30 marzo 2007

UN CANTIERE PER LA SINISTRA

Bertinotti alla Conferenza di Organizzazione del Prc

di Marina Calculli

Il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, arriva nel pomeriggio alla Conferenza di Organizzazione nazionale del Prc in corso a Marina di Carrara. Al suo arrivo il Presidente della Camera viene accolto da un affettuosissimo applauso del suo partito ma non cavalca il palco; rimane in platea ad ascoltare le relazioni. L’occasione della Conferenza di Organizzazione è comunque l’occasione per rilanciare alcuni temi nodali che interessano la Sinistra. Parla della necessità di una ripresa del dibattito tra le forze della Sinistra italiana sulla cultura politica di sinistra. Parla di “cantiere” Bertinotti per dipingere l’immagine del dialogo e del confronto tra le parti, che “ deve iniziare – spiega il Presidente della Camera - a partire da un'idea di dove vogliamo andare e da dove ricominciamo la strada che ponga il problema della trasformazione della societa'".Quanto al Partito della Rifondazione Comunista, Bertinotti parla di “un protagonismo che per il partito si traduce in una 'anomalia' di cui essere fieri, e cioè la capacità di tessere un filo per determinare nuove connessioni e pervadere la politica della forza dei movimenti”Il presidente della Camera, dialogando con i giornalisti, spiega la sua posizione riguardo alla possibilità di una maggioranza variabile, opzione su cui in queste ore si dibatte, soprattutto tra i vertici Ds.“Mi pare che non ci siano elementi che possano far pensare ad una ‘maggioranza variabile’, se per ‘maggioranza variabile’ si intende la messa in discussione della maggioranza. Se invece si pensa alla possibilità di fruire anche di altri apporti, come è accaduto in passato, questa è una pratica normale, anzi arricchente” – dice il presidente della camera. “ Se poi si pensa che, attraverso questo, si determini qualche cambio della maggioranza, - specifica Bertinotti - francamente, al di là del mio giudizio, non lo vedo alle porte né prossime, né lontane”.A proposito della legge elettorale, invece, il Presidente della camera, ritiene che sia “assolutamente indispensabile” una convergenza. “Se la legge elettorale – continua Bertinotti -è un elemento indispensabile delle regole del gioco della democrazia, è bene che ci sia un larghissimo consenso. Quando questo non si verifica, si determina un elemento di patologia – dice ancora Bertinotti – e in quel caso non solo il dialogo ma la ricerca di una soluzione comune deve correre sia fra le forze di maggioranza sia di opposizione”.

Carrara, 29 marzo 2007

27 marzo 2007

INFANTILISMO

Bertinotti contestato alla Sapienza. Solidarietà da tutto il mondo politico

Tutta le forze politiche esprimono solidarietà al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, accolto da fischi e insulti stamattina al suo arrivo alla Sapienza di Roma, dove si era recato per parlare di “Cooperazione allo sviluppo”. Un gruppo di studenti del Coordinamento dei collettivi ha esposto striscioni contro l’impegno militare dell’Italia in Afghanistan e ha urlato slogan denigratori verso il presidente dell’assemblea di Montecitorio.
Il Partito della Rifondazione Comunista fa quadrato attorno a Fausto Bertinotti, manifestandogli solidarietà e affetto. “Le modalità di espressione della contestazione da parte del gruppo di giovani all'università La Sapienza siano ben lungi dalla cultura e dalla pratica della nonviolenza”, commenta il segretario del Prc, Franco Giordano.
Anche i capigruppo al Senato e alla camera del Prc, Giovanni Russo Spena e Gennaro Migliore si sono espressi a sostegno del presidente della Camera, definendo fuori luogo le proteste degli studenti della Sapienza. “Sono state invece organizzate da specifiche aree politiche per motivi che con il pacifismo non hanno proprio niente a che spartire”, ha detto Russo Spena. Migliore ha invece ricordato che “Rifondazione Comunista ha contribuito alla discontinuità della politica estera italiana e conduce, da molti anni, una battaglia pacifista e nonviolenta proprio con Bertinotti”. “Fraterna solidarietà” anche dal ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero.
Sostegno per Fausto Bertinotti è stato espresso unanimemente dalla maggioranza e anche da molte forze dell’opposizione.
“Guai se la democrazia si lascia influenzare da questi tipi di espressione che appartengono a pochi e non sono il polso del Paese”, ha affermato il premier Romano Prodi. “I fischi e gli urli non hanno mai reso più credibile un'opinione. Tanto meno quando coprono il vuoto di idee e di proposte”, sono le parole del segretario dei Ds, Piero Fassino. E il sindaco di Roma, Walter Veltroni: “La politica italiana ha bisogno di un clima di discussione sereno, che garantisca il corretto confronto democratico, e non di urla e insulti”.
Manifestazioni “poco costruttive per il pacifismo”, le definisce Alfonso Pecoraio Scanio dei Verdi. “Non è con i fischi e gli insulti che si esprimono dissenso e confronto di idee”, sottolinea la segreteria nazionale della Cgil, che ha espresso solidarietà a Bertinotti e anche al Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, contestato oggi da giovani di An e Fi.
Nel pomeriggio, una nota degli studenti dei Collettivi protagonisti della contestazione a Bertinotti respinge le accuse di violenza: “Ma quale violenza? È stata una protesta gioiosa, ironica, dai contenuti forti che non ha impedito ad alcuno di prendere parola”. Il presidente della Camera, continua la nota, è “esponente di una maggioranza che vota la guerra in Afghanistan e i tagli all’università mentre si aumentano le spese militari”.
Qualche strumentalizzazione dell’accaduto non è mancata da parte di alcuni esponenti di An, che hanno rinfacciato alla sinistra di aver criticato oggi una frangia della sinistra pacifista che osannava fino a pochi mesi fa.

Roma, 26 marzo 2007

25 marzo 2007

QUANDO MANIFESTARE PER LA PACE SERVE AD ALTRI OBIETTIVI

Da Vicenza a Roma: chi rappresenta il movimento per la pace?

Domenica scorsa 17 marzo si è tenuta una manifestazione promossa da un ampio schieramento di forze che si vanno definendo come opposizione di sinistra al governo Prodi. Come sempre i dati sulla partecipazione sono controversi. Da un dato massimo di 30.000 fornito dagli organizzatori, a una valutazione che varia dai 10 ai 20.000 di altri osservatori. Dalle foto della manifestazione disponibili su Internet, sembra ragionevole ritenere che la presenza effettiva si avvicina alle stime più prudenti. Ma assumiamo comunque una partecipazione di circa 20.000 persone.
Se confrontiamo questa manifestazione con quella di Vicenza, dove chi era presente ha potuto assistere ad un reale appuntamento di popolo che andava ben al di là della somma dei militanti organizzati dalle diverse sigle, è ragionevole pensare che a Roma non rappresentasse più di un decimo di quella forza.
La manifestazione del 17 marzo a Roma si presentava come un appuntamento in cui ai temi specifici del ritiro delle truppe dall’Afghanistan e del rifiuto del raddoppio della base USA a Vicenza, si univi una esplicita condanna de governo Prodi ed una forte polemica con la sinistra alternativa, in particolare Rifondazione Comunista. Presenti quindi quasi tutte le sigle che oggi si collocano nello spazio politico dell’estrema sinistra (“Sinistra Critica”, PCL di Ferrando, Rete dei Comunisti) più qualche gruppo meno difficilmente classificabile come gli arancioni del “movimento umanista” e soprattutto le principali organizzazioni del sindacalismo di base, in particolare i Cobas di Bernocchi che sempre più si configurano come movimento politico a tutto campo.
Il confronto tra le due manifestazioni (Vicenza o Roma), per la differenza nei numeri e nel contenuto politico, sollecita due ordini di riflessioni, sul rapporto tra movimenti e rappresentanza politica e sulla strategia dell’estrema sinistra che cerca oggi di riproporsi autonomamente come punto di riferimento per alcuni pezzi di società.
Il movimento per la pace può essere rinchiuso e subordinato ad una strategia di opposizione politica promossa da gruppi minoritari? A me pare di no. Si è parlato molto in questi mesi, a volte anche a sproposito, di “sindrome del governo amico”. Questa formula, che rischia anch’essa di logorarsi per l’abuso, indica che i movimenti che abbiano una reale base popolare non posso essere subordinati ad una mera logica di schieramento politico. E’ bene quindi che restino in campo per il raggiungimento degli obbiettivi che si sono posti (siano essi l’affermazione coerente di una politica di pace, la drastica riduzione della precarietà de lavoro, il riconoscimento delle unioni di fatto, ecc.) senza assumere un atteggiamento di delega acritica al governo, anche se questo vede al suo interno forze che a questi movimenti hanno contribuito in grande misura.
Non bisogna nascondersi, e la manifestazione di Roma lo dimostra, che esiste anche un speculare “sindrome del governo nemico”, ovvero una strategia che subordina gli obbiettivi concreti dei movimenti alla formazione di uno spazio politico di opposizione al governo. Questo atteggiamento, non nuovo nelle correnti di estrema sinistra, esprime una incomprensione profonda della natura dei movimenti di massa. Essi sono per natura eterogenei, uniscono opzioni politiche differenti e convergono attorno ad alcuni obbiettivi. Ingabbiarli dentro una strategia tutta politica, per di più minoritaria, significa disperderne la ricchezza. Non è un caso che la manifestazione di Roma del 17 marzo così “politicamente corretta” dal punto di vista degli organizzatori, non esca dal recinto delle forze che l’hanno promosso.
Il secondo errore politico dell’estrema sinistra è quello di pensare che i movimenti di lotta possano e debbano essere rappresentati solo dall’opposizione. In realtà le grandi mobilitazioni a base popolare si pongono sempre sul terreno dell’acquisizione di risultati concreti, seppure parziali e percepiscono che questi risultati dipendono anche necessariamente dall’orientamento delle forze di governo. Ciò vale tanto più per quelle realtà che si confrontano direttamente, nel bene e nel male, con il governo nazionale o locale (come accade per i vari movimenti locali “No TAV, “No dal Molin” o per il ritiro dall’Afghanistan) anziché sul terreno strettamente sociale e di classe, come le mobilitazioni di carattere più strettamente sindacali.
L’estrema sinistra, partendo da questi due errori, tende poi ad autoproclamarsi rappresentante di questi movimenti senza che esista in realtà alcuna verifica empirica minimamente democratica di questo legame. I senatori cosiddetti dissidenti Rossi e Turigliatto si sono proclamati portavoce in Parlamento dei 200.000 di Vicenza, quando al più potrebbero considerarsi rappresentativi (fino a prova politica contraria) dei 20.000 di Roma, cioè di un quota assai modesta di tutti coloro che a partire dalla grande manifestazione di Firenze del Forum Sociale Europeo hanno dato anima e corpo al movimento pacifista reale.
Ora la strategia di questi gruppi – valga per tutti il partito/non-partito di “Sinistra Critica” – è di rappresentare politicamente l’opposizione sociale. Questa opposizione, si ritiene crescerà e avrà bisogno di una voce politica, e questa voce, data la scelta di governo di Rifondazione Comunista, fortemente presente nei movimenti soprattutto a partire da Genova 2001, non potrà essere che un “nuovo soggetto politico” che si formerà attorno a “Sinistra Critica”.
Questa lettura unidimensionale e semplicistica del rapporto movimenti-soggetti politici, può essere criticata da vari punti di vista. Lo facciamo prendendo come punto di partenza un articolo di … Franco Turigliatto (lo stesso, non un omonimo) del lontano 1979, pubblicato dalla rivista della Quarta Internazionale, “Critica comunista” e intitolato “I mille volti dell’opposizione operaia”. Prendendo in esame questa parola d’ordine condivisa a quel tempo da quasi tutti i gruppi dell’estrema sinistra, in una fase in cui il PCI era ancora impantanato nelle ultime fasi dell’esperienza dell’unità nazionale (sostegno esterno a governi democristiani) il Turigliatto versione 1979 criticava fermamente quella che definiva come la “mitologia” della “opposizione operaia”. Fra altre considerazioni più legate alla contingenza, due erano le critiche alla base del ragionamento dell’esponente della Quarta Internazionale: 1) che questa parole d’ordine partisse da una analisi semplicistica delle “forze riformiste” (si intendeva allora il PCI), e 2) che non ponesse ai movimenti il tema dello sbocco di potere e di governo. Sagge considerazioni che il Turigliatto del ’79 potrebbe rivolgere al Turigliatto del 2007, con qualche necessario aggiornamento linguistico.
L’opposizione sociale sulla quale scommette oggi “Sinistra Critica” assomiglia ad una goccia d’acqua all’”opposizione operaia” dei principali gruppi dell’estrema sinistra della fine degli anni ’70, con la stessa visione semplicistica e settaria del PRC e la stessa incomprensione del rapporto movimenti-governo.
La politica di Rifondazione Comunista scommette sul fatto che, pur tra difficoltà e contraddizioni, i movimenti possano e debbano “contaminare” anche la politica del governo. Senza pensare che di per sé il governo possa sciogliere tutti i nodi, ma che quantomeno possa spostare in avanti il terreno del conflitto nel quale i movimenti si muovono. E’ una strategia che potrebbe anche non avere successo, naturalmente, se prevalessero le componenti moderate e neocentriste della coalizione di centro-sinistra. Ma è un terreno di confronto che non può essere disertato, pena vanificare ciò che di nuovo alcuni grandi movimenti di lotta emersi a partire dal 2001 hanno portato nella società italiana.
All’opposto, l’impostazione di “Sinistra Critica” suppone di alimentarsi dalla sconfitta di quegli stessi movimenti, dalla loro incapacità di incidere sulle scelte di governo. Questa prospettiva si basa su uno schema ideologico, periodicamente reiterato e praticamente mai realizzatosi nella storia, secondo cui questa sconfitta determinerebbe il loro radicalizzarsi e il loro catartico riconoscersi in un soggetto politico espressione di un anticapitalismo tanto “incontaminato” quanto astratto.
Con l’assemblea nazionale dell’autunno scorso “Sinistra Critica” ha avviato quella che Salvatore Cannavò ha definito, in un articolo su International Viewpoint, mesi prima della recente esclusione di Turigliatto dal PRC, come una “strategia d’uscita” da Rifondazione Comunista. Le basi del nuovo soggetto politico derivante da questa “exit strategy” – come abbiamo cercato di dimostrare con le nostre considerazioni - appaiono al momento molto fragili e fondate su cruciali errori di analisi e di prospettiva.

