16 gennaio 2013

Rivoluzione civile è ad oggi la sola forza di qualche rilievo che ponga un discrimine netto: rifiuto del neoliberismo (cioè primato del lavoro e dei suoi diritti, secondo quanto prescrive la Costituzione), fine della sovranità del capitale finanziario (spesso colluso con le mafie), restituzione dello scettro alla cittadinanza.

Le buone ragioni di Rivoluzione Civile

Se c'è un elemento caratteristico dell'attuale fase politica, questo è la potenza determinante del sistema mediatico. L'Italia, l'Europa, tutto il mondo capitalistico sono nella morsa di una crisi che sta scomponendo le società. Da una parte, la povertà vera. Strutturale, dilagante, senza prospettive di riscatto. Dall'altra, la concentrazione in poche mani di ricchezze immense, intraducibili in misure concrete. In mezzo, aree sociali precarizzate, che vedono messi a rischio i fondamenti stessi della propria condizione di vita: il reddito, l'occupazione, i diritti essenziali.

Ma se il quadro è di per sé limpido nella sua violenza, l'opinione pubblica non riesce a farsene un'immagine chiara, e non sa intravedere vie d'uscita. Oscilla tra angosce apocalittiche e attese fideistiche di uomini provvidenziali (si pensi alla santificazione di Monti al momento della sua incoronazione), appesa alla girandola di numeri che le viene quotidianamente propinata.
Lo spread, gli indici di Borsa, i tassi di cambio, numeri magici della cabala postmoderna. Quando diciamo che il 99% è contro uno stato di cose voluto dall'1%, ci raccontiamo una favola. Bella, ma, come ogni favola, ingannevole. Di certo la stragrande maggioranza è scontenta e spaventata, ma è anche confusa e disorientata. E non sa a che santo votarsi.

La cifra del nostro tempo è questa: la cattura cognitiva dei corpi sociali, imprigionati in una gabbia - davvero un pensiero unico - che ne deforma la visuale, impedendo loro di vedere la situazione in cui si trovano. Non c'è discorso più pertinente di quello che fa Gramsci, nei primi anni Trenta, a proposito dell'«egemonia» come potente strumento di direzione politica. Nella consapevolezza - tratta appunto dalla gestione totalitaria dei mezzi d'informazione - che la produzione di un'immagine univoca della realtà e il convergente occultamento di aspetti rilevanti sono strumenti-chiave dell'organizzazione del consenso «spontaneo» e del controllo autoritario della società.

Ora chiediamoci: tale stato di cose incide nella situazione politica italiana di questi giorni? Influisce sulla campagna elettorale in vista del voto politico del 24 febbraio? Incide eccome. A tal punto che soltanto muovendo da questa premessa sembra possibile capire la posta in gioco nelle elezioni.
Proviamo a dirla così, con una semplificazione che aiuta a cogliere il punto: sotto gli occhi degli italiani viene quotidianamente squadernato un ricco catalogo di banalità utili ad accreditare l'idea che le maggiori coalizioni politiche (i tre poli, di centrosinistra, centro e centrodestra) divergano tra loro in modo significativo.
L'attenzione pubblica è deviata con cura verso questioni di dettaglio (dalle regole delle primarie all'interscambio trasformistico tra l'uno e l'altro polo), mentre si nasconde che in queste elezioni è in gioco la vita stessa - l'occupazione, il reddito, la salute, l'istruzione - di decine di milioni di cittadini. Agli italiani è così impedito di vedere l'essenziale: il fatto che tutte le maggiori forze politiche concordano sulla lettura della crisi e sulle ricette per affrontarla. E che per questa ragione esse hanno convintamente sostenuto Monti per oltre un anno, rivendicando come necessarie misure che hanno esasperato le ingiustizie (tagliando pensioni, salari e servizi), colpito diritti (l'articolo 18), depresso l'economia e aggravato la situazione debitoria del paese, senza scalfire di un millimetro rendite e grandi patrimoni (anzi, procurando loro ulteriori benefici).
Non è forse così? Del centrodestra e del Terzo polo lo sappiamo sin troppo bene. Con una mano demagogicamente deprecano le conseguenze della crisi (è necessario lisciare il pelo all'elettorato), con l'altra arraffano i dividendi delle politiche di «austerità»: l'anarchia del mercato, lo strapotere dell'impresa, la libertà di evadere o eludere il fisco, la privatizzazione delle risorse e delle istituzioni - non ultime le scuole, tanto care al Vaticano, che in queste elezioni gioca un ruolo determinante a sostegno di Monti e del fido Casini.
 
E il centrosinistra? Diciamo le cose come stanno: non è lo stesso Bersani a ripetere, un giorno sì e l'altro pure, che austerità e rigore non si toccano, salvo farfugliare che cercherà di ridurre il tasso di iniquità delle decisioni di Monti (sino a ieri in predicato di atterrare sul Colle col suo beneplacito)? Il Pd non considera forse irrinunciabili le norme - dal pareggio di bilancio al fiscal compact - che daranno al prossimo governo, chiunque lo dirigerà, un alibi di ferro per perseverare nella macelleria sociale? Il segretario democratico non vede nel «libero mercato» la panacea per la fantomatica crescita? Non proclama che l'articolo 18 va bene così come l'ha conciato la professoressa Fornero? E non definisce con orgoglio il proprio partito come il più europeista, il che non significa soltanto Maastricht e Lisbona, ma anche Merkel, Barroso e la dittatura del debito? Quanto a Sel, la firma in calce alla carta d'intenti ha messo in mora ogni buon proposito e riduce le parole del suo leader a un fiato di voce. Sel si è impegnata a seguire le decisioni del Pd e i suoi dirigenti sanno che al dunque dovranno attenervisi. Per disciplina e «senso di responsabilità».

Insomma, il «rigore» piace a tutti, o quasi. Non piace a Grillo, ma il suo movimento vede la degenerazione finanziaria solo per massimi sistemi, senza coglierne le drammatiche ricadute sul terreno dei diritti del lavoro. Non piace soprattutto a Rivoluzione civile, che dell'anti-montismo fa la sua bandiera. E qui il discorso chiama in causa noi, la sinistra coerentemente antiliberista e per ciò stesso esterna ai tre poli della «strana maggioranza» del cosiddetto governo tecnico: partiti, sindacati, associazioni e movimenti ancora vivi ma stremati dopo cinque anni di trionfante bipolarismo coatto e di lotte combattute alla macchia, con risorse minimali e nel silenzio della «grande» informazione.

Rivoluzione civile è ad oggi la sola forza di qualche rilievo che ponga un discrimine netto: rifiuto del neoliberismo (cioè primato del lavoro e dei suoi diritti, secondo quanto prescrive la Costituzione), fine della sovranità del capitale finanziario (spesso colluso con le mafie), restituzione dello scettro alla cittadinanza. Certo, nemmeno questo progetto è immune da pecche, ma di sicuro la critica di essere subalterno alla teologia del libero mercato non può essergli rivolta. Il programma di Rivoluzione civile parla di diritti del lavoro e solidarietà; di scuola e sanità pubbliche; di lotta alle mafie e di questione morale; di laicità e parità di genere; di disarmo, di libera informazione e di difesa dell'ambiente. C'è in questo decalogo qualcosa che non va, o manca qualcosa di essenziale?

Senonché la proposta di Ingroia incontra anche a sinistra riserve e freddezza. La cosa è sorprendente, e forse per capirne le ragioni non basterebbero gli strumenti tradizionali dell'analisi politica. Limitiamoci alle obiezioni fondamentali. Basta coi magistrati in politica, si dice. E poi: Ingroia non si è sbarazzato dei partiti, è fissato con la mafia, è (o aspira a essere) anche lui un leader, nel segno della personalizzazione della politica. Tutto ciò è, francamente, paradossale. È paradossale che si accusi la magistratura di protagonismo, invece di prendersela con quei settori della «società civile» che latitano, in tutt'altre faccende affaccendati. E lo è altrettanto - degna del peggior grillismo - l'accusa di non respingere i partiti della sinistra, come se in tutti questi anni essi non avessero fatto il possibile per sostenere movimenti e lotte. Chi poi lamenta una monomania antimafia, dove crede di vivere? Forse presta fede alla rassicurante favola della «criminalità organizzata», e ignora che mezza Italia è governata da un doppio Stato che decide, ricicla, fa politica a tutti gli effetti, sequestrando la democrazia di questo paese. Soltanto l'ultima delle critiche sembra avere qualche fondamento. Ma poiché la personalizzazione della politica è un sintomo grave della transizione post-democratica in corso da un trentennio, proprio per questo non è giusto farne carico all'ultimo arrivato, né pretendere che una proposta politica appena nata vi si sottragga, rinunciando all'unico strumento in grado di darle in tempi brevi un minimo di visibilità.

Allora, cerchiamo di non guardare fissi il dito che invano indica la luna. Sono cinque anni che la sinistra italiana attende di uscire dalle catacombe. E se è certamente vero che il voto di febbraio non risolverà tutti i problemi - ché anzi il duro lavoro comincerà dopo - è altrettanto indubbio che senza un successo di Rivoluzione civile la sostanziale morte della sinistra politica in Italia sarebbe, per lungo tempo, una certezza. È singolare che tanti sembrino non capire che oggi un'esigenza prevale su tutte le altre: unire le opposizioni di sinistra contro Monti e i suoi eredi, più o meno progressisti. Far sì che tornino a pesare le ragioni del lavoro, dei giovani, delle donne e del Mezzogiorno, antitetiche a quelle di tutti coloro che hanno governato in questi decenni, nel segno della sovranità del mercato. Ora, sul filo di lana, ci si presenta una possibilità per riuscirvi. Una possibilità - l'ultima - che sarebbe davvero imperdonabile sprecare.

Alberto Burgio

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