30 novembre 2007

UNA SINISTRA MODERNA E PLURALE

1-2 Dicembre si svolgerà l'Assemblea Nazionale
della Sinistra Europea Italia. Lamezia Terme,
Teatro Grandinetti.

Per maggiori informazioni scaricate la Locandina
e il programma


L'IMPEGNO COME VISSUTO QUOTIDIANO.
UNA STORIA TRA MILIONI DI ALTRE STORIE
DI DONNE E UOMINI.


Silvia Falco
redazione di LavoroeSalute

Sono nata in una famiglia della periferia di Torino, nella nostra storia una tradizione che affonda le sue origini nei valori del socialismo: un bisnonno che chiama i suoi figli Italo Sorge Comunardo e Libero Ideale oggi farebbe sorridere, allora è costato molte bevute obbligate di olio di ricino. Mio padre, segretario della FGCI e del PCI della sezione che mia madre chiamava "la casa madre" per la frequenza assidua anche di mio fratello, che ha seguito le orme paterne, dalla FGCI, al PCI, all'impegno nel quartiere e nella scuola. Per me è stato naturale approdare agli stessi ideali e in parte agli stessi impegni, all'iscrizione alla CGIL, sono state naturali le manifestazioni, i valori della Resistenza, il pensiero rivolto alla solidarietà sociale e ai diritti… Tutto ciò non per banale adesione ad un modello familiare né per imposizione, sono comunista perché la povertà, la fame, i soprusi mi indignano, perché voglio un mondo migliore per tutti e non mi basta limitarmi a sperarlo, così nel mio piccolo spazio (mediando con i miei impegni familiari non per dovere, ma per scelta consapevole) porto avanti il mio ideale, anzi il nostro. Racconto ai miei figli della Resistenza, discuto con loro della tolleranza, della non violenza e della solidarietà, condivido anche il gusto della leggerezza dei pensieri, della risata, del piacere delle cose semplici e del quotidiano, cerco (forse con presunzione) di scongelare lo spirito critico, la capacità di ragionare con la propria testa. Ho imparato che passaggi importanti come scegliere "da che parte stare" sono frutto di progressive interiorizzazioni di valori, non esistono dogmi, la libertà di scelta di pensieri e atti è la strada. La considerazione dell'altro come soggetto degno del mio rispetto, a prescindere da qualsiasi stereotipo, è la possibilità reale di veder nascere qualcosa di bello nel mondo, che bisogna saper vedere, perché se lo sguardo si ferma alla superficie delle cose, lo sconforto è inevitabile. Ciò che arriva ai nostri occhi nell'immediatezza della quotidianità è dato sempre più dall'immagine, dall'omologazione del pensiero e dei canoni della bellezza, importante sembra essere solamente la forma fisica, il "vedere gente", "fare cose", "fare soldi", possedere, consumare, il tutto in modo compulsivo, senza godere dell'altro, senza fermarsi a guardare vedendo, senza apprezzare qualche salutare momento di noia, si rischia di perdere, in questo frullatore di stimoli, la coscienza di sé, perdendo l'occasione di conoscersi e di conoscere il cuore delle cose e delle persone. Rileggo le mie parole e mi sembrano retoriche e un po' banali, forse lo sono, ma non mi riesce di esprimere in maniera più originale e appetibile i miei pensieri e probabilmente neanche voglio farlo, sento così e basta.
Il mio approccio alla politica è sempre stato pervaso da questo senso di umano, da questi eterni dilemmi, spesso suscitando in me un senso di fastidio, per le liturgie di partito, per il PARTITO, vissuto da me con ambivalenza: da una parte la consapevolezza che la politica deve essere rigorosa, deve essere "una cosa seria", deve avere obbiettivi e strategie il più possibile coerenti e che una certa rigidità è inevitabile così come lo è il ricorso alla mediazione che è figlia della democrazia. Dall'altra l'insofferenza per tutti quei comportamenti "partitici" in cui la critica poteva essere intesa come "infedeltà", il dubbio e/o il disaccordo potevano portare all'esclusione o all'isolamento. Questo mi ha fatto stare ai margini dell'impegno nel PCI, la sensazione di non essere fatta per quel tipo di impegno, pur condividendone in gran parte le idee. Questo fino alla fine del PCI e all'inizio della Quercia (quanti nomi ha avuto che in questo momento non me li ricordo e mi sovviene solo l'immagine dei baffi di Occhetto?). ho partecipato ai congressi che portarono alla scissione e ho vissuto sia i maneggi "per vincere", sia il dubbio che le certezze, ho il ricordo di estenuanti discussioni, di "risse verbali", la certezza che il cambiamento fosse necessario e l'ineluttabilità della separazione delle due anime di quel grande partito. Il risultato è che per qualche anno non ho saputo scegliere e ho guardato l'evoluzione di queste due anime, rimanendo a metà perché non trovavo condivisibile il disfarsi del proprio passato liquidando la sinistra e i suoi contenuti, né il rimanerci radicati con una sorta di integralismo che l'avrebbe tenuta ferma e portata in terreni aridi, senza vitalità politica e progettuale da offrire ad un mondo che cambiava in fretta e che chiedeva a gran voce nuove modalità di confronto, di proposte e progetti politici e sociali. Le modalità del passato, permettetemi l'apparente banalizzazione, della "fedeltà alla linea del partito", la stagnazione della lotta politica, avevano creato problemi e disaffezione all'impegno che ancora oggi paghiamo. Non sto semplificando, nel PCI c'era una vitalità intellettuale e politica non da poco, mio padre mi racconta che ha cominciato a leggere (non solo di politica) proprio in sezione, io stessa ho avuto spunti di crescita e ho incontrato persone straordinarie, la diffusione della cultura e del diritto deve molto alla sinistra di quel periodo, "la gente normale" deve molto alla politica del PCI e aldilà delle valutazioni socio-politiche di quel periodo, il risultato è stato quello che conosciamo e che molti di noi, (in qualsiasi schieramento ci riconosciamo attualmente) hanno vissuto con un profondo travaglio.
Quello che mi ha portato alla militanza in RC è stata la percezione di un nuovo linguaggio, certamente nel frattempo sono cresciuta e quella sorta di repulsione provata in gioventù è passata, anche perché sono cresciuta (forse), Rifondazione ha un linguaggio e dei contenuti nuovi e un modo di considerare le nostre radici in maniera critica, pur non rinnegandole; l'idea di un partito che si pone come parte di un movimento, rinunciando ad una funzione di controllo, rimanendo fedele alla propria connotazione politica , ma con un'apertura a diverse forme d'impegno, di partecipazione e di confronto senza pretese di egemonia, mi piace e credo che segni la strada per riavvicinare il senso della politica alla gente.
L'approdo alla Sinistra Europea mi ha nuovamente trovato concorde con l'idea di apertura e di necessità di confronto con altri gruppi di impegno sociale e politico, questo fa si che RC non sia un partito tutto rivolto al mantenimento di uno status partitico, ma un soggetto politico con ideali così radicati, da permettersi una continua evoluzione, essere comunisti vuol anche dire avere il coraggio dell'analisi critica e del confronto. I diversi gruppi aggregati alla SE, vengono da esperienze sociali e di movimento contro la globalizzazione liberista, fanno parte della sinistra antagonista, i diversi organismi che vi partecipano scelgono la forma organizzativa che preferiscono, afferendo in una SE di tipo confederativo che pensa ad un'Europa dello Stato sociale, dei diritti, della pace, della cooperazione, (…) non un'Europa delle banche, ma un'Europa sociale e dei popoli(…). Il manifesto del PSE definisce, fra gli altri, obbiettivi quali l'emancipazione umana, la libertà delle donne e degli uomini da ogni forma di oppressione e di sfruttamento. Sono convinta che la spinta ad uscire dai meccanismi classici della politica, conoscere anche le realtà degli altri, comprendendole, discutendone, portando avanti obbiettivi comuni, sia come un sasso tirato nell'acqua i cui effetti si spostano inevitabilmente al di fuori dell'Europa, guardando al resto del mondo con l'intenzione di allargare la lotta in più contesti possibili, in modo articolato e progettato. Siamo l'altra faccia della globalizzazione, un'alternativa possibile e questo non può non appassionare e coinvolgere quanti cercano di "star dietro ai cambiamenti" senza perdere la propria identità.
Per questo RC e la SE mi piacciono, sono a mia misura, fanno respirare idee e accarezzare la realtà di un altro mondo possibile.

27 novembre 2007

SINISTRA EUROPEA: LAVORO E SALUTE

Il nodo Lavoro della Sinistra europea Italia promuove la costruzione di una rete europea contro la precarietà, attraverso una "Carta d’intenti per la costituzione di una rete europea contro la precarietà per salute e la sicurezza sul lavoro"

Carta d’intenti per la costituzione di una rete europea
contro la precarietà per salute e la sicurezza sul lavoro

Noi, donne e uomini a vario titolo impegnati nella lotta alla precarietà e in particolare per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, ci impegniamo per una nuova stagione dei diritti di chi lavora, per combattere la piaga del lavoro nero e dell’insicurezza del lavoro come questione centrale per la civiltà dell’Europa.

Secondo le stime dell'ILO, l'Organizzazione Mondiale del Lavoro, ogni anno 2,2 milioni di donne e uomini muoiono a causa di incidenti sul lavoro e per malattie professionali. In tutto il mondo si registrano annualmente circa 270 milioni di infortuni sul lavoro, di cui 350.000 mortali, e 160 milioni di malattie professionali. Gli infortuni sul lavoro in Europa sono almeno 4,5 milioni ogni anno, di cui 4.600 mortali.

Dietro ogni incidente, dietro ogni morte sul lavoro c’è sempre lo sfruttamento, c’è sempre il modo di lavorare, c’è sempre la condizione di subalternità delle lavoratrici e dei lavoratori alle logiche e agli interessi delle imprese.

In questi anni il costo del lavoro è stato abbattuto con ogni mezzo possibile e la sicurezza è stata considerata “naturalmente” uno dei costi da tagliare. Sono state introdotte nuove tipologie di lavoro che hanno moltiplicato la precarietà, hanno aumentato il ricatto occupazionale, hanno accelerato i ritmi di lavoro. Per le imprese la precarietà del lavoro ha sostituito cinicamente la svalutazione competitiva dei decenni scorsi e rappresenta oggi lo strumento privilegiato dell’estrazione di profitto.

A fronte di tutto ciò, è stata quasi cancellata la capacità di controllo dei processi produttivi da parte di operai, tecnici e impiegati, si è determinato un inevitabile calo di tensione e di attenzione sui problemi legati alla prevenzione ed alla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. Ad un costante incremento degli infortuni e delle malattie professionali si affiancano nuove tipologie di danno alla salute, provocate da nuovi modi di produzione e dalla trasformazione dei rapporti sociali.
Queste sono le motivazioni profonde dell’insicurezza. Le forme in cui lo sfruttamento si manifesta rappresentano poi le cause concrete che determinano gli incidenti. Alcuni di questi sono misurabili e ponderabili, in fondo sempre gli stessi: la frammentazione del lavoro, la crescita incontrollata degli orari, dei tempi e dei ritmi, l’assenza di formazione e delle più elementari misure di prevenzione spesso generate dalla separazione del lavoro dall’impresa.

Ma c’è anche un altro, benché invisibile e non quantificabile, fattore di rischio; moderno e insidioso proprio perché figlio della precarietà. è la solitudine dei lavoratori, generata dall’abbassamento dei vincoli di solidarietà, dalla rottura del senso di appartenenza ad un medesimo progetto di vita, ad un collettivo processo di emancipazione. La debolezza dei lavoratori rappresenta, quindi, una causa, non solo indiretta della crescente nocività e insicurezza.

I movimenti hanno avuto un ruolo determinante nel disvelare il rapporto tra infortuni e flessibilità del lavoro. Le lotte che si sono succedute a livello europeo in questi anni la precarietà, gli scioperi e le manifestazioni spontanee contro le morti bianche, dicono la stessa cosa: la precarietà è la forma moderna dello sfruttamento capitalistico e l’insicurezza psicofisica che produce rappresenta oggi il tratto più evidente della condizione di lavoro e di vita.

E’necessario andare a toccare le zone grigie del lavoro nero, irregolare, minorile e dello sfruttamento degli immigrati. Abbiamo bisogno di un intervento complessivo e coerente di lotta alla precarietà, che tenga assieme la lotta contro l’esclusione sociale con il sostegno di programmi per l’occupazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro e la conversione del lavoro precario in lavoro stabile e dignitosamente remunerato, la salute e la sicurezza dei lavoratori, la democrazia nei luoghi di lavoro.

In questo quadro continueremo e intensificheremo la nostra opposizione e contrasteremo tutte le proposte legislative, comunitarie e nazionali, che attaccano i contratti collettivi nazionali e spingono verso l’individualizzazione dei rapporti per concedere mano libera alle imprese fino alla libertà di licenziamento.
Ci impegniamo perciò a lavorare insieme per promuovere la costituzione di una rete di collegamento tra soggetti e organizzazioni della sinistra impegnate a livello europeo nel contrasto alla precarietà a partire dall’affermazione del diritto alla salute e alla sicurezza sul lavoro.

L’obiettivo è quello di realizzare analisi e iniziative comuni per arginare, sul terreno sociale e culturale, ogni tentativo di ulteriore indebolimento del mondo del lavoro e per rilanciare il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori:

sostenendo in tutte le sedi il valore ed il ruolo insostituibile dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro in materia di salute dei lavoratori e di sicurezza degli ambienti di lavoro;

creando nei territori una rete di nodi locali, dove sviluppare l’iniziativa e lo scambio di conoscenze tra lavoratori, rappresentanti della sicurezza sui luoghi di lavoro e soggetti diversi che operano sul tema della salute e la sicurezza del lavoro (amministratori, medici del lavoro, tecnici della sicurezza, ispettori, organi di vigilanza, associazioni di familiari);

contribuendo ad arricchire il livello di consapevolezza e di competenza dei lavoratori e dei rappresentanti per la sicurezza, in modo da rendere più efficace la loro azione per la tutela della salute nei luoghi di lavoro;

praticando iniziative di lotta, di informazione e di denuncia, per accrescere sia il peso delle lavoratrici e dei lavoratori che il livello di sensibilità sociale sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro;

avanzando e sostenere proposte legislative che possano incidere per il miglioramento generale delle condizioni materiali di lavoro, per la lotta al lavoro nero e alla precarietà in quanto fattori di rischio per la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori;

ricostruendo con il metodo dell’inchiesta tutte le dinamiche concrete che , dentro i diversi processi produttivi, generano insicurezza e pericolo per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori.

LA POLITICA PER IL FUTURO


NON FACCIAMOCI RUBARE L'ACQUA
TUTTE E TUTTI A ROMA PER DIRE CHE L'ACQUA
NON E' UNA MERCE MA UN DIRITTO DI VITA

26 novembre 2007

I TEATRANTI DI QUESTA POLITICA

10 milioni di italiani ai gazebo del commediante?
Problemi di sanità mentale per chi lo segue nelle sue apparizioni
e trattamento sanitario obbligatorio per chi gli crede?


24 novembre 2007

UNA DELLE ASSURDITA' DI QUESTO GOVERNO

G8, la violenza premiata

Vittorio Agnoletto*

23 novembre 2007

La nomina di Giovanni Luperi, imputato per le violenze di Genova, a capo Dipartimento analisi dei servizi è una risposta sbagliata alla richiesta di verità e giustizia avanzata da chi c'era nel 2001 e il 17 novembre scorso. Chi ha gestito l'ordine pubblico al G8 sembra avere un trampolino per fare carriera. Ha ancora senso l'istituzione di una commissione d'inchiesta?
La nomina di Luperi è assolutamente l'opposto di quello che ci aspettavamo dopo la manifestazione di Genova del 17 novembre scorso. In quella sede è stata avanzata l'ennesima richiesta di verità e giustizia, ed è stata anche offerta una prova d'appello al governo e all'Unione perché venisse rispettato il senso del programma elettorale, in cui era prevista l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui fatti del luglio 2001.
La promozione di Giovanni Luperi, collocato in un ruolo molto preciso e delicato, ovvero nel settore dell'analisi strategica della sicurezza interna, la leggo quasi come una provocazione nei confronti non solo dei cinquantamila che hanno manifestato a Genova, ma di quell'ampia parte di opinione pubblica democratica che sul G8 chiede verità e giustizia.
Non solo: a questo punto emerge una continuità nella gestione del post-G8 tra questo governo ed il precedente. L'elemento di continuità è evidente: quasi tutti coloro che hanno avuto un ruolo di direzione nella gestione dell'ordine pubblico in quell'occasione, sono stati promossi ai massimi livelli nei servizi, o comunque negli apparati della Polizia e nelle questure, compresi coloro che sono sotto giudizio. I messaggi che passano sono due. Il primo: la gestione dell'ordine pubblico a Genova è considerato un motivo di merito e quindi trampolino per fare carriera. Il secondo: viene minata alle basi la ragione di una commissione di inchiesta, perché non dimentichiamo che essa non ha il compito di individuare le responsabilità penali personali, cosa che spetta alla magistratura, ma dovrebbe invece verificare se i vertici delle forze dell'ordine hanno agito in modo corretto o no. Ed in particolare se lo hanno fatto in sintonia con il dettato costituzionale e le norme giuridiche. Proprio quelle persone su cui si dovrebbe indagare sono state promosse.
Allora che senso ha la commissione d'inchiesta se lo stesso governo che in Parlamento ne chiede l'istituzione, nello stesso tempo esprime, attraverso le promozioni, un giudizio positivo sui responsabili dell'ordine pubblico a Genova?
Qualche altra considerazione. Ad oggi si può affermare che la squadra di Polizia che ha operato a Genova gestisce sia l'ordine pubblico che la sicurezza in Italia. Mai nel dopoguerra (salvo i primi due o tre anni dalla fine del conflitto) c'è stata una così forte omogeneità tra i diversi ruoli dei vertici. Servizi, Ministero degli Interni, alte sfere della Polizia, vengono tutti dalla stessa storia, che passa per il G8. A prescindere dal giudizio su questioni giudiziarie che non mi competono, parliamo di una persona indagata su una questione specifica che è quella dell'incursione e dei pestaggi alla Diaz, una delle vicende che più ha colpito l'opinione pubblica.
Credo che in un sistema democratico si debba evitare che un potere così forte sia nelle mani di un gruppo tanto ristretto e omogeneo di persone, soprattutto se parliamo di istituzioni non elettive ma di nomina.
Va riconosciuto un orizzonte culturale diverso tra il governo Prodi e il governo Berlusconi. Ma, sulla questione specifica, mi chiedo: cosa avrebbe potuto fare di diverso o peggiore il governo di centro destra? Tutti intonsi, tutti inamovibili. Si è aperto così un baratro tra chi in questi anni ha costruito un movimento e le istituzioni. Aumenta la sfiducia di una fetta ampia della popolazione di sinistra nei confronti dell'esecutivo, che sfocia in un giudizio tendente ad omologare tutto il sistema politico istituzionale. Credo sia una cosa gravissima.
Vorrei poi fare una riflessione generale. Il fatto che una nomina di questo tipo arrivi cinque giorni dopo la manifestazione, e prima ancora che il Parlamento decida in modo definitivo sulla commissione d'inchiesta, non suona come una provocazione voluta? Mi spiego, non potrebbe far parte di una strategia che mira ad acuire il disagio delle forze di sinistra nei confronti del proprio elettorato, un tentativo di provocare una rottura? I precedenti ci sono. Non era ancora finito il G8 di Rostock che Prodi già annunciava quello che si sarebbe tenuto alla Maddalena. E ancora, l'editto di Bucarest sulla base di Vicenza. Non saprei quale altra spiegazione dare.
Dubito a questo punto che istituire una commissione d'inchiesta abbia senso. Lo dice uno tra i primi a sostenerne la necessità. Sappiamo come la pensa l'opposizione e che larga parte della maggioranza riconosce il lavoro fatto dalle forze dell'ordine a Genova. C'è solo da sperare che giustizia sia fatta nelle aule di tribunale, e che i processi sulle vicende della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto facciano il proprio corso, sino alla fine.

*già portavoce Social Forum, eurodeputato Sinistra Europea

22 novembre 2007

L'APPUNTAMENTO DELLA SINISTRA

1-2 Dicembre Assemblea Nazionale Sinistra Europea Italia
a Lamezia Terme, Teatro Grandinetti
Per maggiori informazioni il programma
http://www.sinistraeuropea.it/

CONSIGLI IN EDICOLA

da venerdi 23


Basta

Scendono in piazza per gridare tutta la loro rabbia. Umiliate, negate, uccise. Le donne non muoiono solo di botte. Sono, ovunque, vittime di una cultura secolare che nega loro identità e libertà. Eppure, rappresentano la chiave per un mondo migliore. Tra inquisizioni, tentativi di liberazione e voglia di emancipazione, la storia delle lotte di ieri, oggi e domani.

21 novembre 2007

ANALISI DI UN FENOMENO DA BARACCONE

vignetta inviatoci da Ferdinando Gaeta

CAPOPOPOLO 0 AMBULANTE DELLA POLITICA?

FOGNE

Che da una dozzina d’anni e più le fogne italiche abbiano tracimato vomitando il liquame espresso da un crescente numero di camerati e postfascisti - collocati in prestigiose cariche istituzionali e pubbliche - costituisce una delle vergogne nazionali per la quale non c’è punizione se non, per chi crede, quella divina. E l’artefice dell’alluvione, il neo duce che recentemente sentiva scricchiolare il labaro ha tonitruato: ’’An? Dalla fogna li ho fatti uscire, nella fogna li faccio tornare’’. Magari. Il guaio è che i fascisti sono una pestilenza endemica e una volta scoppiata la pandemia ce ne vuole per riportare il collettivo stato di salute pubblica. L’Italia s’infettò nel tragico Ventennio e neppure i sessant’anni seguenti hanno prodotto guarigione. Anche perché c’è chi ha voluto conservare gli esemplari di quei ratti che rilanciano focolai.

L’esperimento attuato dal duce Silvio fa parte d’una trasformazione genetica sempre più pericolosa: cancellare le tracce degli anticorpi antifascisti che, nelle coscienze prima che nelle strutture dello Stato, mettevano in guardia dagli appelli alla Democrazia fatti da uno come il camerata Fini che fino al ’93 salutava romanamente sottobraccio ai naziskin. E del manganellatore Storace, in questi giorni ricarezzato e rifinanziato, che portava nell’emiciclo di Montecitorio le familiari aggressioni e da Governatore del Lazio furti e spiate non c’è nulla da dire? Vogliamo poi tacere d’altri ministri para e postfascisti: il servo sbavatore Gasparri così utile per la legge sulle tivù, faccettanera Alemanno ben inciuciato con tante ruberie pubbliche e private quali le coperture offerte dal dicastero dell’Agricoltura ai festini borsistici della Parmalat calistiana?

E sorvoliamo sui saccheggi locali come quelli della Milanodatriturare del fido Albertini fautore di delibere per speculazioni d’imprenditori imparentati coi consiglieri di Aenne. Silvio risponde al ruggito finiano intimandogli la cuccia. E’ lui il domatore-sdoganatore, può aprire parlamento, televisioni, banche, enti, servizi segreti, forze dell’ordine alle carogne, come ha ben imparato da un altro divo della politica nazionale, e può riaprire le fogne. Infilandoci i reprobi in doppiopetto a cominciare dall’attuale leone alloggiato alla Scrofa. Gli preannuncia un’emorragia dal partito. Qualcuno ha cominciato, chi seguirà? Se aveva ragione quel galantuomo di Vico la storia si ripete e i fascisti sin dalla nascita a piazza San Sepolcro predicavano rivoluzioni ma pensavano ai dobloni che il padronato gli prometteva per sterminare i rossi. Proprio come Silvio. Vedrete, anche stavolta i camerati finiranno per servire il padrone.

Spartacus, da http://www.bellaciao.it/
20 novembre 2007

20 novembre 2007

ORDALAN ED IL POPOLO DELLA LIBERTA’


Questa sera ordalan passa dalla pagina del giullare a quella “seria”. Il mio Direttore è in treno e non si può difendere da me. Oggi è nato il partito del popolo della libertà: che bello! Penso che la colpa di tutto stia nel popolo di sinistra o “rosa”,tutti, ma proprio tutti ne abbiamo le scatole piene di Prodi, Water Weltroni, Franceschini, Sircana, Dini, Mastella, Di Pietro e del Sud tiroler forst partai. Diliberto è un discorso a parte, ormai si occupa di icone, tipo Lenin, che nessuno lascia riposare in pace. Partiamo dal presupposto che Berlusconi è uno che tradisce; tradisce la seconda moglie, tradisce gli alleati di coalizione. Andiamo per gradi: alzi la mano chi non ha le scatole piene di Prodi.........................., alzi la mano chi delle logiche di chi sta al Governo ne ha un momento le scatole piene. Alzi la mano chi è felice di vedere le tasse aumentate sulla tredicesima, alzi la mano il 75enne felice di non pagare il canone RAI. Alzino la mano quei pensionati al minimo che vedranno “una tantum” 300€ in più sulla pensione. Qualcuno potrebbe fare notare che se non era per noi nemmeno quei 300€ vedevano. Io li vedo come 300 insulti, manco un euro al giorno in un anno. Dove sono finiti i DICO? Dove sono finite le politiche sull’immigrazione? Dove sono finiti i bei discorsi sulla sanità, per esempio la pillola abortiva? Dove sono finite le politiche per la famiglia? Kompagni, invece di fare il tour davanti alle fabbriche, con quei privilegiati da 1100€, perchè non ci facciamo un giro alle due del pomeriggio nei mercati rionali per vedere la gente che raccoglie gli scarti? Questa è la prima fase per “i nostri”. Torniamo a Berluska: ha messo su 10.000 gazebo comprati in blocco da Carrefour per quattro euro, per raccogliere 5.000.000 di firme, come dire 500 firme a gazebo, ovvero niente. In quelle firme ci stava, secondo me, di tutto: il cittadino incavolato apolitico, il forzitaliaota, persino Bossi ha messo la firma. Il traditore esaltato dai numeri ha deciso di scaricare tutti, ed ha fatto bene, visto che qualcuno si è fidato di un bottegaio filisteo! Fino ad una settimana fa gridava:-Al tavolo con Weltroni mai!-, oggi è disponibile per una proporzionale secca. Ora mi rivolgo ai geniacci dell’Unione o della CDL. Previsioni del PD 28%, previsioni del Partito del popolo 27,5%, totale 55,5%.................tutti gli altri a casa! Bravi e complimenti! E se per sparigliare il gioco andassimo ad elezioni anticipate con la vecchia legge? Ve lo vedete il Silvio a dire che eravamo su scherzi a parte a Fini ed alla ex-morosa di Gaucci?

16 novembre 2007

APPELLO PER LA CIVILTA'

CONTRO IL RAZZISMO E
LA XENOFOBIA
ANCHE L'EUROPA CONDANNA
LE POLITICHE ITALIANE

Comunicato stampa di
Vittorio Agnoletto

Approvata la risoluzione sulla libera circolazione delle persone nell'Ue «Dall'Europa una lezione a Frattini.
Ma anche una lettura istruttiva perVeltroni»

Strasburgo, 15 novembre 2007 -

«Più chiara di così la critica a Frattini nonpoteva essere. Frattini, se vuole continuare a fare il commissario aidiritti civili, è meglio che si metta a studiare. Infatti la direttivaeuropea è chiara: nessun cittadino europeo può essere espulso per motivieconomici e l'UE non accetta espulsioni collettive da parte del Parlamento Europeo. Ma anche Veltroni e alcuni suoi colleghi sindaci farebbero bene a leggersiattentamente il paragrafo L: «le personalità pubbliche si astengano dadichiarazioni che rischiano di essere intese come un incoraggiamento allastigmatizzazione di determinati gruppi di popolazione». Dall'Europa arriva un importante lezione sui diritti, possibilmente da non dimenticare troppo presto».


Il triangolo nero

Appello

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori. Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.

Scritto da:
Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.

Primi firmatari:
Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata - Bruno Arpaia - Articolo 21 - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti - Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&Bruno - Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli - Franco Buffoni - Errico Buonanno - Domenico Cacopardo - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo - Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi - Stefano Corradino - Mauro Covacich - Erri De Luca - Derive Approdi - Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D'Attis - Francesco Forlani - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello Fois- - Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Franz Krauspenhaar - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli - Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali - Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano - Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella - Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent - Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo - Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno - Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Enrico Remmert - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Roberto Saviano - Sbancor - Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Carola Susani - Stefano Tassinari - Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari - Giorgio Vasta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi - Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi

Aderiscono: Silvia Acquistapace - Armando Adolgiso - Enzo Aggazio - Valerio Aiolli - Fiora Aiazzi - Loredana Aiello - Cristina Ali Farah - Max Amato - Cris Amico - Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio - Monia Azzalini - Eva Banchelli - Barbara Barni - Adriano Barone -Daniela Basilico- Simona Baldanzi - Barbara Balzarotti - Remo Bassini - Elisabeth Baumgartner - Sandro Bellassai - Gigi Bellavita - Francesca Bonelli - Violetta Bellocchio - Paola Bensi - Alessandro Beretta - Alberto Bertini - Donatella Bertoncini - Marco Bettini - Paolo Bianchi - Nicoletta Billi - Valter Binaghi - Enrico Blasi -Augusto Bonato - Emanuele Bonati - Valentina Bosetti - Nadia Bovino - Giovanni Bozzo - Anna Bressanin - Annarita Briganti - Luciano Brogi - Gianluca Bucci - Manuela Buccino - Giusi Buondonno - Leonardo Butelli -Daniele Caluri - Nives Camisa - Maurizia Cappello - Paolo Capuzzo - Luigi Capecchi -Alessandro Capra - Carlo Carabba - Enrico Caria - Valentina Carnelutti - Eleonora Carpanelli - Guido Castaman - Silvia Castoldi - Ettore Calvello- Francesco Campanoni - Ernesto Castiglioni - Fabrizio Centofanti - Paola Chiavon - Marcello Cimino - Paolo Cingolani - Anselmo Cioffi - Beatrice Cioni - Francesca Corona - Stefano Corradino - Marina Crescenti - Vittorio Cartoni - Marcello D'Alessandra - Cristina D'Annunzio - Gabriele Dadati - Manuela Dall'Acqua - Paola D'Apollonio - Antonella De Luca - Patrizia Debicke van der Noot - Lello Dell'Ariccia - Paolo Delpino - Valentina Demelas- Chiara Desiderio - Prisca Destro- Francesco Di Bartolo - Chiara Dionisi - Martina Donati - Bruna Durante - Arturo Fabra- Marina Fabbri - Franco Fallabrino - Graziella Farina - Giulia Fazzi - Giorgia Fazzini - Raffaele Ferrara - David Fiesoli - Claudia Finetti - Maurizio Forte -Lissa Franco - Gabriella Fuschini - Daniela Gamba - Pupa Garriba - Walter Giordani - Viorica Guerri - Maria Nene Garotta - Luisa Gasbarri - Massimiliano Gaspari - Catia Gasparri - Valentina Gebbia - Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi -Emiliano Gucci -Lello Gurrado - Francesca Koch - Rossella Kohler - Fabio Introzzi - Maria Rosaria La Morgia - Daniela Lampasona - Federica Landi - Loredana Lauri -Albertina La Rocca - Filippo Lazzarin - Sabina Leoni - Elda Levi - Mattea Lissia - Mariagrazia Lonza - Francesco Lo Piccolo - Giorgio Lulli - Monica Lumachi - Gordiano Lupi - Iseult Mac Call - Luca Maciocca- Giovanna Maiola - Alessandro Maiucchi- Ilaria Malagutti - Manuela Malchiodi - Felicetta Maltese - Emanuele Manco - Federica Manzon - Roger Marchi - Mauro Marcialis - Adele Marini - Gianluca Mascetti - Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia - Mara Mattoscio - Stefano Mauri - Lorenzo Mazzoni - Ugo Mazzotta - Michele Mellara - Michele Meomartino- Camilla Miglio - Paola Miglio - Laura Mincer - Olek Mincer - Mauro Minervino - Roberto Mistretta- Giorgio Morale - Isabella Moroni - Elio Muscarella - Ettore Muscogiuri - Nino Muzzi - Rosario Nasti - No Reply - Giovanni Nuscis - Fabio Pagani - Dida Paggi - Valentina Paggi - Iulia Claudia Panescu - Rafael Pareja - Enrico Pau- Simonetta Pavan - Monica Pavani - Alessandra Pelegatta - Graziella Perin - Bruna Perraro - Seba Pezzani - Alessandro Piva- Serena Polizzi - Massimo Polizzi - Francesca Pollastro - Alessia Polli - Sabrina Poluzzi - Nicola Ponzio - Anna Porcu - Kiki Primatesta - Salvatore Proietti - Maddalena Pugno - Andrea Rapini - Vincent Raynaud -Paolo Reda - Luigi Reitani - Jan Reister- Sergio Rilletti - Mirella Renoldi - Patrizia Riva - Monica Romanò - Alessandro Rossi - Grazia Rossi - Luisa Rossi - Marta Salaroli - Carlo Salvioni - Ida Salvo - Bianca Sangiorgio - Veronica Alessandra Scudella - Maria Serena Sapegno - Simone Sarasso - Dimitri Sardini - Monica Scagnelli - Angela Scarparo - Gabriella Schina - Elvezio Sciallis - Marinella Sciumè - Matteo Severgnini - Michèle Sgro - Carlo Arturo Sigon - Genziana Soffientini - Crio Spagnolo - Mario Spezi - Mila Spicola - Susi Sacchi - Mariagrazia Servidati - Mattia Signorini - Luigia Sorrentino - Stalker/Osservatorio nomade - Claudia Stra' - Luigi Taccone - Giorgio Tinelli - Veronica Todaro - Eugenio Tornaghi - Umberto Torricelli - Sara Tremolada - Renato Trinca - Nadia Trinei - Roberto Tumminelli -Tonino Urgesi - Sasa Vulicevic - Angela Valente - Roberto Valentini - Maria Luisa Venuta - Selene Verri - Diego Zandel - Salvo Zappulla - Franco Cilenti

Per aderire:
http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html



15 novembre 2007

LA CGIL CALPESTA IL PROPRIO DNA?

LA CGIL CAMPANA LICENZIA: CRESCENTINI FU COLPEVOLE
DI SCRIVERE LIBRI CONTRO
IL LAVORO NERO

"Tra gli operai aumentano gli stati depressivi, i disturbi gastro-intestinali, i dolori muscolari, le emicranie, la stanchezza cronica, i disturbi della vista, gli attacchi di panico. Il tutto legittimato dalla paura per il futuro".

Sono gli stralci contenuti a pagina 116 del libro "CGIL, 100 ANNI AL LAVORO" edito cinque mesi fa dalla Casa Editrice Ponte delle Grazie a cura di Claudio Jampaglia e Andrea Milluzzi. Sapete chi scrive? Il nostro compagno Ciro Crescentini (prima licenziato senza motivo dalla Fillea Cgil di Napoli e poi deferito al Comitato di Garanzia della Campania) il quale ha contribuito con una bellissima inchiesta alla stesura del libro insieme a Romano Prodi, Fausto Bertinotti, Bruno Trentin, Sergio Cofferati, Guglielmo Epifani, Carla Cantone, Giorgio Cremaschi, Luciano Gallino, Dino Greco, Paolo Nerozzi, Antonio Pizzinato, Claudio Treves, Tiziano Rinaldini e tanti altri autorevoli dirigenti e militanti sindacali. Ciro fu l’unico sindacalista della Campania al quale venne fatta la richiesta di dare il proprio contributo sulle condizioni di vita e di lavoro degli operai. Una settimana dopo la diffusione del testo nelle librerie, il compagno Ciro subì il primo provvedimento disciplinare illeggittimo: fu sollevato dagli incarichi da Sannino su ordine di Michele Gravano!!

Altre parole scritte da Ciro:
"La paura diffusa nei cantieri edili deve essere duramente contrastata dal sindacato. In questi anni la Cgil è stato un valido punto di riferimento per migliaia di lavoratori napoletani. Ma occorre fare di più. Il sindacato deve creare una rete di sostegno e di tutela militante, prendendo come riferimento organizzativo le leghe operaie e contadine di tanti anni fa. Un sostegno legale e militante per combattere ancora un’avversario "di classe" che è sostenuto da lobby di consulenti attrezzati capaci di interpretare e utilizzare leggi e norme per i propri fini condizionando gli organismi democratici e di vigilanza dello Stato...."

Stefania Bontempi

11 novembre 2007

INTERVISTA A FAUSTO BERTINOTTI

Un’altra sinistra è possibile. Anzi, obbligatoria
Crisi della politica, bilancio di un anno e mezzo di governo e «cosa rossa»


«La scommessa sul rapporto virtuoso tra governo e movimenti non ha funzionato. Serve un’unità politica a sinistra, da subito. Per evitare che il nostro ruolo sia solo quello di limitare i danni. E poi scomparire» La riforma elettorale è urgente. Ma i vincoli di coalizione immobilizzano. Le alleanze si facciano in Parlamento

di Gabriele Polo

Come rilanciare l’alternativa politica in Italia e in Europa senza adattarsi alla limitazione del danno e, contemporaneamente, senza riaprire le porte del potere alla destra? Tradotto: come riavere una sinistra non subalterna al centro senza far cadere Prodi e rimettere Berlusconi (o chi per lui) a palazzo Chigi? Bel busillis. Cui Fausto Bertinotti risponde con una rievocazione: «In certi momenti vale quel che dicevano gli operai a proposito degli aumenti salariali, ’Pochi, maledetti e subito è sempre meglio che niente’». Tradotto: teniamo in piedi il governo, facciamo una riforma elettorale che limiti i vincoli del maggioritario e diamo subito vita a un soggetto «unitario e plurale» della sinistra con chi ci sta. «Anche perché - va al dunque il presidente della Camera - il nostro scommettere su un circolo virtuoso tra azione di governo (riformatrice) e movimenti (che incalzano il quadro politico), è stata sfiduciata dai fatti». Cioè si è ridotta alla contrattazione del «meno peggio», mentre si divarica la forbice tra la rappresentanza politica e conflitti sociali e si erode il consenso elettorale della sinistra.

Sembra che tutta la sinistra sia un po’ inadeguata. Pensa alla manifestazione del 20 ottobre: una grande partecipazione, una richiesta di «esserci» e, poi, scarsissime risposte, se non generiche, della rappresentanza. Non è questa la vera crisi della politica?

Più si constata il successo della manifestazione del 20 tanto più si vede in controluce la profondità della crisi della politica. Nel Pd e dintorni c’è stata una omissione totale di quell’evento. A sinistra c’è stato più un sollievo da scampato pericolo che un investimento politico-intellettuale, mentre ci si aspetterebbe una socializzazione di una riflessione comune su cosa è accaduto, sul perché c’era così tanta gente in piazza e con così tanta passione politica, su quali problemi sociali ciò rivela. Invece, avendo la questione del governo come problema centrale - sia per rifiutarlo che per consolidarlo - l’indagine sulla soggettività del movimento - su ciò che rappresenta e chiede - viene lasciata in secondo piano. Allora la crisi cui siamo di fronte sta nella difficoltà di trovare la soggettività politica e sociale necessaria a potere realizzare un protagonismo capace di intervenire sulla scelta dello stato, sulle scelte economiche, sulle grandi scelte dei diritti sociali, cioè nei luoghi della formazione della decisione politica. Questo mi pare il punto irrisolto.

Nel merito e nel metodo, nei contenuti e nella loro rappresentanza politica. Parlando dei primi: nel tuo editoriale dell’ultimo numero della rivista, «Alternative per il socialismo», ritorni alla centralità del lavoro. E’ un ripensamento rispetto alla fase dei movimenti, seguita poi da quella della battaglia politica dentro le istituzioni?
Quei passaggi sono tutte facce dello stesso prisma. Io però riconosco che di volta in volta, se non una centralità però un bandolo della matassa andrebbe tirato e io penso che la crisi sta arrivando proprio al fondo. Se mi si chiede: ma quale è la chiave di volta dell’uscita dalla crisi? quale è la ragione prima della crisi della sinistra? Rispondo che il nodo va cercato nel rapporto fra il lavoro, la società e la politica. Non per una nuova centralità operaia, non per ignorare la critica del femminismo alla società patriarcale o quella ambientalista alla devastazione prodotta dal capitalismo, non per cancellare le storie e i contenuti dei movimenti e le loro diversità, ma perché possano collocarsi in una ipotesi di trasformazione della società e di capacità di intervento sulla decisione della politica, sul luogo strategico di decisione della politica. E secondo me hanno bisogno di ritrovare un nesso con il lavoro in tutte le sue dimensioni. Non è casuale che il successo della manifestazione del 20 sia legato alla lotta alle precarietà. E quella del lavoro non sarà asaustiva ma è paradigmatica.

Sul metodo e sulla rappresentanza politica il minimo che chiedeva la piazza del 20 ottobre era un luogo per una pratica comune, anche istituzionale. Mi sembra invece che persino su questo ci sia un tira e molla, tra identità da conservare e ruoli dirigenti da preservare... Insomma, se continua così non ci sarà né cosa rossa, né semplicemente nessuna «cosa».

