10 maggio 2013

Ecco il sistema di Berlusconi. Così utilizzava i fondi neri per corrompere politici e giudici. In vent’anni evasi centinaia di milioni.

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La frode fiscale: perché servono i fondi neri

Al Cavaliere, per il periodo 2002 e 2003, viene contestata una frode al fisco di circa 7 milioni di euro, per l’acquisto di diritti su film e prodotti tv comprati e rivenduti, a prezzi gonfiati, tra società offshore controllate dalla stessa Mediaset. I pm De Pasquale e Spadaro avevano scoperto operazioni fraudolente per 370 milioni di dollari. All’inizio del processo Berlusconi era infatti indagato anche per appropriazione indebita e falso in bilancio. Ma le leggi ad personam hanno dato buoni frutti: due capi d’imputazione sono caduti, grazie alla prescrizione accorciata. L’entità delle cifre si è ridotta. Ma lo schema scoperto e descritto dai magistrati, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, è chiarissimo.

«Le imputazioni descrivono un meccanismo fraudolento di evasione fiscale sistematicamente e scientificamente attuato fin dalla seconda metà degli anni ’80 nell’ambito del gruppo Fininvest, connesso al cosiddetto “giro dei diritti televisivi”… I diritti di trasmissione televisiva, provenienti dalle majors o da altri produttori e distributori, venivano acquistati da società del comparto estero e riservato di Fininvest, e quindi venivano fatte oggetto di una serie di passaggi infragruppo, o con società solo apparentemente terze, per essere poi trasferite ad una società maltese che a sua volta li cedeva, a prezzi enormemente maggiorati, alle società emittenti. Tutti questi passaggi erano privi di qualunque funzione commerciale… ».

Dunque, dagli atti si evince un dispositivo contabile codificato e finalizzato a produrre denaro fittizio. Secondo i magistrati, Berlusconi ne era «il dominus indiscusso». «Il cosiddetto “giro dei diritti” si inserisce in un contesto più generale di ricorso a societàoffshore anche non ufficiali ideate e realizzate da Berlusconi avvalendosi di strettissimi e fidati collaboratori quali Berruti, Mills e Del Bue». La «riferibilità» al Cavaliere della «ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto», secondo la sentenza, è «pacifica». Com’è altrettanto pacifico che l’intero meccanismo sia stato ideato «per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio Fininvest/Mediaset a beneficio di Berlusconi ».

Il Cavaliere è «l’ideatore ». Ma anche il «beneficiario » e, come direbbe Ghedini, «l’utilizzatore finale ». Ma a cosa è servito questo «disegno criminoso », che secondo i giudici dimostra la «naturale capacità a delinquere» del capo della destra italiana? Che uso è stato fatto, nel corso del tempo, di questo fiume sommerso di soldi finiti nella disponibilità dell’ex premier anche dopo la sua discesa in campo del ’94? La risposta, in buona parte, sta ancoranegli atti giudiziari e nelle sentenze. Non solo nell’ultima, che riguarda i diritti tv. Ma anche nelle precedenti, e non meno inquietanti.

All Iberian e Craxi, Mills e le mazzette ai giudici
Il «motore» della macchina che sforna i fondi neri, come spiega la Corte d’appello, è custodito nel «comparto estero di Fininvest», cioè nelle società offshore, situate in Paesi come le Isole Vergini, il Jersey e le Bahamas… sui conti delle quali… far transitare il denaro…». L’esistenza di queste società è «documentalmente provata». Century One e Universal One, Principal Communication e Principal Network. Edsaco e Amt. Medint e Lion. Poi Arner e Ims. Una rete di spa più o meno occulte. Le prime fanno parte del «Fininvest Group B», cioè il «comparto estero riservato» sul quale la casa madre del Cavaliere ha scaricato, dalla fine degli anni ’80, gli «affari sporchi».

Non lo dice solo la sentenza della Corte d’appello dell’altroieri. Ma l’intera parabola processuale di Berlusconi, che testimonia l’esistenza di un polmone finanziario pensato e costruito per pagare tangenti. I giudici di secondo grado, non a caso, citano la pronuncia con la quale il 25 febbraio 2010 la Cassazione ha condannato in via definitiva Mills, che per coprire Berlusconi dichiara il falso in aula. «Per la Fininvest – scrive la Suprema Corte – erano state create tra 30 e 50 società, costituite prevalentemente nelle Isole del Canale e nelle Vergini… Tra queste società vi era All Iberian, con sede a Guernsey, divenuta nel corso della propria attività “la tesoreria di un gruppo di società offshore”… Per evitare gli effetti della Legge Mammì (che aveva fissato un tetto al possesso delle reti televisive in Italia) era stata utilizzata la società Horizon, posseduta da Mills, che aveva costituito la società lussemburghese Cit…».

Più avanti gli stessi giudici di Cassazione, citando un’altra sentenza definitiva emessa nella vicenda Arces, ricordano che sempre dal segretissimo «Fininvest Group B» vennero fuori le mazzette con le quali «la Guardia di Finanza era stata corrotta affinchè non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del gruppo Fininvest». E infine, ancora la Cassazione ricorda che anche «i fatti relativi all’illecito finanziamento in favore di Bettino Craxi da parte di Fininvest, sempre attraverso All Iberian, erano stati definitivamente dimostrati, sulla base di plurime prove testimoniali e documentali…».

A questo punto si può trarre qualche conclusione. Gli atti certificano, ancora una volta, che i soldi del comparto B delle società Fininvest, direttamente riconducibile a Berlusconi, servirono a foraggiare politici e magistrati fin dai tempi della Prima Repubblica. Si conferma (come scrisse Giuseppe D’Avanzo sul nostro giornale, l’ultima volta nel luglio 2011) che sulle oltre 60 società del Group B «very discreet» della Fininvest transitarono allora fondi neri per quasi mille miliardi di lire. I 21 miliardi che hanno ricompensato Craxi per la legge Mammì. I 91 miliardi,poi trasformati in Cct, erogati per la stessa ragione ad «altri politici» mai scoperti. Le risorse destinate da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma, tra i quali Vittorio Metta, per manipolare il verdetto sulla battaglia di Segrate. Gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Mondadori, Standa, Rinascente.

Questo dicono le carte, a dispetto delle urla di piazza del Cavaliere e delle chiacchiere da talk show dei suoi corifei. E questo, oggi più che mai, è importante e doveroso ricordare, per non cedere al «cupio dissolvi» collettivo in nome del quale si vuole riscrivere la Storia italiana di questi anni. Dice un deputato pdl: «In questi giorni che vedono le forze politiche faticosamente impegnate in una fase di pacificazione e di coesione nazionale, il Palazzo di giustizia di Milano appare sempre più come quel giapponese armato fino ai denti, inconsapevole della fine della guerra…». Ecco l’arma finale per la «distrazione di massa». In questo Ventennio, in Italia, non c’è stata nessuna «guerra». Ma anche ammesso che ci sia stata, e che ora sia finita grazie al condono tombale e morale delle «larghe intese», quello che non può finire è lo Stato di diritto. È il primato della Costituzione, che vuole tutti i cittadini uguali di fronte alla legge.

10/05/2013 www.liberazione.it

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