4 agosto 2012

Nella vicenda italiana s'incrociano una visione arrogante del potere e un'idea stereotipata delle relazioni sociali

Un paese fondato su sfiducia e disincanto
Inette, avide, coreografiche; in una sola parola: inutili. È questo il giudizio che Machiavelli dà dell'operato delle élites politiche italiane nella prima età moderna. Un corpo dirigente che tale non è, vocato sì all'autoaffermazione attraverso l'astuzia e la sopraffazione, ma non di meno propenso alle sconfitte e alle subalternità preventive verso ciò che ad esso è esterno e che lo sovrasta. Un impasto di opportunismo, cinismo, mancanza di realismo e di adeguatezza culturale, vocazione all'agire scenico di contro al rispetto delle norme, sarebbe quindi all'origine dell'indole propria alla classe dirigente peninsulare di ieri come di oggi.
Anche da ciò, quindi, deriverebbero quegli inevitabili fenomeni di ricaduta sulla collettività che fino ad oggi si sono ripetutamente manifestati, infine solidificandosi, nel cosiddetto «carattere nazionale» di cui Gramsci fu un lucido, ma non moralistico, interprete. La politica, ne discende pertanto come un corollario in sé quasi obbligato, in questo quadro non alimenta quel senso di responsabilità verso la collettività e le regole senza il quale non vi è effettiva rappresentanza e tutela dell'interesse comune.
Leopardi e Manzoni, per spostarci di alcuni secoli, hanno ripreso questa diagnosi, proiettandola sulle difficoltà con le quali la nascente società civile italiana, quella da cui sarebbe definitivamente filiato lo Stato unitario, andava allora confrontandosi. Una crisalide che non riusciva a divenire farfalla poiché la latitanza dei gruppi dirigenti si riflette immediatamente sulla composizione sociale e l'autoconsiderazione morale che una collettività nutre, diffondendola e consolidandola, di se stessa.
Due eventi si sarebbero poi incaricati di certificare queste meste considerazioni, la rotta di Caporetto nel 1917 e lo sfascio dell'8 settembre del 1943, epitomi entrambe di una crisi profonda e di lungo periodo, dove la spaccatura tra governati riluttanti e governati diffidenti si risolveva in un generalizzato tracollo delle istituzioni.
Il carattere defezionista emerse in quei frangenti come il marchio di fabbrica di un paese ripiegato su di sé. Carlo Galli, politologo e pubblicista noto a molti per i suoi interventi sulla stampa italiana, nonché lucido interprete dei tempi correnti, con il suo I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità (Laterza, 2012, pp. 130, euro 14) interviene nel merito di una questione che presta il fianco a molte interpretazioni, non da ultimo solleticando moralismi ingenui e interessati, che molto condannano ma nulla risolvono.
Va in questo senso il discredito con il quale è trattata la classe politica nel suo insieme, al quale si accompagna una falsa coscienza delle responsabilità della crisi in cui versa l'Italia, laddove al disincanto razionale si sostituisce il cinismo, inteso come sentimento della deriva.
Galli è attento a non cedere alle tante semplificazioni di cui l'intero cammino nella lettura critica della storia italiana, a partire dal ruolo dei gruppi dirigenti, è costellato. Lo fa conducendo il lettore attraverso una comprensione critica, ovvero a tratti filologica, delle fonti alle quali si alimenta la polemica, non nuova, nei confronti delle élites. Gli è chiaro l'esito, alternativamente populistico o tecnocratico, che una lettura tutta schiacciata sulla dimensione morale del problema può ingenerare.
Al centro della sua riflessione si pone quindi il problema di come si ingeneri coesione sociale, ovvero di quali siano i vettori dell'identità condivisa che demandano non solo al rispetto delle norme ma anche alla loro produzione consensuale e, non di meno, alla ripartizione egualitaria dei benefici. Il potere come supremazia, che si esercita con il ricorso alla paura e la visione stereotipata delle relazioni sociali, ha come naturale alleato una cultura asservita poiché priva di qualsiasi anelito critico e, quindi, emancipatorio.
Nella vicenda italiana l'uno e l'altra si incrociano con il particolarismo degli interessi, il loro radicamento territoriale e quindi frazionistico, che deriva dalla mancanza di una borghesia moderna e, quindi, modernizzatrice. Non è tanto una riluttanza al comando, quella che si va verificando, bensì una indisponibilità a dare ad esso «una direzione di marcia progressiva».
Prevalgono gli istinti autoconservativi, che meglio sono soddisfatti dal parassitismo con il quale i gruppi dirigenti costruiscono i loro rapporti con l'amministrazione pubblica. La perpetuazione dei medesimi si trasforma in una sorta di controforza sociale, basata sul nichilismo e l'entropia, dove l'esercizio del comando, e la stessa mediazione, si trasformano nella cristallizzazione dei legami. Ne deriva una società vincolata, immobile, incapace di pensarsi oltre a quello che già è, spesso corrispondente a ciò che è sempre stata.
Anche laddove vince un maggiore dinamismo permangono nodi strutturali irrisolti. Nel Novecento, il secolo della nazionalizzazione delle masse e della diffusione della partecipazione politica, la commistione tra privato e pubblico - il secondo chiamato a realizzare gli interessi del primo - si coniuga al ricorso al diritto non in quanto strumento di tutela della collettività ma di chi è già élite esclusivista. Il transito fascista non farà che rafforzare tali tendenze.
La somma delle costanti negative delle élites italiane (apoliticismo, refrattarietà al governo dei processi sociali e vocazione al comando autoritario, illegalismo e sovversivismo, radicamento nel «particulare» e estetismo impotente nonché narcisistico) si ritrovano quindi nei percorsi repubblicani, contrassegnati, secondo una fortunata formula, da uno «sviluppo senza progresso». Dopo di che, dar conto di tutte le suggestioni che emergono dal libro di Galli è impossibile. Basti aggiungere che è un valido repertorio dal quale partire per dare respiro a ulteriori considerazioni, che l'autore non ci sta facendo mancare.

Claudio Vercelli
03/08/2012 www.ilmanifesto.it

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