Con il massimo rispetto per tutti coloro che si spendono quotidianamente nelle attività di partito, mi sembra che ci siano troppe rigidità. Capisco i problemi e le resistenze, però per questo vale il vecchio detto di Vittorio Foa quando fu tentata l’unità sindacale: «Per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua». E’ già troppo che stiamo sulla spiaggia.

C’è un passaggio politico obbligatorio, che chiama in causa i gruppi dirigenti della sinistra...

Come era la vecchia formula operaia a proposito di aumenti salariali? Pochi, maledetti ma subito. Benissimo. Come viene fuori questa «cosa»? Un po’ rozza, approssimativa, ma unitaria. Tutto il resto viene subito dopo: come deve essere organizzata, che tipo di costruzione teorico-politica, la definizione del programma fondamentale... Ma bisogna partire, con chi ci sta.

Intanto la sinistra si sta logorando in una continua rincorsa alla riduzione del danno stando in un governo che non godendo di ottima salute pone spesso l’antica alternativa tra mangiare una cattiva minestra o saltare dalla finestra. Un po’ logorante...

Io credo che la prosecuzione dell’attuale governo sia auspicabile, perché alcuni risultati si possono ottenere anche con la riduzione del danno, basti pensare alle recenti vicende sul pacchetto sicurezza: cosa sarebbe successo con un governo di centrodestra? Per quante critiche si possano fare alla situazione attuale, non c’è paragone. Tuttavia non possiamo non fare il bilancio di un anno e mezzo di governo e vedere - lo dico per me - che l’investimento su un rapporto inedito tra movimenti e governo per realizzare una nuova fase riformatrice, è stato contraddetto dai fatti. E, allora bisogna anche agire sul terreno dell regole istituzionali, per liberare la politica dai lacci che la imprigionano. Da una logica che impone maggioranze per riavere la possibilità di scegliere le alleanze non prodotte da una coazione.

E se non riesce a farlo questo governo, con un esecutivo istituzionale che cambi la legge elettorale? Per far sì che le alleanze si facciano in Parlamento e non in campagna elettorale?

Sì, alleanze che si annuncino prima, che si fanno in Parlamento ma che in ogni caso producono una possibilità di libertà nella scelta delle alleanze. Mentre penso che nell’attuale sistema politico istituzionale la rottura del rapporto tra la sinistra e il centrosinistra sia una tragedia, in un sistema liberato da questo vincolo del maggioritario si aprirebbe una dialettica politica più ampia, quella permessa da un sistema alla tedesca. Anche per riguadagnare la centralità del «medio termine», ed evitare che tutto sia assorbito dall’emergenza del giorno per giorno con al centro solo la sorte del governo.

Ritorniamo alla questione del governo e al ruolo della sinistra al suo interno. Per quanto può durare la strategia della riduzione del danno senza provocare danni irreparabili in termini di rappresentanza sociale e di consenso elettorale? Non è che la sinistra salvando il centrosinistra rischia di estinguersi?

Il rischio c’è, ma come fai a proporre un’uscita da sinistra? Scartiamo che si possa fare con una crisi di governo, non mi sembra che sia quello che chiede la nostra gente, lo abbiamo visto anche il 20 ottobre. Secondo me c’è uno spazio per un rilancio dell’attività di governo, attraverso una rivitalizzazione di alcuni suoi elementi programmatici da ottenere con un dibattito politico molto impegnativo, valorizzando l’iniziativa sociale - e non penso solo alle manifestazioni o al volontariato, penso alle tante pratiche politiche positive in tante parti d’Italia. E poi attraverso una verifica politica.

Stai pensando a un rimpasto di governo?

E’ un terreno su cui non posso entrare. Ma credo che vada messa in campo e fatta pesare la partecipazione delle persone. Mi piacerebbe che la maggioranza inventasse, nelle forme che vuole, con l’approssimazione che crede, una sorta di verifica programmatica. Le forze della maggioranza possono pensare a un percorso di consultazione di massa, aperta, pubblica, assembleare? Credo che la sinistra avrebbe tutto da guadagnarci per contare di più e recuperare alcuni punti programmatici dell’Unione.

Però intanto ci si divide persino sulla simbologia. In un processo unitario e plurale, che ne facciamo dei simboli di ciascuno? Falce e martello in soffitta?

E’ bene che ciascuno tenga per sé i propri simboli e sarebbe un male pensare che i simboli abbiano la stessa valenza temporale dei programmi o degli schieramenti. I simboli non sono legati a una contingenza e per averne di nuovi non ci si può affidarere a delle invenzioni, nascono da processi storici. E, poi, per l’immediato un nome che unisce ce l’abbiamo già. Semplice, semplice: sinistra.

Un’ ultima cosa. Se te la riproponessero oggi, accetteresti la presidenza della Camera?

L’accetterei, per tre motivi. Perché permette una conoscenza delle istituzioni che troppo spesso viene sottovalutato, come ci aveva ricordato parecchi anni fa Pietro Ingrao. Perché permette di dare visibilità e far diventare elementi di battaglia politica temi sociali troppo spesso messi in secondo piano: per fare solo un esempio gli infortuni sul lavoro. E perché dodici anni di direzione di un partito sono tanti, troppi per chi la esercita, come per chi la «subisce».

Gabriele Polo

domenica 11 Novembre 2007

9 novembre 2007

CONSIGLI IN EDICOLA

Carta settimanale

In edicola sabato 10 novembre in tutta Italia 32 pagine–€ 2,00

Pogrom Italia: l’ondata di sgomberi, perquisizioni, espulsioni sta colpendo in tutto il paese rom, rumeni e poveri.

L’incredibile storia di Ghina l’invisibile, rom italiana espulsa in Serbia.

Il piccolo Tibet: reportage dal Ladakh, un angolo di armonia nel cuore dell’Asia.

I giovani attivisti bulgari di BeleNé raccontano la loro lotta contro i progetti nucleari dell’Enel.

Un rivoluzionario chiamato Pancho: Paco Ignacio Taibo II racconta a Carta la sua biografia narrativa di Villa.

8 novembre 2007

NO ALL'USO POLITICO E REPRESSIVO DELLA LEGGE 180

Petizione contro il TSO

Si tratta di una violazione dei diritti di minoranze deboli: immigrati, zingari, poveri e senzatetto, liberi pensatori, omosessuali, persone ipersensibili.

E’ importante firmare la petizione( http://www.petitiononline.com/everyTSO/petition.html)
ma anche diffondere questo testo presso amici, parenti, conoscenti, media, siti internet, forum. Bisogna fermare questa pratica violenta e lesiva della libertà individuale; prima o poi la "condanna" al TSO potrebbe capitare a ognuno di noi o a chi ci è caro. Petizione al Governo Italiano, Parlamento Italiano, Ministero della Sanità, Commissione Europea. Contro il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO): http://www.petitiononline.com/everyTSO/petition.html

Il Gruppo EveryOne, nell’àmbito delle sue campagne e delle sue azioni a tutela dei Diritti Umani, chiama a raccolta tutte le persone non ancora accecate dalla cultura del pregiudizio, dell’odio, dell’ostilità nei confronti di chi è debole e diverso, affinché diano il via a un movimento di opinione che si opponga alle nuove persecuzioni istituzionalizzate (si dia un’occhiata ai portali www.annesdoor.com e www.everyonegroup.com. Una delle forme più gravi di violazione dei Diritti Umani è sicuramente il Trattamento Sanitario Obbligatorio, che ricorda da vicino i ricoveri e le terapie coatte applicate dai nazisti nei confronti di chi l’autorità ritenesse "asociale". Firmiamo la Petizione contro il TSO e diffondiamone il testo presso amici, conoscenti, siti internet, media.

Il Progetto-obiettivo 1994/96 in applicazione del II comma della legge 180 (Legge Basaglia) prevede :Il T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio) che è un provvedimento emanato dal Sindaco che dispone che una persona sia sottoposta a cure psichiatriche contro la sua volontà, normalmente attraverso il ricovero presso i reparti di psichiatria degli ospedali generali (SPDC - Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura).
In alcune zone del nostro paese è uso consolidato attuare il TSO, oltre che nei reparti psichiatrici, anche presso il domicilio della persona. Ma in linea generale e nella stragrande maggioranza dei casi, il provvedimento di TSO si risolve nell’accompagnamento coatto, tramite i vigili urbani, presso i reparti psichiatrici
La legge regola due istituti di coercizione: l’A.S.O. (accertamento sanitario obbligatorio) e il T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio).
Il Sindaco può emanare l’ordinanza di TSO nei confronti di un libero cittadino solo in presenza di due certificazioni mediche che attestino che: 1. la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici; 2. gli interventi proposti vengono rifiutati; 3. non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere.
Le tre condizioni di cui sopra devono essere presenti contemporaneamente e devono essere certificate da un primo medico (che può essere il medico di famiglia, ma anche un qualsiasi esercente la professione medica) e convalidate da un secondo medico che deve appartenere alla struttura pubblica. La legge non prevede che i due medici debbano essere psichiatri.
Il ricovero avviene esclusivamente presso il SPDC ( Servizio psichiatrico di diagnosi e cura ospedaliero) competente per territorio. In eventuale mancanza di posti letto nel SPDC competente è data facoltà di espletare il ricovero presso il SPDC più vicino.
Quindi,come vediamo, la legge 180 che ha abolito i manicomi, in realtà prevede uno strumento coercitivo altrettanto grave, dato che il Trattamento obbligatorio viene posto in essere principalmente quando il soggetto si rifiuta, non vuole essere trasportato presso il SPCD.
Il T.S.O. è un sequestro di persona legalizzato che impone a chi lo subisce un bombardamento di farmaci deleteri per il fisico e per la psiche, in non pochi casi somministrati a persone legate al letto di contenzione e persino l’elettroshock! Al punto che Thomas Szasz lo definisce un crimine contro l’umanità.

In Italia, nazione in cui il Tso rappresenta un uso consolidato, è tristemente famosa la vicenda del Sign. Giuseppe Casu , un venditore ambulante che Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu (Cagliari) viene caricato, ammanettato alla barella e portato via per un ricovero coatto in psichiatria (voluto dall’amministrazione di Quartu) dopo essere stato precedentemente sbattuto a terra ed immobilizzato
Il ricovero coatto viene giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu dava in escandescenze (ma chi non si sarebbe agitato a seguito di un aggressione come quella subita da lui e del tentativo di essere trasportati coattivamente in un centro di cura mentale?)
Legato mani e piedi a un letto e imbottito di psicofarmaci, rimarrà in questo stato, ininterrottamente per sette giorni, fino alla sua morte, avvenuta il 22 giugno per "tromboembolia-venosa".
"Sgombero Forzato: se ne va anche l’ultimo ambulante" titola l’Unione Sarda il giorno seguente. È falso, Giuseppe Casu non è l’ultimo ambulante, ma è stato colpito in maniera esemplare per ottenere il risultato di sgomberare la piazza dagli abusivi!
Il comitato sorto per chiedere verità nella vicenda del Signor Casu è riuscito ad ottenere l’apertura di una inchiesta che però si è risolta con un nulla di fatto!

E’ in atto una pesante offensiva, che possiamo ben definire guerra, condotta in nome della legalità contro: immigrati, drogati, ambulanti, lavavetri, rom e contro tutti coloro che non vogliono rimanere imbrigliati nelle reti di un potere sempre più oppressivo e totalizzante, in cui la psichiatria svolge un ruolo più che attivo,riuscendo a reintrodurre le carcerazioni arbitrarie proprio come avveniva nel nazional-socialismo, tempo in cui i medici arrestavano e conducevano i socialmente indesiderati nei campi di concentramento o nelle cliniche della morte per i programmi di cura e sterminio. Si ricorda infine che sabato 13 Ottobre 2007, in P.zza Verdi, a Bologna, cinque ragazzi del "Fuoriluogo" sono stati portati in questura dopo essersi opposti al tentativo di portare via una ragazza per somministrarle il TSO.

Si può firmare la petizione al seguente link: http://www.petitiononline.com/everyTSO/petition.html

Per il Gruppo EveryOne, laura Todisco, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau

Per informazioni, scrivere a info@everyonegroup.com
Siti: www.everyonegroup.com - http://www.annesdoor.com/

7 novembre 2007

VIDEO

Il Presidente della Camera Fausto Bertinotti parla del decreto legge sulla sicurezza alla trasmissione di Ferrara, in onda il 5 novembre su La7.

CLICCA SU: Bertinotti a Otto e Mezzo

SXnet - martedì 06 novembre 20072007 © SXnet

STATO PRECARIO

Il lavoro e la vita

Mimmo Porcaro

Il paradosso dei nostri tempi è che più la posizione di classe determina la vita degli individui, meno questi stessi individui si pensano come membri di una classe (o di una coalizione di classi). Il che è un altro modo di dire che mentre i rapporti sociali di produzione continuano ad avere un ruolo determinante, i soggetti collettivi che pure embrionalmente si formano non sembrano rivolgere la propria iniziativa principalmente verso questi rapporti sociali.

Da dove nasce questa situazione paradossale e come possiamo interpretarla?
Il mio tentativo di risposta si baserà su alcuni presupposti (che qui non posso né argomentare teoricamente, né dimostrare empiricamente):
1) il fatto che lavoro e vita (produzione e riproduzione) oggi tendano ad intrecciarsi non significa che essi siano identici: anzi, più si intrecciano più è necessario tenerli concettualmente distinti;
2) nella maggior parte dei casi, quando la vita ”entra” nel lavoro, non sono le capacità relazionali a trasformare positivamente il lavoro, ma è quest’ultimo ad imporre le sue logiche alle prime;
3) la distinzione fondamentale tra lavoro e vita sta nel fatto che il primo (in quanto è immediatamente finalizzato alla valorizzazione del capitale) è attività formalizzata, regolare, visibilmente eterodiretta, mentre la seconda ha minori gradi di formalizzazione, regolarità ed eterodirezione:da ciò la sua potenzialità innovativa;
Prendiamo le mosse dal lavoro. E’ indiscutibile che esso sia molto più sottomesso al capitale di quanto non lo fosse nei decenni precedenti. Ma la forma attuale del capitalismo fa sì che all’accentuata concentrazione del potere nelle direzioni d’impresa, corrisponda una dispersione del lavoro, una sua frammentazione organizzativa, ma soprattutto giuridica e culturale, che rende assai difficile una risposta.
L’esternalizzazione è il modo più noto di questa dispersione. Ma ad essa si aggiungono: le differenze di tipologia contrattuale per lavoratori che pure svolgono la stessa mansione; la trasformazione di molti lavoratori dipendenti in fornitori autonomi (e spesso individuali) di servizi; l’organizzazione del lavoro per gruppi (o squadre) che si concepiscono come clienti, fornitori e concorrenti dei gruppi che stanno a monte o a valle del processo produttivo. Gruppi nei quali, bisogna aggiungere, ogni lavoratore è indotto ad autodisciplinarsi ed a fungere da controllore degli altri.
E’ qui superfluo insistere sugli effetti di tutto ciò sulla formazione di una coscienza (anche solo sindacale) di classe. Si deve piuttosto notare come questo processo di individualizzazione del lavoro da un lato renda il lavoro stesso ancor più importante per la vita di quanto non lo fosse in precedenza, dall’altro renda l’individuo (e quindi la sua vita) assai meno libero di quanto non pretendano i (sempre meno convinti) cantori del preteso superamento dell’omologante ed oppressivo ordine “fordista”.
A molti e molte di noi è data la fortuna di ricordare un’epoca in cui tra lavoro e vita esisteva una percepibile differenza. Un’epoca in cui, inoltre, il tempo della vita – inteso come tempo di costruzione di rapporti elettivi e liberi – diveniva sempre più importante del tempo di lavoro. Ma sono ormai troppi quelli che conoscono solo l’attuale invasione del tempo di vita da parte del tempo di lavoro, la tendenziale confusione trai due campi.
Aumento dell’orario di lavoro, salto frenetico da un lavoro all’altro nel corso della stessa giornata, oppure ricerca angosciata e continuativa di un lavoro purchessia: in ognuna di queste forme il lavoro afferra la vita e sembra non doverla lasciar libera mai più. Ma appare anche il movimento inverso: poiché le connessioni relativamente regolari e le gerarchie relativamente stabili proprie della precedente forma del capitalismo hanno ceduto il passo alla dispersione della produzione e all’indebolimento della dipendenza diretta, i rapporti sociali (cooperativi o gerarchici) devono “ogni volta” essere ricreati ex novo. La fine degli automatismi impone che ogni singolo individuo svolga funzioni di connessione, di ridefinizione dei rapporti e che sia costretto molte volte alla scelta rischiosa, invece che all’obbedienza passiva. (Una situazione che nasce, va detto, che nasce da una certa “astuzia dell’autorità”: un’autorità che oggi sembra allontanarsi e farsi meno oppressiva, perché obbliga al risultato, ma nulla ci dice sui mezzi per raggiungerlo. Ma è proprio questo silenzio sui mezzi, in situazione di risorse scarse, a costringere il lavoro ad acrobazie maggiori di quelle derivanti dalla semplice obbedienza a disposizioni precise).
Tutto ciò impone di investire nel lavoro il complesso dell’esperienza vitale, comprese le capacità relazionali: capacità che, come meglio vedremo, tendono ad essere plasmate da questa nuova funzione e ad essere formalizzate in vista d’una loro maggiore efficacia.
Sembra quindi difficile sostenere che il lavoro (e, in ultima analisi, la posizione di classe) non condizioni decisamente la vita e non costituisca un perno significativo della costruzione dell’identità. Ciò che è “saltato” con la forma attuale della produzione non è tanto la centralità del lavoro per la vita e per l’identità, quanto il legame tra il lavoro ed un’azione collettiva di emancipazione. Il lavoro è una pressante necessità. Oppure è il modo per affermare un tentativo di progetto individuale (o di gruppo, o di impresa): non è più il luogo della formazione di un soggetto collettivo votato alla costruzione di un futuro.
E’ ovvio che questa frattura deve essere collegata alla sconfitta storica del socialismo (di Stato), nonché agli effetti del consumo di massa, di cui parleremo fra poco. E’ però opportuno aggiungere che la sfiducia nell’azione collettiva, votata ad uno scopo chiaro, da perseguirsi progressivamente, è anche effetto di modi di lavoro che rendono difficilmente pensabile la stessa vita individuale come concatenazione razionalmente ricostruibile di eventi.
Infatti, il lavoro non solo è esternalizzato, e frammentato dal punto di vista tecnologico e giuridico. Esso è anche connotato da due particolari dimensioni: da un lato si presenta (anche quando è svolto a tempo indeterminato e in grandi strutture produttive) sempre più spesso come lavoro “a progetto”; dall’altro è costantemente esposto al rischio: rischio del fallimento del progetto che si traduce in fallimento individuale. Il punto è, come osserva Richard Sennet, che, realizzato un progetto, se ne deve ideare e realizzare un altro. Superato un rischio, un’altra situazione rischiosa si apre, e la reiterazione del rischio impedisce di pensare ad una narrazione della propria vita, perché ogni volta si ricomincia da zero: ad ogni lancio di dadi le possibilità di vincita o perdita sono le stesse . Come hanno notato Luc Boltanski ed Eve Chiapello , la virtù oggi richiesta non è tanto quella di portare a compimento il progetto, verificarlo, modificarlo, considerarne gli effetti in relazione alla propria esistenza. E’ piuttosto la capacità di rendersi immediatamente disponibili per un altro progetto, qualunque esso sia.

Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano, 2005
Luc Boltanski, Eve Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris, 1999.
Mauro Magatti, Mario De Benedittis, I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?, Feltrinelli, Milano, 2006


Semplice ed eclatante contraddizione tra capitale e lavoro. Quella contraddizione non esiste mai in forma “pura”, ma esiste ogni volta solo in forme storicamente determinate, : l’individualizzazione del lavoro, i tratti di relativa libertà ed autonomia che la caratterizzano, non sono l’ideologica cortina di fumo che cela alla vista l’opposta realtà, ma sono il modo stesso in cui oggi si realizza la sottomissione del lavoro al capitale. Una sottomissione che è quindi particolarmente difficile concepire come tale, tanto che, anche quando la realtà brutale dei fatti si incarica di “svelare” l’inanità della vita a progetto, ciò viene interpretato come fallimento personale, o come scacco momentaneo, non come effetto d’una situazione comune che un’azione comune possa ribaltare.
Sembra quindi che, per motivi esterni ed interni, sia impossibile che dall’esperienza lavorativa possa maturare l’idea di un soggetto collettivo (e, prima ancora, individuale) capace di entrare in un rapporto trasformativo e razionale con la propria situazione storica: l’idea di un soggetto orientato al socialismo sembra appartenere decisamente al passato.
E invece, proprio quando il passato ci sembra perduto o irripetibile, è il passato stesso a indicarci i modi per leggere la realtà attuale, e per modificarla. Lo fa in maniera indiretta, allusiva, a volte solo evocativa, ma lo fa.
Nel nostro caso il passato ci ricorda che l’idea del lavoro come soggetto collettivo, titolare di diritti politici e sociali e quindi legittimato all’azione storica, non è necessariamente (o forse non è quasi mai) l’effetto della concentrazione di masse di lavoratori nella “grande industria” di cui parla Marx. Si pensi, fra i molti esempi possibili, a quanto ci dice il Thompson sulla formazione della classe operaia inglese: non fu l’operaio collettivo della grande industria tessile a costituire la classe come soggetto politico: fu la Londra dei mille e mille mestieri diversi e diversamente subordinati, degli artigiani, degli “skilled” e degli “unskilled”. Fu l’Inghilterra attraversata dai principi del costituzionalismo (e dal connesso mito dell’ “inglese nato libero”), dalle predicazioni sui diritti dell’uomo, dalle profonde tracce del millenarismo religioso: il tutto catalizzato dalla eco della Rivoluzione francese e dai movimenti che ne conseguirono nell’Inghilterra stessa .
Fu insomma il pulviscolo del lavoro preindustriale (ma non per questo precapitalistico), a formare, grazie a particolari situazioni storiche e culturali, le idee, le costumanze, le istituzioni che produssero la nozione dell’autonoma e del valore del lavoro come soggetto contrapposto ad altri, e a trasmetterla al successivo proletariato industriale.
Questo (anche questo) conferma la fecondità di quella indicazione di Raniero Panzieri, secondo cui non si può dedurre il “livello della classe operaia” dal “livello del capitale” . Nessuna relazione necessaria lega un determinato assetto della produzione ad una determinata formazione della classe e della sua soggettività. E ciò fa il paio con la tesi teorica che sottostà alla ricostruzione storica del Thompson: la classe non è una struttura, non è una categoria, è piuttosto un evento, frutto dell’incontro fra elementi sociali, culturali, ideologici e politici del tutto eterogenei. E’ un “farsi” in cui il ruolo preminente spetta al modo in cui i lavoratori elaborano e narrano una esperienza di classe storicamente determinata: e ciò che lega quella elaborazione a quell’esperienza non è una legge, ma una logica che deve essere ricostruita ex post, volta per volta .

Edward Palmer Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Il Saggiatore, Milano, 1969.
Raniero Panzieri, La ripresa del marxismo leninismo in Italia, Sapere Edizioni, Milano, 1972.


Ed è significativo, qui, come le riflessioni del Thompson incrocino il pensiero di quell’Althusser di cui pure il Thompson stesso si dichiarò – e con fondamento – avversario teorico. Soprattutto dell’Althusser che sostiene che solo l’incontro casuale di elementi eterogenei può produrre – quando l’incontro fra questi elementi si stabilizzi – una nuova forma storica. E che teorizza che le contraddizioni fondamentali della società capitalistica esistono sempre e solo in forma storicamente specifica, e dunque mutevole: per cui la contraddizione tra capitale e lavoro può esprimersi in mille modi differenti e può dar luogo a forme assai diverse di coscienza di classe.
Ma allora, se non si può dedurre la classe dal capitale, se essa è frutto dell’elaborazione culturale da parte dei lavoratori stessi, e se questa elaborazione può nascere solo dalla condensazione di numerosi elementi eterogenei, ciò vuol dire che la struttura del processo di lavoro è uno, ma solo uno, degli elementi che concorrono alla formazione della coscienza di classe.
Per dirla tutta: se è vero (ed è vero) che tale struttura è l’elemento decisivo nello spiegare la dinamica generale del processo sociale, è altrettanto vero che quando si tratta di analizzare le dinamiche di formazione della soggettività essa vale tanto quanto gli altri elementi dell’esperienza dell’individuo. Se è vero che la trasformazione dei rapporti di lavoro è decisiva per attuare la trasformazione del processo sociale generale, non è affatto detto che l’esigenza e l’idea di una tale trasformazione debbano necessariamente nascere dall’interno del lavoro, e non possano piuttosto trovare motivazioni esterne, che successivamente si riversano nel lavoro stesso, per trasformarlo.
In fondo, anche quando la coscienza di classe sembra essere quasi il riflesso di una condizione materiale “omogenea” – e sto pensando al protagonista degli anni ’70, quello che, con una certa approssimazione, è stato definito “operaio massa” – questa comune base sociale riesce a produrre quel determinato assetto della coscienza e della politica solo grazie alla compresenza di altre condizioni. Ad esempio, per quanto riguarda la situazione italiana di quegli anni: la costruzione di uno spazio pubblico nazionale unificato attraverso la televisione generalista, i primi effetti della omogenea scolarizzazione di massa, l’imporsi di modelli di consumo standardizzati. E poi la discrasia temporale prodotta da un lato dalle reminescenze preindustriali della classe operaia immigrata (che cozzava con l’”assurdità” delle regole lavorative) e dall’altro da un sistema politico e da uno Stato sociale notevolmente “arretrati” rispetto alle logiche immanenti del fordismo stesso: senza il concorso di tutti questi elementi sarebbe impossibile spiegare l’efficacia e la radicalità del movimento operaio di quegli anni. E a ciò vanno aggiunti gli elementi di socializzazione indotti dalla cultura comunista, da quella cattolico-sociale, da quella delle minoranze critiche e dello stesso movimento studentesco: tutti elementi che non sorgono affatto spontaneamente e naturalmente dalla catena di montaggio.
Il tutto induce ad un’altra considerazione teorica. Secondo Charles Tilly, eminente studioso dei movimenti sociali, questi ultimi sono sempre l’effetto dell’intersecarsi di due dimensioni: la prima è l’appartenenza ad una comune categoria sociale (la catness, nel linguaggio del Tilly), mentre la seconda è la capacità di costruire, da parte dei membri di questa categoria, reti di relazioni autonome rispetto a quelle imposte dagli attori sociali dominanti (la netness). Il risultato è una determinata catnet: combinazione tra posizione “oggettiva” di classe e capacità “soggettiva” di produrre istituzioni e valori che interpretano in modo particolare quella posizione .
Quando la rete di relazioni aderisce alla dimensione produttiva (come nel caso di molte fabbriche fordiste) può sembrare che vi sia un nesso univoco tra appartenenza categoriale e soggettività: ma si tratta di un’apparenza. Il lavoro emerge e diviene significativo fattore di azione collettiva solo grazie all’intreccio con le altre dimensioni della vita.
Da ciò, per concludere questa parte, un suggerimento per un’inchiesta a venire: chiedersi, e chiedere all’interlocutore, quale esperienza e quale coscienza dell’individuo e della collettività si formi fuori dalla produzione, e se e come questa esperienza e questa coscienza si intersechino con la percezione del lavoro stesso.
Se le risultanze di una tale inchiesta dovessero confermare che germi di coscienza collettiva nascono, anche oggi, soprattutto al di fuori del tempo del lavoro, ne verrebbe confermato che (soprattutto oggi) il luogo principale della formazione di una potenziale coscienza di classe non è la produzione, ma la vita stessa, in tutte le sue molteplici forme.

Charles Tilly, From mobilization to revolution, Addison-Wesley, Reading, Mass., 1978.

