14 maggio 2013

Questo permetterà ai ricchi, ai centri di potere, alle classi dominanti spalmate equamente su centrodestra e centrosinistra, di occupare tutto lo spazio pubblico, di monopolizzare l’informazione, di negare visibilità a tutto ciò che si muove fuori dal loro omologato recinto, di spegnere ogni opinione non addomesticata. Saimo alla fine della democrazia parlamentare?


La politica come appannaggio e prerogativa dei soli ricchi
Domenica sera, chiusa la comparsata paragolpista di piazza Paolo VI, a Brescia, Berlusconi ha radunato più di 700 (settecento) sostenitori in un ampio salone della Fiera dove, per la modica cifra di 1000 (mille) euro cadauno, i convitati hanno potuto godere del piacere e dell’onore di sedere accanto al Cavaliere per una cena a sottoscrizione in favore del Pdl.
In sole due ore, dunque, il partito di cui Berlusconi è proprietario ha incassato una cifretta che, da sola, consentirebbe a questo nostro piccolo giornale in versione telematica di vivere tranquillamente per un anno intero senza la quotidiana preoccupazione di essere costretto a tirare le cuoia. Questa banale osservazione serve a riattivare l’attenzione di chi legge sul tema del finanziamento alla politica ed anche all’editoria che molti, moltissimi, vorrebbero tout court estinguere (e con ogni probabilità vi riusciranno!) nel nome della trasparenza e della lotta ai privilegi della casta.
Bene, il modesto esempio appena citato, può aiutare a vedere come stanno effettivamente le cose.
Per i benestanti accorsi a bagnarsi l’ugola con un Bersi-Serlini d’annata accanto al Re Sole, quei mille euro rappresentavano meno di nulla, perché l’area avvinghiata al Popolo della libertà ha nei ceti abbienti una parte cospicua della propria rappresentanza sociale. I compagni e le compagne che affidano i loro modestissimi denari a Liberazione sono, si sa, persone che penano a trovare 50 o anche solo 30 euro per sottoscrivere un abbonamento annuale o semestrale, cioè quanto serve per leggere on-line il loro giornale che da tempo non dispone dei mezzi per andare nelle edicole. Si tratta di operai, cassaintegrati, disoccupati, precari, pensionati – spesso con la minima – che costituiscono la base sociale di riferimento del Prc e la parte più numerosa dei nostri lettori e dei nostri sostenitori.
Il loro diritto a dare forma politica alle proprie idee (come prevede l’articolo 21 della Costituzione) e a vederle vivere attraverso la stampa è annichilita e quasi ridotta a zero.
Lo stesso vale, in generale, per l’attività politica, dove l’asimmetria delle risorse e dei mezzi a disposizione è tale da rendere l’esito della partita scontato in partenza.
Qualche settimana fa abbiamo commentato con qualche sarcasmo la pubblicazione, da parte di Matteo Renzi, dei propri finanziatori privati: una lunga lista di possidenti, imprenditori, finanzieri, creatori di hedge found, immobiliaristi e via elemosinando. Tutta gente non avezza alla generosità e che – soprattutto – non fa mai nulla per nulla. Anzi, che dalla politica, quel genere di politica e da quegli attori in commedia, molto si aspetta. E molto ottiene.
Al Pdl e al Pd, e a tutto quello che c’è nel mezzo, i quattrini (privati) arrivano e arriveranno comunque.
Poi ci sono anche i denari pubblici, dati via in eccesso, con criteri laschi e trangugiati voracemente da “professionisti” dell’arrivismo che hanno usato la politica come fonte di arricchimento personale.
I partiti che nutrono questa selva di profittatori ora aboliranno ogni e qualsiasi forma di finanziamento pubblico alla politica e alla stampa. Anche quello che potrebbe risultare da nuove norme, severe e capaci di imporre la rendicontazione di ogni spesa, che nessuno, però, è intenzionato a varare.
Questo permetterà ai ricchi, ai centri di potere, alle classi dominanti spalmate equamente su centrodestra e centrosinistra, di occupare tutto lo spazio pubblico, di monopolizzare l’informazione, di negare visibilità a tutto ciò che si muove fuori dal loro omologato recinto, di spegnere ogni opinione non addomesticata.
C’è ancora il web, si dirà. Ma, francamente, è troppo poco. La politica, quella che fa muovere le masse in una dimensione organizzata, quella che non si accontenta di ridurre la democrazia a referendum via etere, ma si struttura nei territori, nei luoghi di lavoro, che emancipa le classi subalterne nel e col conflitto sociale, è un’altra cosa. Chiede di più, molto di più che la delega totalitaria al leader di turno, abilitato a “spiegarti le tue idee”.

Dino Greco
14/05/2013 www.liberazione.it

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