16 luglio 2013

La comunicazione asservita ai poteri forti, che stanno trasformando l'Italia in un Paese senza memoria e senza futuro, è sempre ligia al dovere della menzogna contro la Resistenza al nazifascismo e la Costituzione. Oramai non hanno più argini fidando nel silenzio della massima carica dello Stato

Le "nuove" indegne menzogne su via Rasella

Ci sono menzogne che sopravvivono alle smentite della verità e tornano, fidando nel tempo che oscura la memoria di molti e può offrire opportunità nuove a chi può mantenere o conquistare prestigio o potere solo cancellando la verità. E’ il caso dell’azione di guerra dei gappisti garibaldini di Roma contro l’11^ Compagnia SS Polizei Regiment Bozen tedesca impegnata nella lotta anti-partigiana dei Castelli Romani che lasciò nella centralissima Via Rasella 33 caduti che il comando tedesco, vendicò con l’aiuto delle autorità italiane della cosiddetta Repubblica Sociale con la fucilazione di 335 romani, 10 per ogni morto tedesco, nel cupo scenario della Cava Ardeatina.
La menzogna, passata per i libri di Giorgio Bocca e di Bruno Vespa, oltre che per innumerevoli campagne di stampa e denunce alla magistratura consisteva in un cumulo di “rivelazioni” tese ad addossare le responsabilità dell’eccidio ai partigiani, tutti puntualmente dichiarati e dimostrati innocenti. Si è prestato, con convinzione, ad un’ennesima riesumazione di quelle accuse, Pippo Baudo nella trasmissione “ Il Viaggio” di lunedì 8 luglio scorso, intervistando il maggiore Francesco Sardone, direttore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine che ribattezza i Gap romani, il cui nome per intero è, come tutti sanno, “Gruppi di azioni patriottica” in “ Gruppi armati proletari” dimostrando una notevole confusione di figure e fasi storiche.
Al di là degli svarioni, sui quali sorvoliamo, la trasmissione ripropone tutte le vecchie e smentite invenzioni che vanno dalla quasi legittimazione della rappresaglia tedesca alla conclamata illegittimità dell’azione partigiana alla favola dell’appello lanciato dai tedeschi ai gappisti di Via Rasella perché si consegnino salvando con il loro sacrificio la vita di tanti innocenti. L’azione di Via Rasella è una delle tante, anche se forse è la più audace dei gappisti romani contro gli invasori tedeschi ed i loro alleati fascisti, tutte comunque rispondenti alle sollecitazioni del governo legittimo italiano, residente a Brindisi e in guerra con la Germania e degli alleati anglo-americani; due entità rappresentate nel Cln dal giovane statunitense Peter Tompkins e dal colonello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo che fu catturato dagli uomini di Kappler e fucilato alle Fosse Ardeatine dopo una lunga detenzione e ripetute torture.
Molti partigiani attivi nelle regioni liberate continuarono a combattere fino alla completa liberazione d’Italia nel Corpo volontari della libertà, a tutti fu riconosciuta dal Tribunale militare romano nel 1948 la qualifica di “organo legittimo belligerante”. I gappisti di Roma, come i loro compagni di Torino, di Milano, di Genova, di Bologna e i partigiani delle formazioni della montagna e della pianura fecero quindi, tutti, il loro dovere di soldati colpendo il nemico in ogni momento ed in ogni luogo possibile. Come in Via Rasella alle 15:30 del 23 marzo 1944 ora in cui mezza Roma fu scossa dall’esplosione di 18 chili di tritolo.
La notizia arrivò in poche ore a Hitler la cui reazione fu riferita a Kesserling, comandante supremo del Fronte Sud come, “ la furia di un leone ruggente” che ordinava di far saltare tutto il quartiere teatro dell’aggressione, abitanti compresi, e fucilare dai 50 ai 30 romani per ogni tedesco morto. Kesserling, che fa quotidianamente la spola fra Roma e la prima linea del fronte e conosce bene la situazione dell’una e dell’altro teme l’esplodere di una rivolta popolare nella città dove, come ha amaramente osservato, “una metà degli abitanti nasconde l’altra metà” e riesce a convincere il Fuhrer a ridurre a 10 per 1 la rappresaglia che ordina a Kappler di organizzare ed eseguire scegliendo le vittime, finché è possibile, fra gli oppositori politici già detenuti ed imponendo il termine dell’operazione ad un massimo di 24 ore.
Kappler capisce e condivide le preoccupazioni di una rivolta o di un attacco ai camion che porteranno i condannati e riesce, con la collaborazione del questore di Roma Caruso, e del Capitano Priebke a portare nelle prime ore del pomeriggio del 24 marzo in una cava di tufo in disuso sulla Via Ardeatina il risultato di un’atroce lista della morte, che comprende oltre una maggioranza di antifascisti carcerati, molti dei quali in attesa di giudizio, 75 ebrei e 10 rastrellati a caso in Via Rasella. La fretta ha provocato un errore di calcolo ci sono 5 condannati in più di cui nazisti e fascisti non si accorgono o non si preoccupano. Alle 8 di sera i genieri fanno saltare la volta della galleria di tufo, chiudendo nel buio 335 cadaveri insanguinati: il più giovane aveva 14 anni il più vecchio 75.
La notizia della “vile imboscata di comunisti-badogliani probabilmente da attribuirsi ad incitamenti anglo-americani” e della reazione tedesca viene data la mattina del 25 marzo dai giornali e da un manifesto affisso in tutta Roma con un comunicato che conclude “ quest’ordine è già stato eseguito”. Alla ricerca di un improbabile “capro espiatorio” sul quale spostare almeno una parte dell’odio popolare per i tedeschi il Giornale d’Italia scriverà che “i veri colpevoli, direttamente o indirettamente, della strage di Via Rasella sono i 335 fucilati, tutti già in mano alla giustizia……… per cui la reazione tedesca non è stata una rappresaglia od una fucilazione di ostaggi ma una rigorosa e severa applicazione della legge di guerra”.
Negli stessi giorni e con lo stesso scopo, il federale di Roma, Giuseppe Pizzirani, fa distribuire un volantino che individua i veri responsabili nei “comunisti- badogliani che non hanno risposto ai numerosi appelli tedeschi a consegnarsi per salvare i 335 innocenti”. Erano ancora freschi sui muri i manifesti che smentivano questa invenzione collocata dai romani tra le “fregnacce neofasciste” ma l’accusa ai partigiani fu ripresa ad anni e decenni di distanza, fino alla trasmissione di Baudo nonostante la smentita del diretto interessato: Kesserling, che, intervenendo come testimone al processo a Kappler indetto dal tribunale militare di Roma nel 1948 richiesto “ se avesse fatto qualche appello alla popolazione romana o ai responsabili dell’attentato prima di ordinare la rappresaglia” rispondeva un secco no precisando così il suo pensiero: “ ora, in tempi più tranquilli, dopo tre anni passati devo dire che l’idea sarebbe stata molto buona. Ma non lo facemmo”.
Le bugie hanno le gambe corte diceva il vecchio Pinocchio, ma sembra che ci sia sempre qualcuno pronto con le stampelle e le carriole, per farle camminare ancora. Naturalmente in assenza dell’intervento di chi avrebbe il dovere ed il potere di ricacciare indietro menzogne e menzogneri.

Bianca Bracci Torsi 
16/07/2013 www.liberazione.it

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