24 febbraio 2013

Memoria di Stalingrado. E' forse esagerato paragonare l'oppressione e l'annientamento dei popoli da parte della barbarie nazifascista con le politiche distruttrici e le guerre d'occupazione militari ed economiche di Stati sovrani messe in atto dai capitalisti europei? Socialismo o barbarie è sempre più attuale!

Settant'anni fa la battaglia che decretò la sconfitta nazista

Ai sovietici costò un milione di morti. Con la famosa "direttiva 41" su quel fronte Hitler scaraventò 900mila soldati, 1260 cari armati, più di 17mila tra cannoni e mortai, 1640 aerei da combattimento, i quali effettuarono 133mila incursioni nei soli primi tre mesi, una media di quasi 2000 al giorno. È la battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale e decretò la sconfitta nazista. 17 luglio 1942-3 febbraio 1943, Stalingrado. Settanta anni fa.
Se vi capiterà di andare In quella città che oggi si chiama Volgograd ma che allora si chiamava Stalingrado, siano lievi i vostri passi: ogni metro di quella terra fu bagnato dal sangue dei soldati che la difesero casa per casa. Difficile da dimenticare. Sarà stato il 1985, chi scrive si trovava a Volgograd, ai piedi del Colle Mamai, dove arde la Fiamma Eterna in memoria dei caduti. Si avvicina una donna molto vecchia, è avvolta in uno scialle nero, cammina a fatica, si trascina fino in cima, si inginocchia, prende una manciata di terra, se la porta al cuore e scoppia a piangere. Lì era morto il soldato diciottenne che era suo figlio.
È intitolato "Stalingrado", il libro scritto da Vasili Ciujkov, il generale cui era assegnata la difesa della città. Praticamente è il suo diario di guerra, perché, dice, «non posso morire senza aver narrrato come la mia generazione difese Stalingrado, come lì fu inferto il colpo mortale al nazismo».
"Il Nemico alle porte" è il titolo del film che il regista francese J.J. Annaud ha dedicato alla difesa della città, quando, negli ultimi tre mesi, i nazisti sembrano ormai vicini alla conquista finale. Il Nemico era veramente alle porte. «Per 180 giorni e per 180 notti si prolungò la battaglia sulle vie d'accesso alla città - scrive il testimone oculare Ciujkov - nei sobborghi e nei quartieri stessi, senza che mai cessassero il rombo dei cannoni, il fuoco delle mitragliatrici, le esplosioni, i lamenti dei feriti. La città arse, soffocata dal fumo e dalla polvere. Dalla cima del Colle vedevamo solo gli scheletri degli edifici diroccati e mucchi di macerie. Non resistettero le pietre, ma resistette la gente».
Per impedire al Nemico di fare un solo passo avanti in più, si adotta il "combattimento ravvicinato", una vera e propria guerriglia urbana (sotto le bombe). «Ogni rovina, ogni scheletro di edificio, ogni pozzo, ogni mucchio di macerie era una postazione. Ci si batteva per ogni metro, per ogni piano, non solo per ogni strada o vicolo».
A questo "combattimento ravvicinato" Ciujkov dedica più di un capitolo. Uno si intitola "Il Colle di Mamai". «I combattimenti più furiosi si svilupparono alla stazione e nei pressi della borgata Minin. Durante la giornata la stazione passò di mano quattro volte...Dalla mattina del 16 settembre era iniziata quella serie di attacchi e contrattacchi, di scontri mortali corpo a corpo, che durò intorno all'altura fino al gennaio del 1943».
È entrata nella leggenda la "Casa di Pavlov". Pavlov non è certo il nome del nome del suo proprietario, scrive Ciujkov, bensì quello del comandante che «coi suoi soldati seppe trasformarla in fortezza». I tedeschi non riuscirono mai a prenderla, «il combattimento per questa casa durò per più di 50 giorni e 50 notti». Oggi è un Museo.
La "Casa di Pavlov" è solo un esempio. «In città vi furono decine, centinaia di obiettivi difesi con altrettanto accanimento; in essi si lottava, con alterno successo, per settimane, combattendo per ogni stanza, per ogni ingresso, per ogni gradino delle scale».
