29 gennaio 2013

Tutte le cifre del disastro italiano (che tocca a noi fermare)

Il circolo vizioso dell'economia liberista


Bisognerà pure raccontarli, non a spizzichi e bocconi, ma nel loro insieme, gli effetti economici e sociali delle politiche di austerità che le classi dominanti e i guru dell'alta finanza stanno imponendo all'Italia, contrabbandando quelle misure per una salvifica terapia.

Proviamo allora ad illustrare i dati di questo disastro che non promette nulla di buono per il futuro.

Solo negli ultimi dodici mesi dello scorso anno la disoccupazione è cresciuta in Italia del 26%, quasi il doppio della Spagna, contro un 13% dell'Eurozona. Il tasso di disoccupazione (vale a dire il rapporto fra le persone in cerca di lavoro e la "forza lavoro", cioè la somma dei primi e degli occupati) ha superato il 12%, mentre nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni, i giovani senza lavoro raggiungono il 37,1% (il top dal 1992), dato di cinque punti superiore a quello registrato nel novembre del 2o11.

Ma quanti sono, in totale, i disoccupati? I dati ufficiali dicono 2.870.000, ma se si dà uno sguardo all'entità oraria dell'occupazione si scopre che i contratti a tempo pieno sono diminuiti del 4%, mentre i part-time sono cresciuti del 20. Si tenga poi conto che, per la contabilità della pubblica amministrazione, si perde lo "status" di disoccupato (e il modesto sostegno economico che ne deriva) ove si disponga di un reddito superiore agli 8.000 euro annui, anche se percepiti svolgendo lavori saltuari (e precari). Poi ci sono coloro che neppure si affacciano al mercato del lavoro, avendo ormai perso la speranza di ottenerne uno. Infine c'è la cassa integrazione, con i 4,2 miliardi di ore autorizzate (3 nella sola industria) nel periodo 2009- 2014, qualcosa come il 370% in più del quadriennio precedente (2005-2008). Di questo esercito, sono 520.000 i lavoratori sospesi "a zero ore" (oltre il milione, se consideriamo il 50% del tempo lavorato). Per molti di loro è di imminente scadenza il termine ultimo previsto per l'ammortiìzzatore sociale, preludio del licenziamento.

La mortalità delle aziende monta a ritmo crescente. Unioncamere documenta la chiusura di 365.000 imprese nel 2012, al ritmo, tutt'altro che in frenata, di 1.000 al giorno. Lo stock complessivo di imprese esistenti si contrae paurosamente in tutto il comparto manufatturiero, in particolare nell'artigianato che chiude il 2012 con 20.319 inprese in meno. Ma il tracollo non risparmia l'edilizia, tradizionale volano dello sviluppo (-7.427) e l'agricoltura (-16.791), mentre il commercio al dettaglio, dove "chiude un'impresa al minuto", è travolto da una vera slavina.

L'impoverimento del sistema d'impresa e il crollo correlato dell'occupazione ha aperto una voragine nei redditi da lavoro: i consumi hanno subito un tracollo, abbattendo la capacità di spesa al livello di 15 anni fa. L'indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) parla del 2012 come "dell'anno più difficile del secondo dopoguerra", con una riduzione dei consumi delle famiglie che risulta essere la più elevata dall'inizio delle serie storiche disponibili.

La deflazione dei redditi da lavoro e da pensione ha poi ricevuto una spinta formidabile dalle politiche "sociali" promosse da Berlusconi prima e da Monti poi: il blocco per legge della contrattazione nel pubblico impiego e quello di fatto verificatosi nel settore privato si sono combinati con un tasso di inflazione del 3%, esattamente doppio rispetto alla dinamica delle retribuzioni; mentre lo stop alla rivalutazione delle pensioni, anche delle più povere, rispetto alla dinamica del costo della vita, ha assestato un colpo micidiale che nessuna propensione al risparmio può assorbire.

Ebbene, la questione sociale del nostro paese si può leggere con questi occhiali: i salari sono retrocessi ai livelli di trent'anni fa, precisamente al 1983, mentre 8 milioni di persone (vale a dire il 13,6% dell'intera popolazione), vivono al di sotto della soglia della "povertà assoluta", fissata in 599 euro mensili per chi vive da solo e 999 per coloro che vivono in coppia. Appena al di sopra c'è una vasta "area grigia", stimabile in un 30% degli italiani, che rischia di scivolare da un momento all'altro nell'indigenza.

In questo scenario da paura, i responsabili della politica economica imbelle e autolesionista che ha messo l'Italia in ginocchio, vanno cianciando di una prossima ripresa, anche se la data della risalita viene continuamente spostata in là nel tempo. Per accreditare questa infondatissima previsione, i procuratori di disgrazie che ci hanno sin qui governato hanno riesumato una formula che vorrebbe avere il crisma della scienza economica: si chiama "effetto di rimbalzo", con cui, semplicemente, si vorrebbe dare ad intendere che - per dirla con Gioppino Trigozzo, la famosa maschera bergamasca - "quando si è toccato il fondo non si può che risalire". Un distillato di sapienza allo stato puro, insomma...Purtroppo, dietro questo cialtronesco sfoggio di adagi popolari non vi è nulla, ma proprio nulla, di serio. Come è noto, se l'inerzia continua, giunti al fondo si può scavare ancora. E tutto fa pensare che non vi sia ravvedimento alcuno, in un orizzonte politico che va da Mario Monti sino al Pd, passando per Berlusconi.

La ragione è presto detta. Continuando con l'Austerity, la recessione si avviterà su se stessa, perché l'inibizione alla spesa per investimenti imposta dai vincoli europei (dal patto di Maastricht al Pareggio di bilancio al Fiscal compact), la catastrofica spirale innescata da una pubblica amministrazione che non è in grado di pagare i debiti contratti, i default a catena del comparto manufatturiero, le fatali ricadute sull'occupazione, la ulteriore contrazione dei redditi, dei consumi e della domanda aggregata, il recidivante blocco del credito alle imprese e alle famiglie (Credit crunch), alimenteranno un circolo vizioso dal quale non si uscirà se non con un diametrale salto di paradigma politico ed economico, capace di affrancarsi dall'ideologia monetarista oggi dominante.

I piccoli accorgimenti, le misure tampone di cui sono colme agende e agendine che proliferano in questa declinante fase della storia politica nostrana non sono che aspirine con cui si vorrebbe guarire il malato di polmonite. Se ne sono accorte anche le associazioni aderenti a Rete impresa Italia (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani), che riuniscono due milioni e mezzo di aziende e che hanno inscenato una clamorosa protesta, portando ieri in piazza 30.000 imprenditori in ottanta città. "E' questa l'Italia - ha tuonato Carlo Sangalli, il loro portavoce - che non frequenta i salotti buoni e non ha santi in paradiso". Evidentemente nemmeno loro si fidano, perché sul mercato della politica incontrano solo chiacchiere, "perché la valvola dell'export è tutto sommato ancora un privilegio per pochi Piccoli". E perché se non ripartono i consumi non ce n'è più per nessuno.

Stupefacente, invece, lo stallo totale del sindacato. Che dice poco (il piano per il lavoro presentato dalla Cgil è poco più che un attestato di esistenza in vita) e fa - se possibile - ancor meno, avendo da tempo archiviato ogni mobilitazione e avendo ogni sigla delegato ai propri rispettivi partners politici ogni giurisdizione sul lavoro.

Scuotere le acque limacciose è il nostro non lieve compito. A partire da questa campagna elettorale in cui i primattori si somigliano come gocce d'acqua.


Dino Greco
Direttore di Liberazione.it
29/01/2013

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