10 febbraio 2014

Il futuro oscuro di un presente che ha paura del passato. Contro ogni revisionismo storico e politico!

Il futuro oscuro di un presente che ha paura del passato

Si dice ed è vero: la «Grande guerra», ci costò seicentomila uomini, per lo più lavoratori, costretti in trincea dopo il «maggio radioso», nonostante i moti della «Settimana Rossa». Si tace, ma Giovanna Procacci lo ha dimostrato senza ombra di dubbi: centomila di quei morti non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Prigionieri di un nemico ridotto alla fame - la Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte – furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra, ritenne la resa tradimento e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Per quei centomila uomini, espulsi dalla «memoria di Stato», non scrivono artisti, non si appassionano politici, non ci sono corone e discorsi ufficiali. Condannati al silenzio persino dai baccanali nazionalisti dell’ex ministro La Russa, quando nelle scuole c’era un andirivieni di militari che narravano agli studenti le mirabili imprese della «inutile strage».
Nell’inarrestabile eclisse della ragione, invano sparute pattuglie di studiosi ricostruiscono ormai con scrupolo filologico, dovizia di documenti e onestà professionale, le politiche culturali del fascismo, la snazionalizzazione delle «terre irredente» e la semina d’odio che tra il ’22 e il ’40, mise a coltura un vento d’odio che scatenò tempeste di sangue e morte col genocidio degli etiopi gassati e le operazioni antiguerriglia nei Balcani. Si sa, ma non si dice: per annichilire il consenso attorno all’esercito di liberazione, i lanciafiamme crearono decine di Marzabotto slave. Si finge d’ignorare persino la presa di coscienza di migliaia di soldati che, stanchi di uccidere civili, dopo l’armistizio formarono la «Divisione Italia» e combatterono nell’esercito di Tito la guerra dell’Europa per i più alti valori della civiltà, contro il nazifascismo. Le tappe della «semina» e il suo esito sconvolgente non si conciliano con le finalità politiche della verità di Stato e della «memoria a scadenza fissa».
Saldare i conti con la propria storia non produce consenso. Nessuno perciò vuol ricordare Irma Melany Skodnik, cognata di Matteo Renato Imbriani, erede della mazziniana «Società Irredenta per l’Italia» e anima di quella «Pro Dalmazia» che nutre l’utopia della pace garantita da una patria per ogni popolo, poi, dopo la «vittoria tradita», infiltrata dai fascisti, s’impantana nel terreno melmoso della «supremazia dei popoli civili». Ricordarlo, vorrebbe dire riconoscere che, da quel momento, un nazionalismo che sa di razzismo investe come un ciclone i circuiti formativi, sicché, nel fiorire di iniziative «culturali», la fanno da padroni un «Foscolo dalmata», Michele Novelli e i canti di guerra per l’eccidio di Sciara Sciat contro «gli arabi traditori maledetti» e l’oratoria di Camillo Casilli per la «Dalmazia irredenta». La violenza nutre così una gioventù, per la quale si recuperano Odoacre Caterini e le «Visioni Dalmate», poesia e geografia della razza, in cui i «rupestri contrafforti delle Dinariche staccano come inappellabile decreto di separazione etnica le turbolente terre balcaniche».
Tra il 1926 e il 1929, fascistizzato l’irredentismo e ridotta la «Pro Dalmazia» a «Comitati d’Azione Dalmata» militarmente organizzati, il fascismo s’insinua nelle coscienze dei giovani; qui un «eroe» fascista – Mario Mastrandrea, istriano e bombarolo, che ha disseminato di morti le piazze operaie - attraversa l’Italia a passo di marcia e giunge a Fiume, per portare in Italia «sacre ampolle del mare di porto Barros», lì un improvvisato comitato conduce in «patria» dall’Istria, in pompa magna, fanciulli sottratti agli slavi, ospitati da famiglie italiane. L’obiettivo diventa chiaro nel 1929, quando Eguenio Coselschi, anima nera del fascismo di seconda fila, inserisce nei circuiti culturali e nelle giovani menti l’odio violento del «canto del goliardo» - il «Memento Dalmatiae»: «Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari». Di lì a poco, nel 1930, Alfredo Vittorio Russo, porta nella campagna demografica il tema della «qualità della razza e dei rapporti con l’Eugenetica». E’ l’invito aperto alla selezione della razza, al controllo delle classi subalterne e della «bassa qualità degli individui» che producono; per affrontare il pericolo giallo e quello slavo, afferma Russo, non basta il «numero»; occorre proibire i matrimoni tra «gente tarata», che in genere è povera gente, e «rieducare» i figli dei «deviati» in appositi istituti.
In questo clima culturale, fioriscono i «Battaglioni Dalmati», pronti a versare fino all’ultima goccia di sangue contro la barbarie slava. Dietro le bandiere dalmate listate a lutto, con le tradizionali teste di leopardo in campo azzurro, si celano la «benevolenza» dei Principi di Piemonte e segmenti del regime: il generale Coselschi, comandante dei Comitati d’Azione per l’universalità di Roma, Enrico Scodnik con l’Associazione Volontari di guerra, l’Opera Balilla e quella per il Dopolavoro. Ettore Conti della
Banca Commerciale, la Federazione Industria e Commercio e la Montecatini assicurano il sostegno economico della finanza e degli imprenditori, che pagano le spese per portare nelle scuole un irredentismo, che «formi i giovani destinati a riconquistare le terre italiane e a tenerle in pugno». Mentre una sorta di delirio produce «Gruppi d’azione irredentista corsa» e «Comitati per la Tunisia italiana», i giovani urlano la loro passione malata: «Dalmazia o morte» è il grido ricorrente. Mani e menti, ormai armate, preparano la tragedia. Sarà un bagno di sangue.
Dopo decenni, il Mediterraneo, ridotto a un cimitero, fa invano da campanello d’allarme. Qui da noi la retorica della memoria ignora ciò che stato e alimenta il mito della «brava gente»; in Parlamento si fa strada una legge – Napolitano l’ha sollecitata - che pare sacrosanta e innocua, ma, di fatto, è un bavaglio per la «memoria fuori protocollo». «Negazionismo» è la parola magica ma si direbbe che la politica, decisa a scrivere senza intralci una verità di Stato, punti direttamente alla libertà di ricerca e di insegnamento. Quali giudici - e con quali competenze – giudicheranno gli storici, non è dato capire. Su un punto però si può esser d’accordo: quando il passato fa tanta paura al presente, il futuro si tinge di nero.


Giuseppe Aragno
10/02/2014 www.liberazione.it

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