4 marzo 2013

Quello che è successo di grave in Italia negli ultimi 20 anni non è solo Berlusconi. Quello che è successo di grave è stata la vittoria del fondamentalismo religioso neoliberista, per cui ogni fatto umano deve essere sottoposto alla legge del profitto.

Girlfriend in a coma. I rapaci profeti del neoliberismo all’italiana.
Pubblichiamo una recensione critica di Massimo Sabbatini del docufilm Girlfriend in a coma di Bill Emmott e Annalisa Piras. Gli autori denunciano le malefatte e le pagliacciate di Berlusconi ma assolvono il resto della classe dirigente italiana rapace e incapace che in questi anni ha proliferato e si è arricchita con e intorno a lui. Anzi, presentano i principali protagonisti delle rovinose politiche di destra di questi anni -i vari Marchionne, Monti, Fornero, John Elkann – come incompresi profeti del liberismo e salvatori della patria. Che cosa c’è dietro questa operazione?

Girlfriend in a coma. I rapaci profeti del neoliberismo all’italiana.

Di Massimo Sabbatini
E’ salito ultimamente all’onore delle cronache il film Girlfriend in a coma, il documentario dedicato al declino italiano scritto da Bill Emmot, ex direttore del prestigioso settimanale The Economist (che da direttore della rivista intitolò una copertina Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy), e girato da Annalisa Piras, regista e giornalista corrispondente de L’Espresso da Londra. Il documentario, girato nel 2012, è destinato a fare il giro dei festival e a uscire nelle sale ne 2013, ma il 13 febbraio scorso era prevista un’anteprima nazionale presso la sede del MAXXI (Museo delle Arti del XXI secolo) a Roma. La Presidente della Fondazione MAXXI, Giovanna Melandri, per evitare le polemiche che inevitabilmente sarebbero sorte per la proiezione di quest’opera in periodo di campagna elettorale, aveva però deciso di spostare la data della proiezione a dopo le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Naturalmente, dalla decisione presa per evitare polemiche sono derivate altre polemiche, accuse di censura etc., tutti elementi che come sempre contribuiscono a dare maggiore visibilità proprio all’opera “censurata”.

Infatti non solo la rivista L’Espresso ha tempestivamente organizzato lo stesso 13 febbraio una proiezione a inviti con la presenza di Bill Emmot e Annalisa Piras presso il Teatro Eliseo di Roma e ha reso visibile il documentario in streaming dal suo sito, ma addirittura SKY nei giorni immediatamente successivi lo ha trasmesso per tutti gli abbonati, raggiungendo un pubblico probabilmente superiore a quello che lo avrebbe visto una volta uscito nelle sale.
Polemiche a parte, si tratta di un’opera ben realizzata, la regista conosce il suo mestiere, è in grado di usare gli strumenti – anche retorici – del linguaggio cinematografico per raggiungere risultati di sicuro effetto: la scelta dei luoghi delle riprese (su tutti il Duomo di Orvieto e il Pozzo di San Patrizio usato come metafora del declino italiano), i rimandi culturali (La Divina Commedia di Dante), le musiche, la fotografia, l’ausilio di alcune brevi sequenze di disegno animato, sono perfetti e suggestivi. Insomma, una confezione di grande qualità.
Il documentario sintetizza in un’ora e mezzo i guasti di venti anni di berlusconismo, ci ricorda episodi e siparietti, vergogne e ruberie, tragedie e màrtiri della storia italiana più recente.

