18 agosto 2012

Riva (Ilva) finanziava Bersani ( ovviamente anche il partito di Berlusconi.). Vendola si barcamena e ha fatto quindi di necessità virtù: ha dichiarato che l'Italia "non può rinunciare all'acciaio". Ma siccome non è questo il problema ma una produzione industriale che rispetti ambiente, salute e sicurezza dei lavoratori, l'ex comunista deve solo chiarire se la giustizia per le migliaia di morti e la salute di un numero ancora inestimabile di malati di cancro, sono scarificabili ad un alleanza elettorale per un governo che dovrà continuare a sostenere questo criminale sistema economico

Ilva: effetto domino

E' proprio vero, follow the money, segui la pista del denaro e tutto si chiarirà.

Le festività hanno portato, sulla vicenda Ilva, la notizia, divulgata dal Fatto, del finanziamento diretto dell'industriale Riva a Pierluigi Bersani. Si, proprio l'attuale segretario del Pd, che nel periodo in cui riceveva il finanziamento di 98.000 euro (2006-7) era ministro dello sviluppo economico. Cifre e rendicontazioni ufficiali, niente di oscuro o di non certificabile. Solo che se nel 2007 il finanziamento diretto di Riva a Bersani poteva passare inosservato oggi è qualcosa che si nota come un grattacielo in un giardino.
Il significato politico, inutile girarci intorno, è pesante: il ministro dello sviluppo economico riceveva finanziamenti dal proprietario di una azienda che avrebbe dovuto controllare.C'è quindi da chiedersi quali controlli, tra il 2006 e il 2008, il ministro Bersani ha attivato nei confronti delle acciaierie Ilva. Impianti su cui l'Organizzazione mondiale della sanità aveva denunciato la grave pericolosità dal '97 (epoca, anche quella, di governodi centrosinistra). Cosa faccia Bersani oggi, a fronte di una fabbrica che "produce" oltre mille morti l'anno, lo sappiamo: ha chiesto l'intervento del governo "formale e informale" nei confronti della sentenza del Gip di Taranto e un atteggiamento che "rassicuri gli investitori esteri in Italia". Evidente mente, per Bersani, i Riva devono venire anche dall'estero.
Quello che sta accadendo è di una chiarezza cristallina: da un lato Ilva sta producendo ogni tipo di ricorso possibile contro la procura di Taranto, e il provvedimento di sequestro di una fabbrica che produce un numero di decessi record in Europa, dall'altro il governo si sta attivando per delegittimare la sentenza sull'Ilva. Chi parla di mediazione istituzionale sull'Ilva dovrebbe tener quindi conto che il governo è da una parte sola.

LA POSIZIONE DI VENDOLA, presidente della Puglia, è di conseguenza impiccata ai comportamenti del Pd. Non può inimicarsi il maggiore alleato nazionale e locale, specie dopo un'accordo elettorale raggiunto, e quindi non ha margini di manovra nel confronti di un finanziatore storico e certificato del segretario Pd: il proprietario dell'Ilva, Felice Riva.
Vendola ha fatto quindi di necessità virtù: ha dichiarato che l'Italia "non può rinunciare all'acciaio". Parole che contrastano perlomeno con la seconda "e" di Sel che starebbe per ecologia. Ora, i verdi tedeschi, che sono stati anni al governo, non è che hanno chiuso le acciaierie. Ma nemmeno hanno fatto in modo di far colare l'acciaio a prescindere da, non diciamo centinaia di morti all'anno come a Taranto, piani di riduzione delle emissioni inquinanti semplicemente impensabili in Italia. Tra le tante parole rilasciate dal presidente Vendola manca poi lo scopo che si prefiggono le istituzioni locali
pugliesi. Esiste un piano particolareggiato della regione Puglia per la riduzione dei decessi, per portarli a zero, entro quando? L'impressione è che più si entra nel dettaglio e nella realtà più le narrazioni di Vendola franano. Anche perchè il sequestro della procura di Taranto è frutto di una ordinanza, al momento, che rende difficili fantasiose mediazioni. Infatti il ministro Clini si è lamentato anche della facoltà dei magistrati di poter giudicare sui materiali da adoperare nel possibile "risanamento". Segno che i margini di aggiramento dell'ordinanza del gip al momento sono pochi.
Ma Clini è il ministro che, al telefono, è stato definito "nostro" dai dirigenti dell'Ilva. Uno di questi è stato arrestato per tentativo di corruzione di un perito del tribunale di Taranto. E tra tutte queste dichiarazioni sull'acciaio e sugli investitori esteri nè il governo nè la regione Puglia hanno speso una parola sui comportamenti dell'Ilva.
Va detto che Clini e Vendola un'accordo l'hanno trovato. Sul finanziamento all'Ilva "per la bonifica" di oltre 300 milioni di euro a carico dello Stato e con il contributo economico della Regione Puglia. C'è un dettaglio di non poco conto: pare proprio, a meno di clamorose smentite, che in quest'opera di bonifica non ci sia un'euro dell'Ilva. Se è così siamo in aperta violazione dell’art. 174 del Trattato Ce e del Decreto legislativo n. 152/2006 (Codice dell’Ambiente) che prevede l'obbligo di intervento economico dell'inquinatore. Obbligo che c'è ameno, come ha detto Clini, attribuire le cause di quello che sta accadendo adesso solo a un periodo precedente all'Ilva.
C'è un ultimo aspetto da non trascurare: Vendola è ufficialmente sotto inchiesta della magistratura pugliese per favoreggiamento in un concorso. Vicenda che, sul piano dell'immagine nazionale, può pesare specie se continua. Un presidente della regione in questa condizione cosa è? Un soggetto oggettivamente condizionato dalla magistratura o uno che cerca di sfruttare l'occasione Ilva per condizionarla? Ecco i danni dei partiti-personaggio, dove un uomo solo deve rimanere in piedi e fare tutto sennò crolla il partito perchè rimane privo di immagine. Evidentemente il berlusconimo ha tracimato ben oltre l'argine originario

