27 aprile 2007

IL CANTIERE APERTO DA RIFONDAZIONE

IN EDICOLA DAL 27 APRILE

IL CUORE DENTRO IL CANTIERE

la storia e il vissuto del corpo militante

"PRC e SE, a mia misura, per respirare idee e accarezzare la realtà di
un altro mondo possibile"

Silvia Falco


Sono nata in una famiglia della periferia di Torino, nella nostra storia una tradizione che affonda le sue origini nei valori del socialismo: un bisnonno che chiama i suoi figli Italo Sorge Comunardo e Libero Ideale oggi farebbe sorridere, allora è costato molte bevute obbligate di olio di ricino. Mio padre, segretario della FGCI e del PCI della sezione che mia madre chiamava “la casa madre” per la frequenza assidua anche di mio fratello, che ha seguito le orme paterne, dalla FGCI, al PCI, all’impegno nel quartiere e nella scuola.

Per me è stato naturale approdare agli stessi ideali e in parte agli stessi impegni, all’iscrizione alla CGIL, sono state naturali le manifestazioni, i valori della Resistenza, il pensiero rivolto alla solidarietà sociale e ai diritti… Tutto ciò non per banale adesione ad un modello familiare né per imposizione, sono comunista perché la povertà, la fame, i soprusi mi indignano, perché voglio un mondo migliore per tutti e non mi basta limitarmi a sperarlo, così nel mio piccolo spazio (mediando con i miei impegni familiari non per dovere, ma per scelta consapevole) porto avanti il mio ideale, anzi il nostro.

Racconto ai miei figli della Resistenza, discuto con loro della tolleranza, della non violenza e della solidarietà, condivido anche il gusto della leggerezza dei pensieri, della risata, del piacere delle cose semplici e del quotidiano, cerco (forse con presunzione) di scongelare lo spirito critico, la capacità di ragionare con la propria testa.

Ho imparato che passaggi importanti come scegliere “da che parte stare” sono frutto di progressive interiorizzazioni di valori, non esistono dogmi, la libertà di scelta di pensieri e atti è la strada. La considerazione dell’altro come soggetto degno del mio rispetto, a prescindere da qualsiasi stereotipo, è la possibilità reale di veder nascere qualcosa di bello nel mondo, che bisogna saper vedere, perché se lo sguardo si ferma alla superficie delle cose, lo sconforto è inevitabile. Ciò che arriva ai nostri occhi nell’immediatezza della quotidianità è dato sempre più dall’immagine, dall’omologazione del pensiero e dei canoni della bellezza, importante sembra essere solamente la forma fisica, il “vedere gente”, “fare cose”, “fare soldi”, possedere, consumare, il tutto in modo compulsivo, senza godere dell’altro, senza fermarsi a guardare vedendo, senza apprezzare qualche salutare momento di noia, si rischia di perdere, in questo frullatore di stimoli, la coscienza di sé, perdendo l’occasione di conoscersi e di conoscere il cuore delle cose e delle persone.

Rileggo le mie parole e mi sembrano retoriche e un po’ banali, forse lo sono, ma non mi riesce di esprimere in maniera più originale e appetibile i miei pensieri e probabilmente neanche voglio farlo, sento così e basta.
Il mio approccio alla politica è sempre stato pervaso da questo senso di umano, da questi eterni dilemmi, spesso suscitando in me un senso di fastidio, per le liturgie di partito, per il PARTITO, vissuto da me con ambivalenza: da una parte la consapevolezza che la politica deve essere rigorosa, deve essere “una cosa seria”, deve avere obbiettivi e strategie il più possibile coerenti e che una certa rigidità è inevitabile così come lo è il ricorso alla mediazione che è figlia della democrazia.

Dall’altra l’insofferenza per tutti quei comportamenti “partitici” in cui la critica poteva essere intesa come “infedeltà”, il dubbio e/o il disaccordo potevano portare all’esclusione o all’isolamento. Questo mi ha fatto stare ai margini dell’impegno nel PCI, la sensazione di non essere fatta per quel tipo di impegno, pur condividendone in gran parte le idee. Questo fino alla fine del PCI e all’inizio della Quercia (quanti nomi ha avuto che in questo momento non me li ricordo e mi sovviene solo l’immagine dei baffi di Occhetto?). ho partecipato ai congressi che portarono alla scissione e ho vissuto sia i maneggi “per vincere”, sia il dubbio che le certezze, ho il ricordo di estenuanti discussioni, di “risse verbali”, la certezza che il cambiamento fosse necessario e l’ineluttabilità della separazione delle due anime di quel grande partito. Il risultato è che per qualche anno non ho saputo scegliere e ho guardato l’evoluzione di queste due anime, rimanendo a metà perché non trovavo condivisibile il disfarsi del proprio passato liquidando la sinistra e i suoi contenuti, né il rimanerci radicati con una sorta di integralismo che l’avrebbe tenuta ferma e portata in terreni aridi, senza vitalità politica e progettuale da offrire ad un mondo che cambiava in fretta e che chiedeva a gran voce nuove modalità di confronto, di proposte e progetti politici e sociali.

Le modalità del passato, permettetemi l’apparente banalizzazione, della “fedeltà alla linea del partito”, la stagnazione della lotta politica, avevano creato problemi e disaffezione all’impegno che ancora oggi paghiamo. Non sto semplificando, nel PCI c’era una vitalità intellettuale e politica non da poco, mio padre mi racconta che ha cominciato a leggere (non solo di politica) proprio in sezione, io stessa ho avuto spunti di crescita e ho incontrato persone straordinarie, la diffusione della cultura e del diritto deve molto alla sinistra di quel periodo, “la gente normale” deve molto alla politica del PCI e aldilà delle valutazioni socio-politiche di quel periodo, il risultato è stato quello che conosciamo e che molti di noi, (in qualsiasi schieramento ci riconosciamo attualmente) hanno vissuto con un profondo travaglio.
Quello che mi ha portato alla militanza in RC è stata la percezione di un nuovo linguaggio, certamente nel frattempo sono cresciuta e quella sorta di repulsione provata in gioventù è passata, anche perché sono cresciuta (forse), Rifondazione ha un linguaggio e dei contenuti nuovi e un modo di considerare le nostre radici in maniera critica, pur non rinnegandole; l’idea di un partito che si pone come parte di un movimento, rinunciando ad una funzione di controllo, rimanendo fedele alla propria connotazione politica , ma con un’apertura a diverse forme d’impegno, di partecipazione e di confronto senza pretese di egemonia, mi piace e credo che segni la strada per riavvicinare il senso della politica alla gente.
L’approdo alla Sinistra Europea mi ha nuovamente trovato concorde con l’idea di apertura e di necessità di confronto con altri gruppi di impegno sociale e politico, questo fa si che RC non sia un partito tutto rivolto al mantenimento di uno status partitico, ma un soggetto politico con ideali così radicati, da permettersi una continua evoluzione, essere comunisti vuol anche dire avere il coraggio dell’analisi critica e del confronto. I diversi gruppi aggregati alla SE, vengono da esperienze sociali e di movimento contro la globalizzazione liberista, fanno parte della sinistra antagonista, i diversi organismi che vi partecipano scelgono la forma organizzativa che preferiscono, afferendo in una SE di tipo confederativo che pensa ad un’Europa dello Stato sociale, dei diritti, della pace, della cooperazione, (…) non un’Europa delle banche, ma un’Europa sociale e dei popoli(…).