La mistificazione
Purtroppo però l’intera operazione si traduce in una mistificazione della realtà, facendo di Monti il grande profeta della liberazione d’Italia dal “cialtrone” che aveva governato prima di lui, come se i guasti e il declino dell’Italia fossero quasi esclusivamente colpa di Silvio Berlusconi e non della classe dirigente tutta (compresi i prèsidi della Bocconi) e dei poteri forti – la chiesa cattolica, il mondo del capitale grasso e parassitario, i grandi banchieri, la Confindustria, i padroni dell’informazione – che hanno per anni e anni avallato il suo operato e moltiplicato i propri profitti. Certo, ora che i padroni del vapore hanno abbandonato il vecchio mandrillo, quello che di giorno faceva il pagliaccio, le corna e il cucù e di sera si dedicava al bunga bunga, è scomodo ricordare come lorsignori ne traevano profitto e si arricchivano. Ricordiamo almeno noi quello che Emmot dimentica di dire: fino al 2011 giornali come il Sole24ore, il Corriere della Sera, la Stampa, il Messaggero e i grandi opinion makers cartacei e televisivi erano allineati e coperti sulle politiche economiche e sociali realizzate dal governo Berlusconi (basterebbe solo ricordare certi articoli di quando il ministro Gelmini realizzava il taglio di 85.000 insegnanti e toglieva finanziamenti per 8 miliardi alla scuola pubblica, rileggere le cronache infastidite dei pennivendoli di regime sulle proteste di studenti e lavoratori della scuola), mentre le grandi aziende del sistema capitalistico italiano – da Impregilo a Todini a Caltagirone ad Astaldi a Pizzarotti al gruppo Gavio a Vianini alla CMC di Ravenna etc. – facevano affari con gli appalti di Stato, la TAV, le autostrade, le commesse militari, il Mose, il ponte sullo stretto, i lavori post terremoto etc.
Individuare in Berlusconi l’origine di tutti i mali e assolvere la razza padrona rapace e predatoria che ha fatto affari per venti anni con lui e intorno a lui è una mistificazione. E tutti vediamo che con il governo Monti, lì dove è la ciccia (TAV, autostrade, commesse militari etc.) girano gli stessi avvoltoi di prima, anzi, a dirla tutta, per la TAV il governo Monti ha premuto sull’acceleratore dando contemporaneamente un giro di vite repressivo contro il movimento NOTAV con condanne assurdamente pesanti, quindi esemplari, contro i manifestanti.

Dalla mistificazione alla santificazione
Il documentario di Emmot non solo assolve la razza padrona da ogni complicità e responsabilità con i disastri degli anni di governo di Berlusconi, ma santifica i suoi rappresentanti inscenando delle intervistine reverenziali a Monti, Fornero, Marchionne, John Elkann, Colao.
In particolare è rivoltante il modo con cui è fatto parlare Marchionne, con quell’inglese da “io sono il top manager intercontinentale” e quell’arietta tronfia da profeta del neoliberismo, al punto che Emmot stigmatizza con un Nemo propheta in patria, le (poche e solo da sinistra) critiche che Marchionne ha ricevuto.
Allora, vogliamo vedere chi è Marchionne?
Intanto una persona onesta non può passare sopra l’aspetto morale della residenza fiscale in Svizzera di uno che guadagna (si fa per dire) 4.782.400 euro l’anno (dato 2009): qual è la differenza con le società offshore del gruppo Mediaset e di altri caimani “che vanno chissà dove per non pagar le tasse”? Caimani gli uni, caimano pure questo.
Ma parliamo dell’aspetto di cui Marchionne dovrebbe essere responsabile, ovvero la direzione industriale del Gruppo FIAT, limitandoci necessariamente a pochi esempi eloquenti.
La direzione Marchionne ha distrutto il marchio Lancia con una serie di errori sia industriali sia strategici gravissimi.
Ha tentato di vendere come Lancia Thema la Crhysler 300, un macchinone lungo più di cinque metri e largo un metro e novanta, pesante due tonnellate che consuma come un trattore (per muoversi ha bisogno di un motore 3000 di cilindrata), con un prezzo di vendita d’attacco di 42.000 euro: praticamente chi la compra ammette di essere un deficiente; infatti non l’ha comprata nessuno.
Ha rinunciato a progettare e produrre in Italia il van elegante che avrebbe dovuto essere la Lancia Phedra: si è limitato ad appiccicare il marchietto Lancia sul van della Citroen-Peugeot, costruito in Francia nello stabilimento di Valenciennes. Un altro inevitabile fallimento di vendite.
Eppure il marchio Lancia aveva delle caratteristiche precise: eleganza, avanguardia tecnologica, originalità! Commercializzando con il marchio Lancia dei prodotti che nulla hanno a che vedere con quella tradizione, si è fatto a pezzi quel nome. Oggi Marchionne dice che il marchio Lancia non ha più appeal. Chi è il responsabile?
Andiamo avanti.
Dopo l’uscita di produzione della Seicento, il gruppo FIAT non ha più progettato e costruito un modello della fascia di prezzo 7-8.000 euro (la concorrenza ha in campo Ford Ka, Citroen C1, Peugeot 107, Chevrolet Spark, Renault Twingo, Opel Agila, Toyota Aygo, Kia Picanto, Seat Mii, Skoda Citigo, Nissan Pixo, Dacia Sandero, Suzuki Alto, dr1 etc.).
Ancora nel segmento delle piccole, il gruppo FIAT in tanti anni non ha mai nemmeno progettato un modello anti Smart.
Il SUV FIAT? E’ una Suzuki: il FIAT Sedici è costruito nello stabilimento ungherese della Suzuki. Cambiato nome e marchietto il grande manager ha tentato di venderlo in Italia. Successo commerciale modesto; posti di lavoro creati in Italia zero.
Il crossover FIAT? E’ una Dodge, costruito in Messico: il FIAT Freemont. Modelli venduti? Guardatevi intorno.
Ma non basta.
Nonostante l’esplosione del prezzo dei carburanti, la FIAT è in ritardo sulla progettazione di motori innovativi a basso consumo (la Ford oggi monta sui suoi modelli, compresa la Focus, un nuovo motore benzina turbocompresso con cilindrata inferiore a 1000 e consumi inferiori dal 15% al 20% rispetto ai motori montati in precedenza!).
A oggi l’Alfa Romeo non ha un modello allo studio, non sta progettando niente. E’ fermo il progetto per la Nuova Giulia, il modello che avrebbe dovuto sostituire la 159 già nel 2012 e che ora è annunciato per il 2015 (sic!). Pensiamoci e diciamolo ad alta voce: l’Alfa Romeo NON STA PROGETTANDO NESSUN NUOVO MODELLO. Poi fermiamoci un minuto a pensare cosa significa.
Ora riascoltate i brani delle interviste in ginocchio di Emmot a Marchionne: nessun accenno a questo disastro, ma un untuoso e incipriato ritratto di un grande manager, profeta del neoliberismo del terzo millennio.

