8 giugno 2013

Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.

Censimento sulle denunce alle lotte sociali

In questi ultimi mesi stiamo discutendo con varie realtà sociali e di movimento, con giuristi ed avvocati ed altre personalità, sulla necassità di lanciare una campagna politica sull'AMINISTIA SOCIALE e per l'abrogazione del Codice Rocco a partire dai reati di devastazione e saccheggio. A breve pubblichiamo l'appello. La proposta è di lanciare ufficialmete la campagna il 20 luglio a Genova.

In questi anni, come osservatorio sulla repressione, abbiamo tentato di fare un censimento su tutte le denunce penali fatte ad attivisti di lotte sociali. Ora abbiamo la necessità, per costruire anche con dati certi la campagna per l'amnistia sociale, di avere un quadro dello stato delle cose a riguardo la repressione sulle lotte sociali. A tal proposito abbiamo preparato una scheda (che vi alleghiamo) e chi vi chiediamo di riempire e divulgarla.

Da Genova in poi tutte le lotte sociali sono state ridotte a mera questione di ordine pubblico: migliaia sono denunciati per reati vari, per non parlare dei numerosi casi accertati di uccisioni nelle strade e in carcere ad opera delle forze dell'ordine. L’applicazione delle “zone rosse” vietate ai manifestanti è divenuta la norma con cui il potere politico rifugge dal confronto con la società, lasciando che sia il manganello a “regolare” le ragioni di ogni protesta: dalla lotta contro le discariche, ai terremotati, ai pastori, agli studenti, alle grandi opere si registra una gestione di tipo poliziesco progressiva ed inarrestabile, fatta ancora di pestaggi e di schedature di massa con identificazione filmata dei manifestanti e documento di identità accostato al volto; un “dispositivo” di governo che è stato portato all’estremo con l’occupazione militare della Val Susa.

Sempre più spesso dunque i magistrati dalle aule dei tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base della pericolosità sociale dell’individuo che protesta, che a questo punto non è più tanto giudicato per ciò che ha commesso, ma per quello che rappresenta nei confronti della società: un diverso, un disadattato, un ribelle per vocazione e dunque necessariamente un nemico a cui di volta in volta si applicano misure giuridiche straordinarie, o accentuando nei suoi confronti la funzione repressiva-preventiva (DASPO, domicilio coatto), o sospendendogli alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne l’annientamento attraverso la negazione di diritti inderogabili. E’ quello che alcuni giuristi denunciano come uno spostamento sul piano del diritto penale da un sistema giuridico basato sui diritti della persona (anche se criminale) ad un sistema basato prevalentemente sulla ragion di Stato.

Non è quindi un caso che dal 2001 ad oggi, nel decennio definito della crisi, si contano 11 sentenze definitive per i reati di devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte quelle di sei persone condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per la stessa manifestazione altre 26 persone sono ora definitivamente imputate e nei prossimi mesi si aprirà il processo vero e proprio.

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio hanno storicamente fatto ricorso alle amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.

Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità.

È stato così per oltre un secolo, ma in Italia non accade da più d’un trentennio. Le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970, dopo più nulla perché alla fine degli anni 70 hanno prevalso scelte favorevoli all’autonomia del politico contro le insorgenze sociali, col risultato di dare vita ad un divorzio drammatico tra sinistra storica e movimenti, per questo sarebbe ora di chiudere quella disastrosa parentesi. Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.

Confidiamo in vostro fattivo contributo e aiuto.

Scarica la scheda del censimento sulle denunce alle sociali (clicca qui )

Le schede del censimento vanno inviate a questo indirizzo mail: osservatorio.repressione@hotmail.it

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