12 marzo 2014

Il testo della porcata contro la Costituzione. Soglia al 37% per ottenere il premio di maggioranza, sbarramento al 4,5% per ottenere seggi alla Camera (per i partiti coalizzati), e brevi liste bloccate in piccole circoscrizioni in cui vengono eletti 3-6 deputati. La nuova legge sarà comunque valida solo per Montecitorio, mentre a Palazzo Madama, se nel frattempo la Camera alta non sarà azzerata dalla riforma Costituzionale, si voterà con il cosiddetto «Consultellum», un proporzionale puro con le preferenze. Per ottenere il premio bisognerà aver superato la soglia del 37% dei voti. Il premio è fissato al massimo al 15%, così da permettere al vincitore di raggiungere ma non superare il tetto dei 340 seggi (pari al 55%). Per i partiti che si presentano al di fuori delle coalizioni la soglia è molto alta, 8 per cento. Così come lo è quella per le coalizioni che dovranno superare il 12%, con il paradosso che nessuno sa cosa succederebbe se nessuno dei partiti della coalizione superasse il 4,5 (tanto per dire quanto è assurda questa legge). Sono previsti meccanismi per garantire la presenza delle minoranze linguistiche. Le liste sono bloccate come nel Porcellum (per altro, uno dei motivi per cui la legge Calderoli è stata bocciata dalla Corte costituzionale).

Il grande bluff
Secondo le disposizioni impartite al Parlamento dal Presidente del Consiglio-sindaco-segretario del Pd, la Camera dovrebbe approvare senza tante storie la riforma elettorale da lui concordata privatamente con il pregiudicato Berlusconi, ancora potente padrone di Mediaset e Forza Italia.
In base a questa legge ordinaria, che verrà votata dalla maggioranza (assicurata al Pd non dagli elettori, ma da una legge elettorale incostituzionale) e da una finta opposizione, la Costituzione dovrebbe essere modificata e il Senato cancellato. Con la benedizione del Presidente della Repubblica che, in qualità di massimo custode della legalità, non trova niente di strano in questo cumulo indescrivibile di violazioni della Carta costituzionale.
Naturalmente affinché i cittadini non reagiscano scendendo in piazza, e possibilmente invece applaudano, l’operazione gode di una vastissima ‘copertura’ mediatica, che da tempo ci spiega che le ‘riforme’ sono indispensabili e, soprattutto che le vogliamo noi (che non ce ne eravamo accorti) e l’Europa. Anche se in genere i corifei non si disturbano a spiegarci ‘quali’ riforme e con quali conseguenze.
Importante è ‘fare’, come dice il nuovo uomo della Provvidenza, che presiede il governo solo su mandato di una parte dei simpatizzanti del PD che lo hanno eletto segretario del partito e di Berlusconi, che non manca di confermargli simpatia e fiducia.
Fare, e annunciare che certamente si farà, anche se non si spiega con quali risorse, dato che i provvedimenti più equi per fare cassa e rilanciare le dinamiche sociali non otterrebbero certo l’approvazione degli alleati che stanno dentro e fuori il governo. Sembrano infatti improbabili una marcia indietro sugli sconti fiscali ai padroni delle slot machine e alla Chiesa, la rinuncia ai sempre meno affidabili F35, la sospensione della distruzione della Val di Susa in attesa di capire se dall’altra parte delle Alpi si troveranno i binari, il ripristino della progressività del sistema fiscale (art 53 Cost.), una giusta tassazione dei redditi da speculazione finanziaria e pene severe per gli evasori, al livello degli altri Paesi civili.
Anche sulla promessa ‘semplificazione amministrativa’, che renderebbe assai più appetibile investire in Italia che non la riduzione di una frazione percentuale dei redditi dei lavoratori, è lecito nutrire dubbi. Mentre la dichiarazione, di indubbio effetto propagandistico, di voler ‘ridurre le tasse’, è purtroppo condizionata dalla necessità, per finanziarla, di tagliare la spesa pubblica, che potrebbe anche voler dire l’eliminazione di servizi pubblici essenziali per le fasce meno ricche della popolazione. Gli unici interventi concretamente possibili rimangono dunque quelli sull’assetto istituzionale, che hanno un costo solo sul piano degli equilibri democratici.
A fronte di queste perplessità sul governo ‘giovane’ e ‘rosa’ in genere viene chiesto di avere fiducia e pazienza, prodotti esauriti da tempo nelle riserve degli italiani più informati e responsabili. Perché ci sono temi su cui la pazienza e la fiducia cieca possono essere pericolose, e portare a danni irreversibili. Ma quale Italia hanno in mente Renzi e i suoi sostenitori, su qualunque poltrona (anche altissima) siano seduti?
Sommando gli effetti delle varie ‘riforme’ sul piano istituzionale, si potrebbe ancora definirla una democrazia parlamentare? Dato che il Parlamento non rispecchierebbe più proporzionalmente le opinioni e la volontà dei cittadini, ma potrebbe avere una maggioranza scaturita da ingegnerie in grado di capovolgere il risultato elettorale al solo scopo di imporre il dominio di un solo partito, anche se votato da una minoranza di elettori.
La volontà di ridimensionare il Parlamento in favore di una forma di presidenzialismo forte sembra confermata dalla motivazione puramente economica della cancellazione del Senato, che va ben al di là del superamento del bicameralismo perfetto e della semplice distinzione delle competenze fra due Camere elettive, che sono presenti in quasi tutti i Paesi democratici.
Inoltre il Parlamento (mono o bi-camerale) non sarebbe più la sede del confronto politico pubblico e trasparente e della iniziativa legislativa, come dimostra l’accordo sulla riforma elettorale, raggiunto in sede ‘privata’ da due cittadini che, per motivi diversi, non sono parlamentari, e poi imposto alle Camere. Così verrebbe superata anche la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giurisdizionale) su cui si fondano tutte le democrazie, e alle Camere rimarrebbero solo funzioni rappresentative e di convalida delle scelte dell’esecutivo, o del suo ‘capo’. Da notare che la pretesa di obbedienza dei singoli parlamentari alle decisioni dei loro partiti o dei gruppi di appartenenza (clamorosamente confermata dal M5S, ma ribadita anche dal PD), in aperta violazione dell’articolo 67 Cost., a ben vedere rende perfino inutile la struttura assembleare, che potrebbe essere sostituita da una specie di consiglio di amministrazione composto dai capigruppo, che voterebbero in base ai loro iscritti. D’altronde la conferma delle liste bloccate scritte dalle segreterie di partito, impedendo agli elettori di scegliere da chi farsi rappresentare, cancella definitivamente il rapporto fiduciario e fa dei parlamentari dei semplici dipendenti di chi li ha nominati.
La creazione di una maggioranza assoluta così ‘blindata’ non potrebbe non avere pesanti conseguenze sugli organi di garanzia, che sono in larga parte espressione delle Camere: Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura per primi, ma anche lo stesso Presidente della Repubblica, che sarebbe automaticamente espressione dello stesso partito di maggioranza pro-tempore.
Le conseguenze di questa forzata omogeneità con la maggioranza di governo sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione per impedire la riproposizione di un sistema autoritario sono facilmente intuibili: vengono meno le prerogative del Capo dello Stato (lo scioglimento delle Camere, per esempio), viene fortemente limitata l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura.
E’ bene prendere in considerazione anche quello che nelle proposte di riforma di Renzi non c’è: la regolamentazione della ineleggibilità degli inquisiti e del conflitto di interessi, per esempio, e un deciso rilancio dei temi etici, un impegno per il recupero dell’astensionismo e di una reale partecipazione popolare, ben diversa dalle piazze acclamanti.
Non minori minacce al nostro sistema democratico possono celarsi in una ‘riforma’ della Giustizia, di cui si sa ancora ben poco, ma sulla quale pesano i tentativi di asservimento riproposti a più riprese da Berlusconi, che sembra essere partner ineludibile del PD in questa fase di ‘doppie maggioranze’.
Su questa delicata materia dovrebbero essere chiarite subito le finalità degli interventi che si intende realizzare: l’obiettivo è una Magistratura più efficiente e in grado di garantire i cittadini onesti, o con la solita scusa del contenimento dei ‘costi’ si vuole semplicemente sottrarre alla giustizia i reati di cui sono più frequentemente imputati i potenti dell’economia e della politica?
La minaccia di cancellare l’obbligatorietà dell’azione penale non lascia tranquilli.
Mentre, ad esempio, non si sa se verrà accolta la richiesta di modificare il sistema delle prescrizioni con la sospensione della decorrenza all’inizio del processo, che cancellerebbe le strategie dilatorie, i ‘legittimi impedimenti’ e migliaia di ricorsi ‘di comodo’, riducendo il carico di lavoro dei Tribunali e i tempi per arrivare alle sentenze definitive.
Se uniamo le tessere del mosaico emerge un disegno dai toni cupi, non certo nuovo, che stravolge sensibilmente il quadro, chiaro e trasparente, degli equilibri previsti dalla Costituzione repubblicana e apre le porte a derive autoritarie. Un sistema di potere fortemente accentrato, che esclude spazi di evoluzione e di dissenso, sostanzialmente conservatore sul piano sociale ed economico, coerente con l’idea di J.P.Morgan, che attribuisce alla eccessiva democraticità delle costituzioni europee la responsabilità di una crisi internazionale che è invece inequivocabilmente dovuta ai comportamenti scorretti se non illegali di gran parte del mondo finanziario.
A conferma che ci possono essere giovani portatori di idee vecchie.

Francesco Baicchi
coordinatore nazionale della ‘Rete per la Costituzione’
11/03/2014 www.liberazione.it
 

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