28 luglio 2013

Il Piano per il Lavoro proposto da Rifondazione Comunista è uno strumento per lottare, per ricomporre un campo di forze con un proposta di alternativa.

Lavoro: Un progetto contro il governo di larghe intese e le politiche liberiste

C’è un urgenza evidente. E’ quella di rompere lo stallo. Lo stallo di un paese in cui non esiste un’opposizione sociale e politica minimamente adeguata a quanto sta accadendo. Un paese in cui disagio e disperazione sociale rischiano di essere confinati nella dimensione della rabbia individuale più che in conflitti collettivi capaci di durata, sedimentazione di coscienza, progetto di alternativa.
A questa necessità è indispensabile dare una risposta, provando a ricostruire opposizione e conflitto contro le politiche del governo e dell’Europa di larghe intese, a rimettere insieme il campo della sinistra di alternativa, ad avanzare una proposta di trasformazione.
Il governo Letta-Alfano, ha rinviato molti nodi a partire da quelli che più hanno occupato il dibattito pubblico, dall’Imu all’Iva, ma l’immagine del “governo del rinvio” stretto tra le contraddizioni della coalizione che lo sostiene, finisce per contribuire ad abbassare il livello della denuncia tanto dell’impianto di fondo, quanto delle singole scelte assunte o annunciate.
 Il “governo del rinvio” non ha rinviato di peggiorare la situazione in materia di sicurezza del lavoro nel “decreto del fare”. Né di liberalizzare l’uso dei contratti a termine, ampliare il ricorso al lavoro accessorio, intermittente, al falso lavoro autonomo, peggiorando persino la controriforma Fornero. E il plauso all’accordo Expo 2015 che “può essere modello nazionale” secondo Letta, inaugura il modello del lavoro puramente gratuito “volontario”, un’inedito assoluto fino ad oggi.
 Per altro verso dalla nomina di Di Gennaro ai vertici di Finmeccanica, alle dichiarazioni di Saccomanni al G20 di Mosca, a quelle dello stesso Letta sulla “cessione di partecipazioni pubbliche nazionale e anche degli Enti Locali”, è evidente quale sia la strategia del governo: una nuova ondata di privatizzazioni del residuo patrimonio pubblico, delle aziende partecipate come dei servizi pubblici locali.
Sono scelte certo non inattese, ma su cui è necessario che si alzi il livello della denuncia. Sono scelte che proseguono ed estremizzano le politiche iperliberiste: quelle politiche che sono non solo all’origine della crisi generale, ma della crisi specifica che colpisce in particolar modo il nostro paese.
A che cosa è dovuta infatti quella vera e propria “crisi nella crisi” che ci consegna una caduta di reddito, occupazione, produzione ed investimenti molto peggiore della media europea se non agli effetti delle manovre dei governi Berlusconi e Monti, combinati con la particolare intensità e gravità della stagione delle privatizzazioni nel nostro paese, con l’idea che la sola politica industriale fosse la precarizzazione, la compressione di salari e diritti del lavoro? L’Italia è stata seconda solo al Giappone nei processi di privatizzazione degli ultimi venticinque anni: un bilancio totalmente fallimentare, di cui ora ci si appresta a lanciare la fase conclusiva.
E’ con questa consapevolezza che abbiamo lavorato a definire la proposta di Piano per il Lavoro. Con la consapevolezza che il rimedio non può stare nel male, che la soluzione della crisi non può venire né in Italia né in Europa dalla continuazione estremistica delle politiche che l’hanno prodotta, ma dal rovesciamento di quelle politiche.
Il Piano per il Lavoro vuole creare almeno un milione e mezzo di posti di lavoro in tre anni, iniziando a dare una risposta ai 3milioni e 140 mila disoccupati, ai tre milioni di persone che un lavoro lo vorrebbero ma non lo cercano perché pensano che sia impossibile trovarlo, ai 520mila lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione a zero ore.
E vuole farlo redistribuendo la ricchezza, ricomponendo il mondo del lavoro, proponendo un nuovo intervento pubblico, progettando un diverso modello di sviluppo che ponga il tema del “cosa, come, per chi produrre”.
Vuole essere una piattaforma di ricomposizione, laddove pone il tema strategico della riduzione dell’orario di lavoro settimanale e nell’arco della vita, perseguendo l’obiettivo delle 32 ore settimanali e della radicale rimessa in discussione della controriforma delle pensioni: per superare quella prima grande divisione tra chi è costretto ad orari di lavoro sempre più lunghi e per un tempo sempre più lungo, e chi è costretto a sbattersi dalla mattina alla sera nella ricerca di un lavoro che non c’è o è sempre più precario e privo di diritti.
 Vuole essere una piattaforma di ricomposizione laddove propone il salario orario minimo da definirsi sulla base dei minimi contrattuali per tutte le prestazioni lavorative, lavoro parasubordinato e stage compresi, perché ad uguale lavoro tornino a corrispondere uguali diritti e retribuzione, e laddove istituisce il reddito minimo per chi un lavoro non ce l’ha, universalizzando garanzie e tutele in caso di disoccupazione.
Vuole essere una proposta di nuovo intervento pubblico, per ricostruire una capacità di programmazione democratica dell’economia, dal credito alle politiche industriali, dalla conoscenza al welfare. Vuole proporre un’idea di pubblico egualitario e partecipato, il pubblico dei “beni comuni” in cui è centrale il protagonismo delle realtà locali, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle associazioni e della cittadinanza attiva.
E vuole essere un progetto di modello di sviluppo alternativo, per una riconversione ecologica e solidale dell’economia, capace di rispondere non solo alla crisi economica e sociale, ma a quella climatica e ambientale, dandosi gli obiettivi della riqualificazione e riconversione delle produzioni, della salvaguardia del territorio e della natura, dell’economia della conoscenza, della cura delle persone.
Si può fare? Si può fare con un intervento che reperisca le risorse da chi si è arricchito in questi anni a scapito della maggioranza della popolazione: con una patrimoniale che colpisca la scandalosa concentrazione di ricchezza esistente in un paese in cui l’1% delle famiglie possiede lo stesso patrimonio del 60% meno abbiente, ripristinando una progressività reale del fisco, contrastando la grande evasione fiscale, tagliando le spese per la guerra e quelle per le grandi opere inutili.
 Si può fare, dicendo no al Fiscal Compact e alle politiche che stanno aggravando la crisi, distruggendo la società e la democrazia in Italia ed in Europa.
Il Piano per il Lavoro è uno strumento per lottare, per ricomporre un campo di forze con un proposta di alternativa. E’ molto più realistico della continuazione delle politiche neoliberiste. Perché dalla crisi si esce solo rimettendo a tema un progetto di trasformazione, l’eco-socialismo del XXI secolo.

Roberta Fantozzi
Segreteria nazionale PRC

Nessun commento: