8 dicembre 2012

All'Ilva, dunque, muore la Seconda Repubblica della politica corrotta, incapace, dove destre ed ex sinistre sono indistinguibili

Ilva, la brutta fine della Seconda Repubblica

Il disastro umano, sociale, ambientale dell'Ilva è la metafora della bancarotta della politica. La politica si è li dimostrata serva del profitto aziendale, di un capitale predatorio, che assassina lavoratori e cittadini. Il capitale entra in contraddizione con la vita stessa. La scienza è stata zittita, per decenni. La tecnica predatoria è stata sussunta dentro il capitale che, cinicamente, considera trascurabili "alcuni tumori in più". Il governo Monti è l'agente istituzionale di Riva, condannato per disastro ambientale e atteggiamento antisindacale. Il presidente della Regione Puglia è completamente defilato, come se il problema che l'assilla sia solo quello di salvare la propria immagine. La solitudine operaia è disperante. Lo stesso sindacato si è diviso tra sindacato francamente "giallo", padronale, e una Fiom onesta ma subalterna ad una concezione economicista ed episodica del rapporto diritto al lavoro/diritto all'ambiente, alla vita. Una tenaglia terribile, rispetto ad un padrone che ha costruito i reparti confino nei confronti di sindacalisti ribelli (spesso militanti di sindacati di base).
Nessuna istituzione ha imposto a Riva processi di ristrutturazione come a Pittsburg, a Bilbao, in Germania; come è avvenuto rispetto agli altoforni francesi. Nell'ossessione privatizzatrice che ha ingabbiato anche il centrosinistra, la parola "nazionalizzazione" è apparsa bestemmia. Penso che abbia ragione Guido Viale quando sostiene che oggi, per superare l'orgia di chiacchiere strumentali, è opportuno partire da quello che c'è già, il "Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti", che conosce la fabbrica, la città, la strage dei tumori; che possono coagulare saperi diffusi, per costituire, da subito, un nucleo di controllo; «Ma poi anche - afferma Viale - per la gestione del risanamento del sito e del territorio e di una produzione siderurgica ridimensionata ed impostata su basi nuove e più sane». Una gestione dell'azienda, in definitiva, come bene comune.
Il governo ha, invece, emanato un pessimo e servile decreto al servizio dei Riva. Pd, Sel, coloro che si candidano a governare, sono muti, prigionieri del continuismo. Il Presidente della Repubblica, garante degli equilibri costituzionali, firma. Senza ragione. Qui irrompe l'altro grande tema evocato dalla tragica vicenda dell'Ilva: la Magistratura, ancora una volta, è costretta a supplire alla rimozione politica e istituzionale. I giudici hanno riaperto il tema della vita negata a Taranto; essi ora stanno lottando contro il decreto criminogeno del governo, sottoposti ai duri attacchi dei poteri costituiti. La Magistratura, quasi del tutto inascoltata, sta scientificamente spiegando che il decreto del governo viola gli articoli 32 (sul diritto alla salute) e 41(sulla iniziativa economica privata) della Costituzione. Essa solleva un sacrosanto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, perché il governo ha osato annullare un sequestro predisposto da un potere autonomo come la Magistratura. E solleva una eccezione di incostituzionalità anche in nome della salvaguardia dell'obbligatorietà dell'azione del pubblico ministero. La sentenza 5172 del 1979 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (quindi il massimo grado di giudizio) stabilisce che «l'Amministrazione non ha il potere di rendere l'ambiente insalubre neppure in vista di motivi di interesse pubblico di particolare rilevanza». All'Ilva, dunque, muore la Seconda Repubblica della politica corrotta, incapace, dove destre e sinistre sono indistinguibili; lì dove la Magistratura è costretta ad oltrepassare i limiti del controllo di legittimità per farsi essa stessa decisione ed iniziativa. Forse un'anomalia; forse indispensabile. Anche nel rapporto tra poteri, dunque, "cambiare si può"; anzi, si deve.
Giovanni Russo Spena
08/12/2012

Nessun commento: