENENTI, DELLA DESTRA: MA CI MERITIAMO DAVVERO UN GOVERNO DI BUGIARDI E AFFARISTI?

CRISI, GOVERNO SPOSTA MILIARDI COME GLI AEREI DI MUSSOLINI

Gli 80 miliardi di Berlusconi sono come gli aerei di Mussolini: vengono spostati da una parte all’altra dell’Italia per far finta che si siano. Una cosa sola è certa: vengono stanziati ben 16 miliardi per finanziare le grandi imprese di speculazione edilizia in modo bipartisan, dagli imprenditori amici alla Lega delle cooperative, per realizzare inutili e dannose Grandi Opere, dando lavoro solo agli speculatori edili, come nel caso del Ponte sullo Stretto di Messina, per non parlare delle decine di miliardi già stanziati per le banche e per i banchieri.

Questo governo continua a prenderci in giro: con soli 3 miliardi stanziati davvero per le famiglie, e per giunta elargiti attraverso una vera elemosina di Stato, la redistribuzione del reddito peggiora ulteriormente a scapito dei ceti più deboli. Il governo Berlusconi va nella direzione opposta di quanto dovrebbe fare: usa la crisi per distribuire reddito dal basso verso l’alto. Questo è tutta la sensibilità sociale di un governo che dà i soldi ai padroni facendoli guadagnare e lucrare domani più di prima, e sulla pelle dei lavoratori.

La drammatica crisi in atto richiede l’esatto opposto perché si tratta di una crisi di sovraproduzione, in cui la gente non ha soldi per comprare quello che produce a causa di stipendi e pensioni troppo bassi. Bisogna dunque rovesciare totalmente la logica del governo: 16 miliardi dovrebbero andare alle famiglie, le briciole alle imprese. E la vera, unica, grande opera da fare non è l’inutile Ponte di Messina ma mettere in sicurezza le scuole.

Paolo Ferrero
segretario di Rifondazione Comunista

LOTTA ALL'AIDS. IL PUNTO di Vittorio Agnoletto, medico infettivologo e Parlamentare europeo di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea


Il messaggio principale dovrebbe essere: «Non esistono gruppi sociali a rischio ma comportamenti a rischio!». No, non voglio darmi alla pubblicità progresso. È solo un modo per denunciare l'assenza, ormai da anni, di campagne di sensibilizzazione e informazione su una malattia che è tutt’altro che debellata. Ha solo cambiato faccia dopo la diffusione delle terapie che, nei Paesi ricchi, consentono di aumentare la speranza di vita delle persone sieropositive.
In Italia le donne e gli uomini Hiv+ si stima siano oggi tra i 120 e i 150mila, di cui 24 mila in Aids conclamato. La buona notizia è che mentre nel 1995 vi furono più di 4.500 morti, dal 1997 ad oggi si è registrata una progressiva riduzione dei decessi, fino alla stima per il 2007 di circa 200 morti.
La cattiva notizia è che più si riesce a prolungare la vita delle persone che contraggono il virus (dato positivo), più aumenta il serbatoio di infezione (dato negativo) e quindi più necessaria risulta un'opera di prevenzione seria e capillare.
In realtà, dopo anni di campagne stampa e tv, sul nostro Paese è calato il silenzio. Andrebbero invece riprogrammati dei messaggi calibrati in base ai differenti segmenti di popolazione. Adolescenti, omosessuali, lavoratrici del sesso ma anche stranieri, impiegati e pensionati: la prevenzione andrebbe declinata secondo le abitudini, le pratiche e i codici di comportamento di ciascuno.
Paradossalmente nei Paesi africani, dove si concentra il 67 per cento dei 33 milioni di sieropositivi del mondo, le campagne di sensibilizzazione sono più diffuse che da noi ma mancano le cure. A causa delle regole internazionali sui brevetti imposte dalle multinazionali di settore, i prezzi dei farmaci di marca si mantengono infatti su livelli insostenibili per le casse dei Paesi poveri o di quelli in via di sviluppo. Contemporaneamente le stesse regole ostacolano pesantemente lo sviluppo diun mercato internazionale di farmaci generici (ovvero fuori brevetto) che, grazie a Paesi come Malesia, Cina, India e Brasile, consentirebbe l'abbattimento dei costi delle terapie antiretrovirali anche del 90 per cento.
Infine c'è l'altrettanto annosa questione dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Secondo le ultime stime basterebbero 42 miliardi di dollari da qui al 2010 per garantire l'accesso universale alle cure antiretrovirali, ma i Paesi ricchi fanno orecchie da mercante e nel 2007 hanno addirittura tagliato dell'8,4 per cento l'ammontare degli aiuti pubblici destinati alla lotta alla povertà e alle crisi sanitarie.
L'Italia riesce a fare ovviamente peggio di tutti. Con la finanziaria 2009 il budget della nostra cooperazione toccherà il suo punto di minimo storico, ossia lo 0,09% del Pil, conquistandosi la maglia nera assoluta tra i Paesi donatori.

