8 gennaio 2013

Referendum lavoro: oltre 650mila sottoscrizioni, nonostante Napolitano...

REFERENDUM, DOMANI LE FIRME IN CASSAZIONE


Domani 9 gennaio, alle 9.45, alla Corte di Cassazione verranno consegnate le tantissime scatole contenenti i moduli stracolmi di firme a favore dei referendum su articolo 8 e articolo 18. Per tre mesi in ogni città o paesino della penisola, spesso sotto un tempo inclemente, militanti di forze politiche e del sindacato si sono dati da fare per raggiungere il quorum richiesto sui due quesiti: l’abrogazione della controriforma Fornero che di fatto cancella l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e l’altrettanto necessaria abrogazione dell’articolo 8 del testo con cui l’allora ministro Sacconi (dunque, governo Berlusconi) ha smantellato il contratto nazionale collettivo.
Due referendum sul lavoro che hanno riunito un fronte ampio della sinistra in Italia, consentendo in tal modo di superare la soglia delle 500mila firme (dovrebbero essere almeno 650 mila) e che permetteono di rimettere in discussione un concetto (ma forse sarebbe meglio dire un'ideologia) dei rapporti di lavoro che ormai è condiviso dal centro destra come da gran parte del centro sinistra. Ma si tratta di referendum fastidiosi, perché rimettono al centro la volontà e i bisogni dei cittadini, soprattutto dei tanti e delle tante che vivono e subiscono la crisi nel proprio posto di lavoro.
E allora non è bastato che i mezzi di informazione ignorassero immancabilmente tale battaglia, che vincesse la logica del silenzio. Le ultime fasi di vita del governo Monti hanno prodotto anche l’effetto esiziale di rendere, apparentemente, vana la campagna referendaria. Non è infatti possibile indire un referendum nell’anno in cui si tengono le elezioni né consegnare le firme a Camere sciolte. Monti ha rimesso il proprio mandato non appena approvata la legge di stabilità e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha immediatamente sciolto le camere. Sarebbe stato sufficiente, come è stato formalmente chiesto dal comitato promotore, che tali procedure venissero avviate il 2 gennaio, nulla sarebbe cambiato nella definizione delle scadenze elettorali e sarebbe stata unicamente rispettata la volontà dei tanti e delle tante che hanno sottoscritto i referendum. Ma evidentemente questo non è il primo dei pensieri che guida l’agenda politica del presidente della Repubblica e poi si poteva contare tranquillamente sul fatto che le maggiori forze politiche, le stesse che hanno sostenuto il governo dei professori, non avrebbero avuto nulla da ridire, anzi, un fastidio in meno. Insomma questi referendum non s’hanno da fare, parafrasando Manzoni, ma il comitato referendario non desiste e intanto consegna le firme.

Beatrice Macchia
08/01/2013 www.liberazione.it

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