9 settembre 2012

La vicenda di questa splendida terra è paradigmatica della distanza siderale fra la politica delle istituzioni e la vita reale, C’è chi come il segretario del Prc Paolo Ferrero, è sceso in miniera a confrontarsi con questi uomini e queste donne ma per il resto prevale il silenzio o peggio, la commiserazione.

Carbonsulcis, i lavoratori non si rassegnano

Antonello ha 50 anni ed è in miniera da 25. Di questi 15 passati sotto terra, un lavoro che il freddo tecnicismo definirebbe solo usurante, ma che ti modifica in realtà la stessa percezione del mondo. Per lui, come per gran parte dei lavoratori, fra pochi anni – Fornero permettendo – si arriverebbe alla soglia di una strameritata pensione. Ma i fantasmi che incombono sul complesso minerario della Carbosulcis e sulla miniera di Nuraxi Figus, non lasciano grandi speranze.
I lavoratori che sono scesi per protesta nel sottosuolo portando con se l’esplosivo non sono disperati, sono determinati ed esprimono una dignità nel voler difendere un proprio progetto di vita e di lavoro che non trapela dai media mainstream. Per capirlo bisogna attraversare quelle strade, vedere i paesi nati e cresciuti nel periodo d’oro del carbone, quando un lavoro duro e malpagato rappresentava comunque una alternativa alla miseria.
Oggi la chiamiamo archeologia industriale e ci sono zone attrezzate per i turisti dove è possibile vedere i carrelli utilizzati per portare su il carbone, i fabbricati in cui vivevano i lavoratori, quello che resta di alcune miniere ormai chiuse. Iglesias costituiva dal medioevo il maggior centro abitato dell’area, ma tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo non era sufficiente per le esigenze di produzione. Durante il fascismo, per rendere più efficiente l’estrazione del combustibile si giunse a spendere oltre 300 milioni delle vecchie lire di allora per costruire nella Sardegna sud occidentale, a circa 70 km da Cagliari, una città vera e propria, Carbonia, in un area bonificata dalla palude.
Nacque poi l’ACA (Azienda Carboni Italiani) per sviluppare le ricerche di carboni fossili necessari nel Paese dopo le sanzioni connesse all’invasione dell’Etiopia. In 11 anni vennero aperti 22 pozzi che diedero lavoro a quasi 20 mila persone, solo la cittadina crebbe in maniera esponenziale come popolazione passando dai 29.000 abitanti a due anni dalla edificazione ai 60 mila nel 1949. Durò poco, dopo una ventina d’anni la crisi della produzione causò la migrazione di 28 mila persone, la più massiccia emigrazione dalla Sardegna del dopoguerra.
I ragazzi continuano ad andarsene, il reddito della provincia è fra i più bassi del Paese e la disoccupazione supera il 30%, e anche un posto di lavoro in meno significa un dramma. Negli anni sono stati in tanti quelli che si sono ritrovati in mezzo ad una strada. Ad Iglesias si è aperta qualche buona prospettiva turistica ma per Carbonia e per il resto del circondario, la situazione peggiora di mese in mese. Che la Carbonsulcis navigasse in cattive acque era noto da anni e da anni si rinnovano promesse, ipotesi di rilancio fatte proprie dalle istituzioni che si sono succedute, ma nulla di positivo accadeva, i pozzi si chiudevano, poche assunzioni al confronto di tanti lavoratori che finivano senza lavoro.
Le proteste che tanto sono sembrate eclatanti in questi giorni non costituiscono nulla di nuovo, mesi e mesi di confronto aperto e di trattative sindacali, Antonello e i suoi compagni di lavoro sono infastiditi dal fatto che solo ora ci si accorga del loro dramma: Le nostre famiglie si che sono abituate a sostenerci – dice – i nostri vicini di casa, quelli che sanno cosa sono le miniere».
Non hanno gradito di sentirsi narrati come disperati, mostrano dignità e combattività, una tradizione che non muore. Nel 1904 il 4 settembre (ricorre quasi l’anniversario) mentre la delegazione sindacale era in trattative, gli operai si erano riuniti, di fronte alla sede della direzione generale della miniera, in sostegno della delegazione sindacale.
Nel frattempo i titolari della ditta chiamarono l'esercito, che fece fuoco sugli operai uccidendone tre e ferendone molti altri. Quella domenica sarà ricordata come l'eccidio di Buggerru. La risposta del movimento operaio a livello nazionale non si fece attendere ed il 16 settembre si svolse il primo sciopero generale nazionale a cui aderirono i lavoratori italiani di tutte le categorie. I lavoratori erano scesi in sciopero perché la loro pausa fra i due turni di lavoro era stata ridotta arbitrariamente di un ora. Altri tempi?
Oggi le forze dell’ordine non sparano ma quando si tratta di fermare i lavoratori i ruoli sembrano rimasti invariati. «Noi stiamo facendo una forzatura – continua Antonello – ma non vogliamo fare la fine dell’Alcoa, un progetto l’abbiamo presentato, confrontiamoci su quello». C’è fra i lavoratori chi teme che la loro lotta venga strumentalizzata, ci sono stati parlamentari che hanno anche tentato di cavalcare “da destra” la protesta, ma c’è anche un mondo che si è mosso.
Anche Al Jazaeera ha mandato propri cameraman, la vicenda di questa splendida terra è paradigmatica della distanza siderale fra la politica delle istituzioni e la vita reale, C’è chi come il segretario del Prc Paolo Ferrero, è sceso in miniera a confrontarsi con questi uomini e queste donne ma per il resto prevale il silenzio o peggio, la commiserazione. Eppure l’intero territorio in questi giorni si è mobilitato in solidarietà con i lavoratori. Commercianti, artigiani, anziani. Una delegazione di studenti dell’Università di Cagliari è scesa a confrontarsi, vogliono realizzare una inchiesta sulla miniera e coinvolgere i lavoratori in assemblee studentesche. «Ci hanno accolto all’inizio con una “sana diffidenza” – racconta Consuelo – i nostri sembrano due mondi diversi ma in fondo siamo come i loro figli. E allora il dialogo si è infittito, ci siamo sentiti utili, si è sviluppata una curiosità reciproca che può essere produttiva per tutti.
La situazione è molto tesa e dobbiamo andarci con i piedi di piombo e non ci vogliamo fermare qui». Consuelo parla a nome del Collettivo di studenti, che andranno anche al porto ad attendere il ritorno dei lavoratori Alcoa:«Si tratta dello stesso modus operandi da parte delle aziende – prima sfruttano il territorio e le persone utilizzando anche fondi pubblici e poi se ne vanno. Dobbiamo interrompere questo circolo vizioso ed è questa la vera sfida della vertenza».Gli studenti parlano di un clima di clientelismo e di ricatto che ha reso inesistente il senso di bene pubblico, dicono che se ci sono speranze di cambiamento queste possono arrivare solo dalla gente che ci vive e criticano tanto il comportamento dei partiti che dei sindacati. Sono anche convinti che il carbone non abbia un futuro e che i danni ambientali e l’impoverimento sociale che si sono determinati siano collegati. Dagli universitari esce una grande maturità, parlano di percorsi di lungo periodo che non si fermano all’ingresso della miniera. Ma se il carbone, per come è stato finora estratto, per molti rappresenta il passato – non è detto che non riprendano piede progetti anche ecocompatibili – lascia perplessi il destino che si continua a voler imporre alla produzione di alluminio negli stabilimenti Alcoa di Portovesme. L’alluminio è una sostanza fondamentale per gran parte degli oggetti di uso odierno ma l’Alcoa è di proprietà di una multinazionale statunitense che considera troppo alti i costi di produzione e di estrazione di allumina. Se la chiusura di Carbosulcis è rinviata per l’Alcoa il 3 settembre comincerà una lenta agonia che potrebbe essere interrotta solo se giungeranno investitori stranieri disponibili ad acquisirne la proprietà.
Stesso territorio e identica espropriazione di ricchezza e di condanna all’impoverimento ma fortissima voglia di combattere ancora, gesti eclatanti e trattative che sembrano non potersi concludere mai. Cariche e caschi di lavoro battuti al suolo, Roma che risuona del clamore di 70 dignitosi e orgogliosi lavoratori che non chiedono elemosine, assistenza, ammortizzatori sociali, ma lavoro.
Stefano Galieni

 

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