31 marzo 2013

Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.

Ma cosa deve succedere ancora perché la Cgil cambi?

Nell'ultimo direttivo nazionale della Cgil non è emersa nessuna volontà di cambiamento, anzi una maggioranza bulgara, che ha escluso solo la Rete 28 aprile, ha deciso di continuare come sempre.
Lo scossone delle elezioni tocca per forza la grande maggioranza del gruppo dirigente del più grande sindacato italiano, che aveva speso tutte le sue carte sulla vittoria del centro sinistra. Lo stesso si può dire del gruppo dirigente della Cisl, sostenitore di Monti.
Entrambi i gruppi dirigenti hanno visto sonoramente sconfitta la loro scelta ed ora fanno finta di niente, come nella barzelletta di Totò: " E che io sono Pasquale?"
Ma la scelta di collateralismo elettorale non è la causa, ma solo un disperato, fallito, tentativo di affrontare così una crisi del sindacalismo confederale che ora sta precipitando dopo anni e anni di scivolamento verso il basso.
Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.
I precari e i disoccupati sono fuori dal mondo sindacale organizzato, ma anche quest'ultimo è sempre meno tutelato dalla contrattazione. Gli accordi che si firmano sono solo peggiorativi, sia quelli separati come l'ennesimo in Fiat, sia quelli unitari come alle Trenord. Ovunque i lavoratori sindacalizzati ricevono piu danni che benefici dagli accordi sindacali.
Si può obiettare a questo brutale giudizio che sempre nei momenti di crisi e disoccupazione i sindacati hanno fatto fatica a reggere. Però bisogna anche provarci a resistere.
Il governo Monti ha realizzato le sue peggiori controriforme, dalle pensioni all'articolo 18, e la sua disastrosa politica di austerità con il consenso della Cisl e con le brontolate senza convinzione e mobilitazione della Cgil. La Uil non è pervenuta.
Questo ultimo anno catastrofico per le condizioni complessive del mondo del lavoro ha visto una complicità e una passività sindacale uniche in Europa, in ogni caso in contrasto clamoroso con la storia di quello che era considerato uno dei movimenti più forti del continente.
Le resistenze della Fiom e dei sindacati di base, le singole lotte aziendali, non sono riuscite a fermare questa ritirata generale. E quando gruppi di lavoratori hanno deciso di ribellarsi e lottare, lo hanno fatto quasi sempre senza o contro Cgil Cisl Uil. Da ultimi i lavoratori, in gran parte migranti, della logistica, a cui la CGIL nazionale ha addirittura rifiutato la solidarietà.
Si capisce allora meglio perché i gruppi dirigenti di Cgil e Cisl si siano così platealmente spesi nella campagna elettorale. Dalla vittoria dello schieramento amico speravano di riottenere quel ruolo istituzionale che avevano perso senza lottare.
Non è andata così ed ora i gruppi dirigenti delle grandi confederazioni brancolano nel buio, sperando in chissà quale miracolo che permetta loro di continuare così senza cambiare nulla.
Questo sindacato che oggi pare scomparso non produce autocritiche, non ricerca vie nuove, non si rinnova né tantomeno si sburocratizza, ma pretende solo l'arroccamento dell'organizzazione attorno ai gruppi dirigenti.
È utile ricordare che la linea politica di fondo della Cgilè la stessa dal 1977. La struttura organizzativa è ancora quella decisa nel 1979. Dal 1988, dopo le dimissioni di Antonio Pizzinato, ogni segretario generale ha nominato il suo successore. La cooptazione dall'alto è il sistema di governo di tutta l'organizzazione e il gruppo dirigente pensa di andare avanti così.
Ma così ci sono solo il declino e la marginalità, anche se la burocrazia spera di salvarsi in qualche nicchia neocorporativa.
Organizzazioni sindacali confederali e Confindustria possono essere tentate di sopravvivere come " parti sociali", cioè mettendosi d'accordo su cosa rivendicare assieme nei confronti della politica e concordando regole sulla rappresentanza che che escludano il conflitto e la partecipazione dei lavoratori. Padroni ed operai tutti nella stessa barca e le loro burocrazie ancora di più.
Ma questa tattica di sopravvivenza è destinata a logorarsi presto di fronte allo stesso avanzare della crisi e del massacro sociale, come mostra la catastrofe del sindacato americano.
Bisogna cambiare linea politica, gruppo dirigente e modo pratico di funzionare.
Ci vuole una democrazia vera, il che vuol dire prima di tutto il il diritto a dire la propria. Come parlare di partecipazione quando nelle assemblee dei delegati gli interventi sono selezionati preventivamente in modo da impedire un vero confronto, quando due delegati in dissenso vengono espulsi in Veneto, due persone per bene di cui tutta la Cgil i dovrebbe essere orgogliosa?
Come negare che esiste un questione burocratica grande come una casa e che agli occhi di milioni di persone che soffrono, il sindacato appare distante e inconcludente?
Se il gruppo dirigente della Cgil appare parte del palazzo è colpa di Grillo e delle persone in carne ed ossa che lo votano o delle politiche e delle pratiche del gruppo dirigente?
Serve oggi un sindacato di lotta e cambiamento sociale profondamente democratico e totalmente indipendente dagli schieramenti politici. E se per ottenerlo occorre che anche le grandi confederazioni siano colpite dallo tsunami che ha sconvolto il quadro politico, bene che accada.
Il prezzo che il mondo del lavoro paga oggi, anche per la passività sindacale, è troppo pesante e ingiusto per continuare così.

Giorgio Cremaschi
27/03/2013 www.liberazione.it

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