11 marzo 2013

In memoria di un militante di Rifondazione Comunista. Per gente come Renato Patrito la politica, mossa da passione e dovere, era una vera e propria missione, che cercava di far cogliere agli interlocutori, al “popolo” cui si era dedicato, i veri interessi contro i distorcimenti e le menzogne degli ideologi del potere.

I piccoli eroi sconosciuti della politica

Qualche giorno fa, a Torino, è mancato improvvisamente, stroncato da un infarto, Renato Patrito. Non era un amico, se non su Facebook. Al di là di questo e della comunanza di ideali, ci si era incontrati soltanto in occasioni pubbliche: dibattiti e assemblee a cui abbiamo partecipato insieme, lui da militante, io da osservatore partecipe, da libero intellettuale, sia pur militante a mio modo. Renato era un dirigente del PRC di Torino, di cui era stato per qualche anno anche segretario.

Le polemiche contro la “casta”, che sono degenerate via via, arrivando fino in Parlamento (da parte di eletti alle due Camere, i quali sembrano volersi fare un dovere di continuare a delegittimare quelle stesse istituzioni nelle quali hanno messo piede), hanno cancellato chi, come Renato, si era impegnato nell’azione politica diretta per passione, ma anche per una scelta all’insegna del dovere civico. Per gente come Renato la politica, mossa da passione e dovere, era una vera e propria missione, che cercava di far cogliere agli interlocutori, al “popolo” cui si era dedicato, i veri interessi contro i distorcimenti e le menzogne degli ideologi del potere. Si tratta di una missione costosa, come sa chi ha compiuto scelte analoghe, in termini umani, spesso anche finanziari. Essa assorbe il tuo tempo, sacrifica gli affetti, mette a dura prova il tuo fisico e ti dà assai più preoccupazioni che soddisfazioni, molte ansie, non poche angosce (come in questi giorni postelettorali, che credo abbiano provato duramente Renato), e finisce per logorarti, giorno dopo giorno.

C’è chi “scende” o “sale” nell’agone politico per proteggersi dalla magistratura, avendo molti affari loschi; c’è chi lo fa per assicurarsi uno stipendio lauto e qualche privilegio; c’è chi lo fa perché spera di arrivare a “comandare”. C’è anche – e sono tanti, assai più numerosi di quanto non si voglia far credere, e non solo nei piccoli partiti come Rifondazione Comunista – chi invece fa politica per puro spirito di dedizione . A quale causa? Quella che dovrebbe essere l’unica di chi compie questo tipo di scelta: la causa del bene comune. Una causa nobilissima; quella che impose ai classici, da Aristotele a Cicerone a Machiavelli, e giù giù, sino ai nostri Padri Costituenti, l’idea che la politica sia “la più nobile delle arti”.

Ma si tratta di un’ “arte” che corrisponde all’adesione a una causa che, se praticata appunto con dedizione totale, come ha fatto Renato Patrito, ti assorbe completamente, fino a bruciare la tua esistenza in un tempo troppo breve: i cinquant’anni o poco più di Renato. Forse qualcuno , sapendo della sua morte prematura, si sarà posto l’eterna, insulsa domanda: “Chi glielo ha fatto fare?”.

Glielo hanno fatto fare Gramsci, Lenin, Carlo Rosselli, Enrico Berlinguer…, e tanti altri, prima e dopo di loro. Glielo hanno fatto fare i sentimenti del dovere etico, che vorrei definire kantiano, quello che spingono a considerare più importante l’interesse della collettività rispetto a quello personale; anche se questa scelta dovesse comportare rischi alti, altissimi, d’ogni genere: la perdita del lavoro, se ne hai uno, la malattia, la prigione, la miseria, la morte.

Allora, davanti alla scomparsa di questo piccolo militante, che mi piace chiamare un eroe nascosto della quotidianità politica, un “funzionario di partito”, uno di quelli spesso vilipesi e posti alla gogna, mi risultano indigeribili i già fastidiosi insulti di un Grillo, quando bercia come una scimmia urlatrice, reiterati pappagallescamente da tanti dei “suoi”, contro i partiti e i “morti viventi”. Qui abbiamo un morto vero, un uomo strappato alla vita, consumato dal peso della politica. I Patrito non fanno notizia per le scarpe da duemila euro, o le cravatte di Marinella, né per le gite in barca o per i pullover di cachemire; i Patrito non vengono invitati ai talk show, e quando li incrociamo in strada non sorridiamo ammiccanti, facendo loro capire che li abbiamo riconosciuti. Non diventano “personaggi”, ma rimangono persone, che fanno politica con la medesima dedizione con cui svolgerebbero il loro lavoro in fabbrica o in ufficio.

Allora ai grilli e grillini, va ricordato che ci sono malfattori e menefreghisti, corrotti e corruttori nei partiti, come nei movimenti, come in un ufficio qualsiasi, in un’azienda, o all’università, luogo che conosco meglio lavorandoci. E, nei partiti (nei quali personalmente non ho mai militato, ma rispetto molto coloro che invece lo fanno), del resto non diversamente dai movimenti, v’è tanta gente onesta, perbene, e spesso anche provvista di una buona dose di competenza istituzionale, e talora di capacità politica, formatasi nel corso del tempo, sia con l’esperienza, sia con lo studio (perché la politica non è solo azione, ma è innanzi tutto conoscenza: “senza teoria niente pratica”, ricordava Lenin; ma il motto può e dovrebbe essere adottato da chiunque voglia candidarsi a una qualunque assemblea elettiva, dal Comune alle Camere).

C’è insomma chi davvero ci muore di politica, e di solito, quando capita, non è tra i dirigenti dei partiti padronali che vanno cercati questi piccoli o grandi eroi: di solito soffre, si ammala, e talora muore chi lotta nell’interesse degli ultimi, degli schiacciati dai grandi potentati, degli umiliati e offesi. Occorre insomma distinguere, e rispettare quanti alla politica si sono dedicati anima e corpo, senza miliardi alle spalle, senza particolari ambizioni se non di portare un piccolo mattone alla costruzione della “Città futura”.

Addio, compagno Renato.

Angelo d’Orsi

11 marzo 2013

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