5 agosto 2012

Un'assemblea nel quartiere popolare vicino all'Ilva con cittadini, lavoratori dello stabilimento e chi ha contestato i sindacati alla manifestazione di mercoledì. Un operaio: «Ci hanno lasciati soli, perciò non gli crediamo più»

Tamburi, operaio vittima della fabbrica
Mentre venerdì sera era ancora in corso l'udienza presso il tribunale del Riesame, al quartiere Tamburi di Taranto, davanti alla chiesa del Gesù Divin Lavoratore, il comitato Cittadini e operai liberi e pensanti ha svolto un'assemblea pubblica aperta agli abitanti e agli operai che vivono in quello che è uno dei rioni più inquinati della città dei Due Mari. I componenti del comitato, ancora ignari delle 41 denunce che a breve saranno notificate dalla Questura per l'interruzione del comizio dei sindacati di giovedì scorso, non hanno scelto a caso il luogo della loro assemblea. La chiesa in questione infatti, anni addietro venne interamente restaurata grazie ai soldi del gruppo Riva: una sorta di mal riuscito risarcimento per i tanti danni, materiali e morali, procurati dalle emissioni del siderurgico in 60 anni di attività. In pratica l'unico vero investimento dell'Ilva per la città. Più di un centinaio i partecipanti all'assemblea: un numero che per molti potrà sembrare risibile, ma che non lo è affatto se si pensa al fatto che è stata la prima volta per i cittadini e gli operai del quartiere di parlarsi e di comunicare tra loro. Lo scopo dell'assemblea, dunque, è ampiamente riuscito. Lontani dal voler ottenere applausi e un riconoscimento politico conquistato sul campo nella giornata di giovedì, il comitato ha lasciato che il microfono passasse di mano in mano a tutti coloro i quali avevano voglia di liberarsi, di cercare un dialogo, un confronto, per condividere drammi e sogni di una realtà che tocca inevitabilmente tutti, nessuno escluso. Il momento più toccante è stato raggiunto quando ha preso la parola un operaio del quartiere Tamburi. Padre di due figli, occupato nel reparto Acciaieria 1, dove la ghisa viene trasformata in acciaio. Uno delle aree peggiori in cui lavorare. Visibilmente commosso, l'operaio ha chiesto aiuto ai presenti, invocando unione tra i cittadini per ottenere finalmente giustizia. Manifestando sostegno totale alla magistratura, in particolar modo al Gip Patrizia Todisco: «Una donna che ha avuto grandissimo coraggio: molto più di tutte le migliaia di operai che lavorano in fabbrica». Perché il rimprovero maggiore rivolto dal comitato ai sindacati, in questi giorni, è sposato in toto da quei pochi operai che per la prima volta stanno trovando il coraggio di parlare. «Hanno lasciato la fabbrica in mano ai quadri e ai dirigenti: ci hanno lasciati soli invece di difenderci. Ecco perché non crediamo più alle loro parole: è arrivato il momento per noi di diventare protagonisti». Difficile dargli torto, del resto. Lo stesso Gip nell'ordinanza ha bollato come «la più grande presa in giro dell'Ilva i vari atti d'intesa firmati negli anni (2003, 2004, 2005, 2006), dove sono stati presi impegni rimasti soltanto sulla carta». Impegni ratificati anche dalle istituzioni (ministero dell'Ambiente, Regione, Provincia e Comune di Taranto), ma anche e soprattutto dai sindacati, che avrebbero dovuto vigilare sulla realizzazione degli stessi. Ma nel mirino dell'operaio c'è anche l'azienda. «Hanno dichiarato di aver realizzato interventi per migliorare gli impianti, anche sull'acciaieria 1: io lì ci lavoro da 20 anni e posso garantirvi che non è mai cambiato nulla». Eppure anche ieri, durante la seconda udienza del Riesame, il neo direttore dell'Ilva Bruno Ferrante ha ribadito come l'azienda abbia investito, dal '95 ad oggi, oltre un miliardo di euro per l'ambientalizzazione dello stabilimento: il 24% del proprio fatturato. Posizione da sempre sostenuta anche da sindacati e istituzioni, che lo scorso gennaio commisero il clamoroso errore di affermare come l'Ilva fosse diventata ormai «un'azienda modello a livello europeo». Poi sono state depositate le perizie dei chimici e degli epidemiologi che hanno smontato pezzo dopo pezzo le teorie e le favole pronunciate per anni. Il vero dramma, però, è quello della salute. Il quartiere Tamburi presenta la più alta incidenza di malattie e morti, anche nei bambini. L'ospedale Nord, il famoso Moscati del rione Paolo VI, esterno alla città ma tra i più colpiti perché esposto alle correnti del vento che lì portano gran parte delle emissioni del siderurgico, è il luogo del dolore, della disperazione, della speranza. Una costruzione dove politici e sindacati, oltre ai dirigenti dell'Ilva, non sono mai entrati. Perché in molti continuano a non capire che la vera svolta, oltre all'inchiesta della magistratura e ad un comitato che per la prima volta racchiude operai e cittadini, sta proprio nella voglia di cambiare il futuro e l'ambiente di questa città: non per gli adulti o gli anziani, ma per i tanti, tantissimi bambini. «Io oggi sono qui per chiedere scusa. Perché mi sento in colpa. Nei confronti dei miei colleghi. Dei miei concittadini. Ma soprattutto dei miei due figli. Perché non ho mai trovato il coraggio di denunciare l'inquinamento dell'Ilva. Perché noi sappiamo qual è la verità, sappiamo cosa succede lì dentro. Ma da oggi dobbiamo trovare il coraggio di reagire, di denunciare. Per cambiare il futuro, tutti insieme». E giù lacrime, applausi, abbracci. Per una città che soltanto oggi sembra svegliarsi da un coma durato oltre 60 anni. Dal quale si vuole uscire tutti insieme, senza più fare sconti a nessuno. PER L'AMBIENTE Secondo ll neo presidente dell'Ilva Bruno Ferrante, l'azienda avrebbe speso dal '95 a oggi un miliardo di euro per essere a norma con l'ambiente, il 24% del proprio fatturato. E per sindacati e istituzioni l'Ilva era ormai diventata un modello europeo. Parole smontate dalle perizie chimiche ed epidemoiologiche.

Gianmario Leone
5/8/2012 www.ilmanifesto.it

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