Il manifesto del PSE definisce, fra gli altri, obbiettivi quali l’emancipazione umana, la libertà delle donne e degli uomini da ogni forma di oppressione e di sfruttamento. Sono convinta che la spinta ad uscire dai meccanismi classici della politica, conoscere anche le realtà degli altri, comprendendole, discutendone, portando avanti obbiettivi comuni, sia come un sasso tirato nell’acqua i cui effetti si spostano inevitabilmente al di fuori dell’Europa, guardando al resto del mondo con l’intenzione di allargare la lotta in più contesti possibili, in modo articolato e progettato.

Siamo l’altra faccia della globalizzazione, un’alternativa possibile e questo non può non appassionare e coinvolgere quanti cercano di “star dietro ai cambiamenti” senza perdere la propria identità. Per questo RC e la SE mi piacciono, sono a mia misura, fanno respirare idee e accarezzare la realtà di un altro mondo possibile.

25 aprile 2007

APPELLO DEI SINDACATI EUROPEI


PER SERVIZI PUBBLICI DI ALTA QUALITA’ ACCESSIBILI A TUTTI
UNITI, NOI CHIEDIAMO SERVIZI PUBBLICI CHE RISPONDANO ALLE ESIGENZE DELLA POPOLAZIONE E CHIEDIAMO ALLA COMMISSIONE EUROPEA DI ANDARE AVANTI CON LA LEGISLAZIONE


I servizi pubblici sono essenziali in Europa per la coesione sociale, economica e regionale. Questi servizi devono essere di alta qualità e accessibili a tutti. Fino a questo momento, le uniche opzioni avanzate per lo sviluppo dei servizi pubblici sono state la privatizzazione e la liberalizzazione (particolarmente in settori come l’Energia, le Poste e le Telecomunicazioni). E’ tempo di trovare soluzioni diverse!
Per questo chiediamo alla Commissione di proporre una legislazione europea sui servizi pubblici, così definita:
che dia priorità all’interesse generale proprio dei servizi pubblici; che garantisca la possibilità per tutti di accedere ai servizi pubblici; che rafforzi i servizi pubblici, in modo che siano garantiti i diritti dei cittadini; che garantisca una migliore certezza giuridica, che consenta lo sviluppo della missione di servizi pubblici essenziali; che dia ai servizi pubblici una solida base legale perché siano immuni dagli attacchi ideologici dei sostenitori del libero mercato.

FIRMA LA PETIZIONE
collegandoti al sito http://www.petitionpublicservice.eu/it

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Noi sosteniamo

24 aprile 2007

CANTIERE PER LA SINISTRA EUROPEA

Assemblea nazionale
del Forum per la Sinistra Europea/Socialismo XXI


Stralci della sintesi degli orientamenti della discussione

La discussione ha affrontato principalmente due ordini di questioni, anche nelle loro connessioni: l’esperienza di governo Prodi e la costruzione di Sinistra Europea.
L’esperienza di governo è stata esaminata guardando anche alle reazioni da parte dell’elettorato popolare di sinistra e delle aree di movimento alle quali il nostro Forum è contiguo. Perciò questa sintesi della discussione oltre a esprimere le opinioni del nostro Forum è anche il risultato di una sua inchiesta di fatto, avvenuta attraverso le sue relazioni sociali e di movimento.
Il sentimento ovunque dominante nell’elettorato popolare di sinistra è certamente di una forte disillusione e di un generale malcontento. L’attenzione di massa risulta centrata sulla materia sociale, inoltre sulla guerra in Afghanistan. L’esperienza di governo appare, a oggi, aver disatteso le richieste popolari di un significativo risarcimento materiale rispetto ai danni subiti sia da vent’anni di governi liberisti di centrodestra e di centrosinistra, tra i quali il peggiore è apparso il secondo governo Berlusconi, che dall’impennata inflativa seguita all’introduzione dell’euro; inoltre l’esperienza di governo appare aver anche disatteso le richieste di netto smarcamento dalla politica di guerra degli Stati Uniti (come indicano le decisioni di ampliamento della base di Vicenza e la continuazione della presenza in Afghanistan). C’è il timore, sulla scia di quest’esperienza, che il “tesoretto” vada a beneficio, in analogia alla “manovra” di fine 2006, delle imprese o a operazioni di risanamento di bilancio. E’ minore, pur essendo presente, la disillusione per aver disatteso le richieste di tipo democratico (conflitto di interessi) e di espansione della sfera dei diritti civili (Dico, legge BossiFini e più in generale trattamento dei migranti). A tutto questo, inoltre, risulta connessa la convinzione di un governo che si è mosso e tende a muoversi su una linea del tutto difforme rispetto al programma e alle promesse di campagna elettorale dell’Unione, inoltre l’impressione di un governo che non sa reggere l’urto delle richieste che vengono da una serie di “poteri forti” scesi in campo a contrastarne ogni possibilità di dislocazione a sinistra (la Confindustria, la Commissione Europea, gli Stati Uniti, il Vaticano), anche per le evidenti congiunzioni tra questi poteri e pezzi dell’Unione. Guardando meglio ad alcune questioni cruciali, all’elettorato popolare di sinistra appare totalmente elusa la promessa di un avvio, per via fiscale, di redistribuzione del reddito, anzi il carico fiscale gli appare nel complesso aumentato; le modificazioni di politica estera gli appaiono ridotte al fatto, pur importante, del ritiro dall’Iraq, mentre assai poco credibile gli appare la prospettiva di una conferenza di pace che ponga termine alla guerra in Afghanistan; il governo gli appare incapace di reggere l’urto del Vaticano contro i Dico; gli appare largamente disatteso l’impegno al recupero nel pubblico impiego del precariato; viene da lui paventato un intervento sulle pensioni che scambi l’aumento degli importi di quelle più povere con l’aumento dell’età pensionabile e con la riduzione dei coefficienti di calcolo; particolarmente odioso gli è apparso il balzello sul pronto soccorso ospedaliero. Insomma l’elettorato popolare di sinistra ha già abbastanza tratto una conclusione, tutta negativa, dell’esperienza di governo; e quanto più ne è bassa la condizione materiale tanto più accentuate vi risultano disillusione e propensione a non andare a votare, sulla base di atteggiamenti di sfiducia generalizzata verso la politica.
Il sentimento dominante nella militanza di movimento e nelle aree partecipi delle grandi mobilitazioni risulta del tutto simile. Naturalmente in questa sede vi è una maggiore attenzione alle realizzazioni e alle posizioni di governo in materia di Afghanistan, missione in Libano, Dico, trattamento dei migranti, conflitto di interessi. La politica estera italiana in genere negli organismi di movimento appare aver realizzato una svolta parziale (ritiro dall’Iraq, missione in Libano), e poi però essersi arenata in senso sostanzialmente continuista riguardo all’Afghanistan (la credibilità di una conferenza di pace efficace appare in questi organismi sostanzialmente nulla). L’incapacità di risposta adeguata agli attacchi oscurantisti vaticani risulta particolarmente insopportabile e inaccettabile; il giudizio sulle misure contro CPT e BossiFini sono valutate, benché parziali, positivamente; in fatto di conflitto di interessi ci si aspetta, sostanzialmente, un qualche inciucio.
Ultimamente, ancora, l’attenzione è stata attratta anche dalla crisi Telecom, e qui c’è il marcato timore che da parte del governo non si riesca a reagire adeguatamente sia dinnanzi alle responsabilità in fatto di intercettazioni illegali che al tentativo di cedere la Telecom a gruppi stranieri Sulle questioni di politica economica, fiscale e sociale le valutazioni sono sostanzialmente identiche a quelle del più largo insediamento popolare dell’Unione.
Al tempo stesso, come ha mostrato il successo totale dell’operazione mediatica di discredito nei confronti di Rifondazione Comunista a seguito del voto contrario del compagno Turigliatto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, l’elettorato popolare di sinistra risulta assolutamente unanime e la militanza di movimento risulta a sua volta quasi totalmente unanime nel rifiuto di ogni azione orientata, direttamente o indirettamente, a far cadere il governo Prodi. Ma va sottolineato che la ragione di ciò non sta in particolari attese positive, su un piano o sull’altro, dall’azione di governo, quanto nel fatto che alla caduta del governo Prodi seguirebbe il ritorno di Berlusconi, con la mediazione o no che sia di governi tecnici o bipartizan. In alcune aree non irrilevanti di movimento la conclusione è che il livello della politica istituzionale sia organicamente irriformabile nei suoi comportamenti autorefenziali di fondo, nella sua alienità alle condizioni materiali sociali e alle attese di un sostanziale cambiamento pacifista, antiliberista e democratico partecipativo della politica, nella sua incomprensione degli stessi mutamenti nella composizione sociale, dei flussi culturali e dei problemi in testa alla metà civile, democratica e di sinistra della società italiana. Dunque il governo Prodi è bene, nella valutazione di queste aree, che non cada, ma semplicemente perché il versante istituzionale gli appare, con questo governo, più permeabile alle richieste materiali di associazioni, ONG, ecc. Sono infine solamente piccole minoranze, benché agguerrite e attualmente molto attive, quelle orientate dalle posizioni di Turigliatto e Sinistra Critica, di Bernocchi, di Casarini.
(….)
La discussione ha trovato particolarmente apprezzabili le indicazioni generali emerse a Carrara da parte di Rifondazione Comunista, attraverso soprattutto gli interventi del ministro Ferrero e del segretario Giordano, sul modo di rapportarsi all’esperienza di governo: e cioè incalzandolo, attraverso l’azione indipendente di partito e l’iniziativa di movimento, sulle questioni fondamentali.
In questo momento si tratta, in concreto, dei temi che saranno oggetto della trattativa sul welfare (pensioni, precariato, stato sociale, ecc.) e della distribuzione sociale degli attivi non previsti di bilancio (del “tesoretto”), a seguito del recupero dell’evasione fiscale e della fase favorevole del ciclo economico.
(….)
