31 ottobre 2012

Politici e media citano spesso i numeri a supporto di questa o di quella tesi. Ma questo è davvero garanzia di obiettività? Intervista a Valeria Ferraris, autrice di Immigrazione e criminalità

Immigrazione e criminalità – Quello che le statistiche non dicono

 «Al contrario di quel che si immagina, le statistiche, per loro natura, sono parziali, e poco si comprendono se non ci si chiede a quale fine rispondono». Il ragionamento di Ferraris parte da questa premessa sicuramente originale.

Come fanno le statistiche ad essere parziali?
 «Diciamo subito che non si tratta di una questione di correttezza. La parzialità non dipende da un errore nei calcoli o dalla scelta di cattive fonti. Il problema nasce dal come vengono utilizzati i dati raccolti. La famosa frase di Albert Einstein, calzante in questo caso, diceva “se tu torturi, i numeri ti dicono sempre quello che vuoi”. Le statistiche vengono molto spesso utilizzate per spiegare quanta criminalità straniera c’è, quanti commettono quel tipo di reato. Ma non si dà mai conto della parzialità di questa informazione: di tutto quello che resta fuori dai conteggi, si a in termini numerici sia in ragione di circostanze, motivazioni, sfumature. D’altra parte esse non sono mai raccolte perché gli studiosi o i politici ci facciano dei ragionamenti, ma sempre a suporto di tesi precostituite. Da qui discende la loro parzialità».

Ma che rapporto c’è tra immigrazione e criminalità?
 «Probabilmente nessuno. Il fenomeno migratorio ha di certo portato nel nostro paese delle modifiche nei fenomeni criminali: perché persone straniere hanno sostituito quelle italiane nella commissione di alcuni reati o perché si sono create delle fattispecie di reati nuovi, come ad esempio la tratta di esseri umani. Ma questo non significa che esista una particolare e definibile connessione tra i due termini. Non si possono trasformare le correlazioni in rapporti causa-effetto. La questione, in ogni caso, è complessa, e chiama in gioco moltissimi fattori. In primis, la legislazione: in Italia la normativa in materia di immigrazione ha un ruolo molto importante nel definire la situazione dei migranti. Avere o meno le possibilità di accesso alla regolarità, ad esempio, è una cosa che cambia molto le condizioni in cui uno straniero si trova a vivere e necessariamente ha anche una sua influenza nella relazione tra immigrazione e criminalità».

Esiste una criminalità degli stranieri?
 «Esistono dei reati che sono commessi più di frequente dagli immgrati. Alcuni, nello specifico, possono essere commessi solo da stranieri e hanno a che fare non con quel che si fa ma con quel che si è. La clandestinità è, in questo senso, l’esempio principe. Per il resto, in molti ambiti, si è sicuramente registrato un fenomeno di “sostituzione”. Nello spaccio, ad esempio. Ci sono poi delle criminalità più strutturato, come la tratta di esseri umani o il business della droga a livello alto, in cui effettivamente alcune nazionalità vengono ad avere un ruolo importante. Ma tutto questo in termini sociologici non autorizza a parlare di una criminalità legata allo straniero in quanto tale. Piuttosto, ci sono delle condizioni (che a volte si riscontrano tra i migranti) che possono favorire comportamenti criminali».

E’ corretto dire che anche in questo campo, come nel mercato del lavoro legale, il ruolo dei migranti sia stato quello di sostituire la “manodopera” italiana nella scala più bassa?
 «Sicuramente sì e quella è anche la parte più visibile. Un’altra delle caratteristiche interessanti della criminalità è che c’è solo nel momento in cui la vediamo. Tutta quella che non è da noi vista, non esiste. Spesso gli stranieri occupano un posto basso, in altri no. Per quanto riguarda il traffico degli stupefacenti, in molti casi c’è stata quella che viene definita una “successione criminale”, in cui lo straniero occupa il ruolo che un tempo svolgevano italiani marginali e tossicodipendenti. Ma è anche vero che ci sono gruppi più autonomi, come quelli sudamericani o nigeriani, che non fanno solo manovalanza. Nello sfruttamento sessuale, invece, è innegabile che adesso sono i gruppi criminali stranieri ad avere un ruolo principale».

Che ruolo hanno i media nell’enfatizzazione della criminalità straniera?
 «Assolutamente di primo piano. E’ il modo in cui funziona la nostra informazione ad essere sbagliato. I giornali continuano a scrivere di risse “tra albanesi e marocchini”, o che un “uomo marocchino” ha picchiato la propria moglie quando invece, se a farlo è un italiano, diventa semplicemente “disoccupato” picchia la propria moglie. La caratterizzazione etnica è un marchio di fabbrica della nostra informazione».

E la normativa vigente in materia di immigrazione ha un ruolo nella devianza degli stranieri?
 «Io sostengo di sì, e le cose sono andate peggiorando. La normativa è diventata incomprensibile, farraginosa, e le modifiche che si sono succedute hanno reso più complicato e non più efficiente il modo in cui funziona. Se prima vi era una possibilità di regolarizzarsi, adesso c’è un pezzo di popolazione irregolare che è priva di chance, stretta nel circuito Cie-carcere, con delle possibilità di ascesa bassissime. C’è una precarizzazione della condizione di chi è rimasto irregolare, e questo chiaramente pone più di un interrogativo, perché non avere possibilità è di certo una porta aperta per devianza e criminalità. Le maglie sono andate restringendosi sempre di più».

E’ solo una questione di “maglie”, o anche di un mutamento di atteggiamento a livello politico-istituazionale?
 «C’è un legislatore che sicuramente è diventato più “cattivo”, per citare quello che disse il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Alcuni provvedimenti sembrano volti più a punire, come ad esempio l’estensione dei 18 mesi di permanenza nei Cie, e tutto tende un po’ a ricadere nel diritto penale. Io non so quanto sia una volontà del legislatore pensata, o semplicemente un utilizzo simbolico per mostrare che si è capaci di affrontare con i muscoli la questione dell’immigrazione irregolare. Di certo non si scorge un ragionamento sulle cause del fenomeno, tanto meno sull’applicabilità o meno di certi provvedimenti».

A volte i provvedimenti sono inapplicabili, altre hanno delle ricadute pesanti sulla vita dei migranti…
 «Aggiungerei che, in molti casi, sono anche privi di una reale efficacia. Mi sono occupata per molti anni della tratta degli esseri umani ed era impressionante vedere come, per esempio, a gestire le ragazze nigeriane fossero spesso delle connazionali in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Chi ha i mezzi economici riesce a muoversi nel sistema. Nel nostro Paese funziona così. Introdurre nuovi reati in un Paese che ne ha troppi e non riesce a gestirli è evidentemente un’operazione senza senso».

Quali sono le specificità delle politiche di contrasto della criminalità straniera?
 «Le politiche di controllo che si fanno verso le diverse forme della criminalità straniera riguardano in parte la criminalità organizzata in parte la cosiddetta street crime, la criminalità urbana. In questi anni c’è stato semplicemente un indirizzarsi del controllo verso forme visibili della criminalità e che in diversi casi venivano a riguardare gli stranieri».

Luigi Riccio

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