Onore alle armi. Ciujkov riporta un brano testuale tratto dal libro del generale tedesco Hans Doerr, intitolato "La campagna di Stalingrado". «Il periodo di combattimenti iniziato alla metà di settembre per la zona industriale di Stalingrado può essere definita guerra di posizione o di "fortezza". Per ogni casa, per ogni stanza, per ogni cisterna d'acqua si ingaggiava una lotta furiosa. La distanza tra le nostre truppe ed il nemico era estremamente minima. Ma, nonostante il massiccio impiego dell'artiglieria e dell'aviazione, era impossibile disimpegnarsi dal settore del combattimento».
Il cecchino del film di Annaud, Vasili, non è un'invenzione cinematografica. Vasili Zaitsev, il comandante Ciujkov lo ha conosciuto bene. E racconta di come Vasili fu incaricato di eliminare il maggiore Konings. «Accadde alla fine di settembre. Una notte i nostri uomini catturarono una "lingua" che ci disse che da Berlino era arrivato in aereo il direttore dei tiratori scelti, maggiore Konings, con il compito di uccidere prima di tutto il migliore tiratore scelto sovietico». Chi ha visto il film, sa chi ha vinto. Nel libro di Ciujkov, lo racconta lo stesso Zaitsev. Appena Kulikov, il suo compagno di missione, «lentamente, come solo sa farlo un tiratore molto esperto, cominciò a sollevare l'elmetto, il nazista sparò. Convinto di aver finalmente ucciso il tiratore sovietico cui dava la caccia da quattro giorni, il tedesco fece uscire mezza testa da sotto la lamiera. Era quello che aspettavo. Feci centro. La testa del nazista si abbatté ed il cannocchiale del suo fucile, immobile, splendette al sole fino a sera».
Sono i giorni terribili. «Le nostre perdite erano molto pesanti. Il 15 ottobre le divisioni di Zholudev e di Gorishny persero circa il 75 per cento dei loro effettivi...Nella 112a divisione e nella 115a brigata di fanteria sono rimasti in tutto 152 uomini...L'armata è stata nuovamente tagliata in due...I resti della 137a divisione sostengono duri combattimenti...L'aviazione tedesca aumentò di nuovo le incursioni fino a 2000 al giorno»...
E altri immensi problemi incombono. Molte delle regioni industriali sono ormai in mano al nemico: bisognava «fare entrare in funzione al più presto i centri industriali per la difesa trasferiti all'est, organizzare la messa in opera degli stabilimenti evacuati, praticamente dal nulla, assicurare loro la mano d'opera, l'energia, le materie prime».
Sono in marcia i cavalieri dell'Apocalisse. E però a pagina 268 compare il capitolo "Le fonti della vittoria"', lì dove si racconta come «la 62ma armata coprì combattendo la distanza tra il Volga e Berlino».
Stanno per iniziare gli ultimi tre mesi per von Paulus. «Il 19 novembre è iniziata la controffensiva dei fronti sud-occidentali e del Don. Il 20 novembre passa all'offensiva anche il fronte di Stalingrado». Il disegno sovietico è di «rinchiudere in una tenaglia» tutto il raggruppamento nemico della città. «Il 23 novembre l'accerchiamento è una realtà».
Ancora sessanta giorni di durissimi scontri. Ed è la fine per quel Nemico alle porte. «Il 31 gennaio i soldati della 64ma armata presero prigioniero il comandante della 6a armata tedesca, generale feldmaresciallo von Paulus, con tutto il suo Stato Maggiore. La sera stessa i soldati della 62a armata catturarono lo Stato Maggiore della 295a divisione di fanteria tedesca con il suo comandante generale Korfes». Ciujkov conosce i nomi. «Questi generali hitleriani furono fatti prigionieri da tre soldati della 62a armata, guidati dal diciottenne segretario del Komsomol di un reggimento di collegamento, Mikhail Porter, che era giunto alla riva del Volga dopo aver combattuto a Odessa, Sebastopoli e Kerc».
A Berlino il primo T34 sovietico entrò il 9 maggio 1945.

Maria R. Calderoni
24/02/2013 www.liberazione.it

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