Franco Ferrari

17 marzo 2007

QUELLO CHE ACCADE OGNI GIORNO NEI LUOGHI DI LAVORO



Alberto Burgio - deputato PRC

Ogni giorno accade nei luoghi di lavoro ciò che è per tutti prevedibile e da tutti previsto: muoiono lavoratori. Nel 2006 nel nostro Paese sono decedute per infortunio 1328 persone, alle quali ne vanno aggiunte 300 morte in conseguenza di malattie contratte nell'esercizio del proprio lavoro. Per non dire degli infortuni non mortali: sono 961.163 quelli denunciati nel 2006, il 3% in più dell'anno precedente. Questo 2007 sta rispettando le previsioni, aprendosi nello stesso modo con cui si era concluso il 2006. E' di questa mattina l'ultima vittima, a Gradolo, in provincia di Trento: un operaio polacco di cinquantatre anni investito dalla catena di una gru all'esterno di un magazzino. Dal 2001 ad oggi abbiamo pianto più di 7.000 vittime, quasi si trattasse di altrettante sciagurate fatalità dinanzi alle quali altro non è dato se non inchinarsi impotenti. Ma quando si varca quel "limite intollerabile" di cui oggi il presidente Napolitano è tornato saggiamente a parlare, risulta chiaro che non si tratta più di semplice casualità. L'inarrestabilità di questa immensa teoria di morti ci ricorda che esistono responsabilità precise, con le quali è venuto il momento di fare i conti. Il monito del presidente della Repubblica ci chiede dunque che le parole cedano il passo alla concretezza dei fatti.Deve essere così anche per la politica, dalla quale non possiamo che pretendere concrete risposte legislative.
Nelle scorse settimane il Consiglio dei ministri ha varato un disegno di legge delega in materia di sicurezza, rispetto al quale sono indispensabili - a nostro avviso - modifiche significative. Limitiamoci a due aspetti essenziali.In primo luogo gli appalti, materia nevralgica, considerato che la maggior parte degli incidenti colpisce lavoratori in forza a imprese appaltatrici. Il ddl è gravemente carente per ciò che attiene agli obblighi del committente, nella misura in cui si limita a rinviare genericamente ad un principio di potenziamento del regime di responsabilità solidale tra appaltante e appaltatore. Una prevenzione efficace richiederebbe ben altre misure, a cominciare dall'obbligo, per il committente, di allegare al contratto di appalto, pena la sua invalidazione, un piano vincolante di sicurezza che tenga conto dell'impiego comune degli impianti e definisca le procedure collettive per le emergenze.
La seconda questione concerne gli rls, figure-chiave le cui funzioni il programma dell'Unione dichiara di voler rafforzare ma che il testo del governo degna di poca attenzione. Il ddl non prevede misure atte a rafforzarne il ruolo: né l'elezione diretta da parte dei lavoratori né la facoltà di redigere un proprio documento di analisi dei rischi. Non ne sancisce il diritto di ottenere dall'impresa tutte le informazioni necessarie all'esercizio delle proprie funzioni, né stabilisce che l'rls possa avvalersi della collaborazione di tecnici esterni. Ancor meno dispone - come sarebbe invece necessario - che l'rls svolga il proprio ruolo secondo prescrizioni minime di legge, anche laddove la contrattazione collettiva non ne abbia definito adeguatamente le modalità di esercizio.Si tratta, com'è evidente, di questioni complesse. Ciascuna di esse - così come le proposte di legge in materia presentate e quelle che, nelle prossime settimane, presenteremo - mette alla prova la volontà politica del governo di arginare il dramma delle "violenze sul lavoro" in ogni sua articolazione e, quindi, di garantire ai lavoratori il diritto, costituzionalmente protetto, alla salute e alla sicurezza. Pensiamo al tema dell'amianto, che chiama in causa l'emergenza delle malattie da lavoro. L'Istituto superiore di sanità indica in una cifra compresa tra il milione ed il milione e 200 mila il totale dei lavoratori potenzialmente esposti ai rischi connaturati all'amianto. Tra queste centinaia di migliaia di lavoratori il Registro Nazionale dei Mesoteliomi ha già annotato 1200 casi di mesoteliomi della pleura causati proprio dall'esposizione all'amianto. Non si può più accettare questo stato di cose, soprattutto in un Paese la cui Carta costituzionale indica nel lavoro il fondamento della Repubblica. Sul governo e su tutte le forze della maggioranza incombe il dovere di confermare, oltre alla fedeltà ai principi fondanti la nostra comunità, la validità degli impegni programmatici assunti in tema di sicurezza sul lavoro. Perché è sempre più stridente la contraddizione tra le parole - seppure sincere - di commozione e la sostanziale inerzia di chi ha responsabilità e voce in capitolo. Il rischio che si corre, in assenza di fatti concreti, è che le parole perdano ogni significato e ogni credibilità. In quel caso, sarebbe forse preferibile il silenzio dello sconforto: faremo di tutto perché non si giunga a tanto.

15 marzo 2007

SICUREZZA SUL LAVORO, le aziende dormono tranquille, i lavoratori rischiano


I Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza: una risorsa da utilizzare
di Osvaldo Fressoia

Recentemente su Repubblica di qualche settimana fa, Luciano Gallino affermava che i datori di lavoro non in regola con gli obblighi di sicurezza, possono, sotto il profilo dei controlli preventivi, “dormire sonni tranquilli”. Ciò veniva spiegato con le assai scarse possibilità che essi hanno di vedersi arrivare un’ispezione da parte della Asl, in perenne sotto organico o distratta da altri compiti. Vista da un’altra angolatura va ricordato che questo milione e mezzo di imprese ha, fra gli altri, due precisi obblighi: uno (articolo 18 del Dlgs 626/94) che impone l’elezione in ogni azienda di almeno un Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls), che - dopo essere stato adeguatamente formato al riguardo - ha il compito di controllare l’applicazione delle norme di sicurezza. Compito che, inoltre, viene previsto pure per le Rappresentanze unitarie (sindacali) dall’articolo 9 della Legge 300 (Statuto dei lavoratori). L’altro obbligo per le imprese (articolo 4, Dlgs 626/94) è quello relativo alla stesura di un Documento di valutazione dei rischi (DdVR) il quale, oltre a contenere la valutazione di tutti i rischi reali e potenziali, deve essere completato con un piano di misure per eliminare o ridurre al minimo il rischio di infortunio o contrarre malattie professionali.
Non ci sembra una grande scoperta ma a questo punto va fatto presente che, sulla carta, abbiamo uno sterminato “esercito” di controllori ed una montagna di documenti - con informazioni preziose sui rischi e le misure già adottate - da leggere. Insomma, abbiamo almeno un “controllore” e un documento per ogni impresa. E’ poco? Non crediamo, almeno per cominciare. Si tratta allora, se si vuole operare una vera e propria svolta rispetto alla conclamata mancanza di organici e di controlli, di organizzare, coordinare e rendere operativo questo potenziale esercito di controllori, finora pressoché inesistente, soprattutto perché lasciati soli anche dallo stesso sindacato, di fronte ai ricatti ed alle minacce delle aziende. Certo c’è il problema della qualità della formazione dei Rls, ma proprio la 626/94, in proposito, assegna al sindacato, attraverso l’articolo 20, il compito di attuarla al massimo dell’efficacia. Ma il problema vero, ci par di capire, è di volontà. Ma di volontà politica si tratta: sia da parte del sindacato (informando e chiamando i lavoratori a difendere il ruolo dei propri rappresentanti per la sicurezza), che ancor di più da parte del Governo, perché investa più risorse per incentivi alle aziende “virtuose” e per i controlli, e reintroducendo sanzioni penali, sciaguratamente abolite dal precedente Esecutivo. Per cominciare basterebbe semplicemente impugnare la normativa già esistente e dare forza ai Rls. Certo ci sarà da fare i conti con le prevedibili resistenze dei datori di lavoro e della confindustria, e con le voci della stampa liberista nonché di quella “liberal”. Ma, almeno per una volta , si tiri dritto verso la parte giusta. Quella della sicurezza (e della decenza).

