12 settembre 2013

Siamo a milioni quelli che non si lasciano strizzare il cervello dagli USA, e dai loro complici politici e mediatici, e raccontano un'altra storia sui crimini contro i popoli e Stati sovrani

Gli altri 11 Settembre







Ken Loach, nell’episodio del film collettivo sull’11 settembre 2001, immaginava un profugo cileno a Londra, esule dopo il golpe del 1973, che scrive ai familiari delle vittime dell’attentato più discusso e clamoroso della storia contemporanea, e destinato a cambiare la nostra storia recente. E lo fa raccontando il suo, di undici Settembre, quello che fece piombare il Cile nelle mani degli aguzzini di Pinochet, spezzando il sogno di Unidad popular e di Salvador Allende. Lo fa per ricordare come dietro a quel colpo di stato ci fosse la lunga mano dei servizi statunitensi e del dipartimento di stato.
L’america, colpita e segnata profondamente da quell’attentato, dal provare per la prima volta cosa significa subire un attacco sul proprio cielo, ha risposto a quel trauma con quella che ha definito la guerra al terrore, una guerra che non conosce sosta, né pause. Tutti hanno pensato che fosse responsabilità del cattivo Bush, e speravano che con la sua sconfitta, sarebbe finita la stagione della guerra preventiva. Come la storia e la cronaca recente ci stanno dimostrando, non invece è servito a molto il cambio di guardia alla Casa bianca. Chi scrive ebbe una polemica pubblica proprio sul nostro giornale con una linea editoriale e diversi articoli, che a mio avviso esageravano nel sottolineare gli aspetti positivi e indubbiamente simbolici del successo di Obama, tacendone invece quelli di continuità con la natura stessa del sistema politico americano, in primis ma non solo, la sua dipendenza dal complesso industriale militare, la sua natura imperialista e di classe.
Ora la storia sta dando ragione a quanti allora, isolati e a volte anche irrisi, mettevano in guardia da facili ottimismi basati sui sentimenti più che su una solida analisi. Il proclami e le promesse, i bei discorsi e le citazioni, hanno lasciato il posto alla dura realtà dei fatti.
Prima la Libia, ed oggi, di nuovo, la Siria. Una nuova guerra annunciata in nome di panzane grandi quanto quelle esibite da Colin Powell per giustificare l’aggressione all’Irak. Una riedizione ristretta di coalizioni di volenterosi pronti a bombardare e distruggere un paese per perseguire i propri disegni geopolitici. Quelli del Grande o nuovo medio oriente.
In nome di questo disegno strategico gli Stati Uniti in questi dieci anni hanno portato il terrore ovunque, dicendo di combatterlo.
L’Iraq è dilaniato dalle bombe quotidiane di uno scontro settario senza fine.
La Libia del dopo Gheddafi un campo di battaglia fra fazioni dove non esiste più uno stato che possa dirsi tale, con addirittura il crollo della produzione di petrolio.
Ora vorrebbero finire il lavoro con la Siria. Chiunque abbia un minimo di buon senso si chiede perché continuare nel perseverare nell’errore. Perché addirittura, come successo con la Libia, si favoriscono formazioni politiche e gruppi ribelli legati ad Al qaeda, il nemico perfetto che diventa in questi casi persino amico. La domanda è sbagliata. Perché presuppone credere ai falsi e mistificanti motivi umanitari che ogni volta gli Stati Uniti e l’imperialismo adottano per giustificare le proprie azioni, coprendone i reali interessi in gioco, quelli geopolitici, e appunto pensa che Irak, Libia, e ora la Siria o l’Afghanistan siano errori e non invece parte di un progetto strategico .
Attraverso quello che chiamano “caos costruttivo”, gli Usa puntano alla costruzione di un nuovo medio oriente che risponda ai loro interessi geopolitici e a quelli dei loro alleati, israele, turchia, arabia saudita, qatar. Era il loro progetto con Bush, continua ad esserlo con Obama.
L’obiettivo è il controllo di un’area strategica per le risorse e per mantenere quel privilegio di gendarme globale che garantisce agli Usa il “loro stile di vita”, il loro vero interesse nazionale che è minacciato dalla messa in discussione della loro potenza. Negli anni 70, nella guerra fredda, le loro vittime sono stati non solo quelle vietnamite, il Cile, ai più noti. Vale la pena ricordare l’appoggio dato ai contras in Nicaragua, per la guerra contro i sandinisti, o il sostegno allo sterminio di un milione di comunisti in indonesia. La scuela de las americas dove formavano i dittatori e i repressori delle forze rivoluzionarie in america latina.
Sono in tanti, quelli che potrebbero raccontare agli Usa i loro undici settembre, come fa l’esule cileno nel film di Ken Loach. Tanti, e la loro lista, purtoppo, rischia ancora di allungarsi.
Fabio Amato
in data:11/09/2013 www.rifondazione.it

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