Un difetto che sembra cronicizzato di Rifondazione Comunista è apparso essere, nella nostra discussione, l’incapacità di far seguire alle enunciazioni di principio e alle proposte generalissime la capacità di dettagliare forme, obiettivi e tempi specifici e di organizzare l’iniziativa delle sue stesse forze militanti: come se, insomma, per conseguire un obiettivo bastasse dichiararlo. Qui perciò una prima richiesta: di dettagliare un pacchetto di proposte e di definirne l’itinerario pratico, le risorse umane e materiali impegnate, insomma di definire posizioni precise, di organizzarne la pratica e di contribuire all’organizzazione pratica unitaria delle forze più o meno contigue e di quelle di movimento. I temi più immediati sono già stati enunciati dalla discussione stessa di Rifondazione Comunista: welfare e pensioni, distribuzione del “tesoretto”, ma anche rifiuto della privatizzazione dell’acqua, difesa del territorio, Dico e conflitto di interessi; inoltre per quanto ci riguarda insistiamo sulla legge elettorale. Il nostro Forum è a totale disposizione, anzi per quanto gli è possibile già si muove e continuerà a muoversi.
(….)
Veniamo all’esperienza della costruzione di Sinistra Europea. Anche a questo riguardo il quadro appare a tinte contrastate. In termini positivi ciò che nella nostra discussione è stato ricordato riguarda più cose. Dunque, intanto, ci sono l’espansione in corso del nostro Forum, così come della Sinistra Euromediterranea e del Nodo Ambientalista, la costituzione o l’espansione di più realtà territoriali, la nascita di nuovi soggetti, che organizzano forze impegnate su “temi” di grande rilevanza (quelli del femminismo, dei diritti delle persone omosessuali, del laicismo, dell’informazione), ecc. Inoltre c’è la crescita dell’impegno di Rifondazione Comunista negli ultimi mesi (dapprima quasi nullo nella sua periferia): benché, al tempo steso, buona parte della sua periferia continui a essere inattiva, o per resistenze di varia natura verso Sinistra Europea o, più frequentemente, per la mancanza di indicazioni precise e organizzate da parte del centro del partito. La stessa esperienza di Uniti a Sinistra appare non solo tenere le forze già raccolte ma anche proseguire nella sua espansione, nonostante la sopravvenienza di elementi di complessità nel quadro della sinistra di alternativa (il rifiuto di una parte delle sinistre DS di aderire al Partito Democratico, l’annuncio della costituzione di un loro movimento politico). Appare anche importante che Rifondazione Comunista abbia formalmente voluto, tramite la posizione delle sue strutture dirigenti e tramite Carrara, la prosecuzione della costruzione di Sinistra Europea; appare poi importante che si delinei una “forma” di Sinistra Europea estremamente innovativa, in quanto aperta alla democrazia partecipativa e di genere, al decentramento decisionale e alle culture altermondialiste e di movimento.
Al tempo stesso la discussione ha sottolineato come l’espansione di Sinistra Europea, o quanto meno del nostro Forum, sia molto il risultato di uno sforzo organizzativo sul territorio, che contatta piccoli gruppi di militanza di movimento e di ex di esperienze di partito, a volte costituiti in collettivi già attivi oppure in gruppi che vorrebbero attivarsi o riattivarsi, ai quali si mettono a disposizione esperienze e aiuti organizzativi. Spesso appare decisiva la presenza di una o più figure con capacità di organizzatori politici maturate in precedenti esperienze partitiche. Insomma non c’è una spinta spontanea larga all’adesione a Sinistra Europea, c’è invece una miriade di risorse militanti disperse che spesso, attraverso la discussione politica, si rendono partecipi.
(…)
La sopravvenienza, nel quadro delle forze a cui Sinistra Europea in origine intendeva riferirsi, di elementi di complessità consiste dunque nella precipitazione della separazione dalla costruzione del Partito Democratico da parte di un’area consistente di sinistra DS, con tanto di importanti figure di riferimento di questa sinistra, e nell’annuncio della costituzione di uno specifico movimento politico di quest’area orientato a collocarsi nel Partito Socialista Europeo.
La nostra discussione ha insistito molto sul profilo di questo futuro probabile movimento politico e sul rapporto da tenere con esso. Il fatto della sua costituzione sembra, intanto, un evento tutto positivo e di grande importanza; appare quindi necessario lo sviluppo del massimo possibile di relazioni di discussione e sul terreno dell’iniziativa politica, sociale e di movimento tra le forze costitutive di Sinistra Europea e questo movimento.
La discussione però ha inteso pure mettere in guardia da errori di impostazione di questo rapporto. Intanto sul terreno delle identità e dei simbolici, non così facilmente aggirabile o immediatamente risolvibile, come sembrerebbe nell’opinione, invece, di alcune significative figure di Rifondazione Comunista: essendo identità e simbolico condizioni di fondo della tenuta stessa delle organizzazioni politiche. L’identità ecc. di Rifondazione Comunista è detta dalla sua stessa denominazione; in più quest’identità ha recuperato gli orientamenti culturali e politici fondamentali dell’altermondialismo e dei movimenti; quella di Sinistra Europea è, più limitatamente, altermondialista e di movimento, sicché vi possono stare senza che faccia problema alcuno anche identità comuniste o socialiste; quella del futuro raggruppamento di un’area della sinistra DS è socialista, in più a precisare quest’identità vi è l’intenzione del legame al PSE. Questi compagni hanno ovviamente il diritto alla loro identità e a che questa loro identità vada rispettata: tuttavia il PSE è un contenitore di tendenze che vanno dal più duro liberismo antisociale al riformismo socialdemocratico e anche, benché assai limitatamente, a elementi politico culturali di sinistra di alternativa e di movimento, inoltre, e soprattutto, sono nel PSE partiti partecipi delle guerre di Bush e la dominante netta in esso è di tipo liberista: tant’è che i partiti europei di sinistra socialista sono tutti fuori dal PSE (i partiti di sinistra nordica, il PS olandese, la Linke tedesca, il Synaspismos greco sono tutti in Parlamento Europeo nel GUE e, inoltre, o appartengono alla Sinistra Verde Nordica o al Partito della Sinistra Europea). Non solo: Rifondazione Comunista è contraria alla Costituzione Europea liberista respinta dai referendum francese e olandese, la sinistra DS si è sempre pronunciata, nel suo insieme, a favore. Il movimento politico annunciato dall’area di sinistra DS che non intende entrare nel Partito Democratico si propone in termini aprioristici di essere “forza di governo” alleata al Partito Democratico. Vi è perciò una questione di non poco conto: che infatti rinvia, oltre che a identità e a simbolici diversi, al fatto che sia il riferimento al PSE che la formula “forza di governo” sottolineano una qualche attitudine all’indifferenza e quindi all’ubiquità sui contenuti. Quest’indifferenza è sottolineata anche dal fatto che il movimento politico di un’area della sinistra DS considera interlocutori importanti nel quadro di una prospettiva di cooperazione politica stretta sia Rifondazione Comunista che lo SDI. La conclusione è necessariamente questa, ci pare: che ogni confronto tra Sinistra Europea (quindi tra Rifondazione Comunista) e questo movimento che eluda le questioni concrete sulle quali si diverge in sede di maggioranza di governo o che le consideri secondarie rispetto alle grandi questioni culturali e strategiche epocali (è stato citato il socialismo del XXI secolo) non può, da un lato, che dar luogo alla conclusione che si tratta di un’operazione verticista e di ceto politico, in più orientata al mero accorpamento di piccole forze politiche, abbastanza analoga a quella che, sul versante liberale moderato, sta portando al Partito Democratico, e, dall’altro, che si tratta di un’operazione che rischia di fallire, infrangendosi sull’esplosione improvvisa di divergenze sulle questioni concrete e (di conseguenza) trasformando le diverse identità in ragione di competizione ideologica e di conflitto. Sia chiaro: nessuna sottovalutazione dell’importanza del confronto culturale e strategico: ma esso produrrà solo se sarà unito al confronto e alla costruzione della cooperazione sulle questioni pratiche e se questo confronto e questa cooperazione avranno portata prioritaria.
(…)
Alla discussione è parso quindi utile concludere con la richiesta a Rifondazione Comunista, anche a proposito di questa materia, di messaggi univoci e, inoltre, chiari nell’esplicitazione di un percorso di cooperazione con il movimento politico di un’area dell’attuale sinistra DS che metta in prima fila le questioni concrete e che connetta ai risultati di unità su queste questioni sia il confronto più generale che le forme organizzate della cooperazione.

Milano, 14 aprile 2007


http://www.forumsinistraeuropea.it/

22 aprile 2007

LE SCELTE DEL PRC E DELLA BRESSO

CONTRIBUTO DI LAVOROeSALUTE
DI FRONTE AL DIBATTITO PER
LA RESPONSABILITA' DELLE POLITICHE SANITARIE NELLA GIUNTA PIEMONTESE


I servizi sanitari rappresentano un problema politico trasversale a tutta l’attività di una politica di governo delle problematiche sociali e nel loro complesso si connettono anche con altri obiettivi ed altri effetti che, a catena, producono impatti sugli individui in quanto tali ed in quanto membri della società. In sostanza far comprendere come gli effetti di scelte che avvengono in questo settore non si ripercuotono solo sui lavoratori della sanità o sull’impiego di sempre più ampie risorse che attualmente, come esempio, rappresentano circa l’80% del bilancio di una Regione come la nostra. E solo per ricordare una tra le più autorevoli, la natura particolare della salute e del rapporto malattia-salute rappresenta un caso speciale che investe la questione dell’eguaglianza e che può determinarne la presenza in tutti gli aspetti della società.

Indubbio infatti è il concetto che laddove questa opinione è forte con riferimento alla sanità, essa diventa presente anche in altri aspetti della vita di quella società. Come nel caso di quei paesi dove l’equità in sanità è altamente valutata perché parte di una più ampia preoccupazione per un’equità più generale, spesso descritta con il termine di “solidarietà”.
Comprendere la necessità di dare una risposta che è generale, ma che trova il banco di prova proprio nello specifico della sanità sulla contraddizione tra la capacità economica limitata e il crescere dei bisogni: come rappresentare e governare la sostenibilità economica di ciò che noi vogliamo che facciano i nostri servizi sanitari?
Come riusciremo a leggere importanti problemi da tempo evidenziati come ad esempio la necessità di risolvere il rapporto tra gestione delle Aziende sanitarie e le azioni di governo delle stesse a livello regionale? Differenza politicamente rilevante perché implica due diversi stili di azione: un conto è partire dai problemi “bassi” di salute (le aziende ospedaliere sono l’insieme dei servizi che producono salute) ed altro è partire dai problemi “alti” finanziari (la Regione è il soggetto finanziariamente responsabile.


Crediamo che sia finalmente venuto il momento di affrontare questa differenza di fondo tutta politica e decidere se partire, ma con solide basi gestionali e non ideologiche, dal rapporto domanda/offerta o dal rapporto disponibilità/compatibilità?
Così come è necessario nuovamente porsi la risoluzione della discussione delle tendenze delle regioni a configurasi più come “livello di amministrazione” che pretende di governare il sistema tramite la moltiplicazione delle competenze amministrative nei confronti dei livelli di gestione che come livello di “indirizzo e programma” che governa il sistema senza intervenire direttamente nei processi di autorganizzazione dei servizi né dell’offerta dei servizi.
E come coordinare la conoscenza di questi problemi con gli indirizzi e l’elaborazione dei nostro Partito ( a cui i compagni del Piemonte hanno fortemente contribuito) che vede nello sviluppo degli strumenti già individuati contro le diseguaglianze di salute la sua più forte caratterizzazione politica?


Come continuare a dimostrare che il sistema sanitario pubblico è la dimostrazione che mantenendolo pubblico si ha una spesa minore ed un risultato di salute migliore?
E cosa dire della figura dei direttori generali delle aziende o più in generale del ruolo della tecnocrazia amministrativa che ritiene sbagliato il rilancio della centralità delle professioni sanitarie (medici ed infermieri): crediamo che alla lunga in un sistema in cui i manager operino “contro” le professioni sanitarie sia un sistema che possa reggere?

E poi una delle domande centrali: come arrivare a stabilire delle priorità in sanità?
A partire dagli obiettivi generali che il decisore – tipicamente il legislatore politico anche regionale – intende perseguire, quali criteri adottare per stabilire che cosa aspettarsi dal SSN o ancora per meglio dire dove tracciare i confini della responsabilità da porre in capo ad una istituzione pubblica come il SSN?

Come affrontare il problema del razionamento in sanità, dove contrariamente a quanto si pensa oggetto del razionamento sono le prestazioni e non già le persone da selezionare per ricevere un determinato trattamento?
Ed in quali luoghi viene applicato quanto è stato deciso al primo livello di cui sopra. Si devono lasciare queste decisioni al medico di base o allo specialista? A comitati misti medici-pazienti o ad una qualche agenzia pubblica? Il razionamento avviene solo ai livelli alti del sistema sanitario (prevenzione, cura, ospedali ed assistenza di base) oppure si spinge fino a quelli più bassi, poniamo a livello delle ASL

Tutto ciò per far comprendere sia le specificità che il carattere generale che le scelte che verranno assunte possiedono.Non a caso si parla dell’80% del bilancio di una Regione come la nostra, di un comparto di lavoratori che supera per numero molte altre attività manifatturiere, di un settore in cui il precariato colpisce un numero di lavoratori drammatico e crescente a tutti i livelli dalle alte professionalità mediche ed infermieristiche alle cooperative che hanno esternalizzato figure professionali storicamente presenti, alla altissima percentuale di manodopera straniera con tutele apparenti.
Per comprendere le difficoltà che il sindacato incontra in maniera crescente, dove il diritto allo sciopero è un semplice e vuoto concetto dato il ruolo, dove esistono ancora reparti-confino e ruoli senza aspettativa di crescita professionale.
Per comprendere la facilità con cui questi lavoratori vengono anche abbandonati dall’opinione pubblica dato il loro ruolo delicato
Per comprendere come ridare slancio all’appannato impegno istituzione sulla salute dei luoghi di lavoro, da sempre momento di forte esposizione dei nostri compagni che lavorano in sanità non solo mediante importanti inchieste, ma attraverso lotte con duri costi personali anche oggi presenti e quasi dimenticate dal governo della sanità che pure ne continua ad essere il principale responsabile.
Senza dimenticarsi come la modifica del titolo V della costituzione sia in questo settore ancora più forte, con potere da parte del decisore politico di determinare i destini lavorativi e di vita oppure di ridare capacità, dignità, capacità di vera autonomia lavorativa.

Noi non partiamo dall’anno zero. Il nostro Partito, anche a livello locale ha da tempo elaborato questi problemi, individuandoli anche quando erano nascosti e proponendo linee d’azione che hanno da sempre trovato l’attenzione e la condivisione dei livelli nazionali che li hanno assunti.

16 aprile 2007

MORIRE DI LAVORO

Firma anche tu la petizione per devolvere subito 100 milioni di euro, giunti nelle casse dello Stato dalle maggiori entrate, per assumere 1000 nuovi ispettori del lavoro. Collegatevi a www.obbligoinformativo.it e firmate la petizione

Firma anche la petizione lanciata dal quotidiano Liberazione per abrogare il condono alle imprese inadempienti sulla sicurezza. Mail:
segreteria@liberazione.it

Pubblichiamo, e assumiamo come nostro editoriale, un articolo del direttore del manifesto, (vedi anche l'articolo del deputato PRC Alberto Burgio del 17 marzo, SE DI LAVORO SI MUORE e l'articolo sui RLS del 15 marzo pubblicati su questo sito). Il drammatico tema della sicurezza sul lavoro lo abbiamo affrontato come lavoratori e come giornalisti come faro della nostra azione sindacale e politica da sempre. Alcuni di noi sono anche RLS, rappresentanti dei lavoratori della sicurezza, in sanità. Un settore spesso non agli onori della cronaca se non per lo scandalismo mediadico, vero o montato ad arte a supporto delle logiche privatistiche, ma sicuramente un settore che soffre delle stesse problematiche degli altri settori produttivi dopo l'edilizia. Mentre il governo Berlusconi faceva il gioco delle tre scimmiette - NON SENTO, NON VEDO, NON PARLO - questo governo ha la colpa di sottovalutare questa strage quotidiana e lo stesso progetto di legge sulla legge 626 ci sembra poco incisivo se non si danno strumenti reali d'intervento, a cominciare da un ruolo attivo dei RLS e da un forte aumento degli organismi ispettivi, ormai ridotti al lumicino e quindi all'impotenza di fronte all'arroganza e al menefreghismo dei datori di lavoro, privati e pubblici.
redazione


