6 giugno 2013

«Un processo contro Stefano: un processo a lui, al suo carattere, alla sua magrezza...». Ilaria Cucchi non usa mezzi termini nella conferenza stampa che si è svolta al senato all'indomani della brutta sentenza che ha mandato assolti gli agenti penitenziari sotto processo per la morte del ragazzo. Una sentenza, ha detto Ilaria «che come famiglia non ci saremmo mai aspettati. Noi abbiamo pianto - ha ricordato - mentre dietro di noi abbiamo sentito le grida di persone come Lucia Uva che hanno avuto lo stesso nostro percorso».

Cucchi, la pubblica accusa saranno i movimenti

E no, perché qualcuno a Cucchi gl’ha menato nonostante gli spasmi estivi della procura per cercare antiche fratture di Stefano e le distrazioni dei superperiti che hanno guardato le vertebre con occhi strabici. Qualcuno l’ha pestato ma non ci sarebbero prove sufficienti per inchiodare tre agenti di polizia penitenziaria che, alla lettura della sentenza, sono sbucati fuori esultando: «Amo svortato!» che a Roma vuol dire all’incirca: “Ce l’abbiamo fatta, c’hanno creduto, chi se lo sarebbe mai immaginato!». E le loro gentili signore tra il pubblico indignato ad alzare il dito medio come fece la Santanchè agli studenti dell’Onda. Come a dire vaffanculo a tutti voi che cercate verità e giustizia. E vaffanculo a Lucia Uva che aspetta da quattro anni che venga interrogato l’unico testimone della notte in caserma di quel fratello che s’è dovuta ispezionare da morto prima di poterselo piangere. Vaffanculo a Grazia Serra che suo zio, il maestro Mastrogiovanni, è stato ucciso da un Tso che l’ha legato a letto ma chi lo legò l’ha fatta franca in primo grado. E, perché no?, vaffanculo a Claudia Budroni che è ancora all’inizio di storie come questa, ché suo fratello s’è beccato una pallottola a bruciapelo due anni fa e ancora non è pronta la periza balistica.
Ma soprattutto, vaffanculo ai Cucchi che hanno avuto l’ardire di non accontentarsi della provvisionale (centomila euro a testa ai genitori, 80mila alla figlia Ilaria e 20 ciascuno ai due nipotini di Stefano) ma di inseguire verità e giustizia, di non accontentarsi di una versione ufficiale che, da subito, ha tirato dentro i carabinieri in un cono d’ombra inviolabile, e poi non ha voluto espolorare il corpo del trentunenne romano che era stato arrestato dopo una soffiata ma con addosso una quantità minima di hashish da scatenare la reazione rabbiosa, probabilmente, di chi lo prese con le mani nel “sacchetto”.
Quel corpo parla di un ragazzo praticamente paralizzato a poco a poco che già in tribunale non riusciva a stare seduto, camminava appoggiandosi al muro e nemmeno riusciva a parlare. La registrazione delle sue ultime parole in pubblico svela un dolore che mozzava il fiato. Le carte erano sbagliate quella mattina: risultava un albanese sei anni più anziano e senza fissa dimora. Nessuno ha chiesto scusa per quell’errore marchiano. Provateci voi ad andare in tribunale con un pezzo di carta inesatto.
Fabio Anselmo, l’avvocato anche di Aldrovandi, Uva, Ferrulli ecc…, se lo aspettava: «Lo Stato garantisce, con comportamenti sistematici, l’impunità. Tre anni fa avevo previsto questo momento. Questo è un fallimento dello Stato, perché considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria e a questa famiglia che ha sopportato tanto. E’ un insulto alla stessa giustizia. In questo processo lo Stato non ha risposto. Ad esempio non sono stati identificati gli autori del pestaggio». Fino a un minuto prima delle 17.33, i familiari del geometra trentunenne, incredibilmente pacati durante questi anni, credevano nella giustizia. Poi è stato come se glielo avessero ammazzato di nuovo quel figlio.
