14 dicembre 2013

Basta finanziamento pubblico ai partiti? Letta e soci ci prendono per il naso. E’ la politica che torna ad essere un privilegio dei ricchi, le cui lobbies terranno al guinzaglio ministri, sottosegretari, deputati e senatori nonché, ovviamente, segretari di partito. Gode chi fra i propri finanziatori potrà collezionare industriali, finanzieri (più o meno d’assalto), proprietari di hedge fund, immobiliaristi e altre lobbies.


La politica? Solo con i soldi dei ricchi e dei potenti

Sentite le grida di giubilo e gli squittii con cui lor signori (equamente distribuiti fra i partiti maggiori) stanno salutando, in compagnia dell’innocuo esercito grillino, l’abolizione di ogni forma di finanziamento pubblico dei partiti. “Neanche un quattrino (dalle finanze pubbliche) ai partiti”, annunciano garruli, a petto in fuori, facendo a gara a chi si intesta il risultato di questa presunta campagna moralizzatrice. E’ raggiante Letta (“Quando il governo è nato tra le priorità aveva l’abolizione del finanziamento con una riforma e un nuovo sistema basato sulla volontarietà dei cittadini”); è felice Renzi che di questo obiettivo aveva fatto il proprio cavallo di battaglia; esulta Gaetano Quagliariello (”E una è andata: abolito il finanziamento pubblico ai partiti! Ecco i fatti”); rilancia, come sempre, L’egoarca a 5 Stelle che chiede a Letta di restituire “i 45 milioni di rimborsi elettorali del Pd a iniziare da quelli di luglio”.

Quello che, ahinoi, i più non hanno capito, a partire dai diseredati che ne pagheranno le conseguenze, è che con questa decisione il Consiglio dei ministri consegna la politica a quelle formazioni i cui referenti sociali, o (per meglio dire) i cui “clientes”, possono permettersi laute elargizioni (private) affinché i propri interessi siano ben rappresentati nelle sedi che contano. E’ la politica che torna ad essere un privilegio dei ricchi, le cui lobbies terranno al guinzaglio ministri, sottosegretari, deputati e senatori nonché, ovviamente, segretari di partito che a quei munifici emolumenti dovranno la propria esistenza. L’assalto populistico al finanziamento pubblico, condotto nel nome del repulisti contro gli sprechi e le malversazioni di cui la ‘casta’ si è macchiata, è servito a rendere chiaro che da oggi la politica sarà, più di quanto non sia mai stata, roba da piani alti dell’edificio sociale. Chi fra i propri finanziatori potrà collezionare industriali, finanzieri (più o meno d’assalto), proprietari di   hedge fund  , immobiliaristi, professionisti   à la page  , avrà diritto di fare politica; gli altri, ed in particolare quei partiti che ancora si ‘attardano’ a rappresentare il lavoro dipendente, proletario e precarizzato saranno consegnati a vita grama, gramissima. E’ quello che già sta accadendo sul fronte dell’editoria, della carta stampata, sequestrata e monopolizzata da finanziatori dal portafoglio gonfio, i soli che spopolano sul mercato dell’informazione e che esercitano una funzione disciplinare sul pensiero, sulle opinioni di larghe masse popolari. Dopo la legge elettorale maggioritaria, che fra premio di maggioranza e soglia di sbarramento abolisce il criterio secondo cui “ogni testa vale un voto” e distrugge il principio proporzionale della rappresentanza parlamentare, ora si assesta un colpo solenne e definitivo al pluralismo politico e al diritto ad esistere delle minoranze.

Poi Letta ha provato a raddrizzare un po’ la barra, spiegando che “con la nuova disciplina “assegniamo tutto il potere ai cittadini”, perché “il cittadino che vuole dare un contributo a un partito lo può fare attraverso il 2 per mille o con contribuzione volontaria”. Già: il 2 per mille di Agnelli ai partiti che fanno gli affari suoi e il 2 per mille dell’operaio, del cassaintegrato, o del disoccupato che vive di Aspi alle formazioni che provano a rappresentare questi soggetti sociali. Un capolavoro! Ma niente paura, dice Letta, “il sistema “non frega il cittadino” perché “l’inoptato rimane allo Stato”. Il diritto al voto secondo il censo: manca solo questo. Ma forse non ce n’è neppure più bisogno.

Dino Greco 
14/12/2013 www.liberazione.it

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