Il diritto di vivere
Gabriele Polo

Brutta parola martiri. Brutta in generale, ancor più brutta per definire i morti sul lavoro. Che non si immolano per nessuna causa, che sono vittime di omicidi da evitare con azioni concrete. Ma per mettere in atto queste ultime bisogna avere una diversa considerazione del lavoro rispetto a quella imperante, che - detta in soldoni - lo riduce a merce disponibile, così declassificando le persone al lavoro a oggetti subordinati. Che questa concezione sia ancora prevalente lo si vede persino nel disegno di legge sulla sicurezza sul lavoro varata ieri dal consiglio dei ministri: pieno di buone intenzioni ma anche di omissioni che rischiano di renderlo inefficace.Ieri sono morti quattro lavoratori: siamo nella media giornaliera, ma non è detto che sia così, perché spesso alcune morti sfuggono al macrabo censimento quotidiano dei media. Un portuale è stato schiacciato da una balla di cellulosa a Genova, un edile è finito sotto una ruspa in un cantiere del milanese, un altro è caduto da un'impalcatura a Latina, un operaio marocchino è esploso a Brescia insieme al bidone che stava saldando. Oggi troveremo queste notizie in bella evidenza sui giornali, ma solo perché i portuali genovesi hanno ancora un po' di potere contrattuale e hanno subito scioperato, per la coincidenza di queste quattro morti con il varo del disegno di legge governativo sulla sicurezza e per le parole di Prodi. Non è una grande consolazione.Resta il problema delle priorità, della subordinazione di milioni di vite ai bisogni delle imprese. Le quali hanno fondato gran parte dei loro profitti di questi anni e la propria competitività sull'intensificazione dei ritmi che porta con sé una maggiore insicurezza: normativa, che si traduce in prestazioni «usa e getta»; fisica che diventa rischio quotidiano d'infortunio. La politica (ma anche la cultura) sembra incapace di rovesciare quest'ordine dei fattori. E anche quando si pone il problema di un riequilibrio - almeno parziale - della distribuzione della ricchezza, come ha annunciato ieri Prodi a proposito del «tesoretto», non riesce a ridare al lavoro e alla sua condizione la pesante centralità che ha nella vita quotidiana di donne e uomini. Non aiuta i lavoratori a superare la condizione di «oggetti». Vale per gli infortuni, per la precarietà, per i diritti. E' un aspetto della crisi della rappresentanza.Ribaltare una logica affermatasi in più di un ventennio non è semplice. Eppure qualcosa in quella direzione si potrebbe fare da subito. E, allora, diamo un consiglio a Romano Prodi: lasci perdere l'elegia dei martiri e visto che ha a disposizione un «tesoretto» inaspettato grazie a entrate fiscali superiori al previsto, ne usi una parte per combattere le morti di lavoro, per aumentare le ispezioni o per aiutare l'azione di prevenzione dei delegati alla sicurezza. Magari togliendo un pochino alle imprese, costringendole a usare i finanziamenti pubblici in arrivo per rendere la salute e la vita diritti davvero inviolabili.

13 aprile 2007

TEMI da sempre DI lavoroesalute


Il lavoro tra globalizzazione e bene comune

Il sindacato non salva se stesso né il lavoro, arroccandosi sulla pura difesa degli occupati tradizionali

«Con quale proposta il gruppo dirigente della Cgil andrà al confronto con la Confindustria che chiede un 'patto per la produttività'», posto che la Cgil si è fin qui detta «contraria» a svuotare il contratto nazionale?». Si muove dentro la discussione sindacale più stringente, Antonio Castronovi, dirigente Cgil di Roma e Lazio, ma ponendo interrogativi anche sui 'limiti' di teoria e prassi del sindacato oggi, nell'orizzonte «globale» dove il capitale sussume l'intero pianeta e cerca di ridurre al 'suo' valore i singoli territori - risorse umane e habitat, e dunque ogni convivenza civile, minando le fondamenta della democraziaIl suo saggio «Il lavoro tra gobalizzazione e bene comune» (Ediesse), infatti, già nel titolo avverte dell'ampiezza delle questioni in gioco. Un libro dei sogni, è la prima suggestione che ci rimanda. Non perché sia vago, tutt'altro, puntualissime anzi sono le sue analisi sulle condizioni che squassano il vivere sociale; e lo zoom sul Lazio, su Roma, guidato da una lunga esperienza sindacale, è illuminante della contesa in atto nei «territori» fra istanze dei «cittadini», e le pretese dell'impresa e della rendita finanziaria di accordarsi con il potere politico per arrogarsi la prelazione di un vantaggio di 'profitto'.Libro dei 'sogni' appare piuttosto il lavoro di Castronovi rispetto a ciò che ci rimanda la situazione attuale: dove ci pare che i governi di centrosinistra, centrali o locali, non abbiano cambiato strada e alla centralità dell'impresa come 'motore di sviluppo' affidino ancora le sorti dell'interesse generale. Ma se, come diceva Cervantes, il sogno di un uomo solo è semplicemente un sogno, ma tanti uomini che sognano insieme possono cominciare a cambiare la realtà, allora la presa di posizione di Castronovi stabilisce quel nesso con l'agenda dei movimenti altermondialisti, con le esperienze e le istanze di «democrazia partecipata nei municipi», nei territori», non frequenti ancora nell'impegno sindacale.In filigrana le sue parole ci rinviano certamente anche a una riflessione sulle carenze (a essere benevoli) della politica del centrosinistra: basti pensare solo all'ultimo convegno di ieri dove il ministro Bersani e la Fiat di Marchionne si interrogano su come essere «vincenti nella competizione globale»; o alle ambiguità sulla berlusconiana legge 30 che ha sminuzzato il lavoro rendendolo pura funzione dell'impresa, o alla Bossi-Fini dedicata ai migranti. Ma Antonio Castronovi si dedica prima di tutto al suo sindacato, a premere per una «progettualità» che sembra avere smarrito.E' qui che si lega la difesa del lavoro alla difesa dei 'beni comuni'. Che richiede al sindacato di uscire «dalla centralità delle politiche redistributive dentro una logica aziendal-corporativa» per porsi l'obiettivo di «una contrattazione finalizzata all'offerta di servizi fondamentali». In causa è il lavoro pubblico, da sottrarre via via alle privatizzazioni e esternalizzazioni compiute dalle amministrazioni in questi anni, senza troppe contestazioni sindacali «Avevamo preso un abbaglio pensando che il welfare pubblico fosse troppo sprecone e inefficiente, per cui gli avrebbe fatto bene una buona dose di efficienza privata e di mercato».«Beni comuni»: da quelli 'naturali', acqua, terra, aria, a quelli civili e sociali di libertà e accesso alle informazioni, alla comunicazione, a quelli politici di potere di decisione comune sulle condizioni del vivere e sul futuro. E' qui che si ritrova anche il conflitto capitale/lavoro, non più riducibile all'interno della fabbrica di epoca fordista. Ma ancorarsi nei «territori» per il sindacato non vuol dire replicare una «concertazione» a tre con le imprese e la nomenclatura tradizionale del decentramento, «comune» o «regione«. Bensì pensare a una contrattazione che investa l'intera «filiera» del valore da cui sortisce un prodotto, un servizio - che travalica confini locali, regionali e nazionali: riunificando il lavoro fratturato, stabile e precario, e l'apparente 'non lavoro', e allargandosi alla 'rappresentanza' sociale di movimenti, associazioni, dei «cittadini» implicati nel loro vivere in questa contesa.

