30 aprile 2013

Per un verso sono molto forti, perché sono tutti assieme e con loro hanno tutto il palazzo della cultura e dell'informazione. Per un altro, però, sono debolissimi, perché spendono assieme tutto quello che possono e sanno. Non hanno paracadute, sono disperati e pericolosi.

Bel governo. Tutti assieme, ostaggi del liberismo. Disperati e pericolosi

Alla fine l'hanno fatto. Il governo senza alternative, che deve essere accettato per forza perché così vogliono il Presidente della Repubblica, le parti sociali, l'Europa, la Conferenza Episcopale e tanti altri ancora.
Negli ultimi venti anni Pd e Pdl, in tutte le differenti versioni, hanno chiesto voti e sostegno nel nome dello scontro tra loro. Chi non stava con il centrodestra era un sostenitore dei comunisti, chi non stava con il centrosinistra era amico di Berlusconi. Tutte le diversità e i dissensi erano bollati come complici dell'avversario.
Lo stesso avveniva per la grande informazione, o di là o di qua. E lo stesso per la grande borghesia, gli accademici, i grandi burocrati, persino i personaggi dello spettacolo. Ora governano tutti assieme.
Io non credo che sia una emergenza senza precedenti a produrre questo risultato. Al contrario, penso che il governo delle "larghe intese" sia la naturale conclusione di un processo che ha visto la progressiva omologazione di tutti i contenuti prevalenti della politica, a destra come a sinistra.
Governabilità, mercato, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, austerità, rispetto delle alleanze internazionali, sono termini sul cui significato le differenze tra i due principali schieramenti politici si sono progressivamente affievolite, fino a sparire nell'ultimo anno e mezzo di comune sostegno al governo Monti.
La crisi economica ha solo funzionato da acceleratore di un processo in atto. Eugenio Scalfari anni fa aveva scritto che un giorno ci sarebbero stati solo liberali di destra e sinistra ad alternarsi alla guida del paese. Ora governano assieme, tra liberali ci si intende.
Ora ci sarà la sagra delle promesse e degli esercizi di buonsenso democristiano. Coniugheremo austerità e crescita, rigore ed equità, rinegozieremo in Europa. Parole che non vogliono dire e non diranno niente. Anche perché tutti gli impegni assunti durante il governo Monti e votati quasi alla unanimità, pareggio di bilancio costituzionale, fiscal compact, tagli sociali sulla base dei dettati della finanza e della Troika europea, tutti quegli impegni funzionano in automatico.
Esattamente come in Grecia, dopo il governo tecnico avremo il governo destra-sinistra che ne continua la politica. L'unica differenza è che le parti tra capo del governo e vice sono invertite da noi rispetto agli ellenici.
Un governo con un programma di politica economica di destra, schierato con l'Europa del rigore e con la Nato, un governo che proclama la necessità di restituire potere all'autorità governante e che si propone di cambiare la Costituzione: perché poi un governo così non dovrebbe segnare un successo dello statista Silvio Berlusconi?
Un governo voluto e promosso da un Presidente della Repubblica che negli anni Ottanta era il dirigente del Pci più vicino a Bettino Craxi e che ha sempre considerato il riformismo come sinonimo della accettazione della globalizzazione capitalista e delle sue leggi. E perché alla fine non dovevano governare assieme, visto che sulle cose di fondo la pensano allo stesso modo?
L'alternativa a tutto questo si costruisce solo se si parte dalla consapevolezza che ciò che abbiamo di fronte non è un incidente di percorso, ma la logica conclusione di un processo politico e sociale iniziato negli annI Ottanta.
Opporsi significa costruire un progetto sociale e politico che segua una strada totalmente diversa, che rompa con la cultura delle classi dirigenti degli ultimi trent'anni, a partire dalla totale assunzione del mercato capitalista come unico metro di misura della politica.
Ci vuole una vera rottura con la classe dirigente politica e anche con quella di Cgil Cisl Uil, che tra breve voterà la fiducia al nuovo governo.
Lo farà nel modo classico del sindacalismo istituzionale, con un accordo sulla rappresentanza che in realtà è un patto corporativo per la competitività e la flessibilità del lavoro.
Opporsi significa rompere e costruire una alternativa di fondo. Sul lavoro, contro questa Europa, per lo stato sociale e i beni comuni, per una società che rovesci la dittatura del mercato capitalistico.
Non è più tempo di voci flebili e toni astuti, le opposizioni costruttive trasmettono solo paura e impotenza. È il momento di rompere e dividere per ricostruire.
Questo è un governo destinato a durare per imporre la totale normalizzazione della società italiana rispetto ai canoni del mercato globale.
Questo è il governo che vuole costituzionalizzare la controriforma diffusa di questi decenni. Per un verso è un governo nuovo, perché rompe ogni remora e cautela del passato. Per un altro è un governo che nasce già vecchio, perché il suo programma è lo stesso programma liberista che sta distruggendo le conquiste sociali in ogni paese europeo, senza migliorare di un briciolo la condizione della economia.
Per un verso sono molto forti, perché sono tutti assieme e con loro hanno tutto il palazzo della cultura e dell'informazione. Per un altro, però, sono debolissimi, perché spendono assieme tutto quello che possono e sanno. Non hanno paracadute, sono disperati e pericolosi.
Bisogna combatterli e rovesciarli assieme, solo così si uscirà da un degrado di trent'anni che questo governo sintetizza e rappresenta.
Il futuro democratico dell'Italia sarà determinato dal rigore, dalla coerenza e dalla combattività di chi ha intenzione di opporsi al governo Napolitano Berlusconi.

Giorgio Cremaschi
29/04/2013 www.liberazione.it

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