Si tratta di un indebolimento del discorso (di tipo) socialista? Mi permetto di osservare che solo se e quando la “coscienza” si forma come effetto dell’”intera vita” è possibile che si costruisca un movimento collettivo di lavoratori – e non solo – orientato alla trasformazione sociale, giacché le idee forti, capaci di incidenza politica reale (quelle idee “pubbliche”, disponibili a tutti a prescindere dalla classe e dalla famiglia di appartenenza, quelle idee organizzate come cause su cui da qualche tempo va ragionando Valerio Romitelli ) possono nascere solo come risultato del complesso dell’esperienza vitale.
Il che mi fa dire anche che il massimo livello della consapevolezza non si raggiunge con la coscienza di classe, ma con la coscienza della situazione storica (individuale e collettiva) : una coscienza che per divenire pienamente realistica deve inglobare in sé la coscienza della posizione di classe, ma che non può ridursi ad essa.
Non la produzione, ma la vita stessa, ho appena detto: e si tratta di una formulazione forse suggestiva, ma senza dubbio troppo generica. Procediamo dunque con una riflessione un po’ più attenta: più che alla semplice produzione dobbiamo guardare al nesso tra produzione e riproduzione; ed è proprio l’analisi di questo nesso a dirci quanto sia difficile la situazione attuale. Perché tutti quegli spazi extralavorativi che prima erano luogo di possibile formazione di rapporti alternativi a quelli capitalistici sono sempre più saldamente presidiati dal capitalismo stesso. E non solo nella forma – pur rilevante – dell’influenza ideologica, ma in un modo ben più sottile e pervasivo. Siamo giunti infatti alla produzione industriale di parti crescenti della stessa vita sociale: dagli elementi primari della riproduzione (il cibo e soprattutto i modelli culturali ad esso correlati) ai processi simbolici: tutto è oggetto dell’attività di rami specifici dell’industria capitalistica che, in un sol gesto, trasformano la riproduzione sociale in un campo di valorizzazione ed assicurano la formazione di soggetti disposti ad entrare ancor più attivamente nel campo della produzione.
Non si tratta solo della televisione, anche se la televisione ha un posto determinante che le deriva dall’essere una vera e propria macchina che ha come materia prima gli individui e come prodotto gli spettatori, una macchina che trasforma ed organizza i nostri desideri e la nostra percezione in modo da renderci attenti e ricettivi ad un determinato tipo di linguaggio.
Si tratta del fatto che il consumo si è organizzato come una macchina simbolica molto più coerente e pervasiva di prima, ed afferra in queste nuove vesti quote sempre crescenti degli stessi ceti meno abbienti (se non altro nel suo decisivo aspetto virtuale). Tra la merce ed il consumatore non si frappone (se non in rari casi) una struttura alternativa di mediazione, capace di abbassare il costo della prima e di modificarne il carico simbolico. Più importante, ma anche assai più difficile è dunque il compito di chi queste strutture alternative voglia ricostruire.
La cosa è particolarmente significativa perché è oggi proprio il consumo, più che il lavoro, a costituire lo spazio principale di socializzazione per la gran parte degli individui . Il lavoro assume valore proprio perché è la chiave che consente l’ingresso nella sfera del consumo, unica sfera capace davvero di offrire senso (e in dosi sovrabbondanti) all’agire individuale. Nel lavoro vengono riportati desideri, idee, modelli di approccio alla realtà (anch’essi improntati alla logica dell’autodeterminazione e della “vita a progetto”) che sono maturati soprattutto nella sfera del consumo, e sono mediati dai gruppi sociali all’interno de quali il consumo si effettua (famiglia, amicizie…).
Ed ecco un ulteriore suggerimento per una futura inchiesta operaia: chiedere quali siano i consumi percepiti come maggiormente significativi, come e dove (all’interno di quali gruppi di socializzazione) avvengano, come e dove si discuta di ciò che si consuma, e quanto di questo discutere entri nel luogo di lavoro, e con quali effetti. Un suggerimento che vale anche per la nostra politica: presidiare i luoghi del consumo (come, per necessità ed intelligenza, fece anche il primo movimento operaio), dalla firma di un mutuo alla spesa settimanale, giacché questi sono luoghi di conflitto e di costruzione di identità importanti tanto quanto la “fabbrica” . E giacchè spesso oggi, anche grazie alla ambivalenza delle idee dominanti, quelle costrizioni che nella produzione appaiono come norme sociali indiscutibili, inevitabili (a causa della globalizzazione, della concorrenza, del rischio di licenziamenti...), nella sfera del consumo appaiono come sovrapprezzi non necessari ed inaccettabili .
A questa invasione della sfera per così dire “mediana” della vita sociale si affianca la trasformazione delle strutture di socializzazione più massicce e di quelle più sottili: da un lato lo Stato ed i suoi apparati, dall’altro il linguaggio.
Lo Stato perde, a ritmo accelerato, la sua capacità di addensare figure unitarie di cittadinanza, e così favorire la formazione di un movimento sociale altrettanto unitario: ne siano prova il federalismo, un principio di sussidiarietà che tende a dissolvere la possibilità di imputare una responsabilità a chicchessia, l’autonomia scolastica e la conseguente frammentazione dei programmi e degli approcci... . Tutto obbedisce, ancora una volta, ad un principio di libertà crescente (qui: libertà dei vari corpi sociali ed istituzionali), che però realizza sovente una logica costrittiva nei confronti dei destinatari delle politiche pubbliche, senza che questi possano individuare un interlocutore preciso e stabile per le loro eventuali richieste e iniziative.
Ma è forse il linguaggio, ed in particolare il linguaggio votato alla gestione “fine” dei rapporti sociali, ad aver subito la più severa e radicale delle trasformazioni. Non si tratta qui solo della costruzione sociale e mediatica della gestualità, fenomeno risalente agli anni ’50 e che oggi si estende (e qui sta forse l’unico elemento di novità) fino alle sfere più intime della relazione sessuale, di cui vengono continuamente costruiti, inverando le più profetiche ipotesi di Michel Foucault, modelli pubblici sottilmente costrittivi.
Si tratta del fatto che la stessa azione di costruzione di rapporti sociali, a partire dalle relazioni amicali e di coppia fino alla gestione dei rapporti di lavoro, è ormai oggetto di un’industria capitalistica che definiremo genericamente “manualistico-formativa”: una produzione alluvionale di testi e corsi di diversa natura e diverso”supporto”, tutti monotonamente convergenti attorno ad alcune parole inevitabili: manager, successo, autostima, assertività. Qui, la “messa al lavoro della vita” appare come una formalizzazione di quest’ultima, una sua torsione in senso strettamente utilitaristico. La relazione interpersonale, che nella vita ordinaria oscilla costantemente tra gratuità e strumentalità, qui funziona nel suo lato puramente strumentale: il “gruppo” non vale per sé, ma per la sua efficacia produttiva, e l’”altro” è soprattutto un mezzo, e solo occasionalmente un fine.
Così, secondo questa ipotesi, non è la vita a trasformare il lavoro, ma è quest’ultimo a trasformare la prima, tentando di ridurne la libertà e il disordine facendone essenzialmente un proprio momento. E quella eterogenea pluralità di relazioni che forma l’esperienza vitale tende a convergere verso modelli uniformi e neutralizzati.
Nulla è ormai lasciato al caso, tutto (almeno nelle intenzioni) è pensato secondo codici prestabiliti. La pratica della costruzione dei rapporti, quella grande scoperta che negli anni ’70 fece comprendere il tasso di artificialità contenuto nelle gerarchie familiari e sociali e fece tentare la loro trasformazione, quella fonte continua di ribellione e di invenzione sociale è diventata anch’essa un lavoro normato, ed il pensiero che da essa scaturisce non è più in grado di cogliere le vere novità (si generino esse nel piano individuale o collettivo) giacché queste possono presentarsi solo come eventi imprevedibili, e come tali impensabili dentro l’attuale logica managerial-riduzionistica.
Ecco dunque che il consumo, la sfera pubblica ed il linguaggio che tutto innerva sembrano essere sottoposti ad una trasformazione analoga a quella che ha interessato il lavoro, a forme di subordinazione che si ammantano spesso proprio dell’aspetto della libertà, della costruzione dialogica dei rapporti. E sembra quindi che anche nella sfera della riproduzione sia assai difficile riscontrare le condizioni per la formazione di un soggetto collettivo.
Ma, anche in questo caso, non dobbiamo dedurre linearmente le forme della soggettività dai meccanismi sociali. I meccanismi di sussunzione che abbiamo indicato sono certamente dominanti, ma questo dominio non si esercita in maniera totalitaria. La produzionee la riproduzione sono sempre campi di conflitto. Descrivere le tendenze dominanti alla sussunzione del lavoro e della vita, non significa indicare un destino, ma disegnare il territorio nel quale si muoverà, e si muove, l’inevitabile contrasto operato dai diversi soggetti. E’ per questo che solo l’inchiesta (e non la deduzione aprioristica) può dire quanto, in una determinata situazione, si produca di oppressione e quanto di libertà.
Il fatto è, insomma, che nella riproduzione, ed oggi soprattutto nella riproduzione, si danno effettivamente pratiche di resistenza spesso assai consapevoli ed efficaci, ed è anche a partire da una ricognizione empirica di queste pratiche che devono essere indagate le forme della soggettività.
Ritornano forme alternative di consumo, cooperative di acquisto, reti variamente solidali, iniziative di tutela collettiva: e qui può essere sperimentata, per quanto intermittente e settoriale, la formazione di un “noi” che ha buone capacità espansive. Lotte ambientali contro la “furia costruttrice” del capitalismo (che risponde, più che allo spirito faustiano, alla ricerca di profitti relativamente facili) aggregano un “noi” che solo occasionalmente si identifica come un’etnia, e piuttosto si radica in uno spazio avvertito come “spazio di diritti”. Gruppi di rivendicazione e di controllo dei servizi pubblici attraversano gli spazi urbani tentando di dare nuova sostanza e nuova forma alla cittadinanza. Contro le relazioni utilitaristiche si moltiplicano esperienze di volontariato sociale, politico e civile. Per necessità e per scelta, nuovi modelli relazionali e nuove famiglie si sperimentano, capaci di muoversi nei linguaggi correnti senza per questo rinunciare alla creatività dell’esperienza.
Una futura inchiesta sulla condizione e la coscienza dei lavoratori dovrebbe prendere le mosse proprio dallo spazio in cui queste pratiche accadono, e questo spazio è dato dal territorio, anzi dai territori, dalle mutevoli geografie in cui le diverse contraddizioni si esprimono: un quartiere, un insieme apparentemente aleatorio di zone urbane ed extraurbane, una catena di centri commerciali, una rete di comunicazione virtuale o reale contestata o richiesta. Dentro questi territori c’è anche la fabbrica, ed anzi questa è spesso costituita da diversi pezzi di territorio diversamente combinati. Dentro questi territori si muove e si forma embrionalmente la coscienza di una individualità che può man mano accumulare le risorse capaci di porre anche, ed espressamente, la questione del lavoro, e del capitale.
Una futura inchiesta dovrebbe smettere di elevare lamenti sull’inesistenza di una coscienza di classe e fare un repertorio delle diverse “esperienze del noi” compiute dai lavoratori, nella consapevolezza che esse, prima o poi, entreranno in rapporto con quelle che, pure, continuano ad essere fatte dentro il lavoro.
Una nuova inchiesta rassomiglia molto, dunque, a quella che dovrebbe essere una nuova politica: la connessione di mille esperienze eterogenee da cui potrà emergere un inedito soggetto collettivo. Un soggetto che non emergerà da universali astratti: non dal Lavoro, non dalla Vita, non dalla Politica stessa. Lavoro, Vita, Politica sono in qualche modo “neutri”, sono campi di battaglia da cui possono scaturire esiti diversi: anche il lavorismo, il ripiegamento nel quotidiano, l’opportunismo. Il soggetto scaturirà piuttosto dalle scelte concrete, e quindi imprevedibili, di milioni di uomini e donne che vorranno “prendere partito”, in ciascuno di questi campi, per la soluzione che non riproduce le gerarchie di oggi, la soluzione non ripetitiva, non pensata prima, quella più adeguata ad una coscienza della situazione storica capace di nominare di nuovo il presente ed il futuro.

Valerio Romitelli, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo, Cronopio, Napoli 2007.
Non molto diversamente la definisce Romitelli: “intelligenza della situazione in corso”, “capacità di distinguere quello che c’è da fare e da pensare rispetto a ciò che è già fatto e già saputo”, ibidem.
Mauro Magatti, Mario De Benedittis, op.cit. .
Cfr. Oscar Marchisio, Jadel Andreetto, Bologna operaia. Inchiesta fra i metalmeccanici, Socialmente, Granarolo dell’Emilia, 2007, un libro a cui queste mie pagine devono molto.

Spero sia chiaro che qui non si intende sostenere che poiché siamo sconfitti nella produzione non ci resta che agire nella sfera del consumo. Senza intervenire sui rapporti di produzione, sulle strategie industriali, sulle scelte di investimento, nessuna politica di sinistra (e tantomeno socialista) può aspirare ad una vera efficacia. Il paradosso sta nel fatto che l’accumulazione delle forze in grado di intervenire nella sfera della produzione oggi sembra poter avvenire soprattutto fuori da questa sfera, a meno che non ci si voglia cavare d’impaccio dicendo che oggi “tutto è produzione”, cosa che a mio avviso produrrebbe equivoci che qui non posso illustrare..


6/11/2007