Carla Casalini
da il manifesto
12 aprile 2007

LAVORATORI PUBBLICI E SINDACATO

INTESA SUL PUBBLICO IMPIEGO,
MA QUALI ERANO LE RICHIESTE?


Il 6 aprile Cgil, Cisl, Uil e organizzazioni autonome e di base hanno siglato un’intesa con il Governo per il rinnovo dei contratti pubblici.
Il testo di tale intesa dice che il Governo è impegnato a presentare, nell’ambito della prossima legge finanziaria, risorse economiche aggiuntive in maniera da far decorrere i contratti dal primo gennaio del 2007. Il testo non precisa né quante saranno le risorse, né come saranno distribuite. Ma le organizzazioni sindacali hanno dichiarato che esse corrispondono a un aumento medio di 101 euro mensili a regime.
Le lavoratrici e i lavoratori pubblici si trovano di fronte ad un accordo sulle risorse per il contratti prima ancora che abbiano potuto discutere e decidere su cosa chiedere. Non ci sono ancora le piattaforme, ma c’è un’intesa che definisce alcuni punti fermi:

1. il 2006 non verrà considerato, se non con l’indennità di vacanza contrattuale.
2. Gli aumenti che decorrono dal 2007, in parte saranno finanziati con la finanziaria del 2008, il che vuol dire che la nuova finanziaria dovrà stanziare fondi sia per il contratto 2006-2007, sia per quello 2008-2009.
3. secondo il Governo l’aumento è del 4,50%, inferiore a quanto concordato nel 2005.
4. non è chiaro se negli aumenti sono comprese anche le quote di retribuzione che dovrebbero premiare la produttività dei singoli.

E’ necessario che le organizzazioni sindacali chiariscano almeno come verranno distribuiti i soldi e lo facciano con assemblee, nelle quali vengano presentate le richieste dettagliate per livello di inquadramento e distinguendo con chiarezza ciò che è minimo nazionale e ciò che viene assegnato al salario di produttività.
Le lavoratrici e i lavoratori che finora non sono stati minimamente consultati su tutte le decisioni di sindacali di questi mesi, devono poter decidere con il loro voto sul mandato contrattuale del sindacato.

Chiediamo pertanto:
piattaforme dettagliate per ogni comparto da sottoporre
a referendum tra tutte le lavoratrici e i lavoratori interessati
Sono le lavoratrici e i lavoratori che devono decidere
sulle piattaforme e sugli accordi

Rete28Aprile nella Cgil per l’indipendenza
e la democrazia sindacale

Roma, 11 aprile 2007

2 aprile 2007

COME INCIDE LA SINISTRA RADICALE?

SANITA' E PRECARIATO IN PIEMONTE
La Giunta Bresso e le politiche del personale

La qualità dei servizi sanitari non può essere garantita soltanto da risorse economiche, strumentali e tecnologiche adeguate, ma dipende in larga misura anche, (e nei contesti a forte valenza relazionale ‘soprattutto’) dalla qualità e dalla gestione delle risorse umane. Gestire risorse umane richiede specifiche competenze, relazionali ed organizzative, che non necessariamente si accompagnato a competenze, talora ottime, riferite allo specifico professionale di coordinatori e dirigenti. Lavoro d’equipe, sviluppo delle risorse umane e formazione continua restano così delle mere ‘parole d’ordine’ che si traducono in pratica solo nell’adempimento di atti burocratici, chiusi ad un reale apporto di tutte le componenti professionali e che non favoriscono un reale sviluppo delle persone e dell’organizzazione. Un’aziendalizzazione ‘selvaggia’, connotata da precariato ed esternalizzazioni in espansione, ha causato una progressiva demotivazione e crisi di identità del personale sanitario, sempre meno garantito nella possibilità di vedere valorizzata la propria professionalità e sempre più esposto a burn out.
Migliorare le politiche del personale rappresenta oggi una priorità, alla quale far fronte con azioni adeguate:
◊ La progressiva stabilizzazione del personale precario rappresenta un’esigenza per dare continuità alle esperienze, accrescere il know how e sviluppare il senso di identità professionale ed aziendale indispensabile per una reale motivazione individuale e di gruppo. E’ perciò necessaria una mappatura dei precari presenti con diverse forme contrattuali in ogni ASL ed ASO, ancora mancante nonostante le numerose sollecitazioni rivolte in tal senso in due anni di governo all’Assessorato Regionale alla Sanità, occorre definire la definizione delle modalità per la loro stabilizzazione coerentemente a quanto promesso dalla coalizione nel proprio programma elettorale, ed il reperimento delle risorse economiche necessarie a superare gli obblighi ed i limiti posti a tutte le Regioni dalla Legge Finanziaria, riducendo le spese per beni e servizi soprattutto nel settore ‘esternalizzazioni’, marcando così anche la differenza rispetto alle amministrazioni regionali di centrodestra. Stabilizzare i precari rappresenta un’urgenza non più differibile pena la credibilità politica del governo regionale ed, in particolare, dell’assessorato competente, appartenente nominalmente alla ‘sinistra radicale’ (!)
◊ Garantire che i ruoli di coordinamento e di direzione siano affidati a professionisti in possesso di comprovate competenze nella capacità di gestione delle risorse umane, di cui tener conto nelle procedure di selezione, da sostenere con specifici percorsi di formazione alla gestione dei gruppi di lavoro ed al management dell’organizzazione, da stimolare con l’assegnazione di obiettivi specifici da parte dei direttori generali e tramite la completa applicazione del sistema di valutazione dei dirigenti che comporta la verifica, da parte del NAV, dell’effettiva capacità di gestione di tutte le risorse, di cui il personale rappresenta in molti casi la parte anche economicamente più cospicua. A tale scopo è necessario che fra i componenti dei NAV vi siano anche esperti in grado di valutare le capacità di gestione e di relazione riferite al personale tramite l’individuazione di indicatori specifici;
◊ Stabilire, ricorrendo eventualmente anche allo strumento della ‘legge regionale’, che i criteri sui quali si basa la ‘fiducia’ in virtù della quale si conferisce un incarico di livello superiore debbano essere esplicitati, e fare riferimento a fattori misurabili e verificabili, significativi ai fini della mansione da ricoprire, e basati sul comprovato possesso di un curriculum formativo e professionale che giustifichi la maggiore fiducia attribuita alla persona prescelta, riducendo i personalismi e restituendo maggiore trasparenza alle procedure di selezione.
◊ Le Scuole e le Università pubbliche devono garantire l’acquisizione di tutti i titoli richiesti per ricoprire i ruoli previsti dagli organici delle ASL e delle ASO, dalla formazione di base alla specializzazione, sanando situazioni paradossali che comportano la necessaria frequenza di scuole di specializzazione private per poter esercitare la professione nei servizi sanitari pubblici, come accade tuttora per gli psicologi;
◊ La progettazione e la realizzazione della formazione deve avvenire all’interno delle Aziende Sanitarie, in base ad un’analisi del fabbisogno formativo di tutto il personale anche non sanitario, che tenga conto, nel quadro delle esigenze regionali, delle carenze da colmare e di nuove attività che richiedano l’acquisizione di nuove competenze, e devono essere gestite da professionisti con un’adeguata preparazione specifica nel campo della formazione degli adulti, superando sia l’attuale fase artigianale delle esperienze maturate ‘sul campo’, sia la burocratizzazione e l’impoverimento dei contenuti indotta dall’acquisizione formale dei crediti tramite l’ECM, con modalità didattiche prevalentemente informative e non ‘formative’. I rapporti con l’Università devono essere stabiliti in base a criteri di collaborazione e non di delega, ed ogni forma di collaborazione esterna deve avvenire utilizzando e tenendo conto in primo luogo delle competenze già presenti all’interno.
◊ L’aggiornamento tecnico scientifico e la formazione permanente devono essere occasione di scambio e di miglioramento delle conoscenze, anche attraverso la diffusione di buone pratiche e lo scambio di esperienze eccellenti fra le diverse ASL ed ASO, non limitandosi esclusivamente a quelle realizzate nel settore sanitario, valorizzando e motivando il personale che le ha realizzate e curando la qualificazione e l’aggiornamento di tutti i settori della complessa organizzazione sanitaria.

