15 marzo 2013

Anniversario della morte di Marx. A differenza degli altri “grandi”, Marx si staglia nella storia come un autore la cui opera ha prodotto e non smette di produrre effetti politici enormi sul corso delle umane vicende


Un nuovo “ritorno a Marx”?

L’elezione del papa, dopo le fragorose dimissioni del predecessore (fatto su cui ancora dobbiamo riflettere), insieme alle penose nostre vicende elettorali e postelettorali, hanno fatto dimenticare il 130° anniversario della scomparsa di Karl Marx. Era nato a Treviri, nella ricca e colta Renania, il 5 maggio 1818; morì a Londra, dopo una vita difficile ed errabonda, il 14 marzo 1883: non aveva ancora compiuto i 65 anni. A dispetto delle incredibili, sovente drammatiche, talora tragiche traversie che ne costellarono il cammino, l’opera che Marx ha lasciato è immensa per dimensione, per novità, per profondità: si tratta di un vero gigante della storia, del genere di Dante, Michelangelo, Shakespeare, o Picasso. Eppure a differenza degli altri “grandi”, Marx si staglia nella storia come un autore la cui opera ha prodotto e non smette di produrre effetti politici enormi sul corso delle umane vicende. Nessun pensatore sta a pari con lui, da questo punto di vista.

Dato per “morto” politicamente e intellettualmente, più e più volte, il pensiero di Marx ogni volta si è riaffacciato, beffardo, più carico di nuove suggestioni, di echi inaspettati, di spunti che ci hanno intensificato la nostra capacità di comprendere le società in cui viviamo. La forza dirompente che si sprigiona dai suoi tanti scritti (alcuni dei quali ancora inediti, e altri pubblicati in modo pasticciato: l’edizione completa di tutte le opere di Marx ed Engels tante volte cominciata non è mai giunta a termine), rappresenta uno degli stimoli più significativi che si possa rintracciare nel pensiero moderno. Eppure il marxismo, si ripete, ha fallito. Certo, sul piano del socialismo realizzato abbiamo registrato un fallimento che è stato per tanti versi un tradimento del pensiero di Marx, anche se bisogna evitare l’errore di confondere teoria marxiana con marxismo. È nota la battuta di Marx che dichiarava di non essere marxista. Ma è vero anche, sulla base non di mere passioni, ma di constatazioni alla luce delle statistiche, che per tanti versi anche in quei regimi odiosi dell’Est, vi erano strutture di protezione dei ceti popolari che oggi sono perlopiù state cancellate, e gli indicatori ci danno cifre poco lusinghiere su quel che è accaduto dopo il crollo del Muro, in parecchie realtà dell’ex sistema sovietico. Senza parlare della caccia alle streghe che in Paesi come la Polonia e soprattutto l’Ungheria viene messa in atto contro gli ex comunisti.

Ciò detto, non v’è dubbio che si stia assistendo a un diffuso, nuovo “ritorno a Marx”, partito (come è accaduto per Gramsci) dal tempio del capitalismo, dagli Stati Uniti. Da noi anche Giulio Tremonti si è lasciato sfuggire l’affermazione che senza Marx sarebbe impossibile comprendere quello che stiamo vivendo sul piano economico mondiale negli ultimi decenni.

Anzi, si può osservare che se una gran parte della letteratura marxista (per non dire tutta) è uscita di scena, anche per precise scelte politico-culturali dei gruppi editoriali, Marx continua a giganteggiare, nella sua inevitabile necessità. E, con lui, si può dire che il solo Gramsci sia sopravvissuto al crollo del Muro, anzi emergendo entrambi da quelle macerie più forti di prima. Il primo per la sua capacità di fornire strumenti di analisi degli svolgimenti del capitalismo mondiale, il secondo per la sua definizione di un “altro” comunismo e di un diverso modello di rivoluzione.

Torniamo al 14 marzo 1883. Tre giorni dopo la morte dell’amico e maestro, Friedrich Engels fedele collaboratore, che si definì sempre modestamente "il secondo violino", tenne un discorso commemorativo, nel Cimitero di Highgate a Londra (dove tuttora si può visitare la tomba di Marx): era scomparsa, con Marx, «la più grande mente dell'epoca nostra». E ricordava che «lo scienziato non era neppure la metà di Marx», che «era prima di tutto un rivoluzionario», il cui scopo era di «contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica» e «contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione» . E concludeva: «Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!».

Come dargli torto? Senza gli occhiali di Marx non si potrebbe capire la globalizzazione dei capitali e delle miserie, il “turbocapitalismo”, con le sue crescenti disuguaglianze e le clamorose ingiustizie: Marx aveva profetizzato un momento in cui un pugno di famiglie avrebbe detenuto la quasi totalità della ricchezza mondiale…. Ma ricordiamo che il giovane Marx, nella XI celebre Tesi su Feuerbach sentenziò: «I filosofi hanno finora variamente interpretato il mondo. Si tratta ora di trasformarlo». Un bel monito, davanti alla sempre ricorrente tentazione del ritrarsi a vita privata. Che si sia o no marxisti.

Angelo d’Orsi
15/03/2013 www.liberazione.it

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