Intanto una intercettazione telefonica tra membri della famiglia Riva riporta questa frase, a commento delle richieste ufficiali di dati su quello che accadeva all'Ilva "vendiamogli fumo, diciamo che va tutto bene". Ecco il profilo sociologico dei finanziatori dell'ex ministro Bersani oggi segretario del Pd. L'indispensabile alleato di Vendola, ci mancherebbe.

LA POSIZIONE DELLA FIOM. La Fiom nazionale ha cominciato a differenziarsi dagli altri sindacati dell'Ilva sulla questione della contestazione alla magistratura tarantina. Posizione sensata visti i continui ricorsi che la stessa Fiom ha fatto alla magistratura impugnando gli atti discriminatori del gruppo Fiat (su Melfi, Pomigliano e la stessa Mirafiori) nei confronti del sindacato diretto da Landini.Non si può usare la via giudiziaria nelle vertenze e, allo stesso tempo, delegittimare la magistratura. Solo che la questione Ilva non riguarda più solo Taranto ma il funzionamento o meno dell'intera filiera italiana dell'acciaio. Ufficialmente la Fiom ha chiesto, da sola, che il gruppo Riva paghi il risanamento dell'Ilva. Ma bisogna vedere quanto un risanamento reale è fattibile, in quali tempi e modi, con uno impianto ormai vecchio di mezzo secolo. A questo va aggiunto l'evidente tentativo del gruppo Riva di usare la minaccia di chiusura della filiera italiana dell'acciaio per mettere all'angolo il sindacato
di Landini proprio su Taranto. Inoltre c'è la situazione sul campo. Negli ultimi 15 anni la Fiom non ha mai indetto uno sciopero all'Ilva sull'inquinamento.Segno evidente quantomeno di un basso profilo tenuto da tempo proprio su quel territorio. L'ammissione del ritardo, sui temi del risamento ambientale (specie in presenza di un numero molto anno di vittime), non esenta però la Fiom dal problema del recupero di posizioni chiare, praticabili ed efficaci in materia. Questione non facile specie quando i referenti politici del sindacato di Landini sono sia il Pd che Sel.

SCENARIO E FUTURO. La questione Ilva è il risultato di 20 anni di complessiva deregolazione dell'industria italiana: si è praticato il laissez-faire nei confronti del privato, mentre il pubblico non ha investito in ricerca, autorità reali di regolazione e su modelli di sviluppo che non fossero invasivi. I profitti sull'acciaio si sono giocati tutti non solo sui bassi salari ma anche sul differenziale di sicurezza interna ed esterna: ieri ce lo mostra la vicenda Thyssenkrupp di Torino oggi Taranto.
La vicenda Ilva ci mostra anche come si siano trasformati i partiti: in cartelli elettorali dove rimane il rapporto diretto, finanziario con la grande industria mentre quello con le popolazioni è completamente sganciato. Si comprende come l'esito di avvicinamento al modello Usa sia ormai compiuto: grandi sponsor verso un partito e, per prendere voti, campagne spettacolo. Rispetto agli Usa mancano però le grandi autorità, ad esempio a protezione dell'ambiente come l'Epa. Se l'Italia costruisce i propri profitti grazie al differenziale di sicurezza si può star sicuri che queste autorità, se ci saranno, saranno solo una concessione simbolica o clientelare. Da considerare però l'effetto domino. Un partito, il PD, è legato materialmente ad una industria (il finanziamento esplicito ha un valore politico niente affatto da trascurare, esprime l'esistenza di una sponsorizzazione) i partiti alleati e sindacati di area devono tener quindi conto non degli interessi della popolazione (in questo caso, non morire) ma dei legami concreti di interesse che ha il partito più grande. Un insegnamento per le future vertenze e per il dopo 2013 se Pd e Sel governeranno con l'Udc? Una cosa è certa: se lo scenario politico rimane questo la soluzione Ilva verrà trovata al ribasso mentre lo schema di risoluzione delle emergenze sarà sempre simile a questo emerso con Taranto. Un effetto domino con risultati pessimi
se non letali per la società italiana.

(red. Senza Soste)

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