25 agosto 2013

Solo la mobilitazione delle classi subalterne, di quel mondo del lavoro a cui il Pd e il sindacato ad esso legato hanno spento la voce ed ogni capacità di mobilitazione, può ribaltare i giochi mortali per la democrazia e la giustizia sociale




La forza di B. è il Partito democratico. Ecco perché

In un’Italia dominata (e tramortita) dall’affare-Berlusconi, tutto, come in una commedia dell’assurdo, sembra ruotare intorno ai destini dell’uomo che vuole farsi dominus legibus solutus. Se questa sovrumana pretesa fosse accolta, saremmo al golpe perfetto, quello che senza colpo ferire affosserebbe, in un solo colpo, stato di diritto, Costituzione e democrazia.
Sembrerebbe, ma il condizionale è d’obbligo, che il circo democratico intenda resistere alla richiesta di inventare un escamotage, uno qualsiasi, che rimetta in pista l’uomo al quale una sentenza passata in giudicato interdice la possibilità di tornare a malversare nella vita politica pubblica. Tuttavia, l’insistenza con cui il Pdl insiste in queste ore sul tema lascia pensare che i giochi non siano davvero chiusi e che la minaccia di mandare all’aria Letta e il suo governo sia un deterrente ancora efficace, almeno su una parte del Pd. Il vertice di Arcore è servito a Berlusconi a guardare negli occhi i suoi, per capire se qualcuno di loro fosse sul punto di “tradire”. Ma tutti, anche quelli che guardano ad un “dopo” che inesorabilmente verrà, al cospetto del padrone ringhiante hanno fatto l’inchino. Se il Pd non credesse che oltre le Colonne d’Ercole delle larghe intese c’è solo il precipizio, come Napolitano va dicendo un giorno sì e l’altro pure, Berlusconi – e con lui tutta la banda del buco riunita nel Pdl – sarebbe spacciato, probabilmente per sempre.
Abbiamo già scritto – un paio di giorni fa – che se al precipitare della crisi il capo dello Stato avesse il coraggio (e la propensione politica) di affidare ad una persona di grande caratura intellettuale e morale l’incarico di formare un governo di solido impianto programmatico costituzionale, questo troverebbe nel parlamento una solida e qualificata maggioranza disposta a sostenerlo. Una svolta di tal fatta somministrerebbe al Paese – e a tutte le sue fiaccate, ma non sconfitte energie migliori – una scossa rigeneratrice. Un po’ di acqua pulita comincerebbe a ripulire le acque putride in cui ristagna la politica italiana e la contesa potrebbe tornare a riguardare i progetti per il Paese, affrancandosi dagli interessi di un grumo di potere che ha reso la cosa pubblica terreno di pascolo per mafiosi, faccendieri, speculatori e lestofanti di ogni risma. Ma il tema di fondo è proprio questo: quanto c’entra il Pd con la Costituzione del ’48? Con il progetto di società che vi è connaturato? Con il ruolo centrale che la Carta assegna alle classi lavoratrici, e non all’impresa né – tantomeno – all’infestante prevaricazione della finanza e dei poteri forti, nascosti dietro le imperscrutabili divinazioni dei mercati?
Questo è il vero cul de sac in cui ci dibattiamo. A fronteggiare un centrodestra iper-reazionario, intriso di pulsioni fasciste, c’è un centrosinistra non soltanto orbo di vaghe reminiscenze socialdemocratiche, ma persino privo delle migliori tradizioni della cultura liberal. Per questo esso resta succube degli assalti frontali che Berlusconi porta al suo ventre molle facendo ogni volta morti e prigionieri. Per questo è riuscito persino nel capolavoro di non eleggere Rodotà a capo dello Stato e a pregiudicare le condizioni di una possibile svolta nella politica italiana. E per questo – temo – il Pd preferirebbe il ricorso alle urne all’apertura di nuove alleanze che spostino a sinistra l’asse politico. Insomma, la supposta forza del caimano sta nella debolezza della compagine democratica. E' un po' come quel calciatore che segna il gol issandosi sulle spalle dell'avversario.
Il primo passo verso una possibile emancipazione politica del Pd, verso un suo riscatto democratico sta dunque nel ripudio della convivenza in un governo il cui partner principale è il pregiudicato di Arcore.
Perché ciò avvenisse servirebbe la spinta propulsiva (e rivoluzionaria) delle classi subalterne, di quel mondo del lavoro a cui per troppe stagioni il Pd e il sindacato ad esso legato da un inossidabile collateralismo hanno contribuito a spegnere la voce ed ogni capacità di mobilitazione, anche di fonte agli insulti e alle manomissioni legislative più gravi, anche di fronte alle scorribande più feroci di un padronato resosi conto che tutto può ormai essere tentato e ottenuto.
Vedremo ad horas che piega prenderà il gioco, tutto interno alla politica-politicante. Ma le ragioni più sopra argomentate non autorizzano nessun ottimismo.


Dino Greco
25/08/2013 www.liberazione.it

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