13 marzo 2007

il nuovo libro di Bertinotti

CINQUE RIFLESSIONI IN UN MONDO CHE CAMBIA

Fausto Bertinotti affronta in questo libro con rigore e lucidità i temi cruciali del mondo contemporaneo: la crisi della democrazia, la globalizzazione e la mobilità sociale, la guerra e il terrorismo, le relazioni fra l'Europa e gli Stati Uniti, la funzione della politica nella nostra società e il suo rapporto con l'etica. Le sue posizioni sono chiare e spesso controcorrente, e la sua critica a molti dei luoghi comuni che si sono imposti negli ultimi anni è radicale. A differenza di quanto spesso si sostiene, da qualche decennio a questa parte il tasso di democrazia si è ridotto in modo significativo. Se negli anni Sessanta e Settanta la partecipazione popolare al potere pubblico ha ricevuto la massima spinta propulsiva, oggi si sono affermate - e vanno affermandosi sempre di più - nuove istituzioni, dalla natura sovranazionale e sottratte al controllo dei cittadini, che influenzano pesantemente la vita di ognuno di noi e che, dietro la maschera di una pretesa neutralità tecnica, sono in realtà controllate da poteri forti. Un tale contesto condiziona e mette a rischio anche lo sviluppo del progetto europeo, che dovrebbe diventare, per poter ottenere il consenso popolare, uno strumento di allargamento anziché di riduzione dell'ambito democratico, come troppo spesso è apparso. D'altra parte, proprio la crisi dei nostri meccanismi democratici rende paradossali e del tutto prive di legittimazione le pretese di una parte dell'Occidente di esportare la libertà in altri ambiti geopolitici. Del resto, è il concetto stesso di Occidente che dovrebbe essere ripensato, in modo da esaltare le caratteristiche peculiari dell'Europa in cui, al termine di un processo lungo e doloroso e attraverso due guerre mondiali, ha preso corpo una concezione forte del pacifismo e del dialogo interculturale. Inoltre, in un momento in cui le regole degli assetti economici esistenti vengono presentate come leggi immodificabili dell'economia, Bertinotti propone di muoversi decisamente in favore delle classi lavoratrici, sostenendo l'allargamento dei consumi contro il conflitto fratricida tra i poveri del mondo determinato dalle logiche ultraliberiste, e offrendo sicurezza e stabilità al lavoro in una stagione nella quale la flessibilità ha sostituito la parcellizzazione come strumento di controllo e penalizzazione del proletariato. I giudizi sulla stagione politica che stiamo attraversando non sono però tutti negativi, né manca la speranza. Bertinotti riconosce nei movimenti no global e nelle occasioni che sono capaci di creare, da Porto Alegre a Firenze, i segni di una nuova opportunità per la crescita della democrazia e per la liberazione di tutti gli uomini del mondo.

GOVERNO E PRC, ALLA RADICE DEI PROBLEMI SOCIALI

Sinistra radicale e di governo: è proprio un contrasto inconciliabile?

Alfonso Gianni

Se si vuole spezzare l'incomunicabilità dei due orizzonti bisogna pure che qualcuno si ponga il compito di attraversarli entrambi. Bisogna che nei movimenti venga esaltata la radicalità, nel senso dell'andare alla radice dei problemi, ma che venga anche contrastata la vacuità del disinteresse sugli esiti delle proprie scelte nella sfera sociale come nella sfera politica, e ancor più la logica del "tanto peggio tanto meglio"
Ovviamente l'altra sera al liceo Avogadro di Torino non c'ero. Ma poiché mi si chiede un commento su quella assemblea così critica nei confronti della sinistra al governo, lo faccio prendendo spunto da precedenti scritti di protagonisti di quell'incontro, più che dalla ricostruzione giornalistica, evidentemente "libera", apparsa sul Corriere della Sera.
Marco Revelli ha scritto qualche giorno fa un corposo articolo sul Manifesto, del quale un'efficace sintesi è data da lui stesso nelle frasi finali. Le riporto quasi per intero, poichè non voglio incorrere, neppure inconsapevolmente, nella volgarizzazione delle tesi altrui così frequente e diffusa in questi ultimi tempi. "Forse è venuto il momento per riconoscere", afferma Revelli, "che tra la logica orizzontale delle oligarchie governanti e la logica altrettanto orizzontale dei cosiddetti movimenti [...] esiste ormai un'incomunicabilità forte [...] che la pratica della rappresentanza non funziona più nel nuovo scenario globale[...], un tema troppo importante per rinchiuderlo nella questione, pur rilevante, del destino di un governo". Appunto, è da qui che bisogna partire per stabilire i compiti di una sinistra radicale, ovunque essa si collochi rispetto al governo, poiché lo stesso tema si proporrebbe, a ben vedere, anche se la stessa fosse per intero all'opposizione. A meno che, ma questo Revelli non lo afferma, non si voglia postulare la collocazione della sinistra radicale all'opposizione per l'eternità o per un tempo talmente lungo e indefinibile da essere confuso con il suo stato naturale. Del resto questa osservazione emerge anche dall'esperienza politica di molti di noi, almeno tra quelli che di movimenti e di comunità in lotta (cose tra loro differenti) possono parlare non per sentito dire. Non voglio paragonare il presente ad un passato che non può tornare - dobbiamo per l'appunto andare oltre il novecento -, ma va pure ricordato che la questione in sé non è nuova, anche se si pone con i caratteri di un'inusitata gravità che un po' troppo genericamente rubrichiamo oggi come crisi della politica, entro un quadro nel quale ognuno è immediatamente proiettato in una dimensione mondiale dei problemi.
Quando un movimento o un insieme di movimenti si sviluppano si pone immediatamente il problema della efficacia della loro azione (un tempo, ma troppo istituzionalmente, si sarebbe detto dello sbocco politico). Il che impone, che lo si voglia o no, il tema della concreta gradualità nella trasformazione dell'esistente. Per una sinistra che voglia agire tanto in ambito sociale che in ambito politico, che dunque, per rovesciare il senso della battuta di Revelli riportata dai giornali, non voglia limitarsi alla rappresentazione ma punti alla rappresentanza, questo tema si coniuga con il passaggio dall'etica della convinzione a quello della responsabilità, della quale quella di governo non è che una possibile variante. In sostanza la politica non può essere espunta in ogni caso. Rifondarla sulla radicalità degli obiettivi, come l'ambizione alla trasformazione generale della società, senza rompere il quadro democratico ed usando un metodo nonviolento, non significa affatto stilare un elenco inerte di valori non negoziabili, né chiudersi nell'angolo dei tre o quattro obiettivi irrinunciabili. E ciò per il semplice motivo che i fatidici rapporti di forza esistono ancora ed essi non possono essere superati solo dalla tensione ideale. Giorgio Cremaschi ha affermato che rompere il governo Prodi non doveva essere un tabù. E' stato subito servito. Ma il governo è caduto da destra e non da sinistra, con buona pace dell'ingenuità di alcuni votanti. Tanto è vero che il quadro si è ricomposto con il tentativo di uno spostamento al centro dell'asse programmatico, che pure siamo ancora in tempo a contrastare, pur essendo più difficile di prima. Questo è il senso, al di là delle singole parole, di quei punti che hanno chiuso la breve crisi di governo e che Revelli, con cupo linguaggio cimiteriale, definisce "12 chiodi ben lunghi piantati sul coperchio della cassa delle buone intenzioni".
Se si vuole spezzare l'incomunicabilità dei due orizzonti bisogna pure che qualcuno si ponga il compito di attraversarli entrambi. Bisogna che nei movimenti venga esaltata la radicalità, nel senso dell'andare alla radice dei problemi, ma che venga anche contrastata la vacuità del disinteresse sugli esiti delle proprie scelte nella sfera sociale come nella sfera politica, e ancor più la logica del "tanto peggio tanto meglio". Bisogna che nel governo (ma potrei dire in una situazione diversa anche in uno schieramento politico di opposizione) ci si batta puntigliosamente per l'applicazione di un programma condiviso- rispetto al quale sento solo ironie sulla lunghezza, ma scarse o poco motivate critiche nel merito - e di un metodo di confronto dialettico con movimenti e realtà sociali. Sto dicendo, naturalmente, che bisogna fare ben diversamente di quanto e di come ha dichiarato Prodi a Bucarest, ma anche non limitarsi a tirare un respiro di sollievo se il governo caduto si risolleva e Berlusconi resta fuori dal gioco, senza neppure domandarsi il perché e pensando che questo sia compito di altri, non si sa chi.
Sinistra radicale e movimenti non possono che muoversi con velocità diverse ed anche su piani differenti. Nel caso che la prima sia al governo, superfluo dire di coalizione, la sua lentezza potrà probabilmente essere maggiore e il contrasto, come ha recentemente scritto Bertinotti, si può configurare come quello tra "alto" e "basso". L'importante è che la direzione del movimento sia la stessa e che le inevitabili collisioni non provochino ribaltamenti irreparabili.E' decisivo quindi il giudizio che si dà sulle cose. Giudicare, ad esempio, la politica estera di questo governo non all'altezza dei propri desideri si può e si deve. Considerarla in pura continuità con quella del governo Berlusconi o anche dei precedenti centrosinistra di fine secolo, significa compiere un errore intellettuale con conseguenze devastanti. Così come agli operai di Mirafiori, che fischiano i dirigenti sindacali perché il governo intenda, non si può rispondere azzerando la presenza della sinistra radicale nell'esecutivo, ma giocandosi per intero la partita ardua, ma ancora aperta sulla politica economica e sociale.