Good Italy, Bad Italy e gli animal spirits del neoliberismo
A proposito di interviste in ginocchio, in un’altra di queste Emmot ci mette davanti John Elkan a insegnarci che “Il capitalismo, se ben gestito, è un sistema positivo etc.” (naturalmente in inglese, per fare colpo sui gonzi: “Capitalism if well operated…”).
In una vecchia puntata di Report erano intervistati gli operai della fabbrica FIAT a Tychy in Polonia. A parte la paura di questi disgraziati di parlare del proprio lavoro all’uscita dalla fabbrica, dove potevano essere visti (fermati dal giornalista col microfono in mano, lo scansavano e tiravano dritti; sono stati intervistati poi in un locale tra una birra e l’altra), sono le informazioni sulle condizioni di lavoro cui sono sottoposti e il loro stipendio di 500 euro al mese a essere eloquenti: Capitalism if well operated…
Verso la fine del suo documentario Emmot mette in fila i suoi profeti e gli fa dire cosa sono per loro “Mala Italia” e “Buona Italia”, anzi Bad Italy e Good Italy. Cosa è per John Elkan Good Italy? Quella in cui gli animal spirits del neoliberismo avranno schiacciato ogni resistenza, quella in cui lo stipendio di un operaio italiano sarà basso come quello di uno polacco.
Good Italy: il contratto di lavoro di Fabbrica Italia è definito da Emmot una speranza per l’Italia del futuro.
Bisogna leggerlo il contratto di lavoro di Fabbrica Italia! E poi parlare con gli operai di Pomigliano, così come l’inviato di Report ha parlato con quelli di Tychy. Ma Emmot queste interviste non le fa, altrimenti avrebbe scoperto come funziona in fabbrica (a Pomigliano, Italy, non a Tychy) il regime delle sanzioni e delle punizioni, sarebbe venuto a conoscenza dell’acquario, la sala a vetri dove l’operaio che ha commesso un errore deve fare autodafé parlando in un microfono essendo visto e ascoltato da tutti., e altre curiosità che un giorno saranno studiate dagli antropologi. Fino all’assurdo: la pausa interna al turno di lavoro ridotta da 20 a 10 minuti. Ma qualcuno pensa veramente che ridurre il tempo della pausa in un turno di lavoro di sei ore filate faccia aumentare la produttività delle persone? Che porti qualche vantaggio all’azienda? No. Serve solo per umiliare l’operaio dicendogli “se vuoi andare a pisciare devi andarci di corsa”. Ma Emmot di queste cosa non parla. D’altra parte forse in una fabbrica non è mai entrato. Però chissà come le giudicherebbe: Bad Italy o Good Italy?
Sulle libertà sindacali violate sistematicamente dalla FIAT di Marchionne e John Elkan – gli operai iscritti alla FIOM licenziati e non riassunti a Pomigliano, i tre operai di Melfi, di cui due delegati sindacali, licenziati per rappresaglia – sarebbe superfluo parlare in un paese in cui l’informazione fosse appena appena decente. Ma lo facciamo, perché Emmot trascura completamente di ricordare questi episodi segno del peggior arretramento dei diritti dei lavoratori che si sia visto nei paesi cosiddetti avanzati.
A Pomigliano la FIAT aveva prima licenziato e poi riassunto come Fabbrica Italia i lavoratori di quello stabilimento, ma non aveva riassunto quelli iscritti al sindacato che aveva rifiutato di firmare il nuovo contratto di lavoro, cioè la FIOM, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici della CGIL. Dei circa 5000 operai che lavoravano a Pomigliano, Fabbrica Italia ne aveva riassunti con il nuovo contratto 2093 (cioè circa il 40%), ma tra questi non figurava nessuno dei 382 iscritti alla FIOM. Gli operai discriminati si sono rivolti a un Tribunale della Repubblica Italiana per ottenere giustizia e il Tribunale del Lavoro di Roma ha dato loro ragione ordinando a Fabbrica Italia Pomigliano di assumerne 145 (circa il 40% dei 382). La FIAT ha presentato ricorso in appello e la Corte d’Appello di Roma ha nuovamente dato ragione ai ricorrenti. 19 di questi hanno avuto anche riconosciuto il diritto a un risarcimento. Marchionne per tutta risposta ha detto che avrebbe messo in mobilità (licenziato) altri 19 dipendenti della fabbrica di Pomigliano. Una vera e propria rappresaglia con lo scopo evidente di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri.
How would you call this, Mr. Emmot, Good Italy or Bad Italy? Vera Good Italy sono i 382 cittadini lavoratori che pur di fronte allo spettro della disoccupazione non si sono piegati al ricatto e hanno difeso la loro dignità e libertà fino in fondo.

