28 aprile 2013

Paolo Ferrero "se la mafia è una organizzazione criminale, la trattativa segreta con questa organizzazione da parte dello Stato costituisce una pratica eversiva. Tutto si può fare ma non di assistere in modo colpevolmente passivo alla distruzione della democrazia"


Rifondazione: il solo partito "Parte civile" nel processo sul "patto Stato-mafia"

A leggere le 33 pagine, del decreto di rinvio a giudizio con cui vengono mandati alla sbarra, insieme, boss mafiosi, fascisti, ufficiali del Ros dei carabinieri, uomini politici di rilievo, in merito a quella che è ormai uniformemente definito, “Processo sulla trattativa Stato – Mafia”, vengono i brividi alla schiena. Sembra di finire in uno di quei prodotti della letteratura noir che vede tanti validi autori anche in Italia. Peccato che i continui richiami di ordine giuridico, i nomi che ricorrono, la ricostruzione di un meccanismo infernale ma terribilmente reale, rimandino in continuazione a quel periodo maledetto di 20 anni fa, in cui tutto sembrava stesse per saltare.
Fra i soggetti che hanno chiesto e ottenuto di potersi costituire come parte civile in questo processo, prima ancora dell'allora presidenza del consiglio e come unica forza politica, c’è il Partito della Rifondazione Comunista. La richiesta, inoltrata nell’ottobre scorso, prima dell’inizio del dibattimento, è stata recepita e ammessa nella prima metà di novembre. I magistrati hanno ritenuto giusto che il Prc, insieme ad associazioni, sindacati di polizia, enti locali, si consideri parte lesa in un contesto dove si ipotizza un vero e proprio stravolgimento dell’ordinamento democratico: «Nella misura in cui – dichiarava Paolo Ferrero a nome del partito – lo Stato o parti di esso, si sono mossi in modi oscuri e con obiettivi non dichiarati, non decisi in alcun modo dal Parlamento». Secondo la procura che ha indagato, a partire dal 1992, esisteva un piano articolato, pieno di attentati, ordito dai vertici dell’organizzazione “Cosa Nostra” per ricattare lo Stato e ridimensionare l’azione di repressione e contrasto alle organizzazioni mafiose.
La tesi del Pm ritenuta pertinente, “in alternativa ad una fisiologica repressione del crimine mafioso senza mediazione alcuna da parte degli organi pubblici competenti (forze dell’ordine, polizia giudiziaria, magistratura) alcuni pubblici ufficiali e alcuni esponenti politici di primo piano, avrebbero attivato canali di dialogo con esponenti di Cosa Nostra”. L’omicidio dell’euro parlamentare, Salvo Lima, della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, risalente al 12 marzo del 1992 è considerato secondo l’accusa il primo segnale. Cosa Nostra non si sentiva più garantita da esponenti politici che stavano già precipitando nella catastrofe di tangentopoli e avvertivano il bisogno di trovare nuovi referenti. Nel frattempo aumentavano gli arresti di boss di spicco e le condizioni di detenzione venivano ritenute – peraltro comprensibilmente – particolarmente dure ed inaccettabili. Quindi si comincia ad uccidere, prima individualmente, colpendo bersagli ritenuti significativi, poi eliminando con tecniche stragistiche magistrati come Falcone e Borsellino, poi passando ad uno stragismo indiscriminato e messo in atto in tutto il territorio nazionale. Durante tutto questo percorso che termina con il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma, previsto per il 31 ottobre 1993, ufficiali dei carabinieri, esponenti politici locali e nazionali, si attivavano, in maniera autonoma, per aprire una trattativa: migliori condizioni di detenzione (riduzione dell’applicazione delle norme contenute nel famigerato 41 bis e altre facilitazioni) in cambio della fine degli attentati.
Questo percorso, ricco di prove testimoniali, si realizza parallelamente ad un più ampio disegno. Cosa Nostra, stabilisce o consolida forse, già a cavallo fra il 1991 e il 92 una strategia stragista in collegamento con ambienti dell’eversione di destra, della massoneria deviata, delle organizzazioni criminali operanti in altre regioni e del separatismo, anche in vista di nuovi equilibri politico istituzionali, con progetti di tipo eversivo –separatista. Immensa la lista delle persone coinvolte in una palude micidiale in cui collaboratori di giustizia responsabili di reati gravissimi, l’intera “cupola dei Corleonesi” ( da Totò Riina a Bernardo Provenzano), esponenti della destra eversiva come Mario Ciolini e Paolo Bellini, alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, (Mori, De Donno, Subranno), l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, si trovano accomunati a leader politici del calibro di Marcello Dell’Utri, Nicola Mancino, Calogero Mannino e tanti altri. Diverse le posizioni di ognuno e certamente diversi i comportamenti e le ragioni che li hanno determinati – lo si capirà con il processo – diversi i capi di imputazione ascritti ma è la storia che emerge da questo torbido sistema di relazioni che lascia attoniti.