Vittorio Agnoletto

29 novembre 2008

Smettiamola con l'ipocrisia politica e sindacale, lavoratori e pensionati sono alla fame, disoccupati e studenti non hanno futuro.

SI USA LA CRISI PER COSTRUIRE UNA SOCIETA' PIU' INGIUSTA E PIU' FEROCE

Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono presi. Per ora non c'è un solo paese occidentale che abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare i licenziamenti. Anche Obama tace sul salario minimo di legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte le decisioni che vengono concretamente varate servono a sostenere le banche, la finanza, i programmi d'investimento, di ristrutturazione, di licenziamento delle imprese. Sotto l'onda dell'emergenza globale si affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e propria economia di guerra. E anche gli investimenti militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando l'elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del governo, un milione e duecento mila persone.
C'è del metodo in questa follia. Si usa la crisi per selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola e l'Università. Le controriforme del governo sono state scritte su dettatura della Confindustria e partono dall'assunto che è impossibile avere una scuola di massa pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme alle imprese, l'élite per il mercato e per il profitto. In Alitalia si è fatto lo stesso. L'intervento pubblico è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal contenitore della vecchia società il meglio delle rotte, delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi non ci sta attenta all'interesse nazionale.
Il Sole 24 ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati, che pretendono di difendere il proprio status. La macina del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a suo sostegno nell'ottobre del 1980, le fecero vincere la vertenza contro gli operai. Oggi si parla tanto di merito, ma tutte le categorie professionali subiscono gli effetti di un'organizzazione del lavoro sempre più parcellizzata e autoritaria, mentre l'unico merito che davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e dell'obbedienza.
L'amministratore delegato della Fiat vuole che la sua azienda somigli sempre di più alla catena di supermercati Wall-Mart. Si dice che Ford abbia installato le prime catene di montaggio ispirandosi a come si lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il modello giapponese a sua volta nasce copiando la logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia un futuro copiato dalla più grande catena di supermercati a basso costo. Ma Wall-Mart è anche una società brutalmente antisindacale, che schiavizza i propri dipendenti. Il programma di Marchionne è dunque anche un programma sociale, che prepara ulteriori assalti all'occupazione e ai diritti dei lavoratori Fiat.
Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o altro che l'impedisca. E così la tutela contro i licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette di essere almeno dichiarati come esuberi. E i soliti commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che con tanto precariato, i privilegi non si possono più difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino e con lui tutti i suoi famigliari.
E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata nell'economia reale e non solo in quella finanziaria, lo dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si licenziano o si mettono in cassa integrazione i dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta della Borsa.
Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi. Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore dell'economia, hanno una funzione "creatrice". Esse servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro, a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la salvezza di un altro. La riforma del modello contrattuale vuole suggellare questa situazione. Distruggendo il contratto nazionale e limitando la contrattazione aziendale al rapporto tra salario e produttività, essa punta a selezionare una nuova specie di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super impauriti. E per il sindacato resta la funzione della complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.
Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana sta delineando la possibilità di distruggere ogni base materiale dei principi contenuti nella Costituzione della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione sociale che sta avanzando sotto la spinta della Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12 dicembre non può concludere, ma deve dare l'avvio a un ciclo di lotte in grado di imporre un'altra agenda politica e sociale. Alla triade privato, mercato, flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e l'estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei salari. E l'Europa di Maastricht è nostro avversario così come il governo Berlusconi. C'è sempre meno spazio per quella cultura riformista che pensava di coniugare liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi sull'economia sociale di mercato di tanti benpensanti di centrosinistra e centrodestra.
Solo un cambiamento radicale nell'economia e nella società può sconfiggere il disegno reazionario dei poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi. O si cambia davvero, o si precipita in una società mostruosa che avrà come necessario corollario l'autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la dimensione e la brutalità delle alternative che ci spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il momento di avere coraggio.

Giorgio Cremaschi
Segretario nazionale Fiom-Cgil