Il rinnovamento secondo lorsignori e la Democrazia in coma
Il documentario di Emmot presenta Elsa Fornero come una eroina della modernità, la fa principescamente lamentare della lentezza del cambiamento in Italia, delle resistenze dei lavoratori, che la ministra chiama sprezzantemente “i garantiti”: perché lei, che è stata Vice Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Vice Presidente della Compagnia di San Paolo, membro del Consiglio direttivo della Società Italiana degli Economisti, membro del Comitato Scientifico di Confindustria, membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank, che non sa cosa significa la stanchezza del lavoro, che non è mai salita su un treno di pendolari o su un mezzo pubblico all’ora di punta, che non è mai tornata a casa trovando i panni da lavare, i bambini da accudire, la cena da preparare, usa il termine “garantiti” per indicare con disprezzo quei lavoratori che alla fine del mese in un modo o nell’altro ricevono ancora uno stipendio. E mentre parla, la macchina da presa la inquadra obliquamente dal basso per conferire al personaggio un effetto di autorevolezza e superiorità quando si lamenta della lentezza del cambiamento.
Eppure c’è una cosa che in Italia è cambiata e molto rapidamente e solo in peggio: il contratto di lavoro, che non esiste più.
Perché questo hanno fatto Berlusconi nel 2011 e Monti-Fornero nel 2012: hanno cancellato l’art. 18 dello Statuto Dei Lavoratori (diritto alla reintegrazione nel proprio posto di lavoro in caso di licenziamento senza giustificato motivato) e demolito il valore erga omnes del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro con l’art. 8 della legge finanziaria del 2011. Questi erano due baluardi a difesa del lavoratore, tolti i quali questo resta privo di difese, resta solo davanti al potere soverchiante del datore di lavoro (usiamo una parola ottocentesca: il padrone) che può ricattarlo con lo spettro del licenziamento (art. 18) e imporgli ogni prestazione o orario (art.8).
La trufferia di Emmot non è inferiore alla trufferia di parole con cui Monti-Fornero hanno presentato le loro “riforme” definendole “misure a sostegno dell’occupazione”. Ecco cosa va a sostegno dell’occupazione secondo lorsignori: il padrone che a una richiesta qualsiasi del lavoratore – orario, aumento salariale, mansioni, sicurezza etc. – risponde “se alzo il telefono ne trovo altri 500 come te”.
Eppure, proprio in tema di lavoro Emmot avrebbe trovato materiale per parlare della vera Good Italy intervistando gli operai di Melfi o di Pomigliano, o qualcuno dei militanti delle organizzazioni politiche che si sono impegnati per raccogliere le firme necessarie all’indizione di un referendum per abrogare queste due leggi (L’OTTOperilDICIOTTO, www.referendumlavoro.it). In tre mesi, nonostante il boicottaggio sistematico di tutte le televisioni e di tutti i giornali (uniche eccezioni Il Manifesto e in parte Pubblico e Il Fatto), erano state raccolte ben più delle 500.000 firme necessarie alla richiesta di un referendum abrogativo. Perché il referendum si potesse tenere era sufficiente che le Camere non fossero sciolte nello stesso anno solare. Per questo, dopo le annunciate dimissioni di Mario Monti, il 17 dicembre Paolo Ferrero aveva rivolto un appello pubblico al Presidente Napoletano perché sciogliesse le camere dopo il 31 dicembre. Le Camere sono state sciolte prima del 31 dicembre. Le firme raccolte possono andare al macero, il referendum non si farà. Questo sì che è un vulnus alla democrazia che meriterebbe un bel documentario. Il titolo già c’è: Democracy in a coma.

Màrtiri dimenticati
Emmot riesce a commuovere anche gli spettatori consapevoli di quanto detto finora, quando ci fa rivedere le immagini della strage di Capaci. E’ vero: l’Italia è un paese di màrtiri. Vittime del terrorismo politico degli anni Settanta e Ottanta – giudici, guardie carcerarie, carabinieri, poliziotti, giornalisti, operai -, poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti che hanno perso la vita nella lotta alla mafia, contadini e sindacalisti ammazzati nelle lotte per la terra della fine degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta, (oggi il vino prodotto da Libera su terre confiscate alla mafia porta il nome di uno di loro: Placido Rizzotto).
Non ricorda però che ogni anno in Italia ci sono oltre 1200 morti sul lavoro. Per l’informazione di regime sono solo numeri nelle statistiche, eppure anche le statistiche sarebbero eloquenti. Studiandole si vede come la maggior parte degli incidenti avvengono verso la fine dei turni, quando la stanchezza fa calare il livello di attenzione, oppure per la fretta di compiere tante operazioni in tempi sempre più compressi, perché la produttività deve sempre e solo aumentare, o perché la postazione di lavoro non è messa in sicurezza. Ma Emmot sarebbe capace di chiedersi che cosa succede a un manovale che chiede al suo capocantiere di mettere in sicurezza un’impalcatura? Il giorno dopo è licenziato. Anche questi sono màrtiri.
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Depistaggio informativo, mistificazioni, omissioni: questo è Girlfried in a coma. Un’occasione perduta, o meglio un’astuta e ben confezionata mossa preelettorale a favore della nuova destra in grisaglie di Mario Monti, perché tutto cambi affinché tutto resti com’era.
Quello che è successo di grave in Italia negli ultimi 20 anni non è solo Berlusconi, la degenerazione morale (perché, prima com’era?), il bunga bunga, le corna, il cucù, le olgettine etc. Questa è robetta buona per far vendere qualche copia in più ai giornali di centro-sinistra, materia per qualche regista, scrittore e intellettuale da salotto.
Quello che è successo di grave è stata la vittoria del fondamentalismo religioso neoliberista, per cui ogni fatto umano deve essere sottoposto alla legge del profitto. Ma per parlare di questo ci vorrà un altro documentario, altri luoghi da visitare: fabbriche, ospedali, scuole, treni dei pendolari; e altri protagonisti da far parlare: i milioni di italiani onesti che si guadagnano la vita con il loro lavoro, o che il lavoro lo cercano sempre più disperatamente, che non hanno conti cifrati all’estero, quelli che i disastri del neoliberismo li subiscono nelle loro vite e nelle loro speranze.

Massimo Sabbatini
http://noiartura.wordpress.com

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