*Prc. Sottosegretario allo Sviluppo Economico



10 marzo 2007

L'AMERICANIZZAZIONE DI PEZZI DELLA SINISTRA INTELLETTUALE

Il paradosso dell’antipolitica di sinistra
Rina Gagliardi
Riflessioni (e dissenso) su alcune idee di Marco Revelli. Quando il manifesto (allora partito politico in formazione) decise di presentarsi alle elezioni politiche del 1972, scoppiai in un pianto dirotto: mi pareva che tutto, la politica, la rivoluzione, fossero ormai finiti. Immaginavo una pattuglia di dieci, quindici deputati pronti a svendere tutti i miei ideali per un pugno di banali mediazioni. Avevo l’attenuante di avere meno di venticinque anni, di essere reduce fresca del ’68, e di ritenere in conseguenza che le istituzioni fossero una cosa di “lor Signori”, per loro natura un po’ sporche, lontane e molto corrompenti. Alla fine, come è noto, in quelle elezioni il manifesto non ottenne il quorum – e la “purezza” così preservata, con quei miseri 223.789 voti presi e nessun seggio, fu un brusco risveglio. Capii allora, credo, che la questione del rapporto tra politica e società era tanto più complessa delle mie lacrime infantili e che ogni assolutismo “di principio” risultava comunque fuorviante. “L’apparir del vero” di leopardiana memoria non era l’avvio del cretinismo parlamentare, ma, crudamente, l’assenza di consenso.Questo brandello (un po’) autobiografico mi è tornato alla memoria nel fuoco del dibattito di queste settimane. Trentacinque anni dopo, è vero, tutto è diverso, quasi come in un altro paese e in un altro pianeta. Eppure, un filo sotterraneo c’è, a legare i giovani astensionisti degli anni ’70 a quei pezzi di sinistra radicale e di movimento che invocano oggi un gesto di rottura. Che identificano la salvezza (possibile, nient’affatto certa) in una sequenza di “No” da pronunciare in parlamento – oggi Afghanistan, domani chissà. E che concentrano la loro critica, la loro delusione, la loro polemica, sempre più veemente e organica, addosso ai partiti della sinistra radicale, segnatamente addosso a Rifondazione comunista. Ma non sono soltanto i contenuti e le singole scelte che pesano, assunte ciascuna come un Simbolo o una bandiera da sventolare – c’è qualcosa di più profondo, che investe l’idea stessa di politica. La politica tout court. La legittimità e l’utilità del “far politica”. Ieri, me lo ricordo bene, era soprattutto un umore extraistituzionale. Oggi, esso assume il volto dell’antipolitica. Un’antipolitica di sinistra, naturalmente, se questo ossimoro davvero si dà in natura.

L’ultimo articolo di Marco Revelli (il manifesto del 6 marzo) sintetizza questi umori e queste tentazioni in termini quasi esemplari. Conosco (e stimo) da molti anni questo intellettuale rigoroso, coerente, capace di mettersi personalmente in gioco e, oltre ad altri meriti, immune dalle pratiche presenzialistico-mediatiche così care a molti “dissenzienti”. Mi pare però che nella sua ricerca, da tempo, stiano prevalendo pulsioni apocalittiche, oltre che un cupo pessimismo sulla possibilità, come si diceva una volta, di “cambiare il mondo”. L’antipolitica, perciò, diventa per Revelli l’approdo naturale del bilancio catastrofico di “Oltre il Novecento”, dove si dichiarava chiusa (e conclusa, dopo le tragedie del socialismo reale) la pensabilità stessa dell’anticapitalismo, di una lotta di trasformazione capace di proporsi il superamento del modo di produzione capitalistico. Oggi, la riflessione di Revelli muove da un bilancio radicalmente critico sia dell’operato del governo Prodi sia, conseguentemente, del “non operato” (o del cedimento) del Prc. La conclusione è che, perfino al di là delle contingenti vicende di governo, la vera novità di questa fase è che si è chiusa ogni possibilità di comunicazione tra sfera della politica e movimenti: esse sono ormai abissalmente distanti per natura ed orizzonti. L’ultima eredità del ‘900, la rappresentanza, si è insomma consumata. E dunque? Dunque, non resta che la strada della estraneità, della autonomia del sociale – dell’esodo. Revelli non si sofferma, più di tanto, sulle conseguenze da trarre da questa analisi (scrive, anzi premette di aver tirato anche lui un “sospiro di sollievo” di fronte alla ricomposizione della crisi) ma esse sono implicite: se la politica, qualsiasi politica in quanto tale, è fatta di mediazioni e compromessi, e se i movimenti sono portatori di valori “non negoziabili” e di obiettivi non mediabili - tutti e sempre “senza se e senza ma” - è evidente che tra le due dimensioni è calata una Grande Muraglia. Sulla Pace - per esempio - non si danno percorsi, possibilità di avanzamento, soluzioni parziali: o si dà, o non si dà. Ora, questa impostazione può apparire “radicale”, o “rivoluzionaria” o “antiriformista”: a me pare, piuttosto un’impostazione di tipo religioso. Un assolutismo forse laico nei suoi contenuti, ma non poi così diverso, nell’ispirazione, da quello che muove i teodem o i cattolici ruiniani - anch’essi, del resto, parlano della Famiglia e della Vita come valori “indisponibili”, non consegnabili alla politica. Un intransigentismo che non solo rischia l’indifferenza ai risultati, ai mutamenti, agli spostamenti di potere (un “lusso” che le larghe masse non si possono consentire), ma che mette in causa l’idea stessa di aggregazione e di efficacia dell’azione, anche nei movimenti. Alla fine, chi è il soggetto portatore di “valori non negoziabili” se non il singolo individuo? E come si può ragionare della soggettività dei movimenti o di analoghi soggetti della società civile espungendo da essi (come fa Revelli) la mediazione interna, le norme di funzionamento, i rapporti, la rappresentanza? Non è vero che soltanto la politica, o i partiti, o i grandi apparati sindacali, vivono di mediazioni: ogni azione collettiva, se tale vuole essere e come tale vuole operare, non può che trascendere gli assolutismi, gli individui, gli assolutismi individuali. Questo mi pare sia successo, precisamente, nella fase alta del movimento no global e dei forum mondiali - che non per caso, fino a Firenze, hanno dedicato ai temi della democrazia interna, della rappresentanza e delle “procedure” lunghissime ore di discussione e di confronto. Questo, purtroppo, non succede in questa fase, caratterizzata dalla frammentazione e dalla disunione: per cui quasi chiunque è legittimato ad alzarsi e parlare “nel nome” del movimento. Legittimato da chi? Dalla propria fede personale, dall’autorità di un condottiero o di un capo, dalla “rappresentazione” arbitraria di quella che si ritiene essere la “volontà generale” di un territorio o di una generazione o di un’area culturale? Curioso che un intellettuale sensibile come Marco Revelli non si accorga che oggi, proprio nel rapporto tra politica e movimenti si pongano questioni un po’ più complesse della “storica frattura” che egli denuncia.