Margherita Ricciuti

1 aprile 2007

RIFONDAZIONE E IL FUTURO

Giordano chiude la conferenza:
"Al governo e con i movimenti. Rompere l'attesa: è l'ora del risarcimento sociale"


"No alla divaricazione con i movimenti e i sindacati. Dobbiamo rompere quel meccanismo di attesa nei confronti del governo". Franco Giordano conclude la conferenza nazionale di organizzazione del Prc a Carrara ribadendo la linea intrapresa al congresso di Venezia: al governo e con i movimenti. Ma, avverte il segretario nazionale di Rifondazione, ora "è l'ora del risarcimento sociale", lo capiscano anche gli alleati dell'Unione. "Presidente Prodi - dice il leader di Rc - sarebbe una bella e forte innovazione usare le risorse fiscali non di nuovo per Confindustria, che ha già la pancia piena, ma per favorire il rinnovo dei contratti, per superare la precarietà, per abolire lo scalone, così come previsto dal programma dell'Unione, che deve essere rispettato. Ci vuole un salto di qualità nel governo e nell'iniziativa sociale".Giordano non usa giri di parole. "Lo diciamo subito, la nostra collocazione e la nostra idea della politica non cambiano. Noi non mutiamo il nostro rapporto con il governo e non siamo al governo per necessità o per emergenza democratica", sostiene il segretario parlando alla platea di Carrara, impegnata da giovedì scorso in un dibattito non facile che attraversa la questione del rapporto tra governo e conflitto sociale, ma anche quella relativa al futuro delle sinistre. Due le strade delineate: Sinistra Europea (a giugno gli atti fondativi della sezione italiana) e cantiere per le sinistre, per intraprendere battaglie comuni anche con chi (sinistra Ds) viene da tradizioni diverse.In questa fase, è convinto il segretario, l'obiettivo del partito deve essere "investire sulla cura di Rifondazione. Più propriamente - prosegue - sulla sua autonomia politico culturale". In questi mesi l'anomalia di una Rifondazione nelle istituzioni e nell'opposizione sociale è stata messa sotto attacco. "Ci è stato proposto di stare al governo, ma di disertare i luoghi del conflitto e di contrapporci ai movimenti", dice Giordano, è questo "ruolo di cerniera e di contrasto alla deriva della crisi della politica che si cerca di normalizzare, è tutto ciò che si vuole cancellare. Si vuole cancellare l'esperienza di grandi movimenti di massa, di quello no global e di quello pacifista, le eseperienze del conflitto sociale del movimento operaio e le rivolte di comunità, da Scanzano alla Tav, a Vicenza". Un attacco sferrato non in maniera oscura, ma "alla luce del sole, da parte della Confindustria e di monsignor Bagnasco, a cui abbiamo risposto da protagonisti, non in maniera subalterna". Adesso, non si può più "stare in attesa, ma si deve costruire un fronte unitario di partecipazione e di lotta, aprire la stagione del risarcimento sociale per il popolo dell'Unione". Sui Dico: "C'è una casta sacerdotale e politica tutta maschile che vuole decidere e vuole che la legislazione segni come un pendolo la regola religiosa o l'osservanza del mercato. Non è tempo di crociate e non è tempo di ridurre i diritti della società italiana e di ridurre le tutele".Nella relazione conclusiva di Giordano, anche la politica estera dell'Unione. "Noi non avremmo mandato i soldati in Afghanistan - ribadisce il segretario - Adesso, ci siamo battuti affinché il governo promuova una conferenza internazionale di pace, che è l'unica alternativa alla replica bellica fallimentare". Medio Oriente: il segretario ricorda il pacifista Angelo Frammartino, ucciso l'estate scorsa a Gerusalemme, e rinnova l'appello "per la pace, per la concretizzazione della formula 'due popoli, due stati'". Quanto al dialogo a sinistra, si tratta di lavorare ad un "soggetto largo, anticapitalista e pacifista per un'alternativa di società". Giordano pone l'accento su due termini: "sfida e unità, una sfida unitaria a tutte le sinistre", sulla scia della declinazione di socialismo elaborata da Rosa Luxemburg: "o socialismo o barbarie".

Carrara, 1 aprile 2007

SOMMARIO MARZO

  • POLITICA E REALTA' Bertinotti interviene alla Conferenza d'organizzazione del PRC
  • INFANTILISMO Bertinotti contestato da 50 persone alla Sapienza
  • MANIFESTARE PER LA PACE quando si hanno altri obiettivi politici
  • SE DI LAVORO SI MUORE quello che accade ogni giorno nei luoghi di lavoro
  • 626 RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI una risorsa da valorizzare
  • LIBRO BERTINOTTI cinque riflessioni in un mondo che cambia
  • GOVERNO E PRC alla radice dei problemi sociali
  • GOVERNO E PRC il paradosso dell'antipolitica di sinistra
  • SALUTE E SICUREZZA LAVORO in Piemonte la cgil si rimette in moto?
  • PIEMONTE iniziativa del PRC per l'abolizione dei ticket
  • SINISTRA EUROPEA rifondazione e le questioni del governo
  • PENSIONI un'interessante intervento del Prof. Paolo Leon
  • APPELLO DI AGNOLETTO fondo globale per la lotta all'AIDS
  • APPUNTAMENTI COL PRC a Roma e Torino