2 dicembre 2012

Altre perle di un irriducibile "negazionista" degli effetti perversi prodotti dal famigerato "Libro bianco" e dai provvedimenti di legge (in materia di lavoro) succedutigli. Certamente l'ideologo economico del prossimo governo PD-SEL-UDC

Le "pillole" di Piero Ichino
Di una cosa bisogna dare atto a Pietro Ichino. Possiede la non comune abilità di riuscire, comunque, a intrattenere il suo pubblico di lettori.
Anche a costo di ricorrere sempre allo stesso - famoso e famigerato - gioco "delle tre carte"!
Questa volta, attraverso un articolo pubblicato su La Repubblica, Affari & Finanza del 26 novembre, il giuslavorista - nota "quinta colonna" del neo-liberismo all'interno di quel simulacro di Centrosinistra rappresentato dal Pd - ha reso noto che "i tipi legali di contratto di lavoro non superano la dozzina".
Naturalmente, come sempre più spesso usa fare, Ichino "mischia le carte" in modo subdolo per tentare di dimostrare l'indimostrabile.
Infatti, se è vero che indicare in 46 i "tipi diversi di rapporti di lavoro" rappresenta un'esagerazione, è altrettanto vero che liquidare quale "leggenda metropolitana" l'abnorme proliferare - in particolare negli ultimi anni - delle tipologie contrattuali, significa negare la realtà.
In questo senso, Ichino contraddice anche l'evidenza quando finge di ignorare che il riferimento ai 40/50 tipi di rapporto di lavoro è dettato - molto semplicemente - dalla presa d'atto delle diversissime modalità attraverso le quali oggi, a differenza di appena qualche decennio fa, un soggetto può essere chiamato a svolgere la propria prestazione lavorativa.
Dovremmo, ad esempio, tutti far finta di credere, come lui suggerisce, che il rapporto di lavoro "a termine", eventualmente in regime di part-time "verticale" - con tutto quello che ne consegue in termini di modalità, regolazione e gestione dei tempi della prestazione, - non rappresenti un tipo legale di contratto di lavoro del tutto diverso da qualsiasi altro contratto di lavoro subordinato "standard" (tempo pieno e indeterminato)?
Tra l'altro, da buon "aziendalista", Ichino sa bene, nonostante (anche questa volta) finga di non capire, che la molteplicità delle tipologie contrattuali è sempre   richiamata nel più ampio contesto della flessibilità/precarietà.
In effetti, in sostanza, non è affatto vero, come Ichino tenta di far credere, che operare una netta distinzione tra lavoro a tempo indeterminato piuttosto che a termine - per restare ai rapporti di lavoro subordinato - sia sbagliato e significhi parlare della stessa cosa o, al massimo, di una semplice "variabile"!
Ne consegue che è difficile concordare con la "dozzina" di tipi legali di contratto di lavoro di cui lo stesso parla nel corso dell'articolo.
Senza neanche dimenticare che non vengono rilevate alcune tipologie contrattuali "di nicchia", ma non per questo meno meritevoli di essere citate e di aggiungersi al     numero complessivo.
Alludo al rapporto di lavoro "ripartito", al lavoro domestico, al contratto d'inserimento, alle prestazioni che esulano dal mercato del lavoro (art. 74 del decreto legislativo 276/03, oltre che art. 230 bis del c.c.), al lavoro nelle cooperative sociali per i soggetti "disabili" e al lavoro in somministrazione da parte di soggetti c.d. "svantaggiati".
Tutte tipologie contrattuali che, a rigor di logica - insieme con quelle che Ichino tenta di "contrabbandare" come semplici variabili - già solo per il fatto che si richiamano a   distinte e specifiche norme di legge, rappresentano, a pieno titolo, altrettanti "tipi legali di contratto di lavoro".
Un'altra "perla" - quale palese tentativo di mistificazione della realtà - è rappresentata dall'affermazione secondo la quale "Il fenomeno della precarizzazione dei rapporti di lavoro non nasce dalla pluralità delle forme giuridiche che il rapporto di lavoro può assumere, bensì dall'aumento percentuale delle posizioni di lavoro coperte con contratti di collaborazione autonoma o "associata", mirati a eludere le rigidità e le tutele previste per il lavoro dipendente"!
Siamo, in estrema sintesi, all'apoteosi dell'ipocrisia.
Infatti, solo un irriducibile "negazionista" degli effetti perversi prodotti dal famigerato "Libro bianco" e dai provvedimenti di legge (in materia di lavoro) succedutigli - a partire dalla legge-delega 30/03 e dal decreto legislativo 276/03 -potrebbe ostinarsi a sostenere che, se per virtù dello Spirito Santo o, addirittura, per un provvedimento della ministra "piangente", si riuscissero a eliminare dalla vigente legislazione tanto le collaborazioni autonome, quanto quelle "associate", avremmo risolto il dramma della precarietà!
Renato Fioretti
Collaboratore redazione di lavoro e Salute
2/12/201

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