Anche la questione dei partiti si colloca nello stesso ambito tematico: che è poi, in senso ampio, la crisi della democrazia. Per Revelli i partiti sono luoghi morti, apparati burocratici (a cominciare dal Prc) dediti allo sport dell’“epurazione”, “divinità esigenti” e affamate di sacrifici umani. Che strana descrizione per entità che sono, invece, sostanzialmente deboli (altro che moloc), mentre l’individualismo (quello che trentacinque anni fa avrei definito come l’“individualismo borghese”) è in pieno trionfo, grazie anche alla spettacolarizzazione mediatica: una singola persona, purché collocata nel contesto giusto (istituzionale) e dotata delle relazioni giuste, “vale” , decide, determina molto di più del lavoro gratuito, della fatica e del dono offerti da migliaia di altre persone, che hanno il solo torto di essere “consenzienti”. Strano che questa assimmetria di potere, e dell’uso del potere, sfugga alla sensibilità democratica di Marco, che so essere molto alta. Curiosa la sua definizione di “mandato elettorale”, proprio come se non sapesse che di “mandato di coalizione”, per governare dentro un’alleanza zeppa di centristi e moderati, si trattava, dato lo (sciagurato) sistema bipolare e maggioritario vigente. Ma, per tornare al problema dei “dissenzienti” e della “coscienza” (altro concetto, se assolutizzato, più religioso che laico), eviterei di scomodare grandi principi e grandi teorie politiche. Per capire che cosa è successo, è la pratica musicale ad offrirci un’indicazione preziosa: prendiamo un coro, formato da cantori liberamente associati, che deve esibirsi in uno spettacolo importante. Esso discute a lungo che cosa cantare e, alla fine, non senza contestazioni interne, sceglie il coro del Nabucco verdiano, il classico “Va Pensiero”. Ecco, se durante l’esibizione, uno o due membri del coro si mettono ad intonare un’altra cosa - un bellissimo blues, tipo “The House of rising Sun” - il coro verdiano non riesce ad andare avanti. Non è solo cacofonia, è proprio che il coro si blocca. Ne consegue che il cantore di blues viene invitato ad andare a cantare altrove, viene, in sintesi, “allontanato”. Non è piacevole, per nessuno, anzi, è doloroso - quel coro aveva un’armonia d’insieme, un equilibrio di voci, un’agogia che adesso non ci sono più. Ma il diritto di quel coro a cantare il “Va Pensiero” valeva qualcosa o no?

Naturalmente, la crisi della politica c’è - e come. Così come è evidente la crisi della rappresentanza - che il maggioritario contribuisce per altro ad acuire ma che non nasce dai sistemi elettorali, ma dalla fine dei partiti di massa, dalla disgregazione sociale, dalle tendenze a-democratiche e autoritarie dell’establishment, dal dominio della televisione, e da mille altri fattori che qui non possiamo analizzare. In questo senso, la rifondazione - radicale - della politica è uno dei compiti ineludibili di questa fase storica, e anche una delle ragioni principali che giustificano la presenza in una coalizione di governo della sinistra radicale. Invece l’antipolitica - la fuga dalla politica - mi pare assecondare, sia pure da sinistra, quel processo di “americanizzazione” della nostra società (del rapporto tra politica e società) già ampiamente in atto, che alle classi dirigenti viene in insperato soccorso: una sfera istituzionale del tutto separata non dalla società, ma dalle classi subalterne, nella quale la sinistra non può avere rappresentanza alcuna; una società dove miriadi di movimenti, o di associazioni, o di aggregazioni temporanee, sono capaci di promuovere conflitti, che la politica non la incontreranno mai. Una politica che consta di un solo partito, sia pure diviso in due formazioni storiche, e che, come tutti i poteri che contano, è gestita in proprio dai poteri forti - anzi, dai ricchi. Non è sempre stata questa, del resto, l’aspirazione recondita del capitalismo? Tutto ciò che a noi oggi può apparire scontato - come il suffragio universale, la democrazia rappresentativa, lo Stato sociale, la scuola pubblica - è il frutto di lotte epocali, non è mai stato gentilmente “concesso”, octroyee. La politica, il “far politica” non serve, più di tanto, alle classi dirigenti, che anzi la vivono come un impiccio, un ingombro, una concessione forzata alla modernità. I modelli ideali di Montezemolo e del cardinal Ruini (o del suo fresco successore) non prevedono la politica o la partecipazione politica, ma le obbedienze che la società dovrebbe riservare alla logica dell’azienda o ai dettami della Chiesa cattolica. Gli omosessuali di regime, come Franco Zeffirelli, non hanno bisogno dei Pacs o dei Dico. Alla fin fine, può darsi, sì, che la politica abbia toccato limiti così profondi da risultare “non riformabile” e che l’Apocalisse revelliana ne esca confermata. Vorrei sommessamente sapere chi, in questo caso, potrà dire di aver vinto.

da Liberazione
10 marzo 2007

9 marzo 2007

LA CGIL SI RIMETTE IN MOTO?


7 MARZO CONVEGNO CGIL PIEMONTE

Salute e sicurezza, ambiente, organizzazione del lavoro
orario, salario, esternalizzazioni, lotta alla precarietà
percorso democratico e centralità delle RSU
Archivio Regionale e Nazionale della Contrattazione di 2° livello

Rilanciare la contrattazione integrativa per migliorare le condizioni di lavoro
Relazione introduttiva di Antonio Canalìa Segreteria CGIL Piemonte

Nel mese di maggio dello scorso anno, poco dopo la conclusione del Congresso di Rimini, che aveva tra i punti dirimenti quello sulla contrattazione, abbiamo deciso come CGIL Piemonte, di mettere in campo una forte iniziativa con al centro il rilancio della contrattazione integrativa nella nostra realtà territoriale.
(….)
I dati in nostro possesso, elaborati dall’Ires CGIL Piemonte sulla base degli accordi finora raccolti, evidenziano che i temi più trattati nella contrattazione decentrata degli ultimi anni in Piemonte, riguardano in prevalenza due materie: il trattamento economico dei lavoratori occupati (77%) e l’orario di lavoro (35,2%).
Quella che appare inadeguata è l'iniziativa sugli aspetti più propri della condizione lavorativa che coinvolge direttamente i lavoratori e le lavoratrici: la salute e sicurezza, l'ambiente, l'organizzazione del lavoro, la professionalità (ogni voce non supera il 17,5%) e l'insufficiente inserimento nella contrattazione decentrata delle varie forme di lavoro precario e atipico.
Anche per quanto riguarda il Pubblico Impiego, l'ampia contrattazione avviata in molte realtà lavorative, resa possibile dalla definizione per legge della rappresentanza sindacale e delle RSU, in particolar modo su professionalità e premi di produttività, si è scontrata con il blocco sostanziale delle assunzioni a tempo indeterminato, e a pratiche sempre più estese di privatizzazione di servizi e di appalti ad imprese e cooperative private, che hanno determinato una forte precarietà del lavoro e la difficoltà di collegare più strettamente la contrattazione alla qualità delle prestazioni e dei servizi erogati.
(….)
Per noi la contrattazione integrativa è una scelta centrale e una grande opportunità per coinvolgere pienamente e consegnare nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori la possibilità di incidere direttamente e concretamente sulle condizioni di lavoro, la salute e sicurezza, l'ambiente, i salari, gli orari, la professionalità, la precarietà, e determinare sui vari punti soluzioni nuove e più avanzate.
(….)(
Scontiamo da tempo un ritardo sui temi della salute e sicurezza e dell'ambiente di lavoro, e delle conseguenze interne ed esterne delle attività produttive. Si è venuta a determinare una sorta di delega da parte delle RSU al Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, che ha contribuito ad allentare il ruolo contrattuale delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, rendendo meno forte l'iniziativa del sindacato su questi temi e assegnando all'RLS un ruolo “tecnico”, con una funzione quasi bilaterale, separata dalla contrattazione.
Vi è la necessità, proprio alla luce del peggioramento della situazione lavorativa, con riferimento ai fattori di rischio presenti nei luoghi di lavoro, dovuto all'intensificazione dei ritmi, ad una deregolamentazione strisciante e all'aumento dei lavoratori precari ed immigrati, che i temi della salute e sicurezza ritornino ad essere una priorità nella contrattazione sindacale. In tutti gli accordi integrativi, dovrà essere presente uno specifico punto che riguardi l'ambiente di lavoro e la salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori. Deve essere pienamente restituito al RLS, il ruolo di effettivo rappresentante delle lavoratrici e dei lavoratori.
Dobbiamo rilanciare e rafforzare l'iniziativa ed il controllo in merito all'organizzazione del lavoro, ai ritmi sempre più alti, agli orari e turnazioni sempre più pesanti, e alla precarietà, mettendo in campo iniziative miranti alla riduzione dello sfruttamento dei lavoratori, alla riduzione degli orari di fatto e degli straordinari e alla definizione di percorsi di stabilizzazione dei lavoratori con contratti a termine o atipici.
(….)
In questo contesto la scelta della CGIL Nazionale di andare alla costruzione dell'Archivio Nazionale della Contrattazione di 2° livello, che raccoglie gli accordi integrativi e difensivi delle varie regioni, appare una decisione molto importante per valorizzare gli accordi sottoscritti e mettere a disposizione delle strutture e dei singoli delegati, RSU e lavoratori, dati ed elementi di conoscenza sui vari temi della contrattazione decentrata, che possono contribuire ad ampliare e qualificare l'iniziativa contrattuale della nostra organizzazione nei vari posti di lavoro
Chiunque entrando nel sito dell'Archivio Nazionale, utilizzando l'indirizzo “cgil.it/contrattazione” può facilmente acquisire le informazioni desiderate sugli accordi sottoscritti, sia a livello territoriale (con la visura di tutti gli accordi di una specifica tipologia contrattuale), sia a livello aziendale o di ente (gli accordi di una azienda o ente in un determinato territorio).
(….)
La scelta della CGIL Piemonte di investire risorse umane e finanziarie, col fine di mettere a disposizione delle strutture informazioni, dati, analisi e sedi di confronto ed approfondimento collettivi, ha un preciso obiettivo: quello di contribuire a rilanciare, ampliare e maggiormente qualificare la contrattazione di 2° livello nella nostra regione.
E' un impegno che deve coinvolgere nei prossimi mesi l'insieme della nostra organizzazione.

VIA TUTTI I TICKET

OCCORRE ABOLIRE I TICKET SANITARI, IL PRC PROMUOVE UNA MOZIONE

COMUNICATO STAMPA

OCCORRE ABOLIRE I TICKET SANITARI, IL PRC PROMUOVE UNA MOZIONE IN TAL SENSO CERCANDO CONSENSI ALL’INTERNO DELL’UNIONE

La Legge Finanziaria 2007 all’articolo 1, comma 796, lettera p) introduce una quota fissa di partecipazione per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale di 10 euro. “Si tratta – dice Alberto Deambrogio, segretario e consigliere regionale del PRC - di una misura particolarmente odiosa e, come tutte le tasse indirette, assolutamente iniqua” “L’introduzione di questa quota fissa – continua Deambrogio - rischia di evidenziare un forte impatto sociale e di determinare, tra l’altro, uno squilibrio tra pubblico e privato poiché si può verificare il fatto che costi meno ricorrere alle prestazioni in strutture private fuori dal controllo del sistema sanitario e dal sistema di prenotazione CUP”. “D’altro canto - continua ancora Deambrogio - il Senato della Repubblica ha introdotto, nel cosiddetto decreto milleproroghe, una correzione alla Finanziaria che, però, pone in capo alle Regioni nuove misure di compartecipazione alla spesa. Esse dovrebbero servire a coprire il mancato introito della non applicazione del ticket di 10 euro. Si tratta, dunque, di una falsa abolizione che mette in estrema difficoltà sia le Regioni medesime, sia i cittadini che dovranno comunque pagare”. “Come PRC - conclude Deambrogio - riteniamo che questa stortura vada eliminata e che debba essere il Governo nazionale a farsene carico, anche perché il gettito di entrate dello Stato ha subito un’impennata significativa pari ad oltre 33 miliardi di euro non previsti. Per contribuire a far maturare tale scelta in sede di Conferenza Stato-Regioni proponiamo una mozione su cui ricercare consensi dai rappresentanti dei partiti di tutta l’Unione, così come è già avvenuto con successo in Liguria”.

Torino, 8 marzo 2007

8 marzo 2007

SINISTRA EUROPEA, PRC E GOVERNO UNIONE

La crisi di governo, anche se risolta positivamente, non deve essere sottovalutata.
La caduta sulla politica estera di Prodi è stato un fatto grave, non una semplice battuta d’arresto, un incidente di percorso. C’è stata una offensiva in piena regola, un “mostrare i muscoli”, un dispiegamento esplicito dei poteri forti per riportare il Paese indietro, fuori dall’influenza del PRC e più in generale della sinistra. Del resto, i primi mesi del governo hanno confermato la validità di quella intuizione che considera oggi l’alternanza il terreno più avanzato su cui costruire l’alternativa. Non si tratta, pertanto, dell’unica strada possibile, del “meno peggio”, ma di una strategia che abbiamo con rigore indicato nel momento stesso in cui abbiamo assunto la responsabilità di governo. Una situazione politica dunque in movimento, dove però il carattere riformatore del governo prevale su quello della continuità neoliberista e questo grazie al ruolo svolto in particolare dal PRC – Sinistra Europea. Ed è proprio questo “carattere riformatore del governo” che si intende mettere in discussione.La sfida dunque non è tra “sinistra riformatrice” e “sinistra radicale”, come se in questi anni ci fosse stata una politica riformatrice in netta discontinuità con le politiche neoliberiste delle destre. La sfida, o meglio la competizione per l’egemonia, è tra una moderna sinistra e un centro liberldemocratico e interclassista che guarda a sinistra. Insieme contendono il potere e il governo del Paese alle destre, ma con due distinte strategie: una effettivamente riformatrice, quella della sinistra, l’altra, del partito democratico, neocentrista. Siamo riusciti a stare nel cuore della politica e a rilanciare in questi giorni il nostro ruolo, nonostante l’evidente tentativo di ridimensionarci, perché la nostra capacità sta nel fatto che abbiamo saputo coniugare l’iniziativa politica, legislativa ed istituzionale con quella sociale. Non abbiamo riesumato la vecchia impostazione di “partito di lotta e di governo”. No, si è introdotta una innovazione adeguata alla fase: nonostante il dato che il PRC è poco più di un partito del cinque per cento e ancor meno le altre formazioni della sinistra, si è riusciti a condizionare il quadro politico. Il PRC, nell’assumersi la responsabilità di governo, non ha rinunciato alla sua autonomia di essere, prima di tutto, un partito che considera lo sviluppo di una critica di massa al capitalismo non solo un “sostegno all’azione di governo”, ma soprattutto un aspetto strategico per porre le basi dell’alternativa, per una trasformazione socialista della società.Il progetto di costruzione della Sinistra Europea non può che ricavare sollecitazioni e giovamento da questo contesto. Abbiamo più volte detto che il progetto prescinde da come le forze liberaldemocratiche e della sinistra moderata staranno in campo e si organizzano (dibattito sul Partito Democratico). Abbiamo fin dall’inizio affermato che in Italia vi è la necessità storica di un nuovo soggetto politico, di cui il PRC è parte essenziale. Abbiamo giudicato il modello tedesco l’esperienza più matura e avanzata, proprio perché in grado di raccogliere l’eredità migliore della sinistra del novecento, sia quella comunista che quella socialista o socialdemocratica. Come abbiamo sostenuto che la Sinistra Europea è un primo sia pur significativo passo, cioè l’apertura di una fase costituente, per unire l’insieme delle forze politiche e sociali della sinistra. Non una sommatoria di sigle e di ceti politici. Per questo consideriamo inadeguata la proposta del PCd’I della Federazione in quanto, è, appunto, una sommatoria di sigle e di ceti politici. Di più, non si comprende come mai il gruppo dirigente dei comunisti italiani rifiuti a priori – così ci sembra e speriamo di sbagliarci - di partecipare a un progetto, quello della Sinistra Europea che – come si sa – configura un soggetto politico plurale e su basi confederali. Tra maggio e giugno si aprirà la fase costituente della Sinistra Europea, con tanti soggetti politici e sociali in campo, con una interlocuzione forte con i movimenti (in primo luogo con quello contro la guerra), la CGIL (in particolare la FIOM) e la sinistra DS comunque collocata. Si tratta di un lasso di tempo che va riempito di iniziative, soprattutto territoriali e nei luoghi di lavoro, tese a rafforzare la partecipazione e ad allargare le adesioni individuali e collettive al progetto di unificazione della sinistra.La presenza al governo dunque garantisce, sia pur in un percorso a ostacoli, una linea riformatrice dopo anni e anni di neoliberalismo esasperato. Il PRC di cui c’è bisogno e la Sinistra Europea che vogliamo mettere in campo, sono quelli che abbiamo visto e apprezzato in questi primi mesi di governo. Per questo, anche se non vi è un nesso strategico tra progetto della Sinistra Europea da una parte e questione del governo Prodi, è evidente che questi problemi vanno sempre di più a intrecciarsi tra loro. Ecco perché la presenza al governo, così come si è caratterizzata, è divenuta la condizione senza la quale sarebbe difficile, oggi, rafforzare il PRC e avviare la fase costituente della Sinistra Europea, di cui sentiamo, dopo la crisi di governo, ancor di più l’urgenza della nascita.La partita non era nata così. Ma è tempo di dire ai militanti del PRC e della Sinistra Europea quali sarebbero i danni irreparabili per il Paese se si dovesse incrinare o addirittura rompere l’originale binomio Sinistra Europea e governo nato dallo sviluppo e dall’intrecciarsi della lotta politica, dei movimenti e degli avvenimenti di questo ultimo periodo.

6 marzo 2007

L'ALLARMISMO CONTRO LE PENSIONI

UN'INTERESSANTE INTERVENTO DELL'ECONOMISTA PAOLO LEON

Contro le scorciatoie di Treu e Biagi, ricostruire la tensione per la vera piena occupazione

Perché tanta intensità di dibattito sulle pensioni? E perché tanti organismi internazionali si affollano attorno al nostro sistema pensionistico per ridurne le dimensioni, privatizzalo, limitare il suo peso sullo Stato Sociale? La domanda non è affatto retorica, perché dopo la riforma Dini, il nostro sistema è in linea con gli altri sistemi europei, che hanno cambiato meno e più tardi del nostro.
Se togliessimo dalla previdenza gli elementi di assistenza pubblica, che gravano sui conti degli enti previdenziali, il vantaggio italiano sarebbe eclatante. E' bene porsi il problema, anche per eliminare quel senso di urgenza e necessità che viene attribuito a questa questione dall'Unione Europea e dalla nostra stessa Banca Centrale.Le pensioni costano troppo allo Stato, ci si dice, ed è prioritario ridurre il debito pubblico. Va detto con chiarezza, però, che le domande che provengono dalle agenzie internazionali puntano a ridurre il nostro deficit, non perché sia eccessivo in sé, ma perché impedisce agli altri paesi di entrare nel mercato dei titoli obbligazionari pubblici, oggi fortemente monopolizzato da quelli italiani. In pratica, i titoli italiani spiazzano quelli esteri. Ora, sul mercato dei titoli e nell'area dell'Euro, non ha alcuna importanza se la denominazione è italiana, francese o tedesca. Ciò che dovrebbe accontentare la BCE è la stabilizzazione del rapporto tra debito e PIL in ciascuno stato membro, non la riduzione del debito. Se invece si vuole ridurre il debito, si deve dichiarare apertamente che l‘economia italiana deve essere trattata come si usava una volta con le potenze vinte nelle guerre mondiali, perché la riduzione del nostro debito è simile in tutto alle riparazioni post belliche che portano con sé bassa crescita, se non stagnazione, quelle che Keynes, dopo la fine della prima guerra criticò e che furono poi la base della nascita del nazismo.
Naturalmente, né il FMI né la BCE esplicitano il loro pensiero e perciò lo mascherano, sostenendo che, con l'invecchiamento della popolazione, la spesa pensionistica crescerà in relazione al minor numero di lavoratori in grado di pagare i contributi, dai quali provengono le pensioni per gli anziani. Così, basta allungare la vita lavorativa in proporzione all'invecchiamento, e il numero di lavoratori contribuenti crescerà, stabilizzando il sistema. Lo stesso effetto, con benefici economici molto maggiori, si produce se aumenta il numero di lavoratori, e se questi lavoratori contribuissero in relazione a salari e stipendi derivanti da contratti a tempo indeterminato (e, preferibilmente, pieno). Esistono in Italia ampie riserve di forza lavoro non occupata nel settore giovanile e soprattutto femminile: portare questa forza lavoro sul mercato compenserebbe ampiamente l'effetto dell'invecchiamento e renderebbe il sistema pensionistico largamente autosufficiente. Esiste anche un'ampia riserva di lavoro nero - italiana e immigrata - che riceve salari bassi e non paga i contributi - anzi, di recente abbiamo assistito al paradosso di immigrati regolarizzati e perciò non più sommersi, mentre molti italiani (compresi i loro datori di lavoro) continuano a restare sconosciuti al mercato ufficiale del lavoro.
Non si può negare che l'allungamento della vita lavorativa sia opportuno per molte categorie di lavoratori, così come per molte altre è sbagliato. Non si può nemmeno negare che la domanda di lavoro delle imprese e del settore pubblico cessa di rivolgersi a persone che abbiano un'età superiore a 45-50 anni, se si eccettuano le alte cariche aziendali e dello Stato. Queste osservazioni suggeriscono che noi più che un problema pensionistico, ne abbiamo uno occupazionale. Il problema pensionistico è figlio di quello occupazionale. Il problema a cui sfuggono, sia i governanti sia le agenzie internazionali è quello di politiche economiche e sociali dichiaratamente liberiste, tutte predicate sull'offerta, che non garantiscono nulla in chiave occupazionale: è il mercato che determina i volumi, la qualità dell'occupato, la sua età, il suo sesso. Hic Rhodus, dunque. Chiunque si dichiari riformista deve tornare al tavolo da disegno della riforma del mercato del lavoro, abbandonare le scorciatoie di Treu e Biagi, ricostruire la tensione per la vera piena occupazione, e nel verificare il successo della nuova riforma, agire sull'età pensionabile.Se si ritiene che il mercato del lavoro non possa subire un intervento pubblico volto ad allargare l'occupazione, non si hanno i numeri per governare.

Prof. Paolo Leon

Da aprile online 6/3/07

5 marzo 2007

APPELLO DI VITTORIO AGNOLETTO

Fondo globale per la lotta all'AIDS
Da mesi, insieme a don Luigi Ciotti, Raffaele Salinari e padre Alex Zanotelli, tra gli altri, chiediamo a Prodi di stanziare i 20 milioni di euro per la quota del 2005 e i 260 milioni promessi per il biennio 2006-2007. Il premier, finalmente, lo scorso 29 gennaio, dopo settimane di attesa, ha dichiarato che l’Italia rispetterà l’impegno preso, come ha ribadito anche stamane alla Camera. Ma fino ad ora questa spesa non è prevista in nessun provvedimento legislativo. Oggi, superata la crisi di governo, è ora di agire: non c’è più tempo da perdere. Se non verseremo la quota sulla quale ci siamo impegnati, infatti, saremo estromessi a breve dal Fondo globale.Da ieri anche Beppe Grillo ha deciso di sostenere con forza quest’appello.Potete vedere sul suo blog il video di una mia intervista a Piero Ricca, intitolata «Il costo della vita». Cliccate sul link seguente per visualizzare il post: http://www.beppegrillo.it/2007/03/il_costo_della.html.
Non mancherò di aggiornarvi sull’esito – speriamo positivo – della vicenda. Chiunque di voi, nel frattempo, può contribuire a questa campagna, rilanciando l’appello, con l’obiettivo di premere sul Governo perché rispetti gli impegni presi.

Grazie e a presto

Vittorio Agnoletto