20 ottobre 2012

Prima di tutto il lavoro? Ma la Cgil sostiene nei fatti la Carta d’intenti predisposta da Bersani e sottoscritta da Vendola che si situa ben al di sotto della Carta costituzionale, e che sottoscrive tutte le politiche di massacro sociale del governo Monti, a cominiciare dal Fiscal Compact

Contro la rottamazione del lavoro (e della Costituzione)


Il lavoro prima di tutto! Lo slogan con il quale la Cgil ha chiamato a raccolta le lavoratrici e i lavoratori nella loro piazza storica di Roma è certamente veritiero, e in pari tempo assai impegnativo. Veritiero perché ha mostrato chi sono i veri rottamati in questa terribile stagione della crisi. Assai impegnativo perché, se non vuole restare una pur giusta esclamazione, questo slogan implica una forte e crescente mobilitazione per rovesciare le tendenze  distruttive della crisi.

Si tratta, a ben vedere, di concorrere alla costruzione di un’alternativa, che faccia delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo non dei subalterni senza identità e senza futuro, ma i protagonisti di una civiltà più avanzata. Parliamo, s’intende, dei lavoratori dipendenti, di coloro i quali, in qualsiasi forma giuridica e contrattuale, vendono le proprie capacità intellettuali e fisiche - la propria forza lavoro - in cambio dei mezzi per vivere.

Solo così si potrà uscire effettivamente dalla crisi. La questione si sposta allora sul terreno politico, ed è lecito domandarsi: ne sono consapevoli il Pd e Sel, che hanno sottoscritto la Carta d’intenti «Italia bene comune»? A dire il vero, non sembra. E non solo perché il Pd ha approvato tutti i provvedimenti che rottamano il lavoro.

Cominciamo dal titolo. Che vuol dire «Italia bene comune» se i lavoratori, che portano sulle spalle l’Italia, non hanno neanche visibilità e sono costretti ad arrampicarsi sui tetti? «La nostra visione – proclama la Carta – assume il lavoro come parametro di tutte le politiche». Già, ma chi sono i lavoratori? Nel lessico aleatorio della Carta non compaiono parole come capitale e capitalismo. Altrettanto dicasi per il profitto e i lavoratori dipendenti. In che tipo di società viviamo? Non si sa. E poiché è scomparsa dalla Carta la società capitalistica, in cui invece compare chi vende e chi compra la forza-lavoro, e quindi lo sfruttato e lo sfruttatore, i lavoratori in questa soave visione sono tutti quelli che «fanno impresa».

Di conseguenza, essendosi dileguati il profitto e il capitale, la linea discriminante del conflitto passa tra «il mondo complesso dei produttori» e la rendita finanziaria, che intende garantirsi «guadagni e lussi». L’effetto verificato di questa impostazione è che i lavoratori dipendenti, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, perdono ogni autonomia, politica e culturale. Declassati al livello di una modesta lobby, possono tranquillamente fare a meno delle tutele dello Statuto dei lavoratori e dei contratti nazionali.

Il punto è che una politica di alleanze con i piccoli e medi imprenditori strozzati dalle banche non si può fare sulla pelle di chi lavora, sull’abbattimento di fondamentali diritti che rappresentano una conquista storica. Né si può pensare di combattere la rendita finanziaria rinforzando il modo di produzione fondato sul capitale, che sta all’origine della degenerazione della finanza e della piramide in cui l’uno per cento domina sul 99 per cento dei cittadini del mondo.

La via d’uscita sta scritta nella Costituzione, che pone il lavoro a fondamento della libertà e dell’uguaglianza. E perciò prescrive la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il fatto è che la Carta d’intenti predisposta da Bersani e sottoscritta da Vendola si situa ben al di sotto della Carta costituzionale.

Il lavoro prima di tutto? È giusto e necessario. Ma allora lottiamo per applicare la Costituzione. Senza se e senza ma.

Paolo Ciofi

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