28 luglio 2013

La battaglia contro il Ttip può assumere il valore della battaglia che è stata vinta in america latina contro l’Alca, l’accordo di libero commercio delle americhe che Wasghington voleva concludere con il sub continente e che grazie all’azione dei movimenti sociali prima e ai governi progressisti che si sono affermati poi è stato respinto al mittente

Il Ttip, ovvero la deregulation planetaria

L’offensiva neoliberista contro i diritti del lavoro, l’ambiente e i diritti sociali, non conosce tregua né confini.
Nelle scorse settimane sono iniziati i negoziati per l’approvazione del Ttip, il nuovo trattato di libero, anzi liberissimo scambio fra Ue e Usa. Ttip significa trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti.
A volerlo sono soprattutto Usa e Gran Bretagna. A storcere un po’ il naso i francesi, che temono per l’invasione della produzione audiovisuale e culturale americana, da loro frenata e che hanno ottenuto che questo settore venga escluso. Ma in realtà tutti hanno votato a favore dell’avvio delle trattative. Nel consiglio europeo lo hanno fatto i capi di stato ( incluso Letta, non si capisce se con mandato o meno del nostro Parlamento) Nel Parlamento europeo, come sempre accade hanno votato insieme a favore dell’avvio dei negoziati conservatori e socialisti europei, ormai campioni incontrastati del liberoscambismo neoliberista.


L’oggetto della trattativa non saranno i dazi commerciali, già bassi fra le due sponde dell’atlantico, ma quelli che vengono definite barriere non tariffarie. Ovvero quell’insieme di norme e e regolamenti specifici per categorie di prodotti che non sono omogenei.
Qual è il rischio di una trattativa di questo tipo? Che l’abbattimento delle barriere non tariffarie significhi la deregolamentazione totale in settori come l’agricoltura o i servizi, la definitiva mercificazione di salute, istruzione, beni comuni. Il potere assoluto delle multinazionali sulle nostre vite.
La retorica che accompagna la preparazione del trattato naturalmente parla di storica opportunità. Ma a ben guardare, il beneficio economico che scaturirebbe da questo nuovo trattato, visto il già imponente volume di scambi commerciali esistente, è irrisorio. Le previsioni più ottimistiche, fatte dalla stessa Commissione Europea, parlano di un aumento del Pil dell’eurozona dello 0,5% in dieci anni. Ovvero il nulla.


 A rimetterci con questo trattato saranno come sempre i lavoratori e i diritti sociali e ambientali, subordinati alla logica spietata del profitto.
Coloro che guadagnerebbero da questo trattato sono solo le grandi multinazionali, che vedrebbero abbattute regole di garanzia sociale e ambientale, quelle a tutela dei consumatori e, questa è la parte più importante e taciuta, garantiti i loro profitti nel caso qualche stato voglia approvare norme sull’ambiente o sociali che ne possano intaccare gli interessi. Questo punto era il cuore anche di precedenti trattati come il Mai( Accordo multilaterale sugli investimenti) e l’Alca. Ovvero la possibilità per le compagnie sovranazionali di essere aldilà delle leggi degli stati nazione, e di poter garantire attraverso arbitrati internazionali i propri interessi.

 Altro elemento critico del trattato in discussione è il capitolo servizi. Pubblici e sociali. Alla vigilia dello smantellamento in corso del sistema pubblico di welfare in corso in europa, in particolare nei paesi del sud, a fare gola alle multinazionali e ai fondi pensioni e d assicurativi d’oltreoceano è l’apertura di questo mercato, dove a farla da padrone sarebbero i colossi statunitensi.
Punto altrettanto delicato è quello dell’agricoltura, con la questione degli ogm e della salvaguardia delle produzioni europee.
I tecnici al lavoro per la scrittura del trattato non sono neutrali. Sono agenti delle multinazionali. Saranno loro, con i loro uffici lobbistici a dettare le norme e le materie da trattare.

 La battaglia contro il Ttip può assumere il valore della battaglia che è stata vinta in america latina contro l’Alca, l’accordo di libero commercio delle americhe che Wasghington voleva concludere con il sub continente e che grazie all’azione dei movimenti sociali prima e ai governi progressisti che si sono affermati poi è stato respinto al mittente. Di quella contro il già citato Mai del movimento anti globalizzazione.
Dobbiamo lavorare per questo in tre direzioni. Primo informare su cosa è veramente questo trattato e sui suoi effetti nefasti per l’economi a europea e per il suo sistema sociale.
Secondo promuovere mobilitazioni a livello nazionale , europeo, e anche fra Europa e usa, costruendo coordinamenti e un vero e proprio movimento contro quella che si appresta a d essere una nuova rapina ai danni dei diritti sociali e ambientali, mettendo il rifiuto del Ttip come punto di tutte le piattaforme delle mobilitazioni sociali e politiche dei prossimi mesi contro l’austerità.
Terzo, e spetta a noi, dare vita alla campagna decisa comunemente come Partito della Sinistra Europea contro il Ttip, decisa a Porto nello scorso esecutivo di Luglio.

Fabio Amato
Resp. Dipartimento Esteri PRC

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