Dura immaginare che mentre morivano giudici, funzionari che compivano solo il proprio dovere, agenti di scorta e poi civili innocenti che si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato, che sia Via dei Georgofili a Firenze o S. Giovanni in Laterano a Roma, Via Palestro a Milano, c’era chi nei fatti trattando rafforzava il potere delle cosche e poi, facilitando anche la rimozione di dirigenti scomodi, permetteva a Cosa Nostra di raggiungere i propri obbiettivi. Addirittura secondo il giudice Piergiorgio Morosini, la stessa apertura di canali di trattativa è stata, in quanto tale, causa di ulteriori attentati e del rafforzamento dei progetti eversivi. E non si tratta di indagini condotte in pochi mesi ed in maniera approssimativa: la richiesta di rinvio a giudizio formulata dai pubblici ministeri della Procura di Palermo, che stanno pagando amaramente il lavoro svolto, consta di 90 faldoni per complessive 300 mila pagine di verbali, intercettazioni, deposizioni di pentiti, interrogatori, appunti recuperati durante perquisizioni o consegnati da protagonisti dell’intera vicenda. Su tutti il celebre “papello” con cui Vito Ciancimino ricostruiva nei dettagli i sistemi di relazione.
Che non si tratti solo di mafia è appurato. Sia per il tipo di strategia mai finora messa in atto da simili organizzazioni e che richiedono quelle che Falcone chiamava “menti raffinate”, e poi i continui segnali che con ogni attentato, ogni omicidio venivano lanciati ad alcuni settori dello Stato, non da ultimo le rivendicazioni sibilline operate in maniera assai anomala da una organizzazione denominata “Falange Armata”. Inevitabile dover ricordare chi è stato a condurre le indagini a Palermo: il Pm Antonio Ingroia, riempito di insulti, attaccato e infine punito per aver osato operare una generosa scelta politica che lo ha portato a condurre una campagna elettorale in cui si è riaffermato fino allo sfinimento la necessità di distruggere e non di limitare il potere delle organizzazioni mafiose. Il collega Antonio Di Matteo, anche egli sottoposto a provvedimenti disciplinari, come gli altri che insistono per indagare. Forte è il rischio che un loro isolamento li metta in gravi condizioni di rischio. Non sarebbe la prima volta.
Non si tratta di andare semplicemente ad indagare su una storia passata e non risolta ma di ristabilire un minimo di verità oggi ed ora, laddove una parte dei protagonisti che non sono detenuti per il ruolo giocato in Cosa Nostra, continuano ad influenzare la vita politica odierna. Nei venti anni trascorsi, nei tanti processi per i singoli reati contestati, nei mille interrogatori, nelle confessioni e nelle ritrattazioni, nelle continue notizie di reato emerse anno dopo anno, si cela una parte nera della storia recente su cui è necessario fare luce se si vuole sperare di avere un futuro e di produrre reale cambiamento. Se il fascicolo individua tutti gli interventi di carattere repressivo messi in atto negli anni, il suo ritorno alla ribalta può anche rompere una sorta di egemonia criminale mai affrontata come questione sociale. E, da ultima resta l’ombra scura che grava sul rieletto Capo dello Stato che si presenta oggi come l’unica autorità morale del Paese.
Perché allora le intercettazioni intercorse di alcuni colloqui fra l’ex presidente del senato Nicola Mancino, fra i rinviati a giudizio e Giorgio Napolitano, sono state distrutte? Si è detto per non minare l’istituzione della presidenza della Repubblica, non sembrano sussistere ipotesi di reato ma allora perché, nello stesso giorno in cui il Presidente veniva, in maniera rocambolesca rieletto, avveniva la distruzione delle registrazioni? Basterebbe scegliere la trasparenza e il senso dello Stato, quello con cui poi, a gran voce si chiede di sedare la conflittualità sociale. Viene da pensare che quei colloqui, anche se non passibili di alcun tipo di sanzione, gettino ulteriori ombre miserabili sulle condizioni delle istituzioni in quei tragici anni. Si tenta di riportare la polvere sotto il tappeto ed a maggior ragione diviene importante evitare qualsiasi ombra di dubbio sugli attori di una fase politica così delicata.
Nel presentare la richiesta di costituzione di parte civile, Paolo Ferrero sottolineava un elemento importante invitando tutti i partiti politici a costituirsi anch’essi:« Infatti, se la mafia è una organizzazione criminale, la trattativa segreta con questa organizzazione da parte dello Stato costituisce una pratica eversiva. Tutto si può fare ma non di assistere in modo colpevolmente passivo alla distruzione della democrazia. Come diceva giustamente Peppino Impastato, “la mafia uccide, il silenzio pure”». I compagni e le compagne del partito in Sicilia, che sanno cosa significhi lottare contro lo strapotere mafioso, forse si sentono meno soli.
Stefano Galieni
28/04/2013 www.liberazione.it

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