E i cinquanta, tanti ne hanno ammessi, che erano sui sedili del pubblico, lontanissimi in fondo al bunker lungo come un campo di calcio, sono rimasti in piedi come erano all’ingresso della corte. Sono perlopiù attivisti dei centri sociali, di Rifondazione, amici della famiglia Cucchi, compagne di strada di Ilaria. Da lì la scritta che la legge è uguale per tutti nemmeno si legge. Qualcuno impreca, grida “assassini”, che altro ti verrebbe in mente?, in tanti piangono le stesse lacrime di Ilaria.
Erano venuti perfino da Bergamo o da Cesena, come Filippo Narducci pestato anche lui mentre faceva benzina da tre poliziotti che lo hanno sequestrato ma su cui a Forlì pare non ci sia chi ha le palle per indagarli. Tutti erano pronti anche a fischiare le autorità come gli sfidanti sindaci: Alemanno perché ha inventato l’emergenza sicurezza speculando sulla paura delle persone, Marino perché ha voltato le spalle alla famiglia non appena ha pensato di correre per il Campidoglio.
I carabinieri in assetto da guerra si imbizzarriscono, si schierano come se fossero allo stadio o davanti alla Thissenkrupp di Terni. Un funzionario della digos cerca di strappare dai corrimano uno dei contestatori. I colleghi del funzionario filmano tutto. Potrebbero esserci delle nomination. Ma intanto si placa tutto. La gente aspetta fuori per salutare i Cucchi. Parte l’dea di una assemblea, domani stesso, in una piazza di San Lorenzo, per tenere aperto lo spazio pubblico che denuncia la malapolizia, la repressione, il securitarismo (ore 18 in piazza dell’Immacolata) ne uscirà fuori, probabilmente, la convocazione di un corteo per essere ancora vicini alla famiglia di Stefano.
Nel dettaglio, il giudice ha inflitto due anni di reclusione al primario Aldo Fierro, un anno e quattro mesi ciascuno per i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Silvia Di Carlo e Luigi De Marchis Preite; otto mesi di reclusione per l’altro medico Rosita Caponnetti per falso in atto pubblico. La corte ha derubricato per loro l’accusa di abbandono di persona incapace mutandola in omicidio colposo. Per tutti i condannati è stata disposta la sospensione condizionale della pena. I condannati, ad esclusione della Caponnetti, sono stati condannati anche a risarcire le parti civili per 320mila euro: centomila euro al padre di Cucchi, altrettanti alla madre, 80mila euro alla sorella, 20mila euro ciascuno per i due nipotini. I medici dovranno pagare anche le spese legali sostenute dalla famiglia Cucchi.
Assolti invece i tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) e i tre agenti penitenziari (Corrado Santantonio, Antonio Domenici, Nicola Minichini) che hanno avuto in affidamento Stefano Cucchi nella mattinata del 16 ottobre del 2009, tutti con formula piena “per non aver commesso il fatto”. Erano accusati, a vario titolo e a seconda delle diverse posizioni, di abbandono di incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di autorità.
Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra novanta giorni
Scrive Lucho Villani, disegnatore, autore del disegno in mezzo a questo articolo: «Ho parlato di Stefano Cucchi su questo blog ai tempi della sua morte, brutale e assurda, e da poco nella mia storia uscita su “Mamma”. Mi sono documentato su quello che gli è successo, non sono stato il solo e non sarò l’ultimo. Quello che è accaduto oggi a Roma, sferza la rete.
I medici dell’ospedale Pertini di Roma sono stati condannati con pene lievi e gli infermieri e i funzionari di polizia penitenziaria sono stati assolti. Credo che una delle prime cose da fare sia cominciare ad usare facebook nel modo giusto, non solo diffondendo la notizia, ma andando a cercare la sorella di Cucchi, comunicare e fare massa.
Oggi 5 giugno 2013 tra sindaci caricati dalla polizia a Terni, Foto di manifestanti distrutti dalla polizia turca ad Istanbul e la sentenza di Stefano Cucchi, è facile distrarsi. Bisogna fare massa ed essere vigili. Bisogna reagire. Possiamo essere solidali con Istanbul, ma i primi doveri sono verso le cose che avvengono qui.

Checchino Antonini
6/6/2013  www.popoff.globalist.it

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