30 settembre 2013

Con la sfida tra i complici del miserabile quadro politico è iniziata l'ennesima puntata della tragica commedia italica della "compagnia delle opere della malapolitica". Pare che gli spettatori applaudenti dei settori sociali ancora mediamente sani siano sempre meno e inclini a una riflessione autocritica

La sfida finale del proto-dittatore che Napolitano volle al governo dell'Italia     

Persino in un'Italia anestetizzata e rimbecillita da vent'anni di Tv berlusconiana, non c'è fesso talmente fesso da non aver compreso che il Caimano ha ordinato ai suoi ministri-famigli di abbandonare la bagnarola del governo non già perché deluso dal mancato rinvio dell'aumento dell'Iva, ma solo in quanto ormai persuaso - a torto o a ragione - che nulla e nessuno avrebbe potuto salvarlo dalla pena comminatagli in via definitiva dalla Suprema Corte. Berlusconi, dunque, rompe il fragile vaso delle "Grandi intese" e va alla guerra totale.

Difficile immaginare che fatta la frittata si possa fra poco ritornare all'uovo. Berlusconi punta alle elezioni, poiché pensa che questo sia per lui lo scenario più favorevole (o meno sfavorevole) considerato che dall'altra parte della barricata c'è un Partito democratico sfibrato dall'irriducibile conflitto interno e da un'assenza di idee e di vera leadership. Ma prima ancora delle elezioni c'è un calcolo, cinicamente eversivo, coltivato con la protervia di uno scespiriano Riccardo III. La sfida che Berlusconi lancia, prima ancora che agli avversari politici, è allo Stato, alle Istituzioni, ai liberi cittadini di questa Repubblica. Berlusconi cala le carte e va a vedere quelle degli altri. "Provino ora ad arrestare il capo dell'opposizione, se ne hanno gli attributi" manda a dire, con toni da guerra civile, il pregiudicato, il proto-dittatore trasformato da Giorgio Napolitano e dal Partito democratico in alleato e fulcro del governo con cui concordare un'immonda "pacificazione".

Servirebbe ora un sussulto di dignità, un colpo d'ala (ma chi ancora le possiede, le ali, in questa claustrofobica stagione post-democratica) per trattare Berlusconi e lo stuolo famelico dei suoi servi come meritano. Invece, ancora in queste ore, il presidente della Repubblica, con perfetto tempismo, parla di indulto, sacrosanto per i poveracci che affollano quei lager che sono le nostre carceri, indecente per il Caimano che pretende un salvacondotto per sè solo: un requiem definitivo per la Repubblica.
In queste ore, in questi giorni si gioca molto del futuro democratico del Paese. E' dubbio che le forze politiche e i loro più che modesti capintesta ne abbiano la percezione. Anche per questo la mobilitazione di sabato 12 settembre per la difesa e l'attuazione della Costituzione si carica di un enorme significato. Tocca al popolo, ai suoi lavoratori, alle energie intellettuali ancora libere mettersi di traverso e impedire che la storia politica di questo paese precipiti in un nuovo buco nero.
 
Dino Greco
29/09/2013 www.liberazione.it

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