15 marzo 2013

Dire che gli interessi dei lavoratori sono gli interessi di tutto il Paese è, in fondo, una semplice banalità. Non esiste prosperità, non esiste ricchezza, non esiste crescita economica e tanto meno democrazia quando la ricchezza è divisa così iniquamente, quando non c’è futuro e speranza di una vita migliore, quando non ci sono diritti.


Sinistra senza operai, operai senza sinistra

L’analisi dei flussi elettorali è impietosa per il centro-sinistra. Secondo tutti gli istituti di ricerca, dalla Polis di Diamati all’Ipsos, la coalizione di Bersani-Vendola è solo terza nel voto tra gli operai, superata sia dal Movimento 5 Stelle (primo), che dal Pdl (secondo). Un risultato, in realtà, che non sorprende più di tanto.

Già negli scorsi anni si era parlato e discusso a lungo del voto operaio pro-Lega. Ora la situazione è completamente degenerata, con solo un quinto delle tute blu che hanno scelto il Pd e la sua propaggine di sinistra, Sel – che pure candidava operai e sindacalisti. Non è una situazione nuova nella storia e non è un problema solamente italiano – basti pensare ai voti operai che prende Le Pen in Francia, fortissimo in quelle che una volta erano roccaforti del Pcf – ma configura un problema molto serio, sia per la sinistra nel suo complesso, sia per la democrazia in generale.

Una sinistra senza classe operaia è, per sua natura, una non sinistra. Non occorre essere marxisti per riconoscere che gli interessi del lavoro, degli sfruttati sono da sempre il pane quotidiano di tutti i partiti che si riconoscono nelle diverse famiglie del laburismo, dalla socialdemocrazia alla sinistra comunista. Per dirla con Bersani, la difesa del lavoro dovrebbe essere la ragione sociale della ditta – che altrimenti ha davvero poca ragione d’essere. A maggior ragione in un periodo di crisi, con la disoccupazione in preoccupante aumento e la povertà, che pareva una volta sconfitta e che fa sentire i suoi morsi anche tra la classe media.

Invece per anni il Pd ed i suoi predecessori hanno tentato – invano, per altro – di accreditarsi verso mercati e alta borghesia, tutto a discapito della difesa del lavoro. Ed ecco allora precariato e carico fiscale, accompagnato in ultimo dall’Imu impagabile per la maggior parte dei percettori di reddito da lavoro dipendente. Insomma, una bastonatura continua, durata vent’anni, col risultato di trovarci ora con una classe operaia senza sinistra che la possa rappresentare. E che dunque cerca altre protezioni, dalla Lega a Grillo che, a torto o a ragione, vede più vicini e meno compromessi con il potere. Da una parte il M5S proponeva un salario sociale, dall’altra Berlusconi che prometteva meno tasse e più reddito, in mezzo la Lega che si affida da sempre ad una propaganda para razzista che invece di concentrarsi sulle sperequazioni di classe punta il dito contro gli stranieri – un’arma purtroppo sempre efficace davanti allo spettro della disoccupazione.

Insomma, gli altri partiti hanno parlato ai bisogni materiali dei lavoratori, mentre il Pd ha continuato la sua lunga parabola di moderatismo politico ed economico. E’ pur vero che Bersani, a parole, ha provato a riportare il lavoro al centro del programma dei democratici, ma è difficile essere credibili quando alle parole non seguono i fatti. Era, in fondo, lo stesso Pd che aveva votato la riforma Fornero, si era opposto al referendum ed aveva cercato per mesi l’accordo con Monti e i poteri forti. Né le cose paiono essere cambiate veramente ora: Bersani e i suoi si pentono del troppo moderatismo e fanno un parziale mea culpa sulla campagna elettorale, ma il lavoro ed i diritti sociali sono drammaticamente assenti dagli 8 punti di Bersani. Mentre Fassina critica l’Europa liberista, ma rilancia l’idea di un coordinamento delle politiche fiscali che non farebbe altro che confermare l’assurda austerity di questi anni.

Passati sembrano ormai i tempi in cui si diceva che l’interesse della classe operaia era l’interesse generale. Una nozione che, se ci pensiamo bene, non ha nulla di ideologico. Dire che gli interessi dei lavoratori sono gli interessi di tutto il Paese è, in fondo, una semplice banalità. Non esiste prosperità, non esiste ricchezza, non esiste crescita economica e tanto meno democrazia quando la ricchezza è divisa così iniquamente, quando non c’è futuro e speranza di una vita migliore, quando non ci sono diritti. Tutto questo, un principio davvero basilare per ogni persona di sinistra, è stato perso e per il Pd e soci l’interesse generale è diventato quello dei mercati, quello delle banche – favorite, aiutate, vezzeggiate mentre si continuava a tartassare il lavoro. Se non si ripartirà dal lavoro, dalla crisi, dagli interessi materiali di giovani, disoccupati, sfruttati ed emarginati non solo si perderà inesorabilmente, non solo si abbandonerà l’idea di una società migliore, che dovrebbe essere l’unica vera ragione della sinistra, ma si spingeranno gli elettori verso pulsioni populiste che rischiano di mandare a gambe all’aria la nostra democrazia.

Nicola Melloni
14/03/2013  www.liberazione.it

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