15 dicembre 2012

La sconfitta del movimento operaio e lo spostamento dei rapporti di forza fra le classi hanno prodotto la barbarie in Europa

La guerra di classe che infuria in Europa

C'è molto su cui riflettere a proposito di quel Nobel per la pace con cui Stoccolma ha inteso gratificare l'Europa, capace di non replicare la drammatica stagione dei conflitti intercapitalistici e le spaventose mattanze che due guerre nate dal suo seno hanno provocato nel secolo scorso.
Il parlamento europeo ha accolto con grande soddisfazione e con iperboli retoriche l'importante riconoscimento, che ha tuttavia steso un velo omertoso sulle guerre – evidentemente giudicate “minori” - a cui gli stati membri hanno preso e stanno tuttora prendendo attivissima parte, dentro e fuori dai confini del vecchio continente: le due guerre del Golfo, il conflitto nei Balcani, il bombardamento della Serbia e della sua capitale, la spedizione Afgana e – da ultima – l'aggressione alla Libia evidentemente non contano. Né fanno testo le stragi e le sofferenze inflitte a popolazioni inermi cui si attribuisce, evidentemente, un diversa qualità umana: è la morale a scacchi, intimamente ipocrita, dell'Occidente che riemerge come un cinico retaggio neocoloniale.

Per l'Italia, per la sua Costituzione, violata e vilipesa dai governi e dalle stesse istituzioni che dovrebbero presidiarla le cose stanno anche peggio: del solenne giuramento con cui si era ripudiata la guerra bandendola dal consesso dei popoli civili non è rimasto più nulla e le spese per munire gli arsenali militari dei più sofisticati armamenti e per finanziare le “missioni” all'estero sono lievitate sino all'assurdo.
E tuttavia, la guerra è stata e viene scatenata anche in forme diverse. Anzi, parafrasando von Clausewitz, possiamo ben dire che, oggi più che mai, la politica è la continuazione della guerra, sebbene condotta con altri mezzi. Ci riferiamo alla politica sequestrata dal capitalismo finanziario che proprio in Europa si è direttamente insediato al potere e che per il tramite della Banca centrale detta agli stati un tempo sovrani la perentoria ricetta economica e sociale che sta demolendo il welfare e archiviando le moderne costituzioni fondate sui diritti sociali e sulla democrazia parlamentare.

Il mercatismo assoluto alla von Hayek e alla Milton Friedman è la spina dorsale che ispira l'Europa della moneta, del mito del pareggio di bilancio, non meno che della speculazione finanziaria, calati come clave chiodate su tutte le conquiste sociali del secondo dopoguerra.
Il capitalismo reagisce oggi alla più devastante delle sue crisi con una concentrazione inaudita delle leve di comando nelle proprie mani a cui corrisponde un'analoga polarizzazione della ricchezza prodotta dal lavoro.

La sconfitta del movimento operaio e lo spostamento dei rapporti di forza fra le classi hanno contemporaneamente prodotto due effetti fra loro concatenati: la crescita del plusvalore assoluto estratto dal lavoro vivo, la disgregazione delle idee e della capacità di coalizione delle classi subalterne e della loro rappresentanza politica.

L'approvazione della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e del Fiscal compact da parte dei partiti di ispirazione socialista (e a maggior ragione di quelli, come il Partito democratico, che sono approdati sulle sponde della liberaldemocrazia) si configura come una resa senza condizioni, prima culturale che politica, all'ideologia delle classi dominanti, paragonabile al voto sui crediti di guerra che alla vigilia del primo conflitto mondiale portò allo scacco della socialdemocrazia e alla dissoluzione della Seconda internazionale.

Se il paragone sembra ardito, si guardi alle conseguenze reali che la politica economica, definita con molta audacia di “austerità”, ha provocato, in Grecia in proporzioni già ora catastrofiche, ma in forme tendenzialmente simili in Spagna, Portogallo e, solo un passo indietro, in Italia. Si capirà allora quanto perversamente classista sia quel disegno e quanto il circolo vizioso sia senza via d'uscita. A meno che non si trovi la lucidità di analisi che si è smarrita, la capacità di proposta e di aggregazione politica che consenta di “fare saltare il banco” e di aprire un'altra fase.

La forza dei poteri dominanti è infatti sin qui consistita nella capacità di insufflare nelle menti la convinzione che una diversa strada non è data, che c'è “nelle cose” un'inerzia invincibile. Rompere questa camicia di forza, uscire da questo fatalismo impotente sono le precondizioni necessarie per affrancarsi dal giogo liberista.

E' dunque di vitale importanza sottrarsi al gioco di specchi in cui si svolge la contesa fra gli schieramenti politici maggiori, quelli sostanzialmente intercambiabili in virtù del comune afflato montiano, quelli profondamente innervati di populismo reazionario o, ancora, quelli che sono espressione di una protesta molto urlata, ma priva di bussola e di progetto.

Il progetto politico e di governo in gestazione nella coalizione di forze, movimenti, associazioni, cittadini che va raggruppandosi intorno a “Cambiare si può”, segna invece un punto nella direzione giusta, apre una strada nuova, redistribuisce le carte ad un gioco politico ingessato, demistifica i luoghi comuni che riducono la politica ad una finta contesa, feroce nella forma, inconsistente nei contenuti.
Nel poco tempo a disposizione, le assemblee in corso di svolgimento in tutta Italia devono apportare contributi e consolidare la coesione programmatica che deve rimanere il solo punto discriminante della coalizione.

Anche nella composizione delle liste deve vivere un metodo nuovo, dialogante, aperto alle soggettività prodotte dal multiforme conflitto sociale di questi anni: senza che nessuno avanzi pretese di primazia, ma senza pregiudiziali esclusioni; senza boria di partito, ma anche senza spocchia professorale. Tutti alla pari: movimenti, cittadinanza attiva, partiti. Sì, anche partiti, quelli che con coerenza si sono battuti contro le politiche di Monti non meno che contro quelle di Berlusconi: perché non tutti i gatti sono bigi e non servono lavacri purificatori officiati da sacerdoti con zelo manicheo.

Concentriamoci invece sul lavoro di inclusione, di costruzione e di divulgazione che ha bisogno di tutte le risorse che possiamo mettere in campo, perché all'oscuramento mediatico, che sarà totale, dovremo opporre la generosità della militanza, la più estesa e capillare possibile.

Dino Greco
15/12/2012 www.controlacrisi.org/